Direttiva 85/337/CEE del Consiglio del 27 giugno 1985
Troviamo questa valutazione nella direttiva 85/337/CEE del Consiglio del 27 giugno 1985. La direttiva costituisce un'applicazione del principio di prevenzione, infatti stabilisce che per i progetti pubblici e privati che possono avere un impatto ambientale "importante" è richiesta, prima del rilascio dell'autorizzazione, una valutazione del loro impatto "diretto o indiretto" sull'ambiente.
Dichiarazione di Rio del 1992
Successivamente, la dichiarazione di Rio del 1992 auspica un utilizzo sempre maggiore di questo strumento. Infatti, il principio 17 indica questa procedura in relazione ad attività progettate che siano suscettibili di avere un impatto nocivo significativo sull'ambiente e che dipendono dalle decisioni di autorità nazionali competenti, ma non indica i requisiti a cui la procedura di VIA deve uniformarsi, lasciando agli Stati un ampio margine di discrezionalità.
Come nel caso del principio di precauzione, l'uso della VIA consente agli Stati di adempiere più adeguatamente all'obbligo di evitare interferenze nocive all'ambiente di altri Stati o di zone al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Tale meccanismo può servire proprio a stabilire se determinate attività possono condurre a una violazione dell'obbligo di non inquinamento contemplato dal diritto internazionale generale. In particolare, la VIA appare strettamente collegata ai doveri di notificazione, informazione e consultazione e alla prevenzione delle controversie internazionali ambientali. Si parla, a tale proposito, di VIA in un contesto transfrontaliero, avente ad oggetto attività che riguardano risorse naturali comuni a uno o più Stati.
Protocollo di Kyoto e Accordi di Parigi
La ratifica della Russia nel 2004, al quale si deve il 17,4% delle emissioni di anidride carbonica, ha facilitato l'entrata in vigore del protocollo in quanto gli Stati contraenti rappresentano il 55% delle emissioni totali ai livelli del 1990. Gli Stati Uniti, che non hanno ratificato il protocollo, hanno confermato di preferire una diversa impostazione secondo la quale la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio e di altri gas a effetto serra non deve avvenire a scapito dello sviluppo economico e dell’occupazione. Al sistema di riduzione obbligatoria secondo un calendario internazionale predisposto, preferiscono un sistema di volontaria autoregolamentazione da parte delle industrie, favorita da un'azione persuasiva delle autorità politiche nazionali. Inoltre, gli Stati Uniti sono contrari alla logica della responsabilità comune ma differenziata e non accettano che i Paesi in via di sviluppo assumano obblighi meno stringenti di quelli assunti dalle potenze industriali.
L’entrata in vigore del Protocollo richiedeva un numero di ratifiche degli stati che contenevano almeno il 55% delle emissioni globali prodotte. Nel 2009, nella COP di Copenhagen, si gettano le basi per gli accordi di Parigi, dove viene stabilita una soglia limite di 2 gradi centigradi entro cui contenere l’innalzamento delle temperature. Nel 2012, nella COP di Doha, si decide di prorogare il protocollo di Kyoto per altri anni, fino al 2020.
Accordo di Parigi
Gli accordi di Parigi del 2015 hanno avuto il compito di regolamentare il post-Kyoto e l’orizzonte temporale a cui si riferisce va dal 2020 al 2050. Entra in vigore nel 2016, ma gli effetti giuridici iniziano solo nel 2020 in quanto fino al 2020 vigeva Kyoto. Ratificato da 194 parti (193 stati + Unione Europea). Richiedeva la ratifica di almeno 55 stati che rappresentassero almeno il 55% delle emissioni globali. Anche se si chiama accordo di Parigi, esso è un protocollo.
Elementi principali dell'accordo di Parigi
- Quota di Riduzione: Non c’è una quota obbligatoria come nel protocollo di Kyoto, ciò è stato fatto per aumentare l’adesione. Ogni stato decide in modo autonomo la percentuale di riduzione da rispettare e la comunica alla COP ogni cinque anni. L’obbligo è quello di aumentare queste limitazioni di volta in volta.
- Aumento massimo della temperatura di 2 gradi entro la fine del secolo e quanto più possibile vicino all’1,5.
- Rimane il principio della responsabilità comune ma differenziata.
- Obbligo di destinare 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi in via di sviluppo.
Articoli dell'accordo di Parigi
- Articolo 2: Contiene le linee di intervento da parte degli stati con tre obiettivi: contenere l’aumento della temperatura mondiale entro i 2 gradi, aumentare la capacità di adattamento al cambiamento climatico e rendere i flussi finanziari coerenti a uno sviluppo a basse emissioni.
- Articolo 4: Disciplina gli impegni degli stati, i quali decidono volontariamente il contributo alle emissioni con l’obbligo che le successive riduzioni siano sempre una progressione di quelle precedenti.
- Articolo 7: L’adattamento ai cambiamenti climatici riguarda particolarmente i paesi in via di sviluppo, più vulnerabili ad esso.
- Articolo 9: Introduce il concetto di finanza per il clima, dove i paesi più sviluppati devono finanziare i paesi in via di sviluppo ai fini dell’adattamento al cambiamento climatico.
- Articolo 12: Le parti dovranno impegnarsi in ottica di educazione ambientale e sensibilizzare le persone sui cambiamenti climatici.
La COP controlla ogni 5 anni i progressi ottenuti in relazione agli obiettivi prefissati.
Considerazioni finali sugli Accordi di Parigi
- Punto di vista internazionale: è stato accolto positivamente dagli stati.
- Punto di vista giuridico: il risultato è negativo in quanto gli accordi di Parigi non hanno costituito nessun obbligo verso gli stati parti, a differenza di Kyoto.
- Punto di vista economico: c’è stato un crollo delle azioni da parte delle società che usavano combustibili fossili. Non si è riusciti, purtroppo, a trovare un compromesso tra gli stati riguardo il principio della responsabilità comune ma differenziata.
Vertice di Parigi 1972 e programma d'azione dell'ambiente 1973
Vengono definiti nuovi campi di azione della Comunità (politiche regionali, ambientali, sociali, energetiche e industriali). Si dichiara che "la crescita economica non è fine a sé stessa" sottolineando che "attenzione particolare dovrà essere data ai valori intangibili della protezione dell’ambiente, in modo che il progresso possa essere messo al servizio dell’umanità".
La politica del Vertice di Parigi si è concretizzata nel primo programma d’azione del 1973 che si rifà al preambolo e all'articolo 2 del trattato CEE: l'ambiente non è esplicitamente menzionato ma si sottolinea l'importanza di un "miglioramento costante delle condizioni di vita", di uno "sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della comunità" e di un "miglioramento sempre più rapido del tenore di vita". L'importanza del primo programma di azione va colta però, negli obiettivi e nei principi che si delinea rifacendosi ai punti essenziali della dichiarazione di Stoccolma sull'ambiente umano del giugno 1972.
Questi obiettivi e principi verranno poi riproposti nei successivi programmi di azione per l'ambiente e nei trattati istitutivi che, a partire dall'Atto Unico Europeo, hanno disciplinato la politica ambientale europea. Particolarmente importante è il settimo programma di azione approvato con decisione del Parlamento europeo e del consiglio il 20 novembre 2013. Si tratta di un documento intitolato: "vivere bene entro i limiti del nostro pianeta" e orientò la politica dell'Unione in materia ambientale fino al 2020.
Il programma identifica tre aree prioritarie in cui è necessario agire con più decisione:
- Proteggere la natura e rafforzare la resilienza ecologica.
- Promuovere una crescita a basse emissioni di carbonio ed efficiente nell’impiego delle risorse.
- Ridurre le minacce per la salute e il benessere dei cittadini legate all’inquinamento, alle sostanze chimiche e agli effetti dei cambiamenti climatici.
Direttive post 1973 e pre Atto Unico Europeo 1986
Direttiva n. 75/442/CEE del Consiglio del 15 luglio 1975, relativa ai rifiuti. Impone agli Stati membri di far sì che: "i rifiuti siano eliminati senza pericolo per la salute dell'uomo e senza pregiudizio per l'ambiente".
Direttiva 79/409/CEE del Consiglio del 2 aprile 1979, riguarda la conservazione degli uccelli selvatici. Con questa direttiva, la tutela della fauna e degli habitat naturali forma per la prima volta oggetto di un atto specifico in cui, prescindendo dall'obiettivo di favorire il rispetto delle condizioni di concorrenza nel mercato interno, si sottolinea il fatto che la preoccupante diminuzione di molte specie di uccelli selvatici: "rappresenta un serio pericolo per la conservazione dell’ambiente naturale, in particolare perché minaccia gli equilibri biologici".
Direttiva 85/337/CEE del Consiglio Del 27 giugno 1985 riguarda la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati. La direttiva costituisce un'applicazione del principio di prevenzione: per i progetti pubblici e privati che possono avere un impatto ambientale "importante" è richiesta, prima del rilascio dell'autorizzazione, una valutazione del loro impatto "diretto o indiretto" sull'ambiente.
Atto Unico Europeo 1986
L’atto unico europeo istituito a Lussemburgo nel 1986 è entrato in vigore il 1° luglio 1987. L'Atto unico europeo procede a una revisione dei trattati di Roma al fine di rilanciare l'integrazione europea e portare a termine la realizzazione del mercato interno. L'Atto modifica le regole di funzionamento delle istituzioni europee ed amplia le competenze comunitarie, in particolare nel settore della ricerca e sviluppo, dell'ambiente e della politica estera comune.
Il principio di integrazione delle esigenze ambientali trova un riconoscimento in questo atto che sottolinea l’opportunità di valutare le conseguenze sulla qualità della vita e sull’ambiente di tutte le misure adottate o previste a livello nazionale e comunitario.
Il trattato sull'Unione europea (TUE), Trattato di Maastricht
Il trattato sull'Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il novembre 1993, segna una nuova tappa nell'integrazione europea poiché consente di avviare l'integrazione politica: istituisce una ci
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