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individualizzazione progressiva. La sua struttura, quindi, si sviluppa parallelamente

all’individuazione delle sue funzioni e in accordo con esse. Il destino genetico del

linguaggio egocentrico sembra molto diverso da quello che descrive Piaget. Il linguaggio

egocentrico si sviluppa non secondo una curva decrescente ma ascendente. Il suo sviluppo è

una vera evoluzione. Il linguaggio egocentrico è un linguaggio interno per la sua funzione

psichica e un linguaggio esterno per la sua struttura. Il suo destino è quello di trasformarsi in

linguaggio interno. Questa ipotesi presenta una serie di vantaggi rispetto all’ipotesi di

PIaget: permette di spiegare in modo adeguato sotto l’aspetto teorico la struttura, la funzione

e il destino del linguaggio egocentrico; concorda meglio con i fatti nella sperimentazione

sull’aumento del coefficiente di linguaggio egocentrico di fronte alle difficoltà durante

un’attività le quali richiedono una presa di coscienza e una riflessione. Ma il suo vantaggio

più importante sta nel fatto che fornisce una spiegazione soddisfacente dello stato di cose

descritto dallo stesso Piaget.

Le caratteristiche strutturali e funzionali dell’egocentrismo infantile si sviluppano con lo sviluppo del

bambino. A 3 anni la differenza tra questo linguaggio e il linguaggio comunicativo del bambino è quasi zero.

A 7 anni abbiamo un linguaggio che, in quasi tutte le sue caratteristiche funzionali e strutturali, differisce dal

linguaggio socializzato del bambino di 3 anni. È incontestabile, quindi, la differenziazione, che progredisce

con l’età, delle due funzioni verbali, la separazione del linguaggio per sé (linguaggio egocentrico) e del

linguaggio per gli altri (linguaggio comunicativo), dalla funzione verbale generale indifferenziata, che nella

prima infanzia assolve ad entrambe queste finalità in modo quasi del tutto identico. Se le particolarità

strutturali e funzionali del linguaggio egocentrico (la sua struttura interna e le modalità della sua attività), si

sviluppano sempre di più e lo differenziano dal linguaggio esterno, allora nel momento in cui crescono

queste particolarità specifiche del linguaggio egocentrico, il suo aspetto esteriore, sonoro deve estinguersi, la

sua vocalizzazione deve attenuarsi e scomparire nel niente, le sue manifestazioni esterne devono ridursi a

zero, il che si esprime con la diminuzione del coefficiente di egocentrismo nel periodo dai 3 ai 7 anni. Il

linguaggio per sé non può affatto trovare la sua espressione nella struttura del linguaggio esterno,

completamente diverso per sua natura. E ad un certo momento dello sviluppo, quando il linguaggio per sé è

definitivamente separato dal linguaggio per gli altri, deve cessare necessariamente di essere un linguaggio

sonoro e quindi deve dare l’illusione della sua sparizione e della sua completa scomparsa. Ma proprio questa

è un’illusione: è come considerare una scomparsa del calcolo, il fatto che il bambino cessi di servirsi delle

dita per contare e che dal calcolo a voce alta passi al calcolo a mente. Dietro a questo sintomo di scomparsa

si nasconde un sintomo del tutto positivo: la diminuzione del coefficiente di linguaggio egocentrico, la

diminuzione della sua vocalizzazione, legate alla crescita interna e all’isolamento di questo nuovo tipo di

linguaggio infantile, sono sintomi evolutivi di uno sviluppo in avanti (nascita di una nuova forma di

linguaggio). Nella diminuzione delle manifestazioni esterne del linguaggio egocentrico bisogna vedere una

manifestazione della crescente astrazione del linguaggio dal lato sonoro, che è uno dei tratti costitutivi

fondamentali del linguaggio interno; della differenziazione progressiva del linguaggio egocentrico da quello

comunicativo, che è un tratto della capacità crescente del bambino di pensare le parole, di rappresentarle,

invece di pronunciarle; di maneggiare l’immagine della parola stessa.

La differenza radicale del linguaggio interno da quello esterno è l’assenza di vocazione.

Il linguaggio interno è un linguaggio muto, silenzioso. Dietro la diminuzione del coefficiente del linguaggio

egocentrico si nasconde lo sviluppo positivo di una delle caratteristiche centrali del linguaggio interno:

l’astrazione dall’aspetto sonoro del linguaggio e la differenziazione definitiva del linguaggio in interno ed

esterno. Tutti e tre i gruppi fondamentali dei tratti distintivi (funzionali, strutturali e genetici) dicono

concordemente una cosa: il linguaggio egocentrico si sviluppa in direzione del linguaggio interno, e tutto il

suo sviluppo non può essere compreso che come il corso di un’ acquisizione progressiva di tutte le proprietà

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distintive del linguaggio interno. Lo studio del linguaggio egocentrico è il metodo fondamentale per

conoscere la natura del linguaggio interno. Secondo l’opinione di Piaget, il linguaggio egocentrico nasce da

una insufficiente socializzazione di un linguaggio inizialmente individuale. Secondo la nostra opinione ( di

), nasce da una insufficiente individualizzazione di un linguaggio inizialmente sociale, dalla sua

Vygo

insufficiente segregazione e differenziazione. Nel primo caso, il linguaggio egocentrico è un punto in una

curva decrescente, il cui culmine resta indietro. Nel secondo caso, il linguaggio egocentrico è un punto in

una curva ascendente, il cui culmine è in avanti, ha un avvenire. Nel primo caso, il linguaggio per sé, cioè il

linguaggio interno, è apportato dall’esterno con la socializzazione. Nel secondo caso, il linguaggio per sé

nasce da quello egocentrico, cioè si sviluppa dall’interno. Noi consideriamo ciò come un’ experimentum

crucis. Se il linguaggio egocentrico del bambino deriva dall’egocentrismo del suo pensiero e dalla sua

insufficiente socializzazione, ogni indebolimento degli elementi della situazione, ogni possibilità di

isolamento del bambino, devono necessariamente comportare un brusco aumento del coefficiente di

linguaggio egocentrico a spese di quello sociale, perché tutto ciò deve creare le condizioni più favorevoli

affinchè si manifesti liberamente e pienamente l’insufficiente socializzazione del pensiero e del linguaggio

del bambino. Se il linguaggio egocentrico deriva da una differenziazione insufficiente del linguaggio per sé

dal linguaggio per gli altri, da una insufficiente individualizzazione del linguaggio inizialmente sociale, dal

non isolamento, allora tutte queste modificazioni della situazione devono tradursi in una diminuzione netta

del linguaggio egocentrico. Questo era il problema che ci si poneva davanti. Sebbene Piaget non riconosca a

questi elementi alcun significato teorico, descrivendoli piuttosto come segni esteriori del linguaggio

egocentrico, non possono non colpirci fin dall’inizio tre particolarità di questo linguaggio: 1) si presenta

come un monologo collettivo, cioè non si manifesta che in una collettività infantile in presenza di altri

bambini, occupati nella stessa attività, e mai quando il bambino resta solo; 2) questo monologo collettivo è

accompagnato dall’ illusione di essere compreso, il bambino crede e pensa che le sue fasi egocentriche, che

non sono indirizzate a nessuno, siano comprese dalle persone intorno; 3) carattere di un linguaggio esterno,

che ricorda completamente il linguaggio socializzato, e non è pronunciato in modo sussurrato, indistinto, per

sé. Il linguaggio egocentrico, dal punto di vista del bambino stesso, non è ancora distinto dal linguaggio

sociale, oggettivamente non è distinto dalla situazione e per la sua forma non è differenziato dal linguaggio

sociale. Ciò dimostra che il linguaggio egocentrico si manifesta nelle condizioni oggettive e soggettive,

proprie del linguaggio sociale per gli altri. Grünbaum afferma che vi sono casi un cui un’osservazione

superficiale fa credere che il bambino sia completamente assorto in se stesso. Quest’impressione errata

proviene da ciò che ci si attende da un bambino di 3 anni che è in relazione logica con le persone che gli

stanno attorno. I bambini di 3-5 anni, quando prendono parte ad un gioco collettivo, si occupano spesso solo

di loro stessi, parlano spesso solo a se stessi. Un’esame più attento mostra che si tratta di un monologo

collettivo, i cui partecipanti non si ascoltano tra di loro e non si rispondono. Questa è la prova della trama

sociale della psiche infantile. Piaget deve riconoscere che nel monologo collettivo i bambini credono di

parlare gli uni agli altri e che gli altri li ascoltano. È vero che si comportano come se non prestassero

attenzione agli altri, ma solamente perché suppongono che ciascuno dei loro pensieri, sia un patrimonio

comune. Questo è agli occhi di Grünbaum, una prova dell’insufficiente segregazione della psiche individuale

del bambino dal tutto sociale. La soluzione definitiva, tuttavia, spetta ad un esperimento critico. Abbiamo

cercato di dinamizzare le tre caratteristiche del linguaggio egocentrico (vocalizzazione, monologo collettivo

e illusione di essere compresi).

1) Nella prima serie di esperimenti, abbiamo cercato di sopprimere nel bambino l’illusione di essere

compresi da parte di altri bambini. Dopo averne misurato preliminarmente il coefficiente di

linguaggio egocentrico in modo del tutto simile agli esperimenti di Piaget, abbiamo posto il bambino

in una situazione differente: abbiamo organizzato la sua attività in una collettività di bambini

sordomuti o l’abbiamo ostacolato in una collettività di bambini che parlavano una lingua straniera

per lui. Gli esperimenti hanno mostrato che il suo coefficiente, nell’esperimento critico senza

l’illusione di essere compresi, è caduto velocemente, divenendo nullo nella maggior parte dei casi e

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in tutti gli altri casi è sceso in media di 8 volte. Dal punto di vista della teoria di Piaget i risultati da

noi trovati non possono non mostrarsi paradossali. Tanto minore è il contatto psicologico tra il

bambino e i bambini che lo circondano, tanto più debole è il suo legame con la collettività, tanto

meno la situazione richiede un linguaggio socializzato ed un adattamento dei suoi pensieri a quelli

degli altri, tanto più l’egocentrismo infantile dovrebbe manifestarsi liberamente nel pensiero e quindi

nel linguaggio del bambino. Dal punto di vista dell’ipotesi che difendiamo, questi dati sperimentali

sono una prova diretta che l’insufficiente individualizzazione del linguaggio per sé, la sua

indifferenziazione dal linguaggio degli altri è la vera fonte del linguaggio egocentrico, che non può

vivere e funzionare in modo autonomo e fuori dal linguaggio sociale. È sufficiente escludere

l’illusione di essere compresi, perché il linguaggio sociale scompaia.

2) Nella seconda serie di esperimenti, abbiamo preso come variabile il monologo collettivo del

bambino. All’inizio si è misurato il coefficiente di linguaggio egocentrico nella situazione di base,

successivamente l’attività del bambino era posta in un’altra situazione in cui la possibilità del

monologo collettivo era escluso o perché il bambino era posto in un gruppo di bambini a lui

sconosciuti o perché lo si era isolato dai bambini o perché lavorava tutto solo o infine perche durante

questo lavoro da solo lo sperimentatore andava via nel mezzo dell’esperimento lasciando

completamente solo il bambino. L’eliminazione del monologo collettivo nella situazione comporta

in generale una netta caduta del coefficiente di linguaggio egocentrico, sebbene questa diminuzione

si manifesti in forme meno evidenti che nel primo caso. Il coefficiente raramente è divenuto zero. Il

rapporto medio del coefficiente nella prima e nella seconda situazione era di 6 a 1. Quindi si

evidenzia una chiara gradazione nella diminuzione del linguaggio egocentrico.

3) Nella terza serie di esperimenti, abbiamo trattato la vocalizzazione del linguaggio egocentrico.

Misurato il coefficiente del linguaggio egocentrico nella situazione di base, il bambino veniva posto

in un’altra situazione, in cui era resa difficile o esclusa la possibilità di vocalizzazione. Si poneva il

bambino ad una grande distanza dagli altri bambini, oppure vicino al laboratorio in cui avveniva

l’esperimento suonava un’orchestra o si produceva un rumore tale da coprire completamente non

solo la voce degli altri, ma anche la propria; infine era data al bambino una consegna speciale che gli

vietava di parlare a voce alta e gli ordinava di non conversare se non a bassa voce e con sussurri. Si è

osservata nuovamente la stessa regolarità delle prime due condizioni: una caduta rapida della curva

del linguaggio egocentrico. Tuttavia, in questo caso la diminuzione si manifestava in maniera un po’

più complessa che nel secondo caso.

In tutte queste tre serie abbiamo perseguito un unico scopo: abbiamo preso per base della nostra ricerca i tre

fenomeni che nascono quasi in ogni linguaggio egocentrico del bambino.

Questi tre fenomeni sono comuni al linguaggio egocentrico è a quello sociale. Abbiamo confrontato

sperimentalmente la situazione in presenza e in assenza di questi fenomeni ed abbiamo visto che

l’esclusionedi questi elementi che ravvicinano il linguaggio per sé e il linguaggio per gli altri comporta

inevitabilmente l’arresto del linguaggio egocentrico. Possiamo concludere quindi che il linguaggio

egocentrico del bambino è una particolare forma di linguaggio già differenziato sotto l’aspetto funzionale e

strutturale, che però per la sua manifestazione non si è ancora differenziato definitivamente dal linguaggio

sociale, in seno al quale si è sempre sviluppato ed è maturato.

Secondo Piaget, dal punto di vista del bambino stesso, il suo linguaggio è un linguaggio egocentrico per sé,

un discorso rivolto a sé e soltanto per la manifestazione esteriore è un linguaggio sociale. Dal nostro punto di

vista, psicologicamente, il linguaggio del bambino è, sul piano funzionale e strutturale, un linguaggio

egocentrico, cioè una forma particolare ed autonoma di linguaggio; tuttavia non lo è sino in fondo, poiché in

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relazione alla sua natura psicologica è soggettivo; il bambino non ne ha preso ancora coscienza come un

linguaggio interno e non lo distingue dal linguaggio per gli altri. Il linguaggio per sé, il linguaggio interno,

diventa interno più per la sua funzione e la sua struttura, cioè per la sua natura psicologica, che per la forma

esterna della sua manifestazione. Troviamo così confermata la tesi da noi avanzata sopra, per cui lo studio

del linguaggio egocentrico e delle tendenze dinamiche che vi si manifestano con la crescita di alcune sue

particolarità e l’indebolimento di altre particolarità, che caratterizzano la sua natura funzionale e strutturale, è

la chiave per lo studio della natura psicologica del linguaggio interno. La prima e più importante

caratteristica del linguaggio interno è la sua particolarissima sintassi. Questa particolarità si manifesta nella

frammentarietà apparente, nella discontinuità, nell’abbreviazione del linguaggio interno rispetto a quello

esterno. Watson pensa che se potessimo esteriorizzare i processi impliciti e registrarli, si presenterebbero

sotto forma di abbreviazioni, che sarebbero irriconoscibili, a meno che non si segua la loro formazione dal

punto transitorio, dove sono completi ed hanno un carattere sociale, fino allo stadio finale dove serviranno ad

adattamenti individuali, ma non sociali. Il linguaggio egocentrico risulta, come notava già Piaget,

incomprensibile se non si conosce la situazione in cui nasce e frammentario ed abbreviato rispetto al

linguaggio esterno. Il linguaggio egocentrico, in funzione del suo sviluppo, si manifesta come una tendenza

assolutamente originale all’abbreviazione della frase e della preposizione, nel senso che conserva il predicato

e le parti della proposizione che gli sono legate a spese dell’omissione del soggetto e delle parole che gli

sono legate. Ricorrendo al metodo dell’interpolazione, dovremmo supporre che la predicatività pura ed

assoluta è la forma sintattica fondamentale del linguaggio interno. Una pura predicatività nasce, nel

linguaggio esterno, in due casi forndamentali: o nella situazione di una risposta o nella situazione in cui il

soggetto del giudizio enunciato è già noto agli interlocutori. In entrambi i casi nasce una pura predicatività,

quando il soggetto del giudizio enunciato è presente nei pensieri dell’interlocutore. Se i loro pensieri

coincidono, ed entrambi hanno in mente la stessa cosa, allora la comprensione sarà completa con l’aiuto dei

soli predicati. Se nei loro pensieri il predicato si rapporta a soggetti differenti, si ha una incomprensione

inevitabile. Esempi luminosi di queste abbreviazioni del linguaggio esterno e della sua riduzione ai soli

predicati li troviamo nei romanzi di Tolstoj (dichiarazione d’amore di Levin e Kitty; Anna Karenina, parte

IV, cap. XIII). Se vi è identità di pensieri tra gli interlocutori, un identico orientamento della loro coscienza,

il ruolo delle stimolazioni verbali si riduce al minimo. Tolstoj richiama l’attenzione sul fatto che tra persone

che vivono in un contatto psicologico assai grande tale comprensione, con l’aiuto del solo linguaggio

abbreviato, a mezza parola, è più la regola che l’eccezione.

Jakubinskij la comprensione attraverso congetture e l’enunciato per allusione, che corrisponde ad essa,

nella condizione in cui si sappia ciò di cui si tratta e vi sia una certa comunanza di masse appercettive negli

interlocutori, gioca un ruolo enorme nello scambio verbale. La comprensione del linguaggio richiede che si

conosca ciò di cui si tratta.

Polianov dice a questo proposito “tutto ciò che diciamo richiede un ascoltatore che comprenda di che si

tratta. […] Parliamo soltanto mediante le allusioni necessarie”.

Nel caso in cui sia presente nella mente degli interlocutori un oggetto comune, la comprensione sarà

completa con l'aiuto della massima abbreviazione del linguaggio; nel caso contrario non si avrà affatto la

comprensione, anche se il linguaggio fosse sviluppato. Come dice Tolstoj, tutte le persone che pensano in

modo originale e solitario sono dure a comprendere i pensieri altrui e sono particolarmente parziali verso di

essi. Viceversa le persone che hanno un contatto tra di loro possono comprendersi a mezza parola: ciò che

Tolstoj chiama una comunicazione laconica e chiara, quasi senza parole, dei pensieri più complessi. Il

linguaggio scritto è un linguaggio per un interlocutore assente. In esso, per la separazione tra i due

interlocutori, raramente sono possibili la comprensione a mezza parola e i giudizi predicativi. Nel linguaggio

scritto gli interlocutori si trovano in situazioni differenti, il che esclude la possibilità della presenza nei loro

pensieri di un soggetto comune. Per enunciare ogni pensiero separato dobbiamo usare molte più parole di

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quanto non facciamo nel linguaggio orale. Thomson nell’esposizione scritta si impiegano abitualmente

delle parole, delle espressioni e delle costruzioni che non sembrerebbero naturali nel linguaggio orale. Il

detto di Griboedov “Parla come scrive”, indica quella comicità che risulta dalla trasposizione della lingua

verbosa con una costruzione e articolazione molto complesse, propria del linguaggio scritto, nel linguaggio

orale. Lingua=insieme di funzioni verbali diverse.

Humboldt aveva preso coscienza della varietà funzionale del linguaggio rispetto alla lingua della poesia e

della prosa, che differiscono tra loro nei loro orientamenti e strumenti e soprattutto non possono mai

confondersi tra loro, perché la poesia è inseparabile dalla musica, mentre la prosa ha a disposizione

esclusivamente la lingua. Secondo lui, la prosa si distingue per il fatto che la lingua si serve nel linguaggio

dei suoi propri vantaggi, ma sottomettendoli secondo delle leggi al fine che qui domina; mediante la

subordinazione e la combinazione di proposizioni nella prosa si sviluppa in modo del tutto speciale

un’euritmia logica che corrisponde al corso del pensiero, nella quale il linguaggio della prosa si accorda al

suo proprio fine. Così la sua tesi sta nel fatto che le forme del linguaggio diverse per il loro significato

funzionale hanno ciascuna il proprio lessico, la propria grammatica e la propria sintassi. Potebnja ha ripreso

e sviluppato questo pensiero.

La psicologia del linguaggio, ci porta alla differenziazione della varietà funzionale del linguaggio; in

particolare acquista un significato primario la differenza fondamentale tra le forme di linguaggio dialogico e

monologico. Il linguaggio scritto e il linguaggio interno, che confrontiamo con il linguaggio orale in una data

situazione, sono una forma di linguaggio monologico. Il linguaggio orale nella maggior parte dei casi è

dialogico. Il dialogo richiede sempre una percezione visiva dell’interlocutore, della sua mimica e dei suoi

gesti e la percezione uditiva di tutta l’intonazione del suo discorso. Solo nel linguaggio orale è possibile

questa conversazione che, secondo l’espressione di Tarde, non è che un’aggiunta agli sguardi scambiati tra i

due. Dostoevskij mostra come l’intonazione faciliti una comprensione finemente differenziata del

significato delle parole. Il linguaggio scritto non presenta la tendenza alla predicatività ed è la forma di

linguaggio più sviluppata. Se nel linguaggio orale la tendenza alla predicatività appare qualche volta, se nel

linguaggio scritto non appare mai, nel linguaggio interno appare sempre. Predicatività=dal punto di vista

psicologico è costituito tutto dai soli predicati. Per il linguaggio scritto la legge è quella di essere composto

da soggetti e predicati sviluppati, per il linguaggio interno la legge è quella di omettere sempre il soggetto e

di comporsi di soli predicati. Il linguaggio scritto è il polo opposto del linguaggio orale, anche il linguaggio

interno è il polo opposto di quello orale, poiché in esso domina la predicatività assoluta e costante. Il

linguaggio orale occupa così una posizione intermedia tra il linguaggio scritto da una parte, ed il linguaggio

interno dall’altra. Piaget nota ad un certo punto che noi ci crediamo facilmente sulla parola e che perciò il

bisogno di prove e la capacità di giustificare il nostro pensiero nascono soltanto nell’urto dei nostri pensieri

con i pensieri altrui. Il soggetto è sempre presente nella mente, come lo scolaro si tiene a mente il resto

quando fa un’addizione.

L’analisi della tendenza omologa nel linguaggio orale ci porta a due conclusioni generali:

1) Tendenza alla predicatività, compare nel linguaggio orale quando il soggetto del giudizio è noto agli

interlocutori dall’inizio e quando è presente in una certa misura una comunanza d’appercezione nei

parlanti.

2) Modificazione funzionale del linguaggio comporta una modificazione della sua struttura. Il

linguaggio egocentrico, all’inizio distinto dal linguaggio sociale solo sotto l’aspetto funzionale, a

poco a poco, nella misura in cui progredisce questa differenziazione funzionale, si modifica anche

nella sua struttura, portando alla fine alla eliminazione completa della sintassi del linguaggio orale.

Quanto più il linguaggio egocentrico si manifesta in quanto tale, nel suo significato funzionale, tanto più

appaiono le caratteristiche della sua sintassi nel senso della semplificazione e della predicatività. Nel

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linguaggio interno vi è una riduzione degli elementi fonetici, il ruolo delle stimolazioni verbali si riduce al

minimo, ma la comprensione avvienne correttamente. Nel linguaggio interno giochiamo sempre al

secrètaire, cioè una conversazione completamente fondata sull’indovinare frasi complesse in base alle

iniziali. Nel linguaggio interno non abbiamo mai la necessità di pronunciare le parole fino in fondo; esso

utilizza preferibilmente l’aspetto semantico e non quello fonetico del linguaggio.

Originalità dell’aspetto semantico del linguaggio interno:

Predominanza del senso della parola sul suo significato, nel linguaggio interno. Paulhan ha

introdotto la differenza tra il senso di una parola e il suo significato. Il senso della parola rappresenta

l’insieme di tutti i fatti psicologici che compaiono nella nostra coscienza grazie alla parola, è una

formazione sempre dinamica e complessa. Il significato è soltanto una di queste zone del senso che

acquista una parola in un qualche contesto, ma è la zona più stabile, più unificata e più precisa.

Com’è noto, la parola cambia facilmente il suo senso in contesti diversi. Il significato, al contrario, è

quel punto immobile e immutabile che rimane stabile di fronte a tutti i cambiamenti di senso della

parola nei diversi contesti. La parola assorbe in sé, assimila dal contesto in cui è inserita i contenuti

intellettivi ed affettivi e comincia a significare di più o meno di quanto è contenuto nel suo

significato quando la consideriamo isolatamente e fuori dal contesto: di più perché il cerchio del suo

significato si allarga, acquistando ancora tutta una serie di zone cariche di contenuti nuovi, di meno

perché il significato astratto della parola è ristretto e limitato a ciò che la parola significa soltanto nel

contesto dato. Paulhan ha saputo mostrare inoltre che tra il senso e la parola vi sono rapporti molto

più indipendenti che tra il significato e la parola. Le parole possono dissociarsi dai sensi espressi in

esse. Bisogna studiare come in sensi cambiano le parole o, più esattamente, come i concetti

cambiano i propri nomi. Inoltre afferma che il senso della parola è legato a tutta la parola nel suo

insieme, e non a ciascuno dei suoi suoni, così il senso di una frase è legato a tutta la frase nel suo

insieme e non alle parole che la compongono prese isolatamente. Nel linguaggio orale, in generale,

andiamo dall’elemento più stabile e costante del senso, cioè dal significato della parola alle sue zone

più instabili, al suo senso nell’insieme. Nel linguaggio interno, al contrario, questa predominanza del

senso sul significato, che osserviamo nel linguaggio orale in certe occasioni come una tendenza

espressa più o meno debolmente, è spinta fino al suo limite matematico e compare in forma assoluta.

L’agglutinazione che si osserva in certe lingue come un fenomeno fondamentale e in altre come un

procedimento più o meno raro di associazione delle parole. In questo legame meccanico o

agglutinazione degli elementi di una lingua, l’accento essenziale sta sempre sulla radice principale o

sul concetto principale, in cui sta la causa principale della grande comprensibilità della lingua. Le

parole isolate, nella composizione di una parola complessa cono spesso oggetto di abbreviazioni sul

piano fonetico, cosichhè solo una parte della prima parola compare nella parola complessa; inoltre la

parola complessa si comporta dal punto di vista funzionale e strutturale come una parola unica e non

come un’associazione di parole autonome. Nelle lingue americane, dice Wundt, la parola composta

è considerata proprio come una parola semplice e si declina e si coniuga esattamente allo stesso

modo. Il bambino nei suoi enunciati egocentrici mostra sempre di più, parallelamente alle

diminuzione del coefficiente del linguaggio egocentrico, questa tendenza alla fusione asintattica

delle parole.

Influenza del senso, intesa sia nel suo significato letterale (in-fluire) che nel suo significato figurato.

In special modo nel linguaggio letterario, una parola presente in un’opera letteraria assorbe in sé

tutta la varietà di unità di senso contenute in essa e prende un senso in qualche modo equivalente a

tutta l’opera nel suo insieme. Questo lo si spiega facilmente con l’esempio di titoli delle opere

letterarie. Il titolo esprime tutto il senso dell’opera e ne è il coronamento in una misura assai

maggiore che, diciamo, il titolo di un quadro. Qui in una sola parola è contenuto realmente il

contenuto di senso di tutta l’opera. 14


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roxx86

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Mininni Giuseppe.

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