Pistone Carlotta Flora matr. 352971
Appunti-parte 2 (24 novembre)
Capitolo 3
Frank Lloyd Wright e il mito della prateria (1890–1916)
Durante gli anni di formazione nello studio Adler & Sullivan, Wright percepisce il paesaggio industriale
di Chicago come qualcosa di quasi mitico: un luogo dove tecnica moderna e immaginazione esotica
si intrecciavano. Da qui nasce la sua idea guida: trasformare la tecnica industriale attraverso l’arte.
Tuttavia, a fine Ottocento, Wright non aveva ancora una direzione chiara: oscillava, come Richardson
e Sullivan, tra attrazione per l’ordine classico e interesse per forme asimmetriche e più vitali.
Richardson aveva introdotto l’alternanza fra case private asimmetriche e edifici pubblici più compatti
e simmetrici, portando nel Nuovo Mondo una monumentalità continua. Anche Sullivan si confrontava
con questo problema: come conciliare monumentalità e vita quotidiana? La risposta provvisoria fu
una sorta di dualismo stilistico: classicità e pietra per la città, gotico e legno per la campagna. Wright,
che progettava gran parte delle residenze dello studio, applicò questo principio nella propria casa a
Oak Park (1889) e nella Charnley House (1892) in centro Chicago.
Le prime case di Wright derivavano in parte dalla tradizione cruciforme di Bruce Price, ma soprattutto
cercavano un linguaggio nuovo, non gravato dal romanico “cattolico” di Richardson. Wright e
Sullivan trovarono in Owen Jones e nella Grammar of Ornament un repertorio alternativo di motivi
esotici (islamici, egizi, cinesi, celtici) che avrebbero alimentato la loro ricerca di un’espressività adatta
al Nuovo Mondo. Questo spiega sia i motivi islamici di Sullivan sia gli elementi quasi “fantascientifici”
del decorò dello studio di Wright a Oak Park.
La Winslow House (1893) rappresenta per Wright una fase di transizione: doppia facciata (simmetrica
sul fronte, asimmetrica sul giardino), finestre miste tra scorrevoli e a battenti, tetto basso “da prateria”
e decori sullivaniani. Il caminetto, sempre più centrale, introduce l’influenza decisiva dell’architettura
giapponese, apprezzata da Wright fin dalla presenza del Tempio Ho-o-den all’Esposizione
Colombiana del 1893. Concetti come il tokonoma, la centralità rituale del focolare, le superfici
naturali, gli ambienti fluidi separati da schermi, l’uso di gronde aggettanti e la ricerca di una luce
controllata diventano strumenti strutturali della sua architettura.
Negli anni successivi Wright continua a sperimentare linguaggi diversi: edifici pubblici ancora in parte
italianeggianti, case sempre più orizzontali e asimmetriche, con tetti piatti e piante allungate. La
svolta teorica arriva nel 1901 con la conferenza The Art and Craft of the Machine: Wright sostiene che
la macchina, usata secondo le sue “leggi”, può purificare l’architettura e diventare strumento di
idealità, non di deumanizzazione. Questa spiritualizzazione della tecnica era accompagnata dal
lavoro dello scultore Richard Bock, che forniva un repertorio simbolico sempre più astratto e legato al
nascente Prairie Style.
Il Prairie Style si consolida nelle case progettate per il Ladies’ Home Journal (1900–1901): piani terra
aperti, tetti bassi e orizzontali, muri perimetrali contenuti, camini verticali che contrastano con il
profilo orizzontale della casa. Wright esita ancora tra strutture dense alla Richardson (come la
Heurtley House) e modelli più leggeri, quasi giapponesi (Hickox House), ma presto raggiunge una
fusione più stabile.
Il periodo maturo si apre quando Wright lavora per Darwin D. Martin a Buffalo. Nascono la Martin
House (1904), il Larkin Building (1904) e lo Unity Temple (1906). In tutti si ritrova un sistema
architettonico coerente: piante modulari a “tartan”, spazi centrali illuminati dall’alto, gallerie
perimetrali, articolazioni simmetriche nelle chiese e asimmetriche negli uffici. Il Larkin Building
introduce innovazioni ambientali straordinarie, come uno dei primi sistemi integrati di aria
condizionata. L’ideale unitariano di Wright emerge nel tentativo di trasformare casa, luogo di lavoro e
luogo di culto in parti di un unico ambiente morale e sociale, fino alla retorica idealista dei rilievi di
Bock e alla cura ossessiva dei dettagli d’arredo.
Attorno a Wright si forma un atelier completo di tecnici e artigiani (da Paul Mueller a Niedecken, da
Giannini a Iannelli) che concretizza il suo ideale di Gesamtkunstwerk, “opera d’arte totale”. Lo stile
della prateria assume allora due possibili direzioni: una più pittoresca e asimmetrica (Avery Coonley
House, 1908) e una più compatta e architettonica, culminante nella Robie House (1908–1909). La
Hardy House (1905) è invece la più pura formulazione della casa simmetrica di Wright.
I Midway Gardens (1914) rappresentano l’ultima grande opera del gruppo di Chicago: un complesso
per il tempo libero, ispirato alle birrerie-giardino tedesche, organizzato in terrazze digradanti e
decorazioni astratte di grande fantasia, un tentativo di creare una vera cultura popolare moderna.
Questo ciclo si chiude con l’Imperial Hotel di Tokyo (1916–1922), una sorta di ampliamento
monumentale dei Midway Gardens, con riferimenti alla tradizione muraria giapponese e motivi
precolombiani reinterpretati in pietra Oya. L’hotel rimase celebre anche per la sua sopravvivenza al
terremoto del 1922, merito in gran parte dell’ingegnere Mueller. Sullivan, prima di morire, ne lodò la
forza spirituale, vedendovi un contributo autentico alla cultura giapponese.
iii
iniqui
ie.it nnnnnn.li
it
ttiiieiiieiiinin
1
E b.EE Eigt
Capitolo 7
Antonio Sant’Elia e il Futurismo (1909–1914)
Il Futurismo nasce in un clima di retorica incendiaria: Marinetti, nel manifesto del 1909 pubblicato su
Le Figaro, celebra una notte milanese fatta di tram sfolgoranti, officine, automobili che ruggiscono
sotto le finestre. La celebre corsa in macchina e il successivo ribaltamento nel fossato diventano una
sorta di “battesimo” simbolico: la melma d’officina come latte materno, la sporcizia come energia
rigeneratrice. È da questo clima eccessivo, misto di vitalismo e iconoclastia, che nasce il programma
in undici punti del Manifesto del Futurismo: culto della velocità meccanica, del rischio, dell’energia
moderna, esaltazione della guerra, rifiuto totale delle accademie. L’architettura appare nell’ultimo
punto, tra folle in movimento, ponti tensi e centrali elettriche illuminate: una visione celebrativa
dell’industrializzazione, simile alla simultaneità dei cubisti e intrisa di dannunzianesimo.
Nel 1909 il Futurismo è ancora “un impulso più che uno stile”, e infatti non esiste ancora un
linguaggio architettonico futurista definito. L’opposizione simultanea alla Secessione e al ritorno al
classicismo lascia campo aperto a sviluppi incerti. A fare da ponte verso l’architettura è soprattutto
Umberto Boccioni, che nel 1910–13 estende l’offensiva futurista alle arti plastiche. Nei suoi manifesti
egli critica duramente il “goticume grecizzante” delle architetture germaniche e definisce superato
l’approccio della Secessione; propone invece un’estetica plastica dinamica, spiraliforme, costruita
non sul corpo ma sull’azione del corpo nello spazio. In scultura invita all’uso di materiali eterogenei
(vetro, celluloide, metallo, luci elettriche) alla fusione tra oggetto e ambiente. Paradossalmente,
queste idee influenzeranno più il Costruttivismo russo che l’architettura futurista italiana.
A fornire un vero quadro concettuale a un’architettura futurista sono due testi: il Manifesto tecnico
della scultura (Boccioni, 1912) e La Splendeur géométrique et mécanique (Marinetti, 1914). Marinetti
celebra qui la centrale elettrica come cattedrale moderna, un condensato di forze naturali e
tecnologiche. E proprio questo immaginario trova un equivalente diretto nelle opere del giovane
Antonio Sant’Elia, che però, prima del 1912, appartiene ancora allo “Stile floreale” italiano, la
declinazione nazionale della Secessione. Milano aveva sviluppato un liberty eccentrico e aggressivo,
soprattutto grazie a Giuseppe Sommaruga, che influenzò profondamente Sant’Elia. Nel dinamismo
architettonico del padiglione di Campo dei Fiori o nel Mausoleo Faccanoni si trovano già molte delle
idee che Sant’Elia riutilizzerà nei suoi progetti.
Formatosi come capomastro a Como, poi tecnicamente attivo a Milano, Sant’Elia si avvicina alla
cerchia di artisti di Nuove Tendenze. Nel 1912 lavora a un cimitero a Monza, nel 1914 presenta i
disegni della Città Nuova: prospettive spettacolari di centrali elettriche, viadotti, ascensori esterni,
snodi di traffico multilivello. Il contatto con Marinetti avviene probabilmente poco prima della stesura
del Messaggio del 1914, firmato da Sant’Elia ma quasi certamente influenzato da Nebbia e
dall’ambiente futurista.
Il Messaggio è il primo vero testo di architettura futurista: rifiuta lo “stile” come rimaneggiamento
decorativo e chiede di creare la casa moderna da zero, con scienza e tecnica. L’architettura deve
rispecchiare la vita dinamica della metropoli contemporanea: niente più cattedrali, palazzi stabili,
monumenti; servono stazioni, alberghi, mercati coperti, ponti, grandi infrastrutture. Sant’Elia
immagina una città stratificata in più livelli di traffico, con ascensori che corrono sulle facciate e scale
abolite. La casa moderna deve essere una “macchina gigantesca”, in cemento, vetro e ferro, priva di
pittura e scultura, bella solo nella sua nuda funzionalità. Le strade diventano canyon profondi, come
abissi in cui scorrono diversi piani di movimento, collegati da passerelle metalliche e tapis roulants.
Queste visioni ricordano precedenti narrativi come Paris, l’an 2000 di Antoine Moilin, e riflettono
l’immaginario espositivo di Nuove Tendenze (“Milano l’anno 2000”). Eppure gli schizzi di Sant’Elia
non seguono del tutto la radicalità del suo testo: appaiono ancora immagini monumentali,
simmetriche, massicce, più vicine agli ascensori di Sommaruga e alla monumentalità liberty che alla
fluidità dinamica del Messaggio. È ironico che proprio lui, teorico dell’abolizione del monumento,
abbia poi ispirato un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale (1933) progettato da Terragni.
Il Manifesto ufficiale dell’architettura futurista (luglio 1914), probabilmente redatto da Marinetti, ripete
quasi integralmente il Messaggio ma aggiunge una retorica più aggressiva: le case devono durare
meno degli uomini, ogni generazione deve costruire la propria città. Sant’Elia, ormai dentro il
movimento, firma nel 1915 il manifesto politico Orgoglio italiano con Marinetti, Boccioni, Piatti e
Russolo. Si arruola volontario e muore al fronte nel 1916; due mesi prima era morto anche Boccioni.
Con loro finisce la fase più fertile del Futurismo, soffocata dalla guerra che aveva esaltato.
Nel dopoguerra restano solo gli epigoni, dominati ancora dalla figura di Marinetti, che nel 1931 arriva
persino a teorizzare una “arte sacra futurista”, tra lampadine elettriche nelle chiese e inferni pittorici
ispirati ai campi di battaglia: segno della decadenza del movimento. Saranno invece i Costruttivisti
russi a raccogliere l’eredità modernista più radicale del Futurismo. Solo più tardi, negli anni Venti e
Trenta, il Razionalismo italiano tornerà su Sant’Elia, ma filtrando le sue immagini attraverso la
tradizione classica nazionale. 1 I
ttii.ie
I iiiiiitiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiteeeeeeeeeteejiesiliijjiejiettieeetie
Capitolo 10
Tony Garnier e la Cité industrielle (1899-1921)
La Cité industrielle di Tony Garnier nasce da un’idea estremamente precisa: una città moderna
fondata su criteri tecnici, economici e sociali, localizzata nel sud-est della Francia e costruita con i
materiali tipici della regione. Garnier immagina la città in un territorio montuoso, dove la forza del
torrente sbarrato da una diga diventa la principale risorsa energetica, capace di alimentare fabbriche,
infrastrutture e l’intero abitato tramite una centrale idroelettrica. Le funzioni principali sono separate
con grande chiarezza: l’industria nella pianura, la città su un pianoro più elevato, e ancora più in alto
gli ospedali, tutti orientati a mezzogiorno e protetti dai venti. Ogni settore resta autonomo e
ampliabile.
Nella prefazione del 1917, Garnier afferma che per soddisfare i bisogni materiali e morali degli abitanti
occorre introdurre nuovi regolamenti sulle strade, sull’igiene, sui servizi immaginando però un
progresso sociale ancora lontano. Suppone che la collettività possieda il suolo e gestisca
direttamente acqua, alimenti e medicinali: una premessa decisamente socialista.
Questa lucidità riflette il carattere dell’autore. Nato nel 1869 in un quartiere operaio e legato tutta la
vita al socialismo, Garnier si forma e lavora in un contesto che ne amplifica le idee: la Lione della fine
Ottocento, città industriale in forte crescita tecnologica (fotografia, cinema, idroelettrico, automobili,
aerei) ma anche centro di riformismo urbano e servizi pubblici avanzati. È in questo ambiente che la
Cité industrielle trova terreno fertile: una città del futuro fondata sull’industria moderna.
Nel progetto di Garnier pesa anche il regionalismo lionese: la cultura locale, la storia medievale e il
legame con il territorio. Per questo include nei confini della Cité una piccola città storica preesistente,
collegata alla nuova stazione ferroviaria. Il rapporto con Lione è continuo: strade regolamentate,
igienizzazione delle aree degradate, sviluppo di scuole, bagni pubblici e ospedali formano il retroterra
reale di un progetto urbano utopico ma radicato.
Sul piano formativo, Garnier studia prima ai Beaux-Arts di Lione, poi a Parigi, dove assorbe
l’insegnamento di Julien Guadet: analisi rigorosa, tipologie edilizie, combinazione razionale degli
elementi, sull’esempio di Durand. Questo approccio tipologico influenzerà sia Garnier sia Perret
anche se le loro carriere divergono fortemente. Garnier vince il Prix de Rome nel 1899 e soggiorna a
Villa Medici, dove continua a lavorare alla sua città ideale, nonostante l’opposizione dell’Accademia.
Il clima politico parigino degli anni Novanta dell’Ottocento (Jaurès, l’affaire Dreyfus, Zola e il suo
socialismo utopico) segna profondamente Garnier. I romanzi Fécondité e Travail offrono scenari di
società nuove, cooperazione industriale e pace internazionale: elementi che emergono chiaramente
nei primi schizzi della Cité industrielle (1899). A Roma, Garnier elabora anche un’imponente
ricostruzione della città di Tuscolo, che presenta poi insieme alla prima versione della Cité nel 1904,
anno del suo ritorno a Lione.
La Cité di Garnier, pensata per 35.000 abitanti, anticipa la futura zonizzazione funzionale del
movimento moderno e della Carta di Atene: residenze, industria, servizi, scuole e attrezzature
collettive organizzati in zone distinte ma integrate. La città è socialista: niente proprietà privata, niente
esercito, polizia o tribunali; ampi parchi pubblici; tipologie residenziali varie ma sempre luminose,
ventilate e immerse nel verde; strade gerarchiche e alberate; scuole distribuite nei quartieri; istituti
tecnici collocati fra città e industria. Nel 1932 introduce anche settori residenziali più densi. Verso il
centro civico, Garnier immagina un grande complesso pubblico, in parte ispirato ai progetti
dell’amico Léon Jaussely: una losanga di spazi per assemblee, musei, biblioteche, teatri, piscine e
sale per convegni, tutti unificati da un peristilio in calcestruzzo armato. Il simbolismo è esplicito: un
“orologio a 24 ore”, rilievi che richiamano Courbet, citazioni di Zola e una celebrazione socialista della
produzione e dell’abbondanza in un paesaggio quasi arcadico.
Anche l’immagine complessiva della Cité è duplice: da un lato costruzioni modernissime in cemento
armato e acciaio, con campate industriali che ricordano la Galerie des Machines del 1889; dall’altro
un mondo mediterraneo idealizzato, con case semplici senza ornamenti e impianti attorno a corti,
come in un’Arcadia laica. Garnier immagina una città razionale ma anche pacificata, immersa in un
paesaggio luminoso.
Pur influenzato da urbanisti come Jaussely e Hénard, Garnier crea uno dei progetti più completi della
storia urbana moderna: dalla scala territoriale a quella edilizia, tutto è definito con precisione.
Nessuno, dopo Ledoux e la città ideale di Chaux, aveva prodotto un modello così elaborato.
Pubblicata nel 1917, la Cité influence Le Corbusier, che ne riprende materiali e schemi in L’Esprit
Nouveau, ma il suo impatto resta limitato: diversamente dalla garden city di Howard, la città di
Garnier non viene mai realizzata come prototipo e non diventa un modello pratico.
I due modelli sono agli antipodi: la Cité è espandibile, autosufficiente, basata sull’industria pesante; la
garden city è limitata, rurale, basata su piccole produzioni. Tuttavia la Cité influenzerà la
pianificazione sovietica degli anni Venti, mentre il modello di Howard genererà le new towns inglesi
del dopoguerra.
Il pensiero urbanistico di Garnier continua poi a manifestarsi nei Grands travaux de la ville de Lyon
(1920), nel Macello (1906–1932), nell’Ospedale Grande Blanche (1903–1930) e nel quartiere Etats-
Unis (1924–1935): vere “città in miniatura” che affermano la centralità civile della città, molto più della
garden city anglosassone. ii
iii
Ittiilitti Iii
iii
itiiiitiI
eie
ittite.ie.ee mai I 1
Capitolo 13
La Catena di Vetro: l'architettura espressionista in Europa 1910-1925
L’idea dell’architettura di vetro nasce dalle visioni utopiche di Paul Scheerbart, che nel 1914
immaginava una cultura nuova e più elevata resa possibile da edifici trasparenti, capaci di lasciar
entrare luce solare, lunare e stellare attraverso pareti interamente vetrate. Questa sensibilità idealista
e “liberatrice” si collegava alle prime tendenze protoespressioniste emerse a Monaco nel 1909 con la
Neue Künstler Vereinigung di Kandinskij e trovò sostegno nelle riviste controculturali berlinesi Der
Sturm e Die Aktion, opposte alla cultura più regolata e borghese del Deutsche Werkbund. Già nel
1907 Scheerbart aveva delineato una visione fantascientifica e utopica in contrasto sia con il
riformismo borghese sia con la cultura industriale dello Stato.
La grande frattura interna al Werkbund esplose nell’Expo di Colonia del 1914, dove convivettero la
Festhalle neoclassica di Behrens e il teatro organico di van de Velde. Questa contrapposizione, tra
accettazione della forma normativa (Typisierung) e volontà creativa individuale (Kunstwollen), si
ritrovò anche tra l’approccio razionale della fabbrica modello di Gropius e Meyer e la fantasia
cristallina del Padiglione di Vetro di Bruno Taut. Su quest’ultimo erano incisi gli aforismi di
Scheerbart, che esaltavano il vetro come portatore di una nuova epoca e come antidoto alla
“tristezza del mattone”. Taut concepì il suo padiglione come una sorta di cattedrale gotica moderna,
una “Stadtkrone” capace di dare forma architettonica a una rinnovata comunità spirituale e sociale.
Queste idee vennero ampliate da Adolf Behne, che nel 1918 sosteneva che solo un’architettura di
vetro avrebbe potuto produrre una cultura davvero nuova, anche a costo di disturbare la comodità
dei cittadini europei. Subito dopo l’armistizio del 1918, Taut e Behne fondarono l’Arbeitsrat für Kunst,
poi unito al Novembergruppe, con l’obiettivo di unire arte e popolo in un progetto collettivo, in cui le
arti confluissero in una “Cattedrale del Futuro”. Gropius, nella presentazione della mostra degli
“architetti sconosciuti” del 1919, formulò per la prima volta questa idea unitaria, che divenne poi uno
dei principi del Bauhaus.
La repressione politica del 1919 interruppe le attività pubbliche del gruppo, ma il nucleo ideale
sopravvisse nella corrispondenza visionaria di Taut, la Catena di Vetro (Die Gläserne Kette), in cui un
piccolo circolo di architetti (Taut, Gropius, Finsterlin, Max Taut, i fratelli Luckhardt, Scharoun) si
scambiava schizzi e riflessioni utopistiche. Taut e Scharoun insistevano sul ruolo creativo
dell’inconscio; ma già nel 1920 Hans Luckhardt rilevava l’incompatibilità fra la creatività spontanea e i
processi moderni di razionalizzazione e prefabbricazione.
Proprio Taut tentò di mantenere viva la visione di Scheerbart con progetti radicali come Alpine
Architektur, Die Stadtkrone e Die Auflösung der Städte (1920), che proponeva la dispersione delle
città e nuove comunità agricole e artigiane organizzate intorno a templi in vetro. Queste comunità,
però, con la loro struttura tripartita e gerarchica, rivelavano un’ambigua somiglianza con ideologie
autoritarie che sarebbero presto emerse in Germania. Divenuto architetto capo a Magdeburgo nel
1921, Taut tentò di realizzare la sua Stadtkrone in forma di sala municipale, ma ben presto la dura
realtà economica della Repubblica di Weimar lo spinse verso progetti più pragmatici, come abitazioni
a basso costo.
Curiosamente, fu Hans Poelzig a realizzare l’immagine più vicina alla “corona di cristallo” con il suo
immenso teatro per Max Reinhardt a Berlino (1919), un interno a stalattiti scintillanti che dissolvono lo
spazio. Poelzig, già autore di opere anticipatrici (come la torre dell’acqua di Posen), tornò nel
dopoguerra a sostenere il principio del Kunstwollen, elaborando forme monumentali e stratificate che
richiamavano la Stadtkrone.
A sua volta, Mendelsohn elaborò una personale versione della città-cristallo nella Torre Einstein
(1917–21), che fondeva forme plastiche e profilo organico. Una volta completato il progetto, visitò
l’Olanda e confrontò le loro tendenze espressioniste e razional
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Consegna appunti parte tre di Storia dell’architettura contemporanea
-
Consegna appunti A2 Frampton storia dell'architettura (Michela Comba) - parte 2
-
Diritto processuale civile - l'esecuzione per consegna o rilascio
-
Consegna esame Disegno