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Welfare state ed evoluzione sociale

Appunti di Fabrizio Maltinti

Origini e sviluppo del welfare state

La progettazione dello Stato Sociale si avvia nel XIX secolo, come risposta ai duri sacrifici imposti dalla Rivoluzione Industriale alle masse operaie. Nasce così lo Stato Sociale che entra nel novero dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino assumendo valenza costituzionale nelle Carte dei Popoli del XIX e XX secolo. La peculiarità dello Stato Sociale si fonda nella cogenza ed obbligatorietà del principio di uguaglianza, formale e sostanziale.

Nasce, quindi, il welfare state, il complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che interviene per garantire le adeguate tutele e assistenze dei cittadini, modificando, in modo deliberato, e regolamentando la distribuzione dei redditi generati dal mercato. Nel Welfare State, ogni bisogno ritenuto essenziale è oggetto di intervento normativo e istituzionale dallo Stato verso la totalità della popolazione.

Lo Stato Sociale è una definizione di governo in cui lo Stato svolge un ruolo chiave nella tutela e la promozione dello sviluppo economico e benessere sociale dei suoi cittadini; si basa su principi di pari opportunità e di equa distribuzione della ricchezza.

Stato sociale vs welfare state

“Il Marxismo è fallito perché mancava un’idea di Stato.” Il carattere moderno dello Stato Sociale trae le sue origini dal concetto dello Stato Medievale in cui si riconosceva al Sovrano qualità etiche, finalizzate all’imposizione della giustizia tra i sudditi. Nello Stato Moderno, con il concetto di stato in quanto istituzione - e quindi, diritti – lo Stato deve intervenire per garantire il benessere dei cittadini.

Tra la fine dell’800 e la metà del ‘900, ci ritroviamo nella situazione illustrata qui sotto: la società si trova tutta all’interno dello Stato, quindi, tutte le cose che lo Stato fa, le fa per garantire la società. Poi, ad un certo punto, si verificano i due Conflitti Mondiali. A cavallo delle due guerre, lo Stato Sociale assume un’altra connotazione; al termine della 1a GM, lo Stato/Istituzione si rende conto delle problematiche delle famiglie i cui Capi Famiglia erano caduti in guerra ed avevano lasciato mogli e figli nell’assoluta povertà. Pertanto lo Stato/Istituzione capisce che deve sostenere queste famiglie per garantire il benessere generale della popolazione.

Lo Stato inizia a pensare, quindi, non più a ciò che avviene al suo interno ma si rende conto che la società (vista come comunità nazionale) non è solo all’interno del perimetro del territorio dello Stato ma anche all’esterno di esso e non pensa solo alla contingenza, bensì cerca di vedere quello che accadrà nel futuro (pre-videnza). Nascono così, alla fine degli anni ’20, nuovi istituti che contribuiscono al benessere generale ed al sostegno sociale.

Tuttavia, in Italia, come nel resto dell’Europa, l’espansione delle politiche sociali risultò, nei fatti, debole e non adeguata; risultato in larga parte imputabile all’instabilità politica ed economica del dopoguerra.

New Deal e politiche sociali

Nel ’29, dopo il crollo della borsa newyorkese di Wall Street (che mise in luce la precarietà degli schemi ideologici elaborati fino a quel momento, evidenziando i limiti del laissez-faire e mettendo in discussione il mito del mercato che si autoregola nel distribuire le risorse nel modo più vantaggioso per l’intera società), e le conseguenti ripercussioni finanziarie, economiche e sociali, il Presidente F.D. Roosevelt, sperimentò un nuovo approccio alle politiche pubbliche, una svolta che divenne nota con il termine New Deal con cui venivano istituzionalizzate le politiche di welfare finalizzato alla protezione dei cittadini. Tuttavia, nonostante una considerevole produzione giurisprudenziale, le prestazioni sociali non comportarono una obbligazione sociale da parte dello Stato, il quale rimane dotato di pieno potere discrezionale in materia.

Il termine Welfare State insiste sulla centralità dell’organizzazione statale nella distribuzione delle risorse di bilancio destinate alle prestazioni sociali. Di conseguenza, Stato e società non sono più sistemi autonomi ed autoregolati, collegati solo da relazioni individuali, ma sistemi di interrelazione complessa con fattori regolativi plurimi.

Transizione verso uno stato di benessere

Alla fine del 2o conflitto mondiale, avviene qualcosa di inedito: il desiderio di cessare con i conflitti e le violenze e di prendere un periodo di riposo, una voglia di stare meglio, di una vita di migliore qualità, una prospettiva di benessere che innesta il concetto di “benessere sociale”. C’è la comune volontà di stare meglio. In Europa nascono le Carte Costituzionali che sono, prospetticamente, orientate al meglio.

Lo Stato Sociale cessa di essere tale e si trasforma nel Welfare State; da uno Stato di Diritto, ad uno Stato di Benessere, fondato sui diritti. Lo Stato diventa istituzione e, laddove ci sono istituzioni, vi sono diritti; laddove vi sono diritti, vi sono status.

Quindi, all’interno di uno Stato Sociale, esistono diversi sistemi di riferimento (costruzioni sociali) quali la famiglia, gli studenti, i pazienti, i lavoratori, ecc. La politica del Welfare State diventa più complessa, le variabili aumentano ed, ad un certo punto, lo Stato decide di intervenire per sanare/regolare tutte queste questioni complesse che non possono essere lasciate al libero mercato. Le riforme vanno fatte tenendo in considerazione le varie connessioni tra i vari sistemi di riferimento.

Evoluzione delle politiche sociali nel '900

Il ‘900 è stato definito secolo breve in quanto sono avvenute talmente tante cose che è letteralmente volato via, quindi è stato percepito come “breve”.

Politica congiunturale vs. politica strutturale

La politica congiunturale è quella orientata al breve periodo, quella orientata a risolvere i problemi man mano che si presentano, senza tener conto delle conseguenze generali. Quindi, una politica concentrata sui problemi evidenti, perdendo così la preveggenza che è quella che fa prevedere i problemi prima che si manifestino e quindi permette di prevenirli.

Ciò è proprio della politica strutturale, una politica che, guardando nel medio-lungo periodo, permette di prevedere anche quello che non si vede oggi.

Lo Stato Sociale, da interventista, negli anni ’50 e ’60, diventa uno Stato che dava oltre misura, influenzando il libero mercato. Nasce l’Unione Europea, come libero scambio delle merci, quindi aumentano i diritti e, di conseguenza, le aspettative dei cittadini. Quindi, un problema in uno degli Stati Membri, diventa un problema di tutta la “Comunità di Stati”.

Questo meccanismo associativo sovrannazionale, cambia il Welfare State dei singoli Stati membri e non sono più i singoli Stati che garantiscono i bisogni dei cittadini, ma sarà l’Unione Europea a garantire questi diritti/bisogni.

Il concetto di welfare society

Nasce, quindi, un concetto che va oltre il Welfare State e diventa welfare society.

Purtroppo, data la scarsa etica dei nostri governanti, il Welfare State è diventato Stato lassista, trasformandosi – a partire dalla metà degli anni ’70 e poi negli anni ’80 – in uno Stato assistenzialista.

Alti livelli di aspettative maggiori bisogni maggiore benessere.

Al “t3”, con il Welfare State, si supera il concetto di bisogni primari ma, con l’acquisizione di concetti quali la democrazia, l’uguaglianza e l’acquisizione nella coscienza dei cittadini dei diritti positivi garantiti dalla costituzione, le aspettative schizzano in alto e, tutte le “lotte sociali” degli anni ’60 e, soprattutto, ’70 erano orientate a “blindare” i diritti acquisiti.

Lo Stato, in nome di quei bisogni, di quei diritti, inizia a spendere senza controllo sull’efficacia di questa enorme spesa, non avendo chiaro quale fosse il livello dei diritti da garantire con i propri interventi. Ad un certo punto, lo Stato è costretto a ridurre – se non ad eliminare – i sussidi e, quindi, la società, abituata a ricevere senza controllo, va in crisi; il meccanismo, a questo punto, si inceppa e va in crisi perché non riesce più a gestire il debito pubblico (t4).

Visione sistemica (Luhmann)

I sistemi (politico, economico, sanitario, ecc.) esistono fisiologicamente in natura in quanto esiste l’esigenza di stare insieme, di organizzarsi, di sfamarsi, di curarsi, ecc. L’essere umano è parte – simultaneamente – di tutti i sistemi che si attivano a seconda dello status del momento; io sono padre o figlio, ma, allo stesso tempo posso essere studente o lavoratore, praticare una religione, praticare uno sport, beneficiare di cure mediche, ecc.

La mancata comprensione di questo meccanismo è la causa del fallimento di molte politiche sociali indirizzate esclusivamente ad uno specifico sistema (ad es. interventi per la famiglia – ma non per i figli che vanno a scuola).

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

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