Introduzione
Nel primo capitolo di questo libro si fa riferimento a un modello capace di spiegare in che modo i mass media intervengano in molti dei processi che consentono alle persone la costruzione del sé. Questa attività di formazione identitaria consiste nella gestione dei significati ricavabili dai diversi tipi di interazione sociale in cui esse possono essere coinvolte grazie alla cultura da loro condivisa. Questi processi sono schematizzati in quello che Mininni ha chiamato l’“approccio delle 3 i”, ovvero influenzare, informare, intrattenere (e possiamo aggiungere una quarta i che corrisponde al mondo di Internet). Le problematiche inerenti a tali processi sono trattate, rispettivamente, nei capitoli secondo, terzo, quarto e quinto.
Le discipline massmediologiche tendono a sminuire l’apporto della psicologia alla comprensione dei fenomeni della comunicazione di massa, ritenendolo viziato da individualismo concettuale e/o da solipsismo (solipsismo = posizione filosofica che nega la realtà e il valore del mondo esterno, attribuendo esistenza e importanza al solo soggetto individuale e pensante) metodologiche. Tale pregiudizio può essere contrastato anzitutto dal riconoscimento del fatto che molte teorie massmediologiche hanno un quadro di riferimento che, anche se ad un livello implicito, evoca chiaramente delle coordinate psicologiche. Ad esempio, la teoria degli “usi e gratificazioni”, che ha un evidente impianto di psicologia motivazionale; così gli usi che le persone fanno dei media sono guidati dalle “gratificazioni” attese, cioè dal fatto che i media siano ritenuti capaci di soddisfare bisogni essenziali per il benessere individuale e sociale.
Anche l’analisi delle modalità con cui l’audience partecipa all’elaborazione dei significati proposti dai media ha una marcata valenza psicologica, perché effettivamente l’audience è costituita da persone. Ma la prospettiva massmediologica di cui più si metterà qui in evidenza l’alta valenza psicologica è la teoria della dipendenza dai media. Secondo questa ipotesi l’esperienza umana del mondo è modellata dai media, che mettono a disposizione delle persone i principali sistemi di significato per capire il mondo (esterno e interno), per orientare il proprio percorso esistenziale in un equilibrio tra ricerca d’informazioni e desiderio di evasione. A ben guardare però questa teoria si basa su un’attenta analisi dei bisogni psicologici e delle motivazioni che dirigono le condotte umane. Noi dipendiamo dai media perché e finché essi sono accreditati come capaci di fornirci informazioni per renderci comprensibile il mondo, di darci suggerimenti su come comportarci e di darci occasioni per sfuggire alla solitudine e all’angoscia esistenziale.
Quindi la relazione tra psicologia e i media può essere interpretata in più modi a seconda che l’enfasi cada su:
- Sulla psicologia come sapere scientifico interessato a capire l’esperienza del mondo e di sé che le persone fanno grazie ai media;
- Sui media come serie di ambienti in cui gli psicologi possono mettere in pratica il loro sapere specialistico, quindi sarà psicologia nei media;
- Sui media come artefatti culturali che diffondono una certa immagine della psicologia in generale, quindi sarà psicologia per i media.
Pertanto, la psicologia del media mira a far emergere come rilevanti le questioni della professionalità psicologica spesa nei media. Negli anni Ottanta si è registrata, soprattutto negli Stati Uniti, una notevole apertura dei media verso gli psicologi e un crescente interesse degli psicologi a esercitare la propria professione nei media. Un indicatore di tale convergenza può essere visto nella creazione di una speciale articolazione dell’American Psychological Association, ossia la Divisione 46 etichettata Association for Media Psychology.
In effetti, programmi di consulenza e/o di terapia psicologica per radio, televisione e computer hanno progressivamente affiancato le tradizionali rubriche di informazione e di assistenza psicologica presenti nella stampa, soprattutto periodica. In tal modo però gli psicologi contribuiscono a legittimare un’immagine deformata della psicologia presso il loro pubblico; essi a questo proposito replicano che la deformazione del proprio sapere specialistico appare una conseguenza inevitabile delle pressioni esercitate su di loro dai responsabili degli ambienti mediali e dai vincoli temporali e/o gestionali del contesto in cui sono chiamati a intervenire su temi complessi. Per fronteggiare meglio il proprio compito, gli psicologi nei media potrebbero utilmente seguire alcune indicazioni:
- Tener desta la consapevolezza delle esigenze mediali di generalizzazione e di semplificazione;
- Coltivare le abilità necessarie a illustrare un argomento ipotizzando audience con diversi gradi di familiarità, da chi non ne sa nulla a chi ha un parere esperto diverso dal proprio;
- Resistere a ogni tentazione di esprimersi su argomenti diversi da quelli per cui si ritiene di avere una conoscenza approfondita e basata sull’esperienza diversa;
- Rifiutare ogni invito a risolvere casi “in diretta”, con interpretazioni esplicite di ciò che una determinata persona può aver pensato, sentito, vissuto;
- Negoziare in anticipo le condizioni dell’intervento;
- Elaborare un piano di intervento, ponendosi già le domande prevedibili e approntando una serie di frasi a effetto, cioè capaci di guidare l’attenzione verso i propri obiettivi discorsivi;
- Approntare delle mosse di elusione per sfuggire a eventuali trappole che li costringessero a esprimersi su problemi su cui non hanno competenza, contrastando la paura di dover dire “non so”, che è un vero tabù mediale.
Psicologia dei media e psicologia nei media
La psicologia dei media non va confusa con la psicologia nei media, cioè con la presenza sempre più diffusa di psicologi sulla scena mediale, e nemmeno va scambiata con la psicologia per i media. Questa espressione si riferisce all’immagine della psicologia diffusa dai media, grazie all’azione dei suoi rappresentanti legittimi –cioè gli psicologi che operano nei media– e, soprattutto, agli interventi enunciativi degli operatori normali della comunicazione massmediale. Per i media la psicologia è un sapere classificatorio ispirato essenzialmente a interessi clinici; si tratta cioè di individuare disturbi di personalità e di porvi qualche rimedio.
Tuttavia la rappresentazione sociale dello psicologo divulgata dai media è legata all’immagine dello “strizza-cervelli”; questo effetto deformante opera in molteplici direzioni, perpetuando le seguenti falsificazioni:
- Riduzionismo pratico: i media consolidano la necessità del senso comune di giustificare la ricerca psicologica sulla base della sua traducibilità in tecniche terapeutiche, quindi lo psicologo serve solo se dimostra che sa curare le persone affette da qualche disturbo mentale o comportamentale;
- Riduzionismo teorico: i media seguono la propensione del senso comune verso ciò che appare semplice e univoco, praticando diversi percorsi di alleggerimento concettuale, per cui tutto ciò che è complesso viene ridotto a formule più o meno banali, incentrate in modelli di causalità lineare secondo cui tutto ciò che è astratto viene ancorato a casi concreti e quindi per ogni problema psicologico c’è l’eventualità che alla base vi sia un meccanismo biologico;
- Unitarietà: i media confermano l’idea del senso comune secondo cui la psicologia è una scienza compatta basata su principi condivisi e non una scienza plurale;
- Orientamento consolatorio-manipolatorio: i media confermano la fiducia magica del senso comune secondo cui ogni difficoltà possa essere superata e quindi il sapere psicologico viene accreditato come toccasana per la fatica di vivere;
In sostanza la psicologia è interessata a occuparsi dei media anche solo per un meccanismo di difesa, per meglio contrastare le strategie di approssimazione e di deformazione praticate dai media, è indispensabile cercare di capire le ragioni e le convenienze per cui i media diffondono credenze parziali e atteggiamenti inadeguati verso la psicologia. L’approccio tradizionalmente seguito dagli psicologi dei media è di natura reattiva, cioè mira a rispondere agli interrogativi che risuonano nei discorsi sociali sul complesso rapporto fra le persone e i media. Gli psicologi sentono di dover fornire risposte alle preoccupazioni socialmente diffuse circa gli effetti dei media sulle persone in relazione ai seguenti argomenti:
- Il nesso tra violenza esibita e aggressività attivata e/o esperita;
- Le ripercussioni dei media sulle pratiche della sessualità;
- Le manomissioni dell’immaginario attribuibili alla pubblicità;
- Le alterazioni del consenso indotte dalla propaganda politica nei media;
- I rischi di catastrofe culturale della dissipazione dei valori;
- La costruzione di false credenze attraverso la manipolazione dell’informazione;
- Le opportunità e i limiti negli usi “prosociali” dei media.
Il timore degli psicologi è testimoniato anche dal fatto che quando i manuali o i dizionari di psicologia registrano la voce “mass media”, la intendono per lo più in termini di condotte aggressive e violenza, manipolazione e persuasione, stereotipizzazione dei ruoli; ma il rapporto con i media è molto più intricato, poiché rivelatore di come le persone e le comunità culturali rappresentano se stesse oltre che i media. Una psicologia dei media, però, impostata in modo propositivo si colloca in una particolare interfaccia tra la “psicologia generale” e la “psicologia sociale” e mira a mostrare come, anche nell’esperienza che le persone fanno dei media, esse rivelino la loro natura di “animale simbolico”, interessato a inserire la propria vita quotidiana in una trama di significati.
Al contrario, una psicologia dei media a orientamento culturale e discorsivo è intrinsecamente critica, perché è interessata a rilevare in che modo le potenzialità di sense-making messe a disposizione dai media possano sfuggire al controllo delle persone ed essere funzionali a programmi di dominio sociale. Quindi la psicologia dei media può affrontare il frammentarsi indefinito delle comunità interpretative in una molteplicità di linguaggi e di pratiche discorsive, spesso inaccessibili tra loro. Un chiaro esempio è il gap generazionale tra padri e figli e tra nonni e nipoti, che si è trasformato in un gap cognitivo grazie all’infittirsi degli artefatti culturali con cui le persone interpretano la loro esperienza del mondo. I bambini e i giovani adulti di oggi sono immersi in una “realtà fatta di messaggi rapidi, [...] stimoli ricchi di cariche pulsionali”, mentre i tardo adulti e gli anziani sono legati ad una costruzione della realtà per assimilazione lenta di informazioni elaborate per lo più nell’interazione interpersonale o nella lettura personale di testi scritti.
Questa differenza negli stili di formazione personale marca l’operare della mente, che segue procedure interpretative in sintonia con i contesti di vita. Le sempre più evidenti difficoltà di comunicazione tra le generazioni sono almeno in parte dovute al fatto che esse vivono in climi mediali notevolmente diversi e, di conseguenza, attivano differenti procedure mentali di elaborazione dei significati. In definitiva, questo volume mostra come l’azione dei media si sia saldamente installata nella macrocornice istitutiva di qualsiasi discorso psicologico, sia di senso comune sia dei molteplici livelli di analisi scientifica, ossia quella che si avvale della metafora spaziale “fuori/dentro”; essa è un’analogia ontologica che porta a strutturare molti mondi possibili, a cominciare dalla mente stessa. Essa infatti può essere pensata come esterna e interna al corpo.
La costruzione dell’identità (self) dipende dalle tecnologie comunicative utilizzate e dalle modalità di attivazione di specifici formati enunciativi; la psicologia culturale dei media mostra come ogni persona elabora attraverso la gestione dei significati sul versante esterno degli artefatti (tecnologie, rituali, istituzioni) e su quello interno dei discorsi. Quindi le persone sono riconoscibili come soggetti di enunciazione di senso in base agli artefatti culturali di cui si servono, come parlare, scrivere… che comportano delle implicazioni nell’elaborazione dell’immagine di sé derivanti dalle caratteristiche sociocognitive dei mezzi adoperati. Ma le persone sono individuabili come soggetti di enunciazione anche in base al modo singolare in cui intrecciano due modelli generali di inserimento nei mondi di riferimento e di interpretazione di qualsiasi situazione di enunciazione, ossia narrare e argomentare (racconti e ragionamenti). Una sorta di doppia elica della mente che trova nelle proprietà dei media un ambiente (esterno) che promuove vari sviluppi per il potenziale di azione umana nel mondo.
Quindi le storie e le argomentazioni rivelano in azione due modalità opposte di funzionamento della mente: il pensiero narrativo e il pensiero logico-paradigmatico. Sostanzialmente la psicologia culturale dei media adotta il modello della “mente a più dimensioni” per dimostrare che le persone ricorrono ai media fondamentalmente perché la loro mente sa riconoscervi delle opportunità per raccontarsi e spiegarsi meglio il mondo in cui vivono. Tuttavia, i media non solo supportano e valorizzano le potenzialità comunicative del corpo umano, ma concretizzano anche le potenzialità espressive della mente umana. Quindi la complessa trama di relazioni che gli esseri umani instaurano con i media interessa alla psicologia perché le offre la possibilità di controllare l’ampia gamma di procedure con cui essi tentano di dare senso alla loro esperienza del mondo. Il vasto territorio dei media sollecita la psicologia a ridefinire il suo oggetto e le sue metodologie d’indagine in modo da rendere il suo assetto di conoscenze e di tecniche più adeguato alle esigenze di comprensione dell’uomo nell’era post moderna. In questa direzione, l’apporto più decisivo può essere fornito dalla psicologia dei media andando a rimodellare la rappresentazione sociale della psicologia stessa in modo che non corrisponda più soltanto a un sapere atteso per le persone in difficoltà, ma sia in grado di proporsi anche e soprattutto come un sapere interessato a promuovere l’autonomia, la dignità e la cittadinanza delle persone.
Capitolo primo: Il ruolo della psicologia tra le scienze dell’interazione mediata
Premessa
Data la sua natura sociale, l’uomo non può non comunicare. Per molti millenni la socialità dell’uomo si è misurata attraverso le potenzialità del suo corpo come strumento di comunicazione (postura, mimica, gestualità). Lo sviluppo della gestualità e della corteccia cerebrale ha fatto sì che l’uomo si dotasse progressivamente di strumenti esterni al corpo che potessero essere usati come artefatti culturali sempre più complessi. Ciò ha mutato la natura dell’interazione possibile, che da immediata (situazione faccia a faccia), diventa mediata. Quando i canali in cui circolano i messaggi sono tali da coinvolgere un numero di persone molto ampio, ma imprecisato, siamo di fronte ai mass media (espressione inglese, di origine latina, che significa strumenti, di comunicazione, di massa).
Essa si configura come una duplice specificazione della comunicazione mediata:
- Broadcasting, che si realizza in regime uno-molti, perché presuppone tecnologie che consentono ad una fonte di diffondere i contenuti dei suoi atti comunicativi presso molteplici destinatari (stampa, radio, TV);
- Un regime molti-molti, che consiste nell’uso che tutti possono fare di determinate tecnologie per entrare in relazione tra loro (rete postale, telefonica, informatica).
Gli eventi comunicativi che coinvolgono le masse sono fenomeni intrinsecamente ambigui, perché la comunicazione può essere sia uno strumento di potere che un’arma rivoluzionaria, sia un prodotto commerciale che un prodotto educativo, può perseguire sia scopi di emancipazione che di oppressione. Lo psicologo, come altri studiosi della comunicazione di massa, sono preoccupati circa gli effetti che l’evoluzione tecnologica ha sulla condizione umana generale e sui singoli individui. Ma la pertinenza della psicologia è più estesa poiché le persone attribuiscono in modo sempre più rilevante ai media il ruolo di “altri significativi”, che originariamente era svolto dalla famiglia, dai pari, dalla Chiesa e dalla scuola.
L’apporto della psicologia in un orizzonte discorsivo
L’espressione “villaggio globale” è stata coniata poco dopo la metà del secolo scorso da McLuhan, per indicare la trasformazione che gli strumenti di comunicazione di massa stavano producendo nella nostra esperienza del mondo, essa è diventata attualmente la descrizione precisa di un dato di fatto. Questa rappresentazione dell’intero pianeta come se fosse un solo grande villaggio porta delle ripercussioni non solo sul piano economico e politico-ideologico, ma anche sul piano psicologico della costruzione del Sé e della gestione delle relazioni con gli altri.
Oggi la costruzione del quotidiano comune a tutti è mediale piuttosto che interattiva, poiché l’universo simbolico che nutre le nostre conoscenze e emozioni è legato all’esperienza del mondo di cui noi tutti disponiamo grazie alla stampa, al cinema, alla radio...
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