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quello speciale tipo di attaccamento che ispira i fan. Essere fan ( da fanaticum, ispirato alla

divinità) di qualcosa vuol dire coltivare una passione in grado di indirizzare la ricerca

(parziale) di significati per la propria esistenza; i fan reinterpretano un certo materiale

simbolico attraverso l’investimento totale delle proprie risorse ritenendo di trarne vantaggio

in termini di benessere o di soddisfazione personale. Quando le fantasie dei fan concernono

un determinato prodotto mediale, le forme di IPS si organizzano in un modo particolare,

come nel caso della serie televisiva Star Trek. I fan di questa serie di sono resi riconoscibili

come un vero e proprio gruppo attraverso un processo segnato da 4 fasi:

1) Avviare una strategia distintiva di ricezione. Ogni puntata della serie viene

necessariamente vista, registrata e discussa poiché la fruizione di questo programma

è una forma stabile di produzione di significato nella vita quotidiana;

2) Costituire una comunità interpretativa. I fan della serie si rendono visibili tra loro e

cominciano a “fare gruppo”;

3) Delineare un mondo artistico. Il piacere di vedere la serie di traduce nella

convinzione di condividere un proprio canone estetico, con precisi valori di

riferimento e determinate indicazioni critiche;

4) Suggerire una comunità sociale alternativa. I fruitori della serie fanno risaltare la

valenza politica del loro mondo di significati, che per sua natura utopica potrebbe

attrarre individui emarginati e gruppi minoritari.

Questo modello è stato elaborato da Jenkins, ma non è detto che le sue fasi siano

ripercorribili in toto dai molteplici modi di evolvere dall’IPS nelle attività dei fan. Però

possiamo affermare che questo modello è riconducibile agli appassionati di “viaggi

interstellari”, poiché in questo caso le persone si proiettano in tempi e spazi che dilatano a

piacimento con la fantasia e possono arredare un intero universo con le trame messe a

disposizione dagli autori del programma. Diversa potrebbe essere l’esperienza dei fan

rapportata a un singolo divo dello spettacolo. In ogni caso la morte del “soggetto di culto”

mediale costituisce un momento particolarmente critico, che talvolta si configura come vero

e proprio “lutto parasociale”. In questa circostanza le persone scoprono la natura

paradossale dell’IPS mediante lo sconcerto emozionale che spesso tentano di mascherare

con una formula di distacco razionalizzatore, per es. “Io non vado dietro i pettegolezzi sulle

divette, ma la notizia della morte di Lady D mi ha proprio shockato”. I singoli individui

traggono ormai il loro status sociale dall’aderirenall’orizzonte comune segnato dai media.

Le persone riconoscono le tracce della propria presenza nello “spazio pubblico” ispirato alla

“cultura di massa” cercando di integrare le risorse mediali con il proprio progetto di

costruzione identitaria. I livelli di IPS rispondono a diversi aspetti di tale bisogno di

integrazione. In sintesi, la psicologia dei media può contribuire a illuminare le forme

dell’interazione mediata in molti modi, specificando le relazioni e i significati che le

persone riconoscono nel loro accedere ai circuiti della comunicazione di massa. 18

Capitolo secondo: Influenzare

Premessa

All’origine della Mass Communication Research c’è la diffusa consapevolezza dei gravi

rischi di manipolazione cui sono esposte le persone e la società nel suo insieme. I media

consegnano definitivamente l’umanità all’ “età della propaganda” poiché amplificano le

opportunità inerenti alle antiche tecniche della persuasione, individuate dalla retorica e

dall’arte oratoria. Soprattutto gli psicologi si sono fatti carico di rispondere all’interrogativo

se i mass media abbiano delle conseguenze sulle condotte e/o sulla mente delle persone.

Poiché i media sono artefatti culturali che organizzano l’esperienza umana del mondo, la

loro capacità d’influenza sulla mente e sulle condotte delle persone è innegabile. Quest’idea

è giustificabile anzitutto sulla base dei seguenti fatti di evidenza inoppugnabile:

1) Le organizzazioni dei media attirano giganteschi investimenti economici;

2) La vita politica delle comunità è saldamente occupata dalla scena mediale;

3) I vari discorsi mediali sono tenuti insieme dal filo blu della pubblicità, ossia un tipo

di testo intrinsecamente programmato per “orientare”;

Il percorso di comprensione qui tracciato seleziona due nuclei argomentativi che alimentano

maggiormente il dibattito sulla “potenza dei media”: la TV e la pubblicità.

Gli effetti psicosociali dei media

Nel lungo percorso che va dall’invenzione della scrittura a Internet, si registra un dibattito

ricorrente sugli effetti che i media hanno sull’esperienza della sessualità e dell’aggressività.

Tuttavia, si può ritenere che le questioni così vivacemente dibattute della pornografia e della

violenza consentano di utilizzare i media come capro espiatorio, scaricandovi il peso della

responsabilità per il lato oscuro di ciascuno di noi. La stessa ambiuità si può rilevare nel

considerare i risultati attribuibili alle campagne di pubblica utilità. Benchè vengano sfruttate

le più raffinate tecniche pubblicitarie, si avverte la diffusa sensazione di uno scarto, sempre

possibile, fra chi ha progettato i contenuti e la forma di una determinata campagna e il modo

in cui potrebbero funzionare i processi di persuasione presso il grande pubblico (per es.

nelle campagne antidroga, la paura o il senso di colpa, risultano meno influenti di quello che

in teoria sarebbe giusto attendersi).

Dalla manipolazione al modellamento

Le varie scienze dell’interazione mediata collocano la questione degli effetti psicologici dei

mass media in tre grandi scenari, che in una certa misura corrispondono anche a tre

segmenti temporali che compongono l’esperienza storica del Novecento. 19

Nei primi decenni del XX secolo la maggior parte degli studiosi si riconosce nel

paradigma dell’influenza determinante. Riflettendo sulla propaganda durante la

prima guerra mondiale e nei regimi politici totalitari in Europa, apparve legittimo

ritenere che gli individui siano preda passiva dei messaggi affidati ai comizi, ai

manifesti, ai volantini e ai (cine)giornali. Si affermano teorie illuminate dalle

metafore del “proiettile magico” e dell’ “ago ipodermico”, laddove i mezzi di massa

operano come proiettili che vanno necessariamente a bersaglio, poiché mirano a

innescare i meccanismi automatici che governano i comportamenti delle folle. Per gli

psicologi dei primi decenni del Novecento, tutte le condotte umane, e quindi anche

quelle legate all’uso dei media, sono controllate da pulsioni interne o da stimoli

esterni. Ciò ha permesso di evidenziare la tendenziale unilateralità insita nel regime

della CMM, che in sostanza richiederebbe un processo lineare e unidirezionale dalla

fonte ai destinatari. Il modello di ricerca più chiaro esplora la capacità d’influenza dei

media attraverso le risposte che si possono fornire a cinque domande:

1) Chi dice?

2) Che cosa?

3) A chi?

4) Attraverso quale canale?

5) Con quale risultato?

Vi si assume che l’emittente sia più attivo e responsabile del ricevente e che sia possibile

sottrarre l’interpretazione del contenuto (o del messaggio) a qualsiasi variazione di origine

contestuale e socioculturale.

Verso la metà del XX secolo si afferma il paradigma dell’influenza limitata. Le

pioneristiche ricerche condotte dallo psicosociologo Lazarsfeld sui flussi elettorali

suggeriscono di ridimensionare l’efficacia dei mass media come operatori di

cambiamento nelle dichiarazioni di voto. I testi mediali di politica possono risultare

persuasivi se passano attraverso il filtro di speciali “gatekeepers” dell’attenzione,

cioè quelle persone che si è disposti a ritenere come propri “opinion leaders”.

Pertanto, i media attivano un flusso di comunicazione a due livelli ( two-step flow). Il

loro primo obiettivo è quello di ottenere il consenso di coloro che sono più sensibili

e/o interessati ai media stessi che potranno agire da leader d’opinione per quanti li

considerano tali in un secondo momento. Questo modello inserisce l’influenza dei

media sotto il controllo delle relazioni interpersonali e la limita agli argomenti “per i

quali sia ben nota la mancanza di opinioni da parte del pubblico al momento

dell’esposizione”. Queste idee sono in sintonia con le ricerche di laboratorio condotte

dall’èquipe dello psicologo Carl Hovland sulla modifica degli atteggiamenti. I primi

soggetti delle sue ricerche furono i soldati statunitensi che dovevano essere convinti a

non ritenere irrimediabile la disfatta di Pearl Harbor e a sviluppare un senso di

autoefficacia collettiva nella conduzione della seconda guerra mondiale. Hovland

rileva che per essere efficaci, i messaggi della stampa e dei filmati devono passare

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attraverso la selezione attiva delle persone, che possono dare loro credito o resistere

in base a molteplici fattori. Ulteriori esperimenti in tempo di pace gli permisero di

mostrare come l’efficacia dei mass media sia “limitata” dal ricorrere di alcune

condizioni, come per esempio:

1) L’attenzione; i messaggi devono superare la soglia della rilevanza cognitiva per le

persone, per poter operare in loro delle trasformazioni;

2) La comprensione e l’assimilazione; i messaggi devono essere analizzati nella loro

struttura di significato ed essere conservati nella memoria delle persone, così da poter

essere rievocati nella situazione pertinente;

3) L’incentivazione; i messaggi devono essere accettati non solo come validi nella loro

pretesa di verità, ma anche come idonei al perseguimento degli obiettivi e rispondenti

agli interessi delle persone.

L’approccio di Hovland è particolarmente rilevante perché ha evidenziato i vincoli posti

dalla credibilità del persuasore e dall’organizzazione del messaggio. Pertanto, soprattutto

nei media, si tratta di una credibilità costruita attraverso processi di negoziazione fra

esibizione e attribuzione di intenzioni. Chi chiede il consenso deve essere anzitutto

riconosciuto nella sua plausibilità; inoltre l’esito di un programma di persuasione può essere

deciso anche dal modo in cui i messaggi sono formulati. La variazione più rilevante

concerne la scelta se dare al discorso un’organizzazione unilaterale (one-side) o bilaterale

(both sides). In definitiva, si tende ad attribuire ai media una capacità limitata e selettiva di

produrre “effetti” sulle persone, alle quali vengono peraltro riconosciuti, forse troppo

fiduciosamente, ampi margini di controllo cognitivo.

Negli ultimi decenni fel XX secolo si è progressivamente affermato il paradigma

dell’influenza modellatrice, che è articolabile in molteplici teorie, con un raggio più

o meno ampio di applicabilità. Man mano che la televisione si è guadagnata una

posizione assolutamente dominante tra i mass media, è cresciuta anche la

consapevolezza critica dell’enorme potere da essa esercitato sulla mente e sulle

condotte delle persone o dei gruppi. Gli effetti denunciati sono di tale portata da

autorizzare il timore di un’alterazione radicale della specie nell’ Homo videns

(Sartori, 1997). Tuttavia prevale un atteggiamento di cautela, poiché gli effetti attesi

sono proiettati sul lungo termine, cioè come esito cumulativo di particolari pratiche

mediali nella costruzione sociale della realtà. La maggior parte delle conoscenze sul

mondo, dei modelli di ruolo, dei valori e degli stili di comportamento giunge alla

mente dell’uomo non dall’esperienza diretta del mondo fisico e delle relazioni con gli

altri, ma sempre più attraverso la mediazione della comunicazione sociale. Per

esempio è stata evidenziata una correlazione positiva tra la preferenza espressa per il

genere poliziesco e un atteggiamento favorevole ai militari, in un’analisi di dati

statistici relativi alla campagna per le elezioni presidenziali americane. Da ciò è

avventato dedurne che questo tipo di programmi sia sufficiente a sviluppare una

struttura di personalità autoritaria e aggressiva, in questo caso l’influenza mediale

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può limitarsi a operare a un livello più generale, in quanto spesso la passione per i

polizieschi risponde al bisogno di essere rassicurati e di credere in un mondo giusto.

Relazioni e significati

Questa scansione dei paradigmi di ricerca sull’influenza psicosociale dei media dimostra

che, nel complesso, un’impostazione in termini di effetti comporta l’adesione tacita a precisi

presupposti di ordine epistemologico. Infatti:

1) Cercare “effetti” ha senso se si ritiene di poter stabilire “cause”;

2) Indagare sugli “effetti” comporta la necessità di ridurre la pertinenza dell’oggetto

della psicologia dei media ai fenomeni “osservabili” e misurabili;

3) Gli effetti osservabili di cui ci si (pre)occupa sono intesi in termini di cambiamento,

di solito peggiorativo.

Tuttavia tutti questi presupposti sono criticabili. Per esempio l’idea che i media cambino le

persone in qualche aspetto della loro struttura di base, porta a disinteressarsi di ciò che

accade quando la trama delle relazioni tra i media e le persone lascia le cose come stanno.

Inoltre la curvatura “apocalittica” della ricerca sugli effetti si può ricondurre al noto “errore

fondamentale” previsto dalla teoria psicologica dell’attribuzione, che differenzia il punto di

vista dell’attore da quello dell’osservatore. Una delle poche certezze che possiamo assumere

da decennali discussioni sulle conseguenze attribuibili ai media concerne il cosiddetto

“effetto terza persona”, che consiste nella tendenza a sovrastimare gli effetti esercitati dai

media sugli altri, specie se meno istruiti, e a sottovalutare le influenze che i media hanno su

di noi e sulla comunità cui apparteniamo. Più che di “effetti”, con l’analisi dell’influenza

dobbiamo parlare in termini di “alternative funzionali”, sviluppando le indicazioni

contenute nel ricco paradigma di ricerca degli “usi e gratificazioni” proposto da Katz,

Blumler e Gurevitch. Tale ridefinizione del problema permette di considerare le persone e i

gruppi non più in termini di massa amorfa e passiva, bensì come partecipanti attivi, seppure

nel ruolo di consumatori o fruitori di beni simbolici: l’audience. Gli scopi generali per cui

normalmente gli individui ricorrono ai mass media sono informarsi, divertirsi e consolidare

l’identificazione col proprio gruppo di appartenenza. Questo approccio poggia su nuclei

concettuali che si articolano coerentemente tra loro in modo da sottolineare che l’uso dei

media è:

a) Intenzionale; sorretto da scopi, obiettivi, mete;

b) Guidato da bisogni; tende a soddisfare attese e desideri delle persone;

c) Filtrato da differenze individuali e da fattori ambientali;

d) Inserito in un gioco competitivo fra le varie risorse culturali;

e) Consapevole: di solito l’utente ha il controllo della situazione in cui si trova.

Più che essere registrabile come una serie di effetti prevedibili, l’influenza dei media sulle

persone si esercita come orientamento dei processi di attribuzione di senso. Per poter

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inquadrare l’influenza mediale in cornici interpretative aperte alla grande variabilità delle

relazioni e dei significati messi in campo dalle persone, è utile accennare alla questione di

come i media (s)valorizzino la sessualità. Entro certi limiti, la fruizione di programmi porno

può non necessariamente segnalare condotte devianti e antisociali, ma può perfino avere

effetti prosociali se è intesa come un mezzo per alimentare la pulsione sessuale in una

relazione intima minacciata dalla noia o per facilitare la conoscenza di diverse modalità di

gratificazione sessuale. L’effetto più grave riscontrabile negli appassionati di pornografia è

legato al fatto che la visione di questo genere di programmi appare correlata alla più facile

condivisione dei “miti sullo stupro”. Poiché l’intelaiatura cognitiva che fa da sfondo alle

debolissime trame narrative dei programmi porno si regge su alcuni luoghi comuni, tali miti

sono facilmente assimilati dai pornofili. Pertanto, anche per questo tema è decisivo il

contesto di interpretazione dei contenuti mediali. Per esempio il fatto che i pedofili possano

trovar diletto nel guardare immagini non pornografiche di nudi infantili eventualmente

esibite dai cataloghi per vestiti dei bambini conferma che l’uso “normale” dei media

impegna le persone più come attivi elaboratori di significati che come riceventi di messaggi

già codificati.

La matrice dell’influenza nella comunicazione televisiva

Gran parte del flusso di notizie e di relazioni in cui oggi siamo coinvolti passa attraverso il

senso della vista. Tutti i modi di comunicare sono anche profondamente diversi per la loro

organizzazione interna, per i processi psicologici attivati e per la distribuzione sociale

dell’utenza. Un posto speciale spetta alla televisione perché attira larghe masse di utenti,

consentendo loro nuove forme di consumo simbolico, anche se spesso le immette in circuiti

di senso senza fornire loro le argomentazioni necessarie a padroneggiarli criticamente. Il

nuovo linguaggio della TV fatto di “immagini parlanti” è la vera cifra dell’attuale

condizione umana, marcata dalla velocizzazione dell’esperienza del mondo.

Il trionfo della videosfera

La Tv ha modificato radicalmente l’organizzazione culturale dell’umanità, immettendo il

corso degli avvenimenti mondiali nel regime rapidissimo delle immagini trasmesse e

commentate in tempo reale. La rivoluzione televisiva comporta per l’uomo grandissimi

costi, come non hanno mancato di rilevare i suoi interpreti “apocalittici”, e innegabili

benefici, come sottolineano gli “integrati”. Per i primi la TV è una “cattiva maestra”,

soprattutto come babysitter è una “serva infedele”, poiché nei programmi maggiormente

selezionati da bambini e adolescenti notiamo:

1) Sovradimensionamento di alcune caratteristiche sociali. Per esempio certe età o

professioni sono più visibili di altre;

2) Alterazione della struttura dei valori, dal momento che le condotte anomale spesso

risultano più salienti e talvolta perfino indicate come premianti; 23

3) Mistificazione della realtà. Per esempio nelle forme di parodizzazione della

sessualità.

Tuttavia il cahier de dolèances (letteralmente taccuino dei reclami) verso la TV si estende

oltre la denuncia degli effeti negativi sulle nuove generazioni, che si teme crescano come

“patate sul divano”. Di seguito, le critiche più ricorrenti alla TV:

a) La TV bombarda il cervello di immagini, senza dare il tempo ai neuroni di elaborare

tutta l’informazione in esse contenuta, quindi non potendo attivare alcuna funzione

critica, il telespettatore è esposto al rischio di rincretinimento;

b) La TV ha la sua profonda ragion d’essere nella spettacolarizzazione, per cui come un

moderno re Mida, trasforma tutto ciò che tocca in mero piacere di apparire.

c) La TV manipola l’immaginario collettivo, deformando le rappresentazioni sociali di

intere comunità, come nel caso dell’ ”invasione” dell’Italia da parte degli albanesi

all’inizio degli anni Novanta, oppure stravolgendo i tempi, ad esempio quando i

calciatori sono costretti a giocare rispettosi non dei loro ritmi circadiani, ma di quelli

stabiliti dal dio Auditel;

d) La Tv induce passività, isolamento e disinteresse per l’inesauribile mistero del

mondo.

Ovviamente la TV ha dalla sua parte anche dei convinti estimatori, che ci invitano ad avere

fiducia nel nuovo “focolare domestico” sulla base almeno dei motivi seguenti:

a) La TV è una “finestra sul mondo” e quindi agisce da potentissimo strumento di

documentazione e di indirizzo;

b) La TV è una grande macchina affabulatrice, che può soddisfare qualsiasi attesa di

narrazione. Infatti grazie alla TV si può sempre entrare in una storia, la mente può

trovare sempre racconti appassionanti;

c) La TV ha contribuito a creare una lingua standard;

d) La TV sviluppa una competenza di genere. Ad esempio un bambino sa distinguere

molto presto un film poliziesco da uno di fantascienza o un gioco a premi da un talk

show.

Come si vede, gli argomenti presentati da entrambe le posizioni (apocalittici e integrati)

evidenziano aspetti completamente diversi. Tuttavia, i dati certi riguardano soltanto le

dimensioni seguenti:

1) Il tempo medio di esposizione: ogni individuo dedica circa tre ore e mezza della sua

giornata a vedere la TV (solo dormire e lavorare ci impegnano più a lungo).

2) L’unità di fruizione, importante per stabilire la configurazione delle influenze

possibili. Per esempio l’espressione “da vedere con i genitori” segnala che fruizione

di un certo programma televisivo può essere vissuta in modo differente e quindi

avere effetti diversi a seconda che avvenga da soli o in compagnia. In età evolutiva

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una fruizione solitaria della TV è ritenuta solitamente più rischiosa. Quando è

disponibile un solo schermo TV ad attrarre tutta la famiglia, si possono generare

situazioni che rivelano profonde dinamiche relazionali tra i suoi componenti, per

esempio l’assetto di potere segnalato chiaramente dalle contrattazioni per la gestione

del telecomando.

3) Il tasso di esposizione, tende a essere correlato alle forme della socialità marginale.

Infatti, vedono di più la TV i bambini, gli anziani, i disoccupati, i vedovi, i detenuti

cioè tutti coloro che le circostanze spingono fuori delle reti di comunicazione attiva e

interpersonale.

La forma generale di accurlturazione che deriva dalla TV è incentrata sull’immagine di cui

lascia trasparire sia la forza che la debolezza. L’immagine ha più presa poiché fornisce una

sintesi d’informazioniche sembra autorizzare la prontezza di una prima interpretazione

emozionale. Sotto il profilo funzionale, la comunicazione audiovisiva viene incontro ai

principali bisogni delle persone e dei gruppi, fornendo loro occasioni di informazione, di

intrattenimento e di identificazione sociale. L’horror vacui (paura del vuoto, concetto

conosciuto in psicologia come cenofobia) dello schermo televisivo non tollera che il ritmo

frenetico delle immagini sia sospeso dall’attivazione di un giudizio critico.

L’attrattiva della violenza

Il dibattito sui media è periodicamente arroventato dal fatto innegabile che la violenza, reale

o simulata, sia così spesso di scena in TV. Il dibattito sulla violenza in TV non è esente da

valenze ideologiche che traspaiono da certe posizioni estreme, come quella che vorrebbe

addebitare alla violenza rappresentata dai media la responsabilità di oltre 10.000 omicidi

all’anno nel mondo. Altrettanto ideologica appare la posizione opposta di chi si rifugia nella

difficoltà di convenire su una definizione adeguata di che cosa si debba intendere per

“violenza”. Infatti, c’è chi vi vede soltanto l’esibizione di forza fisica nell’intento di fare

male a qualcuno, fino a togliergli la vita, e chi invece la intende come qualsiasi

manifestazione di potere, non necessariamente minaccioso per l’altro (per es. scene di

comicità che producono vittime). In questa visione più ampia della violenza risultano

pericolosi non soltanto quasi tutti i cartoni animati, ma anche le fiabe, e perfino il secolare

“gioco dei soldatini”. Le posizioni assunte nel dibattito sulla violenza in TV vengono di

solito estese in modo da proporre una determinata cornice di interpretazione per gli effetti

dei media in generale. Per esempio, per spiegare l’attrazione esercitata dai media violenti si

fa spesso riferimento alla teoria della catarsi, elaborata dalle arti drammaturgiche, ripresa in

ambito psicoanalitico da Freud a Bettelheim, e rilanciata dal modello dell’IPS. Secondo

questa teoria gli spettatori di programmi violenti hanno l’opportunità di identificarsi con i

protagonisti e scaricare illusoriamente le proprie tendenze aggressive. Una riprova empirica

è data dalla correlazione esistente, valida nei maschi, tra la scelta di vedere programmi

violenti e periodi di maggiore stress. Tuttavia, l’argomento più ricorrente in questo contesto

trae forza dalla teoria del modellamento sociale. A questo proposito dobbiamo citare il

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famoso esperimento condotto dall’èquipe di Albert Bandura, dove i bambini assistono a

scene di violenza rappresentata all’interno di un programma TV. Subito dopo viene

consentito loro di accedere alla stanza dei giocattoli e si è visto come un certo numero di

bambini manifestavano immediatamente condotte aggressive verso una bambola gonfiabile.

L’obiettivo di Bandura era quello di dimostrare come le persone apprendessero non solo per

effetto di ciò che sperimentano direttamente, ma anche attraverso l’osservazione di modelli.

Beninteso, lo stesso vale per la solidarietà. Quindi se impariamo non solo per

condizionamento, ma anche per modellamento, i media possono plasmare qualsiasi nostro

comportamento. Un’altra teoria generale, a cui di solito ricorre la posizione “apocalittica”

nel dibattito sulla violenza dei media, è quella del “transfer di eccitazione” messa appunto

dagli esperimenti di Zillman e collaboratori. In base a questa teoria, assistere a scene

violente comporta uno stato di eccitazione fisiologica (arousal) che può straripare nelle

successive situazioni di vita reale. Ovviamente, l’aggressività assimilata dalle immagini TV

non si traduce necessariamente in condotte violente verso gli altri. Altri tipi di ripercussione

possono risultare anche più gravi e dolorosi per le persone. Per esempio, bambini e

adolescenti “teledipendenti” possono orientare inconsapevolmente verso se stessi la carica

di distruttività che vedono rappresentata in TV, oppure possono divenire insensibili alla

sofferenza che ogni atto violento provoca negli altri e/o in se stessi. In entrambi i casi, la

violenza televisiva può far scivolare alcuni individui in una sorta di “impotenza appresa”

rispetto al sopruso e all’esibizione della forza. La variazione delle conseguenze ascrivibili

alla violenza rappresentata dai media dipende dal tipo e dal grado di elaborazione mentale

che le persone vi dedicano. Nel sistema cognitivo le scene di violenza possono innescare 2

tipi di meccanismo:

1) Generare pensieri ossessivi;

2) Attivare modelli mentali più idonei a fronteggiare un’analoga situazione di violenza,

qualora vi si fosse coinvolti direttamente.

A quest’ultimo punto fa riferimento la ricerca di Gerbner, secondo cui è plausibile sostenere

che l’esposizione delle persone a programmi con scene di violenza sia in grado di

modificare la loro percezione del mondo. Per esempio egli rileva che chi vive in quartieri

protetti dal rischio di atti criminosi o violenti, ma assiste frequentemente a programmi

televisivi di un certo tipo, ritiene di poter subire atti di violenza con una probabilità più alta

di chi, vivendo in quartieri degradati, vi è effettivamente più esposto. Ciò significa che per

Gerbner quanto uno crede non dipende più da quello che egli sperimenta personalmente,

bensì da quel che vede in TV. Egli, dalla sua ricerca, propone una concezione nota come

teoria della “coltivazione”, che è tesa a spiegare il grande impatto della TV sulla vita sociale

dell’uomo. Invero, la TV è diventata la più potente agenzia di socializzazione e

omogeneizzazione culturale, poiché il flusso delle sue immagini costruisce il terreno

condiviso del riferimento comune alla realtà; ciò dimostra che più che gli effetti di

persuasione e manipolazione legati a un dato programma, è rilevante il fatto che tutti si

immergono nel flusso della TV e vi attingono informazioni, stili di vita, modelli… Questa

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ha il vantaggio di superare la rigidità dell’approccio all’influenza dei media in termini di

effetti, ancorandola

però a due grandi

versanti di

strutturazione:

1) Mainstreami

ng. I media

proiettano l’intera esistenza delle persone in una serie di “correnti di significato”,

stabilendo quale di esse sia di volta in volta la più importante per il grado di

condivisione e per il rango di validità percepito;

2) Risonanza. I media rafforzano l’esperienza reale, amplificando la valenza di senso

attribuita dalle persone al proprio vissuto.

Il dibattito sulla violenza in TV e nei media in generale suggerisce due grandi indicazioni

prospettiche:

1) La prima è di ordine teorico. Tutto dipende dal contesto in cui il messaggio violento

viene formulato e dal significato che vi attribuisce l’audience.

2) La seconda è di ordine empirico. Le procedure di spiegazione e/o di comprensione

attivate per la possibile influenza dei media violenti possono essere utilizzate anche

per l’auspicabile influenza dei media prosociali.

Sostanzialmente, se la teoria del modellamento e quella del transfer di arousal possono

spiegare l’eventuale esplosione di aggressività in seguito all’esposizione a scene di violenza,

allora dovrebbero riuscire a spiegare anche una manifestazione di maggiore empatia in

seguito all’esposizione a scene che rischiamano l’attenzione su problemi personali e/o

collettivi (malattie, carestie, conseguenze di disastri naturali…). Questa equiparazione,

tuttavia, è disattesa dai dati empirici, poiché la capacità d’influenza attribuita ai media passa

attraverso un diverso regime di intenzionalità.

• L’effetto antisociale dei media violenti si produce prevalentemente nei contesti

disinibitori dell’intrattenimento;

• L’effetto prosociale dei media positivi si produce per lo più grazie alle forze

supportive dell’immagine di sé attivate dai contesti narrativi.

Strategie dell’influenza nel ciclo di vita

La specificazione più importante riguardante le attese sulla capacità dei media di influenzare

la mente delle persone è legata alla loro distribuzione in varie fasi del ciclo di vita.

Ovviamente le fasi iniziali dell’infanzia e dell’adolescenza sono maggiormente esplorate

dagli psicologi dei media, poiché queste età sono rilevanti per la costruzione di abiti

interpretativi della realtà, per l’assimilazione di profili relazionali e per il modellamento del

proprio Sé personale. 27

Media e bambini

Gli artefatti culturali penetrano nell’esperienza del mondo che i bambini fanno sin dai primi

mesi di vita anzitutto sotto forma di giocattoli. Quasi ogni fase della crescita individuale è

ritmata dalla preferenza per un medium (TV, videogame, computer). Una linea di ricerca

estremamente rilevante mette in evidenza alcuni problemi connessi alla socializzazione

infantile realizzata attraverso i media. Molte indagini mirano a estendere al contesto mediale

la validità della concezione dello sviluppo elaborata da Piaget. Si fa vedere un breve filmato

TV a bambini negli stadi preoperatorio (5-6 anni), operatorio (7-10) e delle operazioni

formali (11-14) e poi si analizzano i loro resoconti, si rileva che mentre i bambini più

piccoli si soffermano sugli aspetti più superficiali delle interazioni rappresentate nel filmato,

i ragazzi più grandi si spingono ad attribuire le motivazioni nascoste nelle azioni e a

ipotizzare sentimenti. Tuttavia, il resoconto relativo alla fruizione di contenuti mediali non

dipende soltanto dal grado di competenza cognitiva sviluppato, ma da molti alri possibili

fattori: rete di interessi, schema del Sé, competenza comunicativa e sociale, grado di

coinvolgimento emozionale ecc.

La Theory of Mind (ToM) è un’importante reimpostazione delle principali concezioni

avanzate nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva. I bambini compiono un salto

evolutivo quando, all’incirca all’età di 4 anni, si rivelano capaci non solo di attribuire degli

stati mentali agli altri, ma anche di usare tale attribuzione per predire come gli altri si

comporteranno. Questa competenza viene di solito indagata attraverso il compito della

“falsa credenza”: dopo aver mostrato a due bambini (Paolo e Francesca) una bambola nella

sua custodia, l’adulto invita P. a uscire dalla stanza. Subito dopo mette la bambola sotto al

cuscino e chiede a F. secondo lei quando P. rientra dove cercherà la bambola. I bambini più

piccoli tendono a rispondere che la cercherà dove loro sanno cioè sotto il cuscino, poiché

non sono ancora in grado di utilizzare l’informazione che gli altri possono avere stati

mentali diversi dai propri. E’ molto interessante adattare il compito della “falsa credenza” a

un contesto di fruizione mediale. Se si mostra ai bambini la sequenza di un cartone animato

(Pantera rosa) nella quale un uccello inseguito da un cacciatore si infila, non visto, in una

grotta e si chiede loro dove il cacciatore cercherà l’uccello, se fuori o dentro la grotta, la

risposta “corretta” verrà data anche da molti bambini di 3 anni. I contesti mediali, quindi,

consentono di evidenziare che le prestazioni della ToM non dipendono soltanto da una

maturazione dell’impalcatura bio-psicologica dell’individuo, ma anche dal suo grado di

expertise degli artefatti culturali messi a disposizione dai media, che facilitano la percezione

degli altri.

Molte indagini sugli effetti che i media esercitano sulle menti infantili fanno riferimento al

ruolo rilevante svolto dalla mediazione genitoriale, cioè dall’azione di filtro che gli adulti

possono esercitare rispetto ai contenuti massmediali. Gli stili di fruizione familiare si

distribuiscono lungo un continuum che va dalla “mediazione restrittiva”, ossia quando i

genitori intervengono semplicemente per disciplinare ciò che i figli possono vedere,

28

coprendo di tabù alcuni programmi, fino alla “mediazione istruttiva”, che impegna i genitori

a discutere con i figli ciò che stanno vedendo o hanno appena visto, in modo da sostenere i

loro percorsi interpretativi con spiegazioni e commenti adeguati alle varie situazioni,

passando per il grado zero di mediazione parentale, quando i genitori di limitano a

presidiare la situazione con una mera “co-visione”. La mediazione genitoriale segue due

macrostrategie focalizzate su due finalità opposte:

- Marcare la somiglianza tra il mondo rappresentato e la vita quotidiana, puntando sul

potenziale di identificazioone personale fornito dalla TV;

- Sottolineare la differenza tra “ciò che si vede in TV” e “ciò che si vive” puntando ad

agevolare l’assetto della distinzione fra “fantasia” e “realtà”.

Di solito i genitori adattano i loro interventi ai vari tipi di programma. Caratteristiche di

personalità dei genitori e configurazioni particolari nei climi relazionali delle famiglie

possono orientare i genitori verso commenti prevalentemente positivi (se sono ottimisti) o

negativi (se sono pessimisti). Analizzando i dialoghi madre-bambino che configurano varie

forme di mediazione parentale dei contenuti televisivi, si possono individuare tre

macroscenari interpretativi:

1) Realismo infantile: il bambino crede vero tutto ciò che vede e la madre introduce la

distinzione vero/finto con intento eteroprotettivo. Il primo atteggiamento dei bambini

verso la TV li spinge a considerarla una “finestra magica”, poiché la realtà effettuale

spesso non risponde alle attese di un mondo giusto, i genitori tendono a presidiare i

contatti che i figli hanno con il mondo reale attraverso la TV, mancandone il

potenziale di finzione.

2) Iperrealismo infantile: il bambino crede talmente vero ciò che vede in TV che si

meraviglia di scoprire la possibilità di uno scarto tra ciò che accade sullo schermo e

ciò che sperimenta. In questo caso la distinzione materna vero/finto ha una funzione

autoprotettiva. E’ questo punto che dà voce al generale atteggiamento apocalittico

verso la TV e i media in generale come sfera della simulazione, dell’artificio, della

falsità.

3) Realismo materno: la madre orienta l’interpretazione di contenuti fittizi in chiave

effettuale: “ecco cosa ti può succedere se ti droghi o rubi…!”. Questa modalità

discorsiva rivela come la stessa distinzione vero/finto derivi gran parte del suo

interesse dalla cornice pedagogica in cui spesso è inserita.

L’influenza della TV e dei media in generale nella costruzione sociale della realtà può

spiegare anche certi dati empirici apparentemente sconcertanti. Ad esempio, risulta che i

bambini di 8-9 anni producano descrizioni più ricche ed elaborate riguardo a personaggi

fittizi che ai propri compagni di classe. Ciò può confermare i timori che i bambini riducano

la loro esperienza di vita assistendo passivamente ai programmi TV, ma può far anche

risaltare proprio le risorse narrative messe in campo dai media. Nelle condizioni rilassate

della fruizione mediale possono realizzare con più agio lo scavo psicologico del

29

personaggio, mentre nelle situazioni delle interazioni reali l’attenzione alle persone è

talvolta alquanto approssimativa. Dall’altra parte, dall’analisi dei resoconti di ciò che

farebbero “sognare a occhi aperi”, risulta che la TV non riduce la disposizione a giocare con

la fantasia, ma fornisce le risorse simboliche, di conseguenza i suoi contenuti indirizzano le

attività di immaginazione dei bambini secondo configurazioni e ritmi congruenti con

l’andamento sincopato del linguaggio televisivo.

Tuttavia, i bambini si rendono conto che, finta o vera che sia, gran parte di ciò che accade in

TV e nei media in generale è “reale” nel senso che è “profondamente importante”,

soprattutto nelle sue conseguenze. La psicologia dei media preme sul fatto di spostare

l’enfasi sociale dal mero bisogno di proteggere i bambini all’impegno consapevole a

considerarli interlocutori attivi nella co-costruzione della cultura comune.

Mode e modi di transizione nella crisi adolescenziale

I giovani cercano nei contenuti nei contenuti dei media alcune risorse simboliche per

affrontare il proprio problema evolutivo che consiste essenzialmente nel legittimare a sé e

agli altri un progetto coerente di costruzione identitaria. L’adozione di tale prospettiva

impegna a porre l’accento sulla funzione specifica dell’audience. Naturalmente, non è solo

l’età a introdurre variazioni nell’interpretazione dei testi mediali, ma tutte le infinite

sfumature con cui le persone costruiscono la propria identità, a cominciare dall’apparenza

etnica. Per esempio, dopo aver visto un videoclip di Madonna, alla domanda “di che cosa si

occupa la canzone”, gli studenti afroamericani tendevano a privilegiare il tema della

“relazione tra padre e figlia”, mentre i bianchi tematizzavano l’oggetto della canzone in

termini di “gravidanza prematrimoniale”.

I media forniscono agli adolescenti delle figure, esterne al nucleo familiare e all’istituzione

scolastica, con cui realizzare quel tipo di “attaccamento secondario” che li traghetta verso lo

stato adulto. Per esempio, assumere Alessandro Del Piero come principale riferimento

valoriale e/o invaghirsi di Brad Pitt sono tipiche modalità adolescenziali di impostare una

relazione parasociale con i media. Naturalmente, gli attaccamenti secondari tra i giovani e

le figure mediali vanno integrate nell’ambito di orizzonti culturali più ampi.

Per esempio è stata condotta un’indagine in Cina sulla distinzione tra i meccanismi di

proiezione e di identificazione, Yue e Cheung (2000) chiedono di selezionare tre “idoli” e

tre “modelli” da una lista di nomi corrispondenti a cantanti pop e personalità politiche di

una certa notorietà (poiché spesso presenti nei media). La distinzione tra idoli e modelli

presuppone l’attivazione di processi psicologici differenti, in quanto gli idoli attraggono la

proiezione fantasmatica dei desideri giovanili, mentre i modelli alimentano i bisogni di

identificazione con alcune figure normative o almeno orientative. I campioni dei giovani

partecipanti provengono da due contesti urbani molto differenti: Xiang-gang, una città

cinese talmente dominata dalla cultura occidentale che è stata chiamata per decenni Hong

Kong, e Nanjing, città al centro della Cina in cui restiste l’influsso dell’ideologia comunista.

30

Chi si incammina verso lo stato adulto nella ex Hong Kong si affida alle figure mediali dei

cantanti sia nella funzione di idoli che di modelli anche se con diversi gradi di adesione.

Invece coloro i quali vivono in un ambiente meno esposto all’influenza mediale dei valori

occidentali distribuiscono le loro scelte di costruzione identitaria valorizzando in modo più

netto la figura dei politici.

L’estrema varietà dei modelli di riferimento forniti dai media consente ai giovani nell’era

postmoderna di costruirsi un’ “identità patchwork”, cioè di poter assumere che il modo più

efficace per affrontare la complessità del mondo contemporaneo sia elaborare un Sé fluido,

capace di mescolare atteggiamenti, ibridare credenze, sostenere paradossi radicali (per es.

essere dei “pacifisti violenti”). Ma l’effetto dei media socialmente più temuto concerne la

formazione dell’immagine corporea del Sé, soprattutto nelle adolescenti. L’ideale di

snellezza e di magrezza incarnato da attrici, modelle e conduttrici televisive può generare

nelle menti in ristrutturazione identitaria delle ragazze una certa insoddisfazione verso il

proprio corpo, che può innescare il ricorso a diete pericolose e conseguenti rischi di

anoressia e bulimia. Il dato più rilevante consiste nella tendenza delle ragazze e delle

giovani donne a scagionare i media ed attribuire la responsabilità della loro insoddisfazione

corporea a cause oggettive o naturali (corredo genetico, insistenza dei genitori…). Invero

l’ambiente familiare può essere un moderatore del fascino pervasivo esercitato dai media al

riguardo. L’abitudine di mangiare insieme e il più generale clima di serenità nei rapporti fra

genitori e figli sembrano correlati alla pratica di diete più salutari da parte delle adolescenti.

La forma dell’influenza nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità esiste solo in quanto si assume che abbia una qualche efficacia sulle persone.

Infatti la razionalità economica impone che le campagne pubblicitarie apertamente

fallimentari vengano immediatamente sospese. Il discorso pubblicitario alimenta un

dibattito nel quale gli argomenti a favore della “libertà di espressione” si confrontano con

quelli che mirano a salvaguardare la “libertà di interpretazione”. Nella pubblicità le aziende

e le istituzioni intendono veder riconosciuta la loro capacità creativa rispetto ai bisogni

umani, mentre le singole persone vi intravedono l’esercizio, più o meno subdolo, di una

costrizione. La pubblicità è l’ambito in cui è più evidente il cosiddetto “effetto terza

persona”, cioè la credenza che gli altri ne siano vittime più di noi. La resistenza delle

persone ad accettarsi come influenzabili dalla pubblicità scaturisce dall’ostinato

attaccamento all’immagine di sé come centro di controllo e di valutazione

dell’informazione. La fuga dei telespettatori dagli spot pubblicitari (attorno all’80%), può

essere ritenuta una conferma attendibile dell’atteggiamento di difesa che di solito le persone

sviluppano verso qualsiasi

progetto esplicito di

influenza. 31

Dalla persuasione alla fascinazione

Nella “sfera pubblica” il dibattito su questa forma di influenza è spesso ancorato alla

necessità di proteggere l’infanzia dal potere suggestivo della pubblicità, soprattutto

televisiva. Non a caso, gli spot televisivi vengono memorizzati più facilmente di altri

programmi. Ciò accade per molti buoni motivi, a cominciare dal fatto che i bambini amano

ciò che può essere ripetuto, una fiaba come uno spot. Inoltre, la necessaria brevità degli spot

e la loro cadenza musicale sono congruenti con la mobile attenzione infantile. Essendo

sovraccarica di emozioni, la trama degli spot agevola la tendenza all’identificazione dei

bambini con gli eroi di qualsiasi impresa, ancorchè commerciale. L’influenza della

pubblicità sulla mente e sulle condotte dei bambini è evidente, soprattutto nel suo effetto più

generale di istillare in loro una cultura materialistica e consumistica. Dall’analisi delle

richieste avanzate dai bambini nelle lettere a Babbo Natale risulta che esiste una chiara

correlazione tra durata di esposizione alla TV (soprattutto se da soli) e richieste di doni di

marca. Meno chiaro appare il percorso compiuto dai bambini nella loro “alfabetizzazione

pubblicitaria”, cioè in che modo riescano a distinguere la pubblicità da altri tipi di

programma e come diventino consapevoli dell’interazione persuasiva che la caratterizza. Per

stabilire in che modo i bambini capiscano la pubblicità, occorre anzitutto differenziare tra

competenza implicita e competenza esplicita nella fruizione degli spot pubblicitari. Già a 4-

5 anni i bambini sanno discernere gli spot da altri tipi di programma. Tale abilità implicita si

trasforma in competenza esplicita più lentamente. Analizzando le risposte alla domanda

“secondo te perché in TV c’è la pubblicità?”, è possibile riconoscere tre diversi “livelli di

comprensione”:

a) Debole. I bambini credono che la pubblicità serva “a far riposare gli attori”, “a farci

sparecchiare a tavola”;

b) Medio. I bambini credono che la pubblicità serva “a farci sapere le cose”, “a dare i

consigli”;

c) Forte. I bambini credono che la pubblicità serva “a convincere la gente a comprare”,

“a far vendere le cose”.

Inizialmente i bambini sono rallentati da una naturale tendenza al “pensiero egocentrico”.

Tuttavia è più lento e per niente garantito il processo che li porta ad acquisire

consapevolezza delle tecniche adoperate dalla pubblicità per realizzare il suo progetto

discorsivo. Tra queste vanno almeno menzionate:

1) La ripetizione (ridire più volte il nome della marca, riformulare il messaggio in più

modi)

2) Il cortocircuito cognitivo (abbinare piani esperienzali molto distanti anche a rischio

di implausibilità)

3) L’effusione affettiva (sovraccaricare il testo di indici emotivi)

4) La fascinazione identificatrice (legare i prodotti ai modelli aspirazionali del Sé) 32

La principale strategia di proiezione del Sé ravvisabile nei testi pubblicitari è consegnata al

modo di presentare le persone. L’immagine del corpo femminile è una specie di passe-

partout del linguaggio pubblicitario, le forme del corpo femminile dicono “vita”,

“benessere”, “salute”, “bellezza”. Attraverso la molteplicità dei richiami seduttivi possibili,

il corpo femminile evocato nella pubblicità non ha più quasi alcun legame con la

sensorialità e la sensualità dei vissuti, trasfigurato com’è nell’apparente consistenza di

un’immagine onirica. Mentre, la presenza maschile negli scenari pubblicitari sembra

proiettare non tanto dei tipi ideali quanto delle “idealizzazioni di non-tipi”, quasi a voler

testimoniare la consapevolezza della difficltà di trovare modelli autentici e validi nella realtà

dei rapporti sociali tra i sessi. Si profilano, quindi, scenari comunicativi che puntano

sull’autonomia del single o sul fascino dell’eterno Narciso, con qualche tentativo di

autoironia. Il ricorso dei pubblicitari alla strategia dell’ “uomo-oggetto”, sembra sancire una

resa al dominio dei prodotti sui produttori, dei ruoli sui progetti di vita.

Fantasmi subliminali e culture del consumo

Gli spot sono circondati da un generale clima di sospetto che ha fra i suoi miti istitutivi il

timore che essi si avvalgano di forze occulte. Per esempio, nel 1950 James Vicari sostenne

un aumento considerevole (fra il 30 e il 50%) nelle vendite di pop corn e Coca-Cola in un

cinema del New Jersey, dopo 6 settimane che gli spettatori assistevano a proiezioni

abilmente manomesse. Cioè, nel film erano stati inseriti, ogni 5 secondi, dei fotogrammi con

le scritte “mangia pop corn” e “bevi coca-cola” per un tremillesimo di secondo, cioè per un

tempo così breve da rendere impossibile qualsiasi percezione consapevole da parte degli

spettatori (questa pubblicità in seguito si rivelò solo un “fattoide”, cap. III). Un chiarimento

significativo sulla portata dell’influenza subliminale è giunto dalla ricrca condotta da

Greenwald et al. i cui controlli sperimentali mettono in evidenza il valore delle aspettative

che si autorealizzano. Verso la fine degli anni Ottanta alcune aziende conseguirono alti

profitti su base psicologica, vendendo audiocassette che promettevano di elevare la memoria

o perfezionare la conoscenza di una seconda lingua, o ancora di accrescere l’autostima, non

per qualche sforzo che proponevano, bensì per i messaggi subliminali in essi contenuti. Se si

altera la corrispondenza fra le cassette e le etichette apposte sui contenitori, risulta che, dopo

un mese di abbandono fiducioso alle cassette, a essere modificate sono non le prestazioni di

memoria o i giudizi di autostima collegabili ai contenuti effettivi delle cassette, ma le attese

delle persone rispetto a ciò che esse credono debba migliorare. Quindi la pubblicità

subliminale risulta poco più che una leggenda metropolitana, che ammicca all’ “effetto

priming”, rilevato dagli psicologi cognitivisti, secondo cui se una persona percepisce in

modo subliminale un determinato stimolo, le risulterà più agevole l’elaborazione cognitiva

di successive informazioni congruenti ad esso. Tuttavia, suffragata da prove empiriche, è la

pubblicità latente, cioè l’inserimento apparentemente causale di una marca in un programma

televisivo o in un qualsiasi prodotto mediale. Per esempio, l’esposizione della marca dei

corn-flakes divorati da ET, ne triplicò le vendite. 33

La sfera della pubblicità è rilevante perché individua il rischio di idealismo cui è esposta la

ricerca psicologica, allorchè tende a sottovalutare il nesso tra la disponibilità di beni

materiali e la sensazione di benessere personale. Ad esempio, risulta che i soggetti maschi

situano le automobili a un rango più vicino al Sé di quello in cui pongono i propri organi

corporei o le proprie credenze religiose. Rifacendoci a Piaget, già a 2 anni i bambini sono in

grado di riconoscere nei supermercati certi prodotti che hanno visto pubblicizzati in TV. Il

periodo della massima vulnerabilità è però tra i 2 e i 5 anni, perché tendono a credere vere

tutte le promesse della pubblicità. Tra i 5 e gli 8 anni ci sono procedure di negoziazione con

i genitori, per cui i bambini imparano a fissare priorità e a interiorizzare gradi diversi di

soddisfazione. La finne dell’infanzia, 9-12 anni, determina il primo configurarsi di uno stile

personale di consumo ispirato a particolari fusioni tra un generale atteggiamento critico,

l’influenza dei pari, ecc…

In sintonia con il passaggio dall’hard sell al soft sell, la storia della pubblicità rivela un

andamento “psicologistico”, in quanto la costruzione dei messaggi sposta il suo focus dalle

caratteristiche del prodotto a quelle del consumatore. In genere la pubblicità esercita la sua

seduzione non tanto nel chiarire i benefici insiti nelle varie merci, quanto nel creare un

mondo in cui il possibile acquirente si senta valorizzato e gratificato.

Una strategia pubblicitaria molto ricorrente consiste nell’usare una persona famosa per

qualche motivo come garante della qualità di un certo prodotto. Tuttavia, non sempre questa

strategia è efficace, in quanto risulta che talvolta l’immagine del testimonial prevale su

quella del prodotto. Le misurazioni fornite dalla tecnica del differenziale semantico

mostrano che l’immagine di un certo prodotto cambia in base alla personalità attribuita alla

celebrità da cui viene promosso.

La pubblicità cattura l’attenzione non soltanto curando la buona forma con cui si offre alla

vista e/o udito delle persone, ma soprattutto tessendo associazioni di idee, evocando climi

emozionali, cioè agganciando le piste di scorrimento più sicure per insinuare la credenza

che un determinato prodotto possa servire a migliorare l’immagine di sé. La prevalenza

dell’impianto evocatore su quello informativo è del tutto manifesta nelle campagne

pubblicitarie “monche” o “a tappe”, che mirano a richiamare l’attenzione del potenziale

consumatore proprio oscurando ciò di cui si tratta o rendendo, entro certi limiti, difficile la

comprensione, così da innescare il desiderio di sapere. Naturalmente le strategie di

interpretazione sono notevolmente orientate dal contesto in cui l’annuncio pubblicitario di

inserisce. Per esempio, gli spot televisivi vengono ricordati meno bene se interrompono

programmi ad alto tasso di violenza o umoristici, poiché l’attivazione emozionale con cui

vengono percepiti comporta una diminuzione dell’attenzione. 34

Capitolo terzo: Informare

Premessa

Per la loro straordinaria capacità di diffondere notizie, i media si offrono come “finestra sul

mondo” a disposizione di chiunque. Di solito, però, tendono a nascondere che si tratta pur

sempre di una finestra ritagliata e orientata in un certo modo e su un certo mondo, cosicchè

viene oscurata la dimensione di propaganda sottilmente intessuta nello stesso ordito (trama)

costitutivo dell’informazione. Infatti, i processi di produzione e di consumo delle notizie

obbligano la “teoria dell’informazione” resa celebre dal modello di Shannon e Weaver, a

confrontarsi con la “teoria contrattuale”, che mira a inquadrare qualsiasi evento

comunicativo in un’ottica dialogica.

I media come attivatori di percorsi interpretativi

la domanda più intrigante che ricorre frequentemente nella psicologia dei media è: le

rappresentazioni diffuse dai media sono un riflesso della realtà o contribuiscono a

costruirla? L’enorme potere dei media risiede nella loro capacità di costruire e diffondere

rappresentazioni almeno temporaneamente e parzialmente condivise. Quel che la stragrande

maggioranza delle persone sa su molti contesti di vita possibili nel mondo non deriva

dall’esperienza diretta, ma da come ne parlano i media. Ecco perché è decisivo rintracciare

almeno alcuni dei percorsi interpretativi della realtà attivati dai media.

Specchi deformanti della realtà sociale

La necessità di stabilire quanto le rappresentazioni mediali della realtà siano attendibili è

rilevante soprattutto quando esse concernono aspetti nevralgici dell’identità personale e

sociale. Prima di tutto va rilevato il grado di corrispondenza tra il mondo di riferimento e la

rappresentazione fornitane dai media. Tra i tanti, un indizio convincente a sostegno

dell’ipotesi secondo cui i media operano spesso come un prisma valoriale che proietta

immagini alterate di ciò che cattura è costituito dalla rappresentazione del genere femminile.

Soprattutto negli anni Settanta (diffusione sociale delle idee femministe), molte indagini

hanno denunciato “l’annientamento simbolico delle donne” realizzato dai media. Per

esempio, nella fascia oraria di massima audience televisiva (prime time), si vedono sullo

schermo più personaggi maschili che femminili; inoltre, la donna tende ad essere

rappresentata come genere marcato da certi ruoli tradizionali: oggetto di desiderio sessuale,

angelo del focolare… Tuttavia, la situazione attuale sembra leggermente migliorata, poiché

la TV fa apparire in prime time e soprattutto rivestendo più ruoli (anche quelli solitamente

riservati agli uomini), più donne. I media sono uno specchio fedele e insieme deformante

della realtà perché l’immagine che ne offrono dipende anche dal loro modo di costruirla. Un

esempio, è fornito dalla rappresentazione che i media offrono dei ruoli parentali, perché

lascia trapelare in che modo essi agganciano e insieme filtrano l’esperienza effettiva delle

persone. 35

La tab. 1 mostra la distribuzione percentuale dei ruoli paterno e materno, ripresi in relazione

alle diverse fasi della crescita infantile e ai diversi tipi di attività.

Gli spot televisivi rendono trasparente l’immaginario collettivo sulla distribuzione dei

compiti tra i ruoli genitoriali: benchè ci sia una tendenza a condividere il peso della cura dei

figli in maniera più equa che in passato, il “lavoro sporco” dell’accudimento ricade ancora

in prevalenza sulla madre, mentre al padre si richiede che sia presente nei momenti decisivi

dell’educazione e che dedichi il suo tempo libero alla famiglia.

Megafoni degli stereotipi

I media hanno straordinarie opportunità per costruire in modo velato e far circolare

rappresentazioni stereotipiche di alcuni aspetti della realtà ad alta rilevanza sociale.

• Ad esempio, quando i giornali sportivi presentano i campioni di pelle nera

come”atleti naturali”, oerano non solo un’ipergeneralizzazione semplificatrice, ma

anche una giustificazione surretizia (arbitraria) di una loro presunta inferiorità

basilare. Infatti, l’audience è legittimata a inferirne che i campioni di pelle bianca

siano “atleti culturali”. Il mito degli “atleti naturali” sembra un riconoscimento di

valore offerto all’altro, ma insinua disvalore: eccellere “per natura” è qualcosa che

capita, ciò che davvero conta è eccellere “per cultura”, poiché richiede intelligenza e

impegno. Quanto più marginale è un gruppo, tanto più la sua visibilità nei media sarà

affidata a stereotipi.

• Una speciale conferma è fornita dal modo in cui i media si occupano delle persone

disabili. L’handicap è un costrutto bio-psicosociale che rivela il grado in cui le

comunità umane interpretano i temi della salute affrontando le questioni della

diversità interna con politiche orientate all’isolamento e all’esclusione o al sostegno e

all’integrazione dei disabili. Anche quando i media se ne occupano, essi restano

ancorati alle proprie logiche di selezione e di spettacolarizzazione. La deformazione

più grave consiste nella tendenza a trasformare le persone disabili da “soggetto” a

“oggetto” di discorso. Infatti, il principale interesse dei media al riguardo verte sulle

attese relative alla gestione pubblica della salute; la vicenda umana della sofferenza,

quindi, diventa solo un’occasione per celebrare qualche biotecnologia. Quando i

media resistono a tale tentazione, tendono a inquadrare le persone con handicap in

36

una delle seguenti cornici interpretative a base stereotipica, che segmentano un

continuum con estremi polarizzati:

a) Il supereroe, non solo per i successi personali ma per le imprese socialmente

rilevanti compiute nonostante l’handicap;

b) L’innocente, dalla dolcezza inconsapevole;

c) Il saggio, l’handicap è bilanciato da acutezza intellettiva, creatività, originalità

ecc.;

d) Il demone vendicatore, quando il peso dell’handicap viene scaricato sulla società.

• Una menzione particolare merita la rappresentazione che i media forniscono dei

pazienti psichiatrici. I media gestiscono la vaghezza interpretativa della salute

mentale, sfruttando tutte le potenzialità delle credenze e delle condotte strane e

bizzarre per alimentare i loro programmi di fiction e avvalorando il senso comune dui

“matti”, ritratti prevalentemente come esistenze fallite pur nella maschera di

un’ingenua spontaneità, come fonti o vittime di violenza oppure coinvolti in dialoghi

insostenibili. La sensibilità antisegregazionistica si è progressivamente trasformata in

disillusione per l’inefficacia di alcuni tentativi di realizzare l’integrazione dei malati

mentali nelle comunità.

Intendere lo stereotipo come una manifestazione dell’ “euristica della rappresentatività”,

secondo cui le persone tendono a privilegiare le informazioni più salienti rese disponibili

dalla memoria, comporta che la problematicità venga spostata sul pregiudizio, cioè su una

particolare costellazione di credenze, emozioni e disposizioni ad agire nei confronti di altri.

I media, quindi, sarebbero responsabili di perpetuare concezioni pregiudiziali di alcuni

gruppi sociali e spesso pregiudizievoli verso di essi. Invece, intendere gli stereotipi come

una pratica situata della discorsività sociale e mediale comporta una denuncia dell’ideologia

implicita in ogni pretesa di classificazione. In tal caso, lo stereotipo è uno strumento di

impostazione di moduli interpretativi nettamente definiti per fenomeni che spesso si

configurano come nuvole di senso dai contorni vaghi e sfumati.

Manipolatori di verità

Nella comunicazione faccia a faccia le persone sanno di essere esposte al rischio di venire

ingannate e di solito prendono le loro contromisure, prestando attenzione al minimo indizio

di insincerità. Nella comunicazione di massa né le persone né le comunità hanno ancora

sviluppato procedure capaci di proteggerle dagli attacchi molteplici che la verità non può

non subire dai media, i quali hanno ampie possibilità di realizzare vari tipi di inganno. La

radicale asimmetria inerente al regime della CMM fa sì che gli utenti tendano a parteciparvi

in buona fede, anche perché di solito sono privi delle competenze tecniche che potrebbero

insinuare in loro il dubbio sulla verità di ciò che ascoltano, vedono e leggono. I media

producono un abbassamento delle difese psicologiche con cui le persone cercano di restare

immuni dalle conseguenze degli inganni. Una prova è l’accoglienza che i media riservano ai

“fattoidi”, cioè cronache romanzate di eventi non accaduti ma presentati in maniera tale da

37

far credere che lo siano stati, oppure ricostruzioni di dialoghi mai registrati. I media hanno

un rapporto difficile con la verità intesa sia come corrispondenza con la realtà sia come

confronto spassionato tra versioni diverse, poiché non possono non essere contaminati dal

potere. Quindi, le persone risultano per lo più indifese rispetto alle pratiche di

manipolazione inerenti ai mass media, perché per resistere alle strategie più o meno sottili di

distorsione del senso degli atti e degli avvenimenti occorre modellare la mente in un modo

tale da sviluppare una sufficiente consapevolezza critica. Per alcuni, la naturale inclinazione

della mente a cercare di sapere come stanno le cose veramente viene sviata dai fantasmi

dell’apparenza e della convenienza. Il dibattito ha come sfondo l’ipotesi dell’esibizionismo

e del voyeurismo come tratti ispiratori dell’attuale esperienza mediale della realtà. Tuttavia,

nonostante le prove a favore e contro, in questo “carnevale della cultura mediale” (Munson),

ciò che più conta è l’affinamento delle competenze psicologiche nel pubblico. I media

stipulano con i loro utenti solo dei contratti di somiglianza, che è il regime sociocognitivo

più adeguato alle pratiche comunicative della “società dell’informazione” nell’ “età della

propaganda”. L’autorevolezza che le persone tendono ad attribuire a tutti i mass media è una

fonte implicita di (auto)inganno: per il fatto stesso di essere stata selezionata, una notizia

passa per vera, ancorchè possa talvolta apparire implausibile. Le tecniche di veridizione (è

la fiducia degli utenti a garantire il patto di veridicità a cui gli operatori nei media si sentono

vincolati), sfruttano tutte le risorse semiotiche che possono contribuire a creare attorno al

testo di notizia un clima di autorevolezza e di competenza, così da generare un’impressione

di obiettività. Per esempio, nella sequenza finale di un servizio televisivo viene proiettata

l’immagine del reporter ripreso sul luogo dell’evento o anche in studio, questo stake out ha

la funzione di garanzia argomentativa: sono pronto a testimoniare che ciò che avete visto

corrisponde a come sono andate le cose perché io le ho viste così.

L’informazione come linfa culturale

Il processo di costruzione delle notizie (newsmaking) rivela la stretta interdipendenza tra il

regime della CMM e le procedure della mente. Gli aspetti più dibattuti di questo tipo di

interazione mediata sono l’attendibilità della fonte, l’obiettività, intesa come fedeltà ai fatti,

l’indipendenza o autonomia di giudizio, la completezza, per cui si richiede sempre che “si

ascolti anche l’altra parte”, la chiarezza e la comprensibilità del linguaggio.

I valori-notizia nella “società dell’informazione”

La nostra società si presenta come “società dell’informazione” perché intende accreditare

l’ideale di un uomo “acculturato” anche dalla pratica discorsiva delle “notizie”. Il giornale è

l’archetipo del regime di CMM che adatta all’epoca moderna le pratiche dell’informazione

rispondenti al desiderio umano di partecipare all’evento, di essere là dove le cose accadono.

Il giornale ospita un tipo di testo –l’articolo- a sua volta differenziabile in sottogeneri

(editoriale, elzeviro, cronaca, commento ecc.), che è definito dai seguenti tratti salienti: 38

1) Paratesto. Codificato in occhiello, titolo e sottotitolo, che anticipano il testo vero e

proprio, talvolta corrisponde più alla necessità di suscitare l’attenzione del lettore. I

titoli tendono allo “stile nominale”, proposizioni con ellissi del verbo;

2) Testura a piramide rovesciata. Le informazioni ritenute più importanti occupano la

prima parte dell’articolo.

La regola aurea che regge il processo di costruzione delle notizie consiste nel riferire su un

evento rispondendo a 5 “domande-w”: “che cosa è successo?” (what?), “chi è stato?”

(who?), “dove?” (where?), “quando?” (when?), “perché?” (why?).

La teoria massmediologica più rilevante è nota come “Agenda Setting”, che aggancia il

newsmaking a tre delle principali procedure dell’attività mentale: focalizzare, confrontare e

raccontare. La costruzione delle notizie comporta una “determinazione delle priorità”

(agenda setting) mediante l’attivazione di tre meccanismi: la selezione, la valorizzazione e

la narrazione. Ogni notiziario, quindi, non può fornire un quadro completo, ma solo un

segmento “parziale” della rappresentazione di ciò che accade nel mondo, conformemente

alla selezione operata dalla fonte. Gli eventi selezionati come notiziabili vengono inquadrati

in un certo ordine, che ne stabilisce la rilevanza. Indicatori di valorizzazione sono:

a) Collocazione. Ciò che è in prima pagina ha più importanza di ciò che è nella

penultima.

b) Ampiezza. Misurabile in numero di colonne, minuti, link.

c) Supporto iconico. Presenza di foto o di filmati testimonia il rilievo delle notizie.

Mentre la selezione e la valorizzazione operano a livello topologico, la narrazione agisce in

termini di qualità, per cui espone la notizia a polarizzazione valutativa. Più che attraverso le

altre procedure, è attraverso il modo in cui un evento è narrato che ci si può rendere conto di

quale sia l’atteggiamento della fonte e quale sia il contratto fiduciatario che l’enunciatore

stabilisce con il lettore o telespettatore. Le notizie fornite dai giornali hanno più possibilità

di veicolare il significato degli eventi, mentre quelle offerte dai telegiornali sono più efficaci

per la prontezza nella copertura degli eventi e per l’immediatezza della loro interpretazione

a livello emotivo. Le persone, infatti, tendono a considerare la TV più affidabile dei

giornali.

Strategie di ricezione delle notizie

Gli utenti si avvicinano al testo di notizia con un generale atteggiamento di fiducia. I valori-

notizia sono l’esito di un contratto implicito che obbliga il newsmaker a rispettare alcuni

principi generali di funzionamento della mente, e cioè:

1) Bisogno di sorpresa. La notizia colpisce quando fornisce elementi di novità rispetto

al quadro di ciò che è già noto;

2) Preferibilità del negativo. Le persone trovano più interessante un disastro che un

esito felice; 39

3) Semplificazione. Il testo-tipo della notizia è il dispaccio, cioè un discorso essenziale;

4) Sintonia. La notizia è una versione del fatto già ispirata all’interpretazione che

verosimilmente ne darebbe l’audience.

Il filtro cognitivo che organizza la comprensione della notizia non è un meccanismo fisso e

predeterminato, ma un relais dinamico, sensibile alle differenze individuali e si adatta alla

variabilità delle situazioni su cui deve esercitarsi.

Opinione pubblica e interessi privati

Il processo di formazione dell’opinione pubblica è una dimensione della vita sociale che

risulta sottoposta alla “spirale del silenzio” (Noelle-Neumann). Chi non teme di essere

contraddetto in pubblico dà l’impressione di far parte di un gruppo più ampio di quanto non

sia effettivamente; chi invece teme il confronto con l’uditorio appare più debole e incerto di

quanto effettivamente sia. Quindi, il meccanismo a spirale porta le credenze attribuite alla

maggioranza ad essere piàù visibili di quelle attribuibili alla minoranza. Costretti a tutelare

il diritto di cronaca e il diritto alla privacy, i testi di informazione si trovano spesso a

registrare un insuperabile punto di frizione psicosociale, determinato dall’incertezza del

confine tra opinione pubblica e vita privata. Le moderne tecnologie della comunicazione di

massa ridisegnano continuamente la mappa dei rapporti tra riservatezza ed esibizione,

rimodellando il significato di emozioni come l’imbarazzo e la vergogna. Nella sfera privata

le persone elaborano informazioni relative alla faccia del Sé su cui esercitano il massimo

controllo con un atteggiamento generale di protezione, che può talvolta indurle ad attivare la

difesa del segreto. Eppure anche in questo campo i media operano un ampio “dissequestro

dell’esperienza”, perché tracciano autostrade di Self-disclosure nel territorio del “senso

confidenziale” cui tutti possono accedere.

La trama contrattuale della notizia

Ogniqualvolta l’interazione mediata si configura come testo di notizia si innesca una pratica

sociale interessata a determinati contenuti: descrizioni, idee, saperi, riferimenti a oggetti e

resoconti di eventi. Nel contempo però esso si regge sulla base delle specifiche modalità di

sense-making che i suoi interlocutori attivano. La fig. 1 mostra le principali clausole nel

contratto di partecipazione agli utili e ai costi di una possibile interazione con il testo

“notizia”. 40

I fatti come versioni degli eventi

Informare, è una delle azioni particolari che è possibile eseguire usando in un certo modo le

rappresentazioni sociali, quindi bisogna prevedere che l’universo reificato dal consenso

coinvolga già il modo condiviso di intendere i testi di notizia, a cominciare dalla capacità

attribuita al lettore di separare i “fatti” dalle “opinioni”. Una spiegazione di questo processo

cognitivo-discorsivo ispirata al costruzionismo sociale fa riferimento “alle procedure usate

per stabilizzare e rendere credibili le versioni” della realtà. Nel testo di notizia è possibile

trovare sia delle conoscenze tendenti alla denotazione pura, incasellate da precisi schemi

organizzativi ( frames e scripts), sia delle conoscenze valorizzate secondo modelli

interpretativi e riferimenti normativi, giustificabili solo da ideologie, più o meno nascoste o

camuffate, capaci comunque di segmentare l’opinione pubblica. L’universo discorsivo in

cui le persone co-costruiscono un mondo possibile come “notizia” le obbliga a rintracciare

tre tipi di caratteristiche:

1) Indici di identificazione della fonte;

2) Indici di modellamento del proprio mondo di riferimento ( per renderlo distinguibile

da quello assunto da altre fonti);

3) Indici di posizionamento del proprio lettore/ascoltatore modello ( per differenziarlo

da altre comunità interpretative).

Il testo di notizia non si limita a rappresentare la realtà, ma suggerisce anche chi e/o che

cosa è il suo enunciatore, fornendogli particolari risorse identitarie attinte da un patrimonio

comune.

Memoria collettiva e affiliazione personale

Informare è un’impresa anche economica, tesa a conservare e insieme rinnovare

l’organizzazione storico-culturale di una comunità. Sotto questo profilo la pratica discorsiva

di fornire notizie costituisce la forma moderna di attivazione della memoria collettiva a

breve termine. La disposizione delle notizie nell’agenda quotidiana attiva le procedure a

breve termine proprie della memoria collettiva, mentre i testi di storia, le leggi, le

letterature, i miti, i costumi ne organizzano le procedure a lungo termine, in modo da

sostenere la vita interiore di una data comunità culturale. L’idea che i media siano anche

strumenti dell’oblio sociale ha la sua evidenza empirica nella nostra esperienza quotidiana

di soggetti travolti dalla massa inarrestabile delle informazioni, disperse spesso nel flusso

vorticoso delle immagini. La notizia è un tipo di testo che istituisce una clausola di

memorabilità degli eventi trattati, i quali sono sottoposti a varie procedure di interpretazione

riconducibili alla molteplicità delle voci enunciatrici, alla poliprospetticità e alla salienza

argomentativa dei diversi formati utilizzati. Per cui ogni persona orienta la pratica di

informarsi secondo la sua scala di priorità, che non necessariamente rispetta l’agenda

setting della sua fonte. 41

La clausola di fidelizzazione del contratto di informazione stabilisce la compatibilità tra le

procedure di selezione, valorizzazione e narrazione attivate dalla fonte e quelle ammesse dal

lettore/ascoltatore. Attraverso il suo rinnovamento, le agenzie informative modellano la

costruzione della memoria collettiva, che è basata sul mutuo riconoscimento di comuni

strategie interpretative degli eventi e opera mediante procedure tese a una continua e

reciproca risintonizzazione tra bisogni del lettore e programmi dell’enunciatore. Il principio

di fidelizzazione stabilisce che gli avvenimenti su cui vertono i testi di notizia possano solo

rafforzare l’intesa di fondo che lega l’enunciatore modello al lettore modello. Una notizia

che risulti enfatizzata da un giornale viene di solito giudicata non solo degna di alimentare

la memoria collettiva, ma anche capace di rinsaldare la complicità interpretativa. Viceversa,

una notizia scarsamente valorizzata assegna validità solo alla slausola di memorizzazione.

In termini schematici, l’immagine riproduce il fatto e il linguaggio lo commenta. Questo

intreccio trova una sintesi felice in un particolare tipo di testo informativo: la vignetta.

L’informazione veicolata dalle vignette riguarda climi opinionali, habitus interpretativi di

complesse configurazioni di credenze e/o emozioni.

Nella costruzione del discorso i giornalisti tendono a rispettare tacitamente le regole

seguenti:

1) Il testo deve presentare degli agenti discorsivi legittimati dal loro sapere e/o dal loro

status di studiosi;

2) Il peso di tali agenti discorsivi pende a favore degli studiosi di scienze naturali,

mentre gli studiosi di scienze sociali svolgono un ruolo di contorno;

3) La fonte discorsiva che alimenta la corrente dei significati presentati in testi di notizie

a sfondo bioetico è un evento scientifico che consente di riorganizzare la circolazione

del sapere a livello internazionale;

4) La tessitura del discorso procede intrecciando l’asse della conoscenza con quello

dell’emozione;

5) La procedura argomentativa sfrutta degli acoraggi narrativi che richiamano situazioni

già sperimentate come problematiche per suggerire la necessità di un’equilibrio fra

accettazione sociale dei rischi e prevenzione delle degenerazioni estreme (come la

clonazione umana);

6) Il contratto di comunicazione stipulato, tende a posizionare il lettore o l’utente

radiotelevisivo nel ruolo di spettatore rispetto a un dibattito che trascende ogni sua

possibilità di partecipare con la propria esperienza diretta;

7) L’organizzazione retorica del discorso ricorre prevedibilmente alla metafora-quadro

del viaggio che individua le posizioni attuali come una tappa utile, ma destinata a

essere superata del futuro.

Le armi dell’informazione

L’espressione “guerra dell’informazione” individua certe pratiche di manomissione della

verità cui talvolta ricorrono i portavoce di posizioni belligeranti. La metafora bellica

42

chiarisce che l’informazione può essere uno strumento di difesa e di offesa. Lavorare sulle

conoscenze in modo da adattarle agli scopi delle identità in conflitto significa trasformarle

in armi di persuasione ricorrendo spesso alle trame di menzogna e di inganno praticabili dai

media. Eppure quanto lontana sia la pratica discorsiva delle notizie dall’ideale di obiettività

cui ancora ispiriamo le nostre attese è testimoniato dalla crescente consapevolezza che

l’informazione sia “deformante”, “falsa”, “di parte”.

A colpi di notizie

La scelta della cornice di riferimento entro cui interpretare un qualsiasi evento per

trasformarlo in notizia può rispondere a criteri di valore a spettro crescente sui piani

economico, politico e culturale, per cui la notizia può risultare “deformata” anche senza

un’esplicita volonta di mistificazione. Un esempio: di blocchi planetari.

Le principali procedure di costruzione discorsiva della notizia in direzioni opposte sono:

atto

1) Agentività. Abbattimento dell’aereo da parte dei sovietici deliberato

azione

(sabotaggio). Quella compiuta dagli americani inconsulta (tragico errore

compiuto da un individuo stressato):

2) Identificazione. Forte compassione per le vittime coreane / sovrano distacco da quelle

iraniane;

3) Categorizzazione. Si fa credere che le fonti etichettate abbiano interesse a dare quella

loro versione, al contrario di quelle non etichettate;

4) Generalizzazione. Nel primo caso l’evento svela la malafede di un’intera

costellazione di popoli (discorso morale), nel secondo sollecita la maggior attenzione

dei singoli individui (discorso tecnico).

L’informazione-scandalo

Il contrasto fra la tranquillità della normale situazione di fruizione delle notizie e l’abituale

drammaticità del mondo introduce già elementi di dissonanza cognitiva. Questo turbamento

è abilmente sfruttato dal newsmakers. Di solito, il rischio di scandalo viene limitato alla

trattazione di particolari oggetti gravati da qualche tabù sociale. La turbolenza introdotta

dall informazione-scandalo altera i criteri di rilevazione delle salienza ed esalta la portata

emozionale degli eventi. Se l’equilibrio tra le esigenze della memoria collettiva e quelle

della fidelizzazione è sbilanciato a favore di quest’ultima, ci troviamo di fronte a una

43

“campagna di disinformazione”. L’informazione fa scandalo quando l’enunciatore allenta i

freni inibitori sull’uso tendenzioso del linguaggio che appare quale effetto naturale

derivante da un radicato atteggiamento di favoritismo intragruppo. L’evento di cui tratta il

testo di notizia colloca l’enunciatore o nel gruppo di chi l’accetta e in qualche modo lo

giustifica (in-group) o nel gruppo di chi lo rifiuta ed è interessato a contrastarlo (out-group).

Tale orientamento ideologico di favoritismo può esprimersi in molti modi, dalle scelte

lessicali e sintattiche che privilegiano significati concreti o posti a un livello di astrazione

minore rispetto a quelle seguite per descrivere lo stesso evento da parte dell’ out-group. Un

ulteriore indicatore di favoritismo è legato all’esibizione dell’oggettività nella costruzione

discorsiva dei fatti (tirare in ballo l’altro, dargli la parola, rinunciare ad avere l’esclusiva…),

tutto ciò ovviamente è apparente, la scandalosa efficacia di questa tecnica scaturisce dalla

possibilità di tradire l’intenzione dell’altro proprio nel riferirne la parola.

La bomba dei “casi umani”

Le persone si lasciano affascinare preferibilmente dal “perturbante”. La base dell’interesse

umano per la cattiva notizia piuttosto che per la buona novella può essere intravista

nell’attrazione per la “peripezia” che alimenta il motore narrativo della mente umana.

Quando le notizie negative fornite dai media trovano qualche motivo di conferma

nell’esperienza personale, le informazioni vengono elaborate in maniera più fine e

memorizzate più a lungo. Uno dei tanti cambiamenti che ha investito il mondo

dell’informazione mostra come le notizie politiche affrontano sempre meno i grandi temi

della sfera pubblica e sono invece invase dai mille pettegolezzi della sfera privata (es. Bill

Clinton e Monica Lewinsky). I cosiddetti “casi umani”: storie di ordinaria follia che

tracimano da un medium all’altro senza più alcun timore di apparire banali. Ciò si ha perché

la competizione economica tra le agenzie di informazione tenta di sfruttare elementari

meccanismi psicologici di complicità con i lettori e i telespettatori.

Cap. 4 “Intrattenere”

Premessa

I media svolgono un’importante funzione di intrattenimento non solo per divertimento o per evadere dalla

routine quotidiana ma anche per consentire alle persone di <intra-tenersi> cioè coltivare credenze su di sé. La

dipendenze delle persone dalle forme di comunicazione sociale non le vincola solo a livello di amputazioni-

estensioni corporee ma anche a livello di penetrazioni ed estroversioni psichiche impadronendosi così, i

media, del nucleo intenzionale dell’attività psichica perché riescono a rimodellare il sistema delle

motivazioni e delle aspirazioni personali; plasmano l’identità personale.

“Lo spettacolo come forma di vita”

I media forniscono occasioni di rilassamento e di scarica della tensione che accumuliamo nella vita

quotidiana alimentando nelle persone l’illusione di potersi slegare dalla realtà. La propensione dei media alla

spettacolarizzazione traspare in particolar modo dall’utilizzo di una parte della parola inglese entertainment

(spettacolo) per cui abbiamo un’informazione spettacolarizzata (infotainment), un’istruzione

spettacolarizzata (edutainment), un’esibizione spettacolarizzata di emozioni (emotainment). 44


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roxx86

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Mininni Giuseppe.

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