Estratto del documento

1. Eventuali errori dell’elaborato.

2. Che cosa sono le emozioni e in che cosa consistono basicamente? Qual è la sua

funzione? A cosa serve l’attivazione fisiologica? Con il termine “emozione” si fa

riferimento ad un’attivazione fisiologica e all’impulso che la accompagna. Quando un

evento viene registrato come importante, il cervello valuta quanto possa essere pericoloso

o benefico, e sollecita il corpo all’azione. L’emozione è cioè una preparazione all’agire.

Queste alterazioni fisiologiche sono molto adattive, perché mobilitano energie, risorse per

agire in una direzione che potrebbe essere utile per la persona. La sensazione e l’impulso

evolvono poi in un vissuto che può essere piacevole o spiacevole a seconda dell’evento se

dannoso o benefico. Le emozioni non sono né negative né positive, ma tutte sono

funzionali per la sopravvivenza fisica e fisiologica. Spesso le emozioni sono accompagnate

dall’attività mentale, ma “io sono triste”, non è l’emozione, ma attività simbolica; per questo

è necessario separare le due cose. Inoltre le emozioni vanno distinte anche dalle azioni,

non posso giustificare la mia azione dicendo “l’ho fatto perché ero arrabbiato” l’emozione

della rabbia spinge ad agire in una certa direzione, ma l’azione è volontaria e l’individuo

può scegliere di non seguirla e agire in modo contrario.

3. Che cosa è il condizionamento classico? Il condizionamento classico è il processo con

cui uno stimolo inizialmente neutro si associa a uno stimolo incondizionato capace da solo

di elicitare una risposta incondizionata. A seguito di ciò, lo stimolo neutro diventerà

condizionato e quindi capace di elicitare una risposta condizionata anche senza un’altra

associazione con quello incondizionato.

4. A cosa fa riferimento la validità dei sistemi di classificazione per esempio la validità

di costrutto: ci permette di predire tre cose, 1. Come andranno le cose (prognosi), 2. Quali

sono disfunzionalità più importanti, 3. Risposta al trattamento (utilità clinica)

5. Qual è l’utilità clinica del DSM? Quanto serve la diagnosi per scegliere il

trattamento? L’utilità clinica di un sistema di classificazione significa quanto riesce una

diagnosi a spiegare il perché è insorto il problema (legarsi a un’eziologia) e come provare a

risolverlo (trattamento). Un’unità funzionale di un sistema di classificazione dovrebbe

includere questi elementi collegati tra di loro: i fenomeni problematici dovrebbero essere

vincolati a processi eziologici che garantiscono di disegnare trattamenti efficaci. Il DSM è

un sistema di classificazione di scarsa utilità clinica, ed il problema non è l’orientamento

categoriale ma l’orientamento apparentemente a-teorico: siamo di fronte a una

classificazione topografica nonostante sia implicito all’interno il modello medico (nelle

parole usate). Quindi, il DSM non è un metodo utile clinicamente, poiché è fenomenologico

e quindi non utile per arrivare ad eziologie o trattamenti. Un approccio teorico potrebbe

essere un sistema basato su processi funzionali dimostrati per spiegare origine e

mantenimento di un disturbo, e da lì un piano terapeutico.

6. Qual è il fattore fondamentale secondo le teorie cognitivo-comportamentali coinvolto

nell’origine del disturbo da accumulo che ha a che vedere con le capacità

organizzative delle persone? Ci sono dati che suggeriscono che le persone con disturbo

da accumulo hanno dei deficit in determinati processi cognitivi coinvolti nelle capacità

organizzative: 1. Attenzione è difficile mantenere l’attenzione quando svolgono periodi

prolungati di compiti di organizzazione spaziale; 2. Categorizzazione si generano

moltissime categorie il che poi diviene inutile; 3. Presa di decisione fanno sovra analisi

elencando vantaggi e svantaggi, processo inutile e dispendioso.

7. Perché il dismorfismo corporeo si trova all’interno dei disturbi ossessivo compulsivi,

e che caratteristiche ha? Il dismorfismo corporeo si trova all’interno dei disturbi ossessivo

compulsivi a causa della fenomenologia abbastanza simile, si hanno infatti preoccupazioni

per imperfezioni o difetti fisici, immagini anche se quei o quel particolare non è osservabile

o agli altri sembra una cavolata; in secondo luogo mettono in atto delle compulsioni

(comportamenti o azioni mentali in risposta alle preoccupazioni); la differenza con il DOC è

che nel DOC si hanno ossessioni mentre nel dismorfismo corporeo si hanno

preoccupazioni. Le compulsioni hanno la funzione di schiacciare via la preoccupazione

esagerata.

8. Oltre alle capacità organizzative, ci sono altre variabili cognitive coinvolte

nell’origine del disturbo da accumulo secondo i teorici? Le altre variabili cognitive

coinvolte nell’origine del disturbo da accumulo, secondo i teorici, sono credenze

disfunzionali esagerate e rigide che si relazionano con cosa succederebbe se la persona

non avesse gli oggetti, girano intorno al fatto che potrebbero servigli in futuro; questi

pensieri si possono associare alla possibilità di dimenticare eventi importanti della vita. in

alcuni casi c’è un attaccamento emotivo importante tale da vivere l’oggetto come

estensione del sé, e credenze disfunzionali legate alla possibilità di soffrire, danni o eventi

negativi nel caso di perdita dell’oggetto.

9. Differenze tra PTSD e disturbo da stress acuto. Non vi sono differenze nella qualità dei

fenomeni problematici, ma per la diagnosi del disturbo da stress acuto si richiede un minor

numero di sintomi che vengono accorpati in categorie (almeno 9 sintomi, mettendoli tutti

insieme). Inoltre la durata è diversa perché nell’acuto richiede almeno 3 giorni e meno di 1

mese dall’evento.

10. Di cosa si occupa la psicopatologia? Che cosa significano questi termini? La

psicopatologia si occupa di descrivere, classificare e spiegare i disturbi mentali. Questi

termini fanno riferimento: fenomenologia (descrivere) offrire una descrizione chiara dei

fenomeni mentali; tassonomia (classificare) studio sistematico del processo di

classificazione, logica principi e metodi che si usano per costruirne una, classificare è

un’attività cognitiva quotidiana che basicamente consiste nel formare gruppi, con il ciclo

inferenziale, tramite induzione (estrazione di dati ambientali e formalizzazione di una

regola) e deduzione (applicazione delle regole per anticipare gli eventi e pianificare il

comportamento); eziologia (spiegare) perché le persone hanno quel problema, dipende

dal modello teorico in cui ci poniamo, è necessario riflettere sui presupposti di base su cui

poggiano i modelli principali psicologici e immaginare quali potrebbero essere implicazioni

che possono avere le diverse spiegazioni.

11. Quali sono le classificazioni più diffuse? Da chi sono fatte? Che differenze hanno?

Che caratteristiche ci sono tra il DSM I e II e il DSM III in poi. Quali sono i modelli

teorici alla base delle classificazioni I e II? Le classificazioni più diffuse in salute mentale

sono DSM e ICD. La ICD è la Classificazione Internazionale delle Malattie, formata

dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in cui negli anni 40 venne inclusa la sezione

dedicata ai disturbi mentali (costituita da psicosi, disturbi psiconevrotici, disturbi del

carattere dei comportamenti e dell’intelligenza), che però ha avuto scarsa accettazione, e

condivide il principio tassonomico topografico fenomenologico. Il DSM invece è il Manuale

Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, attualmente nella V edizione, sviluppato

dall’Associazione di Psichiatria Americana (APA). Entrambi sono clinici perché costruiti

sull’esperienza/opinione che un gruppo di esperti ha sui fenomeni problematici psicologici.

Mentre il DSM nasce negli anni 50, e nelle sue due prime versioni si divideva in idiozia e

pazzia, poi si passò a 7 categorie, soprattutto dopo aver visualizzato le problematiche

legate agli ex veterani di guerra. Nel DSM-I e II, il principio tassonomico tentava di essere

eziologico cioè faceva riferimento nelle categorie diagnostiche a ipotetici fattori eziologici; le

categorie sono organizzate attorno al concetto di reazione di Meyer, che concepiva i

disturbi mentali come reazioni ai problemi della vita e difficoltà del quotidiano, quindi non

erano considerate come malattie fisiche. Inoltre nel DSM-I è presente anche l’influenza di

Freud, perché la psicanalisi aveva un’importanza fondamentale; quindi i disturbi mentali

erano considerati come reazione ma anche come espressioni simboliche di reazioni

psicologiche a ipotetici conflitti intra-psichici. Nel DSM-II si abbandonò il concetto di Meyer

e presero più importanza i concetti psicanalitici, (es: meccanismi di difesa come elementi di

spiegazione). Alcuni fattori fecero questionare il DSM-I e II, 1. Un paio di procetti di ricerca

(affidabilità inter-giudici dei sistemi – studio pilota internazionale sulla schizofrenia/progetto

diagnostico della Gran Bretagna e USA) che evidenziarono un 50% di probabilità di fare

una diagnosi diversa tra due psicologi/psichiatri diversi. 2. Molti fattori eziologici erano

dubbi di validità empirica; 3. Critiche da avvocati, giudici, assicurazioni, che volevano una

maggiore affidabilità; 4. ICD-9 rischiava di avere un certo rilievo e diventare leader

internazionale. La costruzione del DSM-III fu affidata al movimento neokraepeliniano,

che si differenziava da autori che continuarono a indagare su eventuali fattori eziologici

biomedici, dedicandosi a tentare di descrivere e classificare i fenomeni, quindi con un

approccio fenomenologico, non perché pensasse che non esistevano cause biomediche,

ma perché consapevoli della mancanza di dati empirici. Dal DSM-III in poi, si parla di

sistemi a-teorici, ossia descrittivi che non fanno riferimento a ipotetici fattori eziologici;

inoltre si includono regole molto operative da soddisfare per includere un caso in una

categoria del sistema, garantendo una maggiore affidabilità inter-giudici. Le caratteristiche

del DSM-III che si manterranno fino al DSM-5, saranno: 1. È fenomenologico: o almeno

dice di essere a-teorico, con alcune eccezioni, 2. “segni e sintomi”: i fenomeni vengono

chiamati segni e sintomi, 3. Sistema politetico: le categorie sono formate sulla base di un

numero di caratteristiche o fenomeni condivisi da un certo numero di membri della

categoria ma non tutti, cioè persone con la stessa diagnosi possono avere manifestazioni

diverse; 4. Criteri molto operativi: da soddisfare per mettere il caso dentro ogni categoria

ed escluderlo da altre; 5. Struttura categoriale e gerarchica: ogni categoria è

indipendente e appartenente a gruppi più ampi e gerarchicamente distribuiti di fenomeni

simili ma non identici; 6. Descrizione molto ampia di ogni categoria diagnostica: molte

informazioni come anche prevalenza, incidenza, fattori correlati al genere e altri.

12. PTSD: quali sono gli eventi stressanti che si associano di più al disturbo? Gli eventi

che si associano maggiormente al disturbo da stress-post traumatico sono eventi avversivi

inusuali e intenzionati.

13. Differenza fondamentale tra ossessione e compulsione? L’ossessione non ha uno

scopo, mentre la compulsione è messa in atto per ridurre l’ansia e il disagio. La prima è un

pensiero, un’immagine o un impulso; la seconda invece può essere un’azione o un

pensiero.

14. Quali sono i principali criteri di normalità/anormalità in psicopatologia? Non esiste

una definizione consensuata di normalità e anormalità, ma è un fenomeno molto

complesso che coinvolge molte dimensioni. 1) criterio soggettivo si parla di anormalità

quando c’è un disagio soggettivo; tuttavia non è sufficiente per spiegare l’anormalità in

quanto ci sono disturbi dove non è presente il disagio (come i comportamenti aggressivi)

oppure comportamenti dove è presente il disagio ma che non sono disturbi. 2) criterio

sociale personale si parla di anormalità quando un fenomeno viola le norme sociali;

così però si intenderebbe che sono normali i fenomeni della maggioranza, criticando le

minoranze che a volte possono essere molto più utili, non tutti i fenomeni che non sono

nella maggioranza possono essere considerati disturbi; 3) criterio statistico: è il criterio

sociale personale declinato in termini quantitativi, cioè le variabili che definiscono

psicologicamente le persone si distribuiscono normalmente nella popolazione, entra a quel

punto nell’anormalità tutto ciò che si allontana dalla normalità; ma ovviamente non tutto ciò

che è infrequente, è problematico; 4) criterio biologico: quando c’è oggettivamente

un’alterazione biomedica, si parla di alterazione mentale; ciò è sbagliato perché la maggior

parte delle problematiche non hanno un fattore eziologico di natura biomedica, e perché a

volte si hanno anomalie che danno luogo a fenomeni che non classificheremo anormali; 5)

interferenza con il funzionamento quotidiano: quando un fenomeno condiziona

negativamente la vita quotidiana della persona o delle persone intorno, si parla di

problema; non lascia soddisfatti tutti per il problema dei valori (si parla di problemi clinici

quando interferiscono negativamente con la vita, ma quando si decide che è negativo ciò

che succede?); 5) dimensionalità: si parla di anormalità quando si ha una durata nel

tempo prolungata. L’insieme dei diversi criteri e opinioni potrebbe far riferimento a una

mancanza di coesione nell’idea di “psicopatologico”, o alla relatività socio-culturale:

problema dei valori i valori si creano e vengono appresi dall’individuo in relazione al

contesto in cui è inserito (verbale, socio-culturale, lavorativo…). In alcune culture

l’omosessualità ad esempio è un problema, anormale, in altre no, stessa cosa per il livello

trans-storico le differenze trans-culturali e trans-storiche evidenziano i valori nella

demarcazione dei limiti tra normalità/anormalità. Quindi il concetto di normale è intrinseco e

relativo al contesto: quin

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher c.delcherico1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicopatologia e psicologia clinica cognitivo-comportamentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Berrocal Montiel Carmen.
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