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Tesina - teoria e metodo dei mass media Appunti scolastici Premium

Teoria e metodo dei mass media, tesina. L'uomo e la cessione delle sue facoltà, da Ong a Turkle passando per il dispositivo di Agamben elaborata dal publisher sulla base di appunti personali e frequenza delle lezioni della professoressa Galati. Scarica il file con le esercitazioni in formato PDF!

Esame di Teoria e metodo dei mass media docente Prof. G. Galati

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accettare un robot, che sa fare solo quello, ma lo sa fare bene? E se

poi il robot simulasse una sorta di accudimento nei nostri confronti, di

affetto, di ascolto? Ci stiamo muovendo da una definizione di

‘macchina’ a una, più umanizzante, di ‘creatura’. Stiamo cedendo la

nostra affettività alle macchine? La risposta sta nella definizione

stessa di tecnologia: la tecnologia ci fa risparmiare tempo. Tempo che

però occupiamo sempre intrappolati in essa. Tempo tolto alla

relazione, all’attesa, all’impegno che richiede una relazione umana. I

bambini che si chiedono se i robot sociali saranno parte della loro vita

perché non ci sono persone disponibili per quelle mansioni, sono un

esempio di quanto ci stiamo sempre di più abituando alla tecnologia

come non più solo a una protesi di noi stessi ma come un valido

sostituto. Stiamo relegando le fasce di popolazione che consideriamo

‘un peso’ alle macchine perché altre macchine ci rubano il tempo per

prendercene cura.

Per avvicinarci sempre di più a queste macchine consideriamo la

mente come una macchina modificabile con la bioingegneria.

Cerchiamo di creare punti in comune. Stiamo umanizzando la

tecnologia o de-umanizzando noi stessi? Quello che viene chiamato il

‘momento robotico’ viene dato in egual parte dall’avanzamento

tecnologico e dalla nostra apertura, o fiducia, nei confronti della

tecnologia. Siamo disposti a cedere il nostro bisogno di empatia in

cambio di funzionalità? Siamo di fronte a una rivalutazione del

concetto di ‘tu’, che si allarga sempre più per far entrare anche le

macchine. Ritornando a Platone, tutto ciò che inganna sembra

sprigionare una malia. Il momento robotico implica la ridiscussione

di alcuni concetti, come quello di vita, di intelligenza, di affetto. A

quante delle facoltà prettamente umane siamo disposti a rinunciare

per aumentare l’efficienza di un contesto famigliare, o di cura, o

lavorativo? Qui gli esempi come il Furby, o il Paro si offrono di darci

un senso di impegno nei loro confronti, amiamo ciò che accudiamo,

così ci sentiamo legati alle macchine in un modo quasi umano,

considerandoli capaci di emozioni poniamo noi stessi nelle condizioni

di prenderci cura di loro. È un’altra faccia dell’abbandono? È

abbastanza la simulazione di un sentimento, invece del sentimento

stesso?

I nostri standard e le nostre esigenze stanno drasticamente cambiando.

L’avvento dei social network ha ridefinito drammaticamente il nostro

concetto di relazione. Abbiamo la possibilità di comunicare con

persone dall’altra parte del globo, ma non siamo mai presenti con le

persone che ci circondano. Siamo proiettati sempre verso altro, e

questo ci impedisce di vivere pienamente il presente ‘qui’. Abbiamo

la possibilità di usare i social network come un terreno su cui

sperimentare senza conseguenze, ma ormai la vita online è parte della

vita offline. Non riusciamo più a scinderla, i nostri avatar ci

influenzano, le conseguenze si riflettono anche offline. Siamo più

deboli della forza di attrazione della tecnologia. Usiamo i social, da

Second Life a Facebook a PostSecret, per stringere legami con

persone parziali, persone pausabili, identità probabilmente fittizie,

confezionate su misura sul web. Ci siamo abituati a questo tanto da

sentire il rapporto reale come un’invasione non necessaria, una

telefonata, attraversare il pianerottolo, perché l’online ci dà la

possibilità di rivedere, correggere, ponderare qualsiasi nostra

comunicazione, di rimodellarci e reinventarci per ogni avatar che

creiamo. Ci abituiamo a ottenere di meno. Come coi robot, non ci

aspettiamo che l’altro sia vero, sincero, ci accontentiamo che lo

sembri, che dimostri un coinvolgimento sufficiente a farci sentire a

nostro agio.

Pubblico e privato sono concetti ormai obsoleti, oggi tutto è

potenzialmente pubblico. Cos’è privato quando qualsiasi cosa viene

condivisa? Sappiamo che tutto quello che condividiamo è,

potenzialmente, fruibile da chiunque in qualunque momento. È

davvero il web un terreno di sperimentazioni senza conseguenze se

tutto quello che ho detto, o scritto, rimane per sempre nella memoria

di un server? Memoria orale, memoria scritta, memoria tecnologica.

Non c’è più margine di errore, il che ci porta a proporre una versione

di sé autocorretta. Qui l’autosorveglianza imposta dal web viene

confrontata con una sorta di Panopticon: so che potrei essere

osservato. Non importa se questo qualcuno ci sia. Eden Litt la

definisce un’audience immaginaria, potenziale. Quindi tutto quello

che condividiamo è creato su misura, una versione di noi che non

necessariamente rispecchia quello che siamo. Ma allora, se io posso

fingere di essere qualcosa che non sono, perché non accettare un robot

che può solo fingere, e quindi non finge mai?


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Graphic Design e Art Direction
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliabojjoe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e metodo dei mass media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Nuova Accademia di Belle Arti - NABA o del prof Galati Gabriela.

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