3. L’italiano attraverso le regioni
Italiano regionale: è l’insieme delle varietà della lingua italiana diversificate
diatopicamente.
L’origine dell’italiano regionale è legata all’incontro fra la lingua nazionale e i vari
dialetti (15-16 secolo con la diffusione del toscano).
Il dialettofono che imparava l’italiano portava nella nuova lingua intonazioni, suoni,
costruzioni, parole della sua parlata materna, realizzando una lingua che risentiva del
sostrato dialettale.
La spinta all’unificazione linguistica portò al radicamento nel repertorio linguistico
delle varietà di italiano regionale, trasmesse di generazione in generazione.
Vi sono tuttora in Italia molte coppie o piccoli gruppi di parole che hanno lo stesso
significato (sono dunque sinonimi), ognuna viene usata non in tutta Italia ma in una
certa area linguistica; perciò vengono definiti sinonimi a distribuzione geografica
complementare o geosinonimi. La forza espansiva di un geosinonimo dipende dalla
storia dell’oggetto, ad esempio il termine stracchino di area lombarda è diventato di
uso generalizzato in tutta Italia grazie alla sua commercializzazione.
Proprio per il legame fra diffusione di un geosinonimo e la struttura e i dinamismi della
società, si assiste a un processo di standardizzazione degli usi linguistici.
Non sempre l’area di estensione di fenomeni linguistici che caratterizza una certa
varietà di italiano coincide con l’area di estensione dei corrispondenti esiti dialettali:
- Alcuni tratti hanno un estensione maggiore in italiano che in dialetto: pronuncia
scempia delle consonanti geminate:
- Molti tratti dialettali non sono realizzati in italiano o hanno un estensione
minore;
- Alcuni tratti dell’italiano regionale sono innovativi rispetto ai dialetti di sostrato,
non trovano riscontro immediato nei tratti corrispondenti del dialetto.
Abbiamo tre varietà maggiori di italiano:
- Settentrionale: piemontese, lombarda, ligure, veneto-friulana, emiliano-
romagnola;
- Centrale: toscana e mediana;
- Meridionale: campana, pugliese e siciliana.
Le varietà toscana e mediana hanno un’importanza particolare perché hanno come
centri irradiatori Firenze e Roma, ancora oggi sono considerati da molti luoghi della
lingua-modello, di diritto (Firenze) e di fatto (Roma). Fra le varietà minori troviamo
quella sarda, di scarso prestigio.
La varietà più accettata è quella settentrionale di base milanese, è legata al ruolo
egemonico dell’economia dell’Italia Settentrionale. La varietà toscana ha perso il suo
prestigio, valutata positivamente nel suo territorio. La varietà romana, ha attraversato
un grande periodo di prestigio dal ventennio fascista all’epoca del neorealismo; ma
dagli anni 60-70 viene utilizzato come varietà per gli usi scherzosi della lingua. La
varietà meridionale è quella di minor prestigio: l’accento meridionale è spesso
associato a persone poco colte, di classe inferiore.
ITALIANO REGIONALE SETTENTRIONALE
Fonetica:
- La ‘a’ tonica in sillaba libera e in fine di parola si velarizza;
- /n/ intervocalica si realizza come [ɳ] non solo davanti a consonante velare ma
anche davanti a confine di parola con dittongo ascendente “un uomo, un uovo,
con iodio”;
- L’opposizione tra e ed Ɛ e o ed ͻ e non ha valore fonematico;
- Le consonanti lunghe tendono a scempiarsi;
- Non c’è mai raddoppiamento fonosintattico;
- La /s/ intervocalica è sempre sonora;
- L’affricata dentale in posizione iniziale è sempre sonora ‘ts’ ‘dz’;
Caratteri recessivi:
- Le affricate dentali ‘ts’ e ‘dz’ tendono a passare a fricative ‘grasje’;
- Le palatali /ɲ/ e /ʎ/ tendono a depalatizzarsi ‘lj’ e ‘nj’;
- La palatale /ʃ/ si depalatizza e passa alla dentale corrispondente ‘lasjare’.
Morfosintassi:
- Passato prossimo invece del passato remoto;
- Eliminazione dell’articolo davanti a pronomi possessivi per nomi di parentela;
- Aggiunta dell’articolo davanti a nomi propri femminili ma anche maschili;
- Costrutti particolari per la negazione “fa mica caldo”;
- Rafforzamento delle congiunzioni modali e temporali con che, mentre che,
quando che;
- Rafforzamento di avverbi ‘solo’ e ‘soltanto’ con ‘più’;
- Aspetti verbali diversi dallo standard: sono dietro a mangiare “sto mangiando”;
- Pronome personale oggette ‘me, te’ utilizzato come soggetto.
L’italiano regionale centrale: la varietà toscana
Fonetica:
- Vocalismo tonico a sette vocali, nel quali semichiuse e semiaperte, anteriori e
posteriori, sono fonemi;
- Alternanza fra sibilante sorda e sonora, con opposizione fonematica, ‘fuso’
strumento per filare e ‘fuzo’ voce del verbo fondere;
- Realizzazione dell’affricata dentale sorda e sonora: ‘tsucchero’ e ‘dzampa’;
- La gorgia, pronuncia aspirata delle occlusive sorde in posizione intervocaliche,
-k- in tutta la toscana, mentre –p- e –t- a Firenze;
- Inserimento della i- prostetica davanti a s+consonante: in istrada, in Ispagna;
- Inserimento di una vocale epitetica per le parole che terminano in consonante:
tramme, busse;
- Soluzione di gruppi consonanti ‘difficili’ con epentesi vocalica ‘ ingilese’
‘ameleto’;
- Pronuncia fricativa delle affricate palatali ‘tʃ’ e ‘dʒ’ in ‘ʃ’ e ‘ʒ’;
- Pronuncia affricata della fricativa dentale dopo r,n,l: pentso, faltso, cortso.
Morfosintassi:
- Sistema dei dimostrativi a tre termini: questo, codesto e quello;
- Uso di me e te come soggetto;
- Uso della costruzione ‘noi si+verbo alla 3 pers.sin.’ in corrispondenza della
prima persona plurale ‘noi andiamo’;
- Uso improprio della coniugazione dei verbi ‘dasti’ per desti, ‘stassi’ invece di
stessi.
L’italiano regionale centrale: varietà mediana
Comprende il Lazio, le Marche e l’Umbria; il centro principale è Roma.
Fonetica:
- pronuncia scempia della vibrante doppia ‘bira’ per birra;
- pronuncia palatale della sibilante davanti a consonanti occlusive e nasali
‘aspetto’ ‘scatta’ ‘maschio’ ‘smetti’;
- pronuncia sorda dell’affricata dentale: prantso invece di prandzo.
Alcuni fenomeni appartengono sia alla varietà mediana che a quella toscana:
- vocalismo tonico a sette vocali;
- inserimento della vocale epitetica in parole che terminano in consonante;
- pronuncia fricativa delle affricate palatali;
- pronuncia affricata della sibilante dopo n, r, l: prantso.
Altri tratti sono in comune alla varietà meridionale:
- allungamento consonanti ‘b’ e ‘dʒ’;
- rafforzamento fonosintattico di consonante in posizione iniziale di parola;
- realizzazione sempre sorda della sibilante ‘rosa’;
- apocope di nomi personali, usati come appellativi ‘dottò’ ‘Albe’ ‘Anto’.
Morfosintassi
Tratto tipicamente della varietà mediana è il suffisso –aro, che indica mestieri, attività
e qualità: benzinaro, palazzinaro, borgataro, pallonaro, pataccaro.
Altri tratti sono:
- uso del che enfatico in frasi interrogative;
- uso di ‘a’ per ‘in’ come complemento di stato in luogo;
- uso di ‘da’ dopo il verbo dovere.
Fenomeni comuni in tutta l’area meridionale sono:
- aggettivo possessivo dopo il nome a cui si riferisce: la paura mia;
- uso di mia, tua, sua, dopo sostantivi maschili plurali: sono fatti tua!;
- uso dell’oggetto preposizionale’, aggiunta di preposizione dopo verbo transitivo:
ho chiamato a tua sorella;
- resa dell’aspetto durativo del verbo con costrutti particolari: stai ancora a
scrivere? ‘stai ancora scrivendo?’;
- uso della costruzione che+verbo+ a fare ‘che ridi a fare?’ significa ‘perché ridi?’.
L’italiano regionale meridionale
Comprende come centri egemoni Napoli e Bari, ma anche la sottovarietà meridionale
estrema.
Fonetica:
- frequente passaggio delle vocali atone ‘e’ ed ‘o’ a indistinta;
- realizzazione dei dittonghi ‘je’ e ‘wo’ come se fossero ‘ie’ e ‘uo’ con accento su i ed u;
- inserimento della semivocale ‘j’ dopo le consonanti palatali ‘scienza’ ‘cieco’;
- palatizzazione di a tonica in sillaba libera: Bæri, mære;
- realizzazione sonora delle affricate sorde ‘ts’ e ‘tʃ’, soprattutto dopo ‘l’: aldza,
candzone;
- la realizzazione sonora delle occlusive sorde dopo nasale ‘kambo’ ‘kwando’;
- palatizzazione delle sibilanti davanti a consonante ‘aʃpetto’ ‘maʃkio’;
- realizzazione mediante consonante retroflessa dei gruppi consonantici ‘tr’ ‘str’ ‘dr’;
- realizzazione lunga della vibrante in posizione iniziale ‘rrana’;
- realizzazione aspirata delle occlusive sorde quando sono precedute da nasale o sono
lunghe: anthiko, ap:hena, tut:ho (Salento).
Morfosintassi
- impiego transitivo di molto verbi intransitivi: entrare, uscire, salire, scendere:
devo salire la spesa;
- uso del participio passato in dipendenza dei verba voluntatis: vorrei spiegata
meglio la lezione;
- uso dell’imperfetto congiuntivo al posto del presente: mi facesse il piacere!;
- uso della preposizione ‘senza’ con valore di negazione: ho lasciato il letto senza
fatto;
- uso del congiuntivo e condizionale in modo diverso dallo standard: se direi farei,
se direi facesse, se dicessi facessi, forma corretta ‘se dicessi, farei’;
- uso del Voi come pronome di cortesia.
L’italiano regionale sardo
Fonetica:
Caratteri distintivi del sardo sono gli allungamenti consonantici:
- consonanti occlusive sorde dopo vocale tonica;
- consonanti occlusive sonore, e la ‘z’ quando sono iniziali di sillaba tonica: ‘la
b:arka’, ‘ko’z:ì’;
- consonanti palatali ‘tʃ’ e ‘ dʒ’ dopo vocale tonica: amicci e randaggi;
- vibrante in posizione iniziale ‘la rroccia’;
- fricative labiodentali ‘f’ e ‘v’: affoso e ‘avvevva’.
Morfosintassi:
- verbo in posizione finale di frase ‘la mamma hai chiamato?’;
- gerundio si costruisce col verbo essere: sono mangiando;
- quando l’infinito ha valore di participio presente è sostituito dal gerundio: l’ho
visto correndo;
- stare + gerundio, non ha il valore standard, ma significa ‘sto per fare’.
4.L’italiano attraverso la società
La variazione diastratica è legata ai diversi strati sociali a cui appartengono i parlanti,
e in base al loro grado d’istruzione, la professione, l’età e il sesso. Se consideriamo la
lingua in base all’istruzione a un estremo troveremo l’italiano colto e all’altro l’italiano
popolare. Il parlante con un livello di istruzione superiore utilizzerà le varietà alte.
Anche se molti parlanti colti continuano ad utilizzare in situazioni formali pronunce
marcatamente regionali e tratti morfo-sintattici che risentono del dialetto.
L’italiano colto, parlato e scritto dalle persone che hanno un’istruzione medio-alto, è
stato identificato come italiano standard. Quando subisce interferenze della fonetica
regionale viene definito ‘italiano colto medio’.
Si definisce italiano popolare quell’insieme di usi frequentemente ricorrenti nel parlare
e nello scrivere di persone non istruite e che nella vita quotidiano utilizzano il dialetto,
caratterizzato da numerose devianze rispetto all’italiano normativo.
L’italiano popolare non deve essere confuso con l’italiano sub-standard, anche se
hanno tratti in comune.
I testi orali dell’italiano popolare sono caratterizzati da false partenze, cambi di
progettazione, pause, riformulazioni, correzioni, ripetizioni, passaggio dal
discorso diretto a quello indiretto, usi non-standard di congiuntivo e
condizionale. Caratterizzato da anacoluti e topicalizzazioni.
Morfosintassi:
- concordanza a senso;
- ridondanza pronominale;
- sostituzione di ‘ci’ con ‘si’;
- ‘ci’ utilizzato per dativo femminile e maschile al posto di ‘le’ e ‘gli’;
- Scambio di preposizione: vengo a pomeriggio;
- Semplificazione verbale: potiamo, dicete, facete;
- Semplificazioni nominali, camione;
- Uso dell’aggettivo al posto dell’avverbio: mi fa male uguale;
- Estensione di articoli un, il, i davanti a z ed s preconsonantica;
- Che ridondante, mentre che, quando che;
- Comparativi e superlativi di aggettivi e avverbi irregolari: è più migliore;
- Metaplasmi di genere: il febbro per ‘la flebo’, la diabete per ‘il diabete;
- Malaproprismi: tic – ticket, decenza – degenza, ecologia – ecografia,
cefalogramma – encefalogramma.
Lessico:
Il lessico ha per lo più termini generici, con uso di suffissi e prefissi, ma anche di
denominali a suffisso zero (la giustifica, la spiega). Le parole difficili vengono
semplificate (malapropismi): comprative per cooperativa; frequente è l’uso di
regionalismo (mi fa male la mola).
Fonologia
I testi prodotti in italiano presentano accettazioni non normative, vocali epitetiche
all’interno di gruppi consonantici difficili (pissicologo, arittimetica). Ma i tratti che
caratterizzano la fonetica sono le pronunce regionali marcate verso il basso.
Gerghi
Un’altra varietà di lingua legata alla stratificazione sociale è il gergo. Si basa su
“trasformazioni convenzionali delle parole di una lingua, o di uno o più dialetti, con
inserzioni di elementi lessicali esotici o di un nuovo conio” ed è utilizzato da chi
appartiene a determinati gruppi sociali con lo scopo di “garantire l’identità di gruppo e
non farsi intendere da coloro che sono estranei”. Sono nati nel medioevo da
mendicanti e vagabondi, il termine deriva dal francese ‘jergon’ che significa cinguettio,
passo poi a significare “lingua dei malfattori”. Ha finalità criptolalica. Il gergo non è
una lingua oscura, bensì una lingua diversa, usata da chi sta ai margini della società
per distinguersi dagli altri.
Caratteristiche linguistiche:
- Registra prestiti da altre lingue;
- Il pronome personale viene espresso con l’aggettivo possessivo, una parola
vuota e il verbo alla terza persona “ul me vel”;
- Costruzione della negazione con bus, buschia: ‘impeltre bos’ non capisco;
- Negazione realizzata con parole di vario conio inizianti con n- : nisba, nicolò,
nieti;
- L’affermazione si realizza con parole che iniziano con s- : sibo, siena, sedeci;
- Uso dei suffissi: -oso, -engo, -ardo, -aldo, -one;
- Desuffissazione: pula e caramba;
- Metatesi, inversione di suoni all’interno di una parola ‘antefo’ invece di ‘fante’.
Per la fonetica:
- Inserimento di r o l, epentesi liquida;
- Scambio di velari k e g, con t, p, b, o f;
- Scambio di vocali da i /u o da i/a, apofonia.
Varietà giovanili
Il linguaggio dei giovani non ha finalità criptolalica ma ha: finalità ludiche,
rafforzamento della coesione del gruppo e contrapposizione ad altri gruppi. Viene
definito gergo transitorio perché parlato solo in determinate fasce d’età.
Il lessico presenta sei componenti:
1) Una base di italiano colloquiale informale;
2) Uno strato dialettale;
3) Uno strato gergale ‘tradizionale’;
4) Uno strato gergale ‘innovativo’;
5) Uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dai mass-media;
6) Uno strato proveniente da lingue straniere.
- Italiano colloquiale: goduria, palla, casino;
- dialetto: forme anche non locali: capa, minchia;
- lessico di gen.precedenti: ganzo, ciulare;
- lessico proveniente dalla caserma: cazziare, bigiare;
- tv: silenzio! Parla Agnesi!;
- termini stranieri: baggy, rocker.
- Abbreviazioni: la prof, tranqui, para, over;
- Disfemismi e metafore.
Certe sue forme entrano nel linguaggio dell’italiano medio parlato. Espressioni
come fuori di testa “to be out”, ‘sgamare’, ‘paraculo’.
Il linguaggio dei giovani in alcuni casi rinforza le tendenze dell’italiano
contemporaneo (figata, cagata); accelera il processo di accettazione di termini
stranieri. Entrano nell’utilizzo usi come: il niente utilizzato con funzione riempitiva e
conclusiva, i costrutti ‘non è che’, allocutivo ‘tu’.
Lingua e genere
Nella variazione linguistica un altro fattore è il sesso, o genere. Nel 1975 anno di
pubblicazione di Language and Woman’s Place di Robin Lakoff si giunge ad alcune
conclusioni delle donne americane appartenenti alla middle-classe, le quali
dovevano evitare l’utilizzo di parole tabù. Questo perché le donne non devono
utilizzare espressioni forti in una società dominata da maschi. Giovanni Tropea
trovò una diversa pronuncia nel dialetto locale rispetto agli uomini, questo perché
le donne avevano meno occasione di relazionarsi con l’ambiente esterno e perciò
mantenevano caratteri conservativi. Le donne proprio perché dovevano educare i
figli utilizzavano la varietà di prestigio, il comportamento linguistico dipende del
ruolo della donna nella comunità. Le donne erano più propense ad utilizzare lo
standard per tre motivi:
1) Motivo di prestigio, parlano l’italiano con pe
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