Jankélévitch: Un filosofo nell'incompiuto
Biografia e contesto
Vladimir Jankélévitch nasce a Bourges nel 1903 e muore a Parigi nel 1985. Ebreo di origine russa, si trasferisce a Parigi da giovane. È importante il contesto cosmopolita in cui si muove Jankélévitch. Fu buon pianista ma soprattutto grande critico musicale. La musica lo accompagnerà per tutta la sua vita e avrà un ruolo non marginale nella sua filosofia. Fu professore alla Sorbona, dove conobbe Bergson, e si può dire che dedicò gran parte della sua vita ad insegnare.
Uomo di sterminata cultura filosofica, rifiutò la filosofia tedesca perché ebreo. Le sue fonti spesso sono strane: moralisti francesi, scrittori spagnoli e russi, mistici medioevali e musicisti vari. Fu un filosofo eccentrico per più di un motivo, partigiano e sessantottino, ma non si iscrisse mai al partito comunista francese. Fu un esistenzialista, ma senza volerlo essere.
Non fu toccato personalmente dai crimini nazisti, ma nutrì un’indignazione infinita e testimoniò l’imprescrittibilità dei crimini nazisti. Fu di fatto un intellettuale impegnato in più occasioni (resistenza, sessantotto e manifestazioni in difesa dell’insegnamento della filosofia nei licei), ma polemizzò con gli altri filosofi che teorizzavano la figura dell’intellettuale impegnato come Sartre o Merleau-Ponty.
La contraddizione nell'esistenza
Jankélévitch era convinto che l’uomo si trovi calato in una condizione esistenziale di continua contraddizione e dove l’ambiguità regna sovrana. Tuttavia, non è necessario uscire immediatamente da questa condizione. Bisogna lasciar vivere le contraddizioni che sono in noi, ma poi, quando si ha qualcosa da fare, farlo, anche se sembra che ci si contraddica.
Il pensiero di Jankélévitch si basa su una logica di un sì o un no, del “tutto o nulla”, logica per la quale il bene o il male di un’azione si basano nel farlo concretamente qui ed ora, senza indugio, nel dare il proprio sì o il proprio no ad un’ingiustizia subita, all’ineguaglianza. Questa logica, drastica ma necessaria, serve all’uomo per uscire dalla situazione di contraddizione dove si trova calato.
L’atto del decidere è irrazionale (dove per irrazionale non si intende “folle”, ma “fuori dal calcolo razionale”) e assomiglia a un colpo di scure che taglia un altrimenti inestricabile nodo di Gordio. Dalla risoluzione della contraddizione troviamo il senso della nostra vita. Un simbolo della contraddizione è la primavera. La primavera desta alle persone un senso di meraviglia e di speranza. Ma l’erba e i fiori ricrescono anche ad Auschwitz, che scandalo!
La parola e il suo limite
Il rifiuto è un gesto sofferto, ci carichiamo della responsabilità di esso nel momento in cui lo mettiamo in atto, ma esso trova senso proprio dal fatto che l’abbiamo fatto. La verità delle cose spesso non è esprimibile a parole, ci si può solo girare attorno, come una falena non può avvicinarsi troppo al fuoco, se no si brucerebbe. Ecco che quindi ci troviamo spesso nella situazione in cui la parola è inefficace perché ha dei limiti profondi, ma comunque è importante. È inefficace soprattutto sui grandi temi cari a Jankélévitch che sono l’amore, la musica, la poesia e la libertà. Queste cose non bisogna dirle, ma farle.
Il paradosso di Achille e la tartaruga, raccontato da Zenone, ha un significato particolare per lui. Significa proprio che l’uomo, nonostante abbia spesso pensato il contrario, ha un limite profondo nel linguaggio, anche di ragionamento, soprattutto sulle cose più importanti della vita. Per cui come si risolve il paradosso? Si risolve quando ci mettiamo nell’ottica reale ed esperienziale.
Si può dire in generale che la filosofia del 1900 “si lascia colpire dalle cose”, non pensa il pensiero, non lo scandaglia, ma pensa la realtà, riabilitando l’esperienza. Infatti, Husserl arriva a parlare non più di coscienza ma sempre di “coscienza di qualcosa”. Dato che il pensiero non arriva più a cogliere la Verità assoluta e l’Essere con speculazioni metafisiche, di che cosa si occupa la filosofia? Il pensiero non si blocca, ma scopre un altro compito, cioè interrogarsi sull’effettività, riferita al vero, al bello, al bene.
Il pensiero si occupa dell’effettività dell’essere, del pensiero stesso e del tempo, cioè del loro accadere puntuale. Consegue che le questioni esistono solo nel momento in cui si incarnano effettivamente. Allora il bene, il bello, la libertà esistono solo in relazione ai viventi. Detto ciò, cerchiamo di capire in che modo ne va dell’etica.
In un gesto noi vediamo l’intenzione di chi lo compie. Riusciamo a capire il suo moto d’animo interiore, la sua intenzione morale, condizione di possibilità dell’etica. Questa istanza, questa quintessenza dell’etica è qualcosa di impalpabile, un quasi-niente, che però riusciamo a percepire nel momento in cui effettivamente vediamo in atto un’azione che riguarda la sfera morale.
Allora in etica il quasi-niente coincide con la purezza del cuore, che è inafferrabile bontà, inoggettivabile, su cui non si possono fare costruzioni di tipo teorico, ma riconoscibile nei gesti corporei. Va ricercato, anche se non lo si trova mai, perché se no l’etica nella pratica diventa solo vuoto formalismo e ipocrisia.
L'etica in Jankélévitch
Sartre proponeva il primato della prassi sulla teoria. Jankélévitch suggerisce che l’agire e il pensare derivano vita persone ed entrambi hanno la stessa condizione di possibilità.
La fine punta dell’intenzione e la purezza del cuore, cioè il non avere secondi fini, sono il termine a priori di ogni pratica sociale e politica. Questa punta è inesprimibile a parole, un non-so-che. In una conferenza del 1911 a Bologna, il maestro di Jankélévitch, Bergson, parlava di un punto fermo cui i filosofi girano attorno senza raggiungerlo mai, che è qualcosa in molto molto semplice. Il filosofo è costretto ad usare molte parole perché la virtù è qualcosa di molto semplice, di troppo semplice.
Già Bergson quindi ci illustrava la meticolosità del lavoro del filosofo nel tentativo di lucidare la verità senza però farla risplendere mai pienamente. Bergson parlava in generale della conoscenza, di un cogito a priori morale. Jankélévitch invece sposta il punto focale del discorso nell’etica. L’etica è basata su qualcosa di semplice, di puro, non c’è bisogno di sovrastrutture, di vuoti formalismi. Questa semplicità si condensa nella purezza del cuore, in un gesto coraggioso, nell’unicità dello slancio amoroso, nella morale in atto.
Un atto gravato da secondi fini, nonostante in apparenza possa sembrare puro, è tradito da un gesto minimo, che tradisce, seppure non in modo chiaro, un non-so-che che ci fa capire le vere intenzioni di chi agisce. Gran parte del lavoro etico di Jankélévitch è quindi di decostruzione, di smascheramento delle ipocrisie, e di smascherare le giustificazioni che noi stessi adduciamo alle nostre cattive azioni.
La filosofia deve cogliere il non-so-che e anche smascherare ipocrisie. Il suo linguaggio, insieme alla sua filosofia, è una continua purificazione per cogliere qualcosa di infinitamente semplice, per liberarsi dagli stereotipi. La filosofia non parla direttamente della cosa, ma gli gira attorno passando da altri ambiti (humor).
Il tempo e la morte
Immagine croce, ripresa da Fenelon. La filosofia parla di tempo e morte: i temi per eccellenza di cui non si può parlare. Nel tempo infatti si è immersi. La morte, a quanto ci risulta, nessuno sa cos’è, perché nessuno è tornato indietro a raccontarcela. Se non si domanda nulla e si è lasciati alla temporalità delle proprie intuizioni, l’evidenza della temporalità non è oscurata da niente; ma se si è interrogati sul tempo, ci si confonde e si smette di sapere: tutto diventa ambiguo.
Agostino dice: "Quid ergo est tempus? Si nemo ex me quaerit, scio: si quaerenti explicare velim, nescio", che in italiano, suona: "Allora che cosa è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più".
Il tempo è consustanziale al nostro pensiero, alla nostra esistenza, a tutti i nostri atti, è carne della nostra carne, è l’essenza invisibile del nostro essere e la quintessenza invisibile della nostra essenza. La sola cosa che possiamo fare è non tanto strappargli un segreto –e neppure pensarlo, ma piuttosto viverlo e riviverlo inesauribilmente, disperatamente.
In fin dei conti, se parlare del tempo è l’esercizio impotente della nostra riflessione, è di conseguenza l’atto filosofico per eccellenza, è perché l’esercizio filosofico consiste nel maneggiare ciò che non è manipolabile; nel circoscrivere oggetti che non sono oggetti e che nessuno ha mai delimitato o soppesato; nel porre problemi che non sono problemi.
La filosofia disprezza il problema che è semplice ostacolo, grumo, groviglio che può essere dipanato, difficoltà definita che sorge lungo il tragitto della meditazione. Infatti, se si trattasse solo di questo problema, lo si potrebbe sempre risolvere, oppure evitarlo, o eliminarlo. L’accanimento avrebbe una mate su cui esercitarsi, lo sforzo una resistenza da vincere.
Vigilanza insonne unità ad agilità acrobatica: ecco il supplizio o come avrebbe detto Fenelòn, la croce della filosofia.
Esigenza morale e opposizione risoluta
L’esigenza morale implica due compiti apparentemente contraddittori e tuttavia complementari: il primo è l’opposizione risoluta, il cui motore è l’indignazione morale, grazie a cui passiamo dalla constatazione nozionale all’effettività, e dallo spettacolo platonico della diseguaglianza al rifiuto dell’ingiustizia, dello sfruttamento. Questa indignazione implica purezza di cuore, la percezione di un non-so-che che ci spinge all’azione e che è al contempo la stessa condizione di possibilità dell’etica.
L’etica non è parte di un sapere più ampio, ma indipendente e incondizionata. Non sono, per Jankélévitch, le condizioni storiche, sociale ed economiche a farci percepire che cos’è giusto fare, ma nella realtà stessa si trova il non-so-che. La collera non è analiticamente contenuta nello spettacolo dello sfruttamento, è un di più che scatta per qualche motivo in noi. Il primo compito della morale è quindi l’opposizione risoluta, la decisione senza sfumature. Le grandi questioni non si pensano, si fanno.
Nel pericolo estremo l’impegno non ci lascia altra scelta tra l’alternativa semplicista tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra il tutto e il niente, tra il sì e il no. In secondo luogo c’è per Jankélévitch un movimento decostruttivo della morale. Sulle cose veramente importanti non c’è nulla da dire, eppure occorre così tanto tempo per dire che non c’è nulla da dire.
Bisogna stare attenti a non cadere nel formalismo, nell’ipocrisia, tante parole sul bene servono a girare attorno al punto, che è qualcosa di così semplice da essere ineffabile. Questo compito esige una vigilanza infaticabile, ma esso solo onora il carattere indefinibile dell’istante puro e al contempo la serietà dell’intervallo: tutti e due insieme!
Esso esalta la luminosità del fragile e incerto della scintilla, nello stesso tempo in cui rende più profondo lo spessore della notte. Gli argomenti più importanti della filosofia sono anche la sua croce. Il soggetto che pensa tempo e morte, infatti, è tempo e morte incarnato.
Irreversibilità e durata
Tema dell’irreversibilità dell’aver fatto: deriva dalla concezione bergsoniana del tempo (tempo come durata, continuum indivisibile, flusso continuo e ritmato). Un attimo perduto, una chance, un amore perduto è perduto per sempre, anche se ci sono altri balenii, altre chance, altri amori, questi saranno diversi. In questa pulsazione tutto è imprevedibile, ogni istante è diverso e nuovo. È una novità, però si ripete sempre, come la primavera.
Alternanza di speranza e delusioni: l’avvicendarsi delle vicende umane sembra mimare lo scorrere del tempo, della vita, di ciò che noi siamo. La filosofia in realtà non va da nessuna parte, o meglio, va da qualche parte. Dove? Nell’incompiuto. Non c’è approdo, questa ricerca non avrà mai fine. Ma allora è un vicolo cieco? O peggio è solo tutto un gioco?
Innanzitutto non dimentichiamo il ruolo decostruttivo della filosofia, poi bisogna anche dire che consente un ritorno alla realtà. Il metodo di Jankélévitch è apofatico, che deriva dalla teologia negativa, cioè quella teologia che cerca di capire che cosa sia effettivamente Dio definendo cosa non è Dio. Così Jankélévitch vuole avvicinarsi al quasi-niente, alla purezza di cuore, eliminando tutto ciò che non lo è.
La filosofia vivente
Enrica Lisciani Petrini, usando l’espressione filosofia vivente, intende il distacco di Jankélévitch dal modo di far filosofia tradizionale. È una filosofia che non insegue la Verità eterna come una filosofia che insegue l’Uno o l’Essere, ma bisogna che l’uomo instauri un rapporto con la vita. Jankélévitch non va alla ricerca di opere eterne.
Simmel: Filosofo della vita perché ha pensiero vivente, che si adatta al divenire. La filosofia deve avere come oggetto da pensare il tempo, il mutamento e il divenire, cioè proprio la stessa esistenza vissuta dal soggetto. Ma che cosa sono il tempo, il divenire e il mutamento? Sono prerogative della vita. La vita si sostituisce in questo filosofo a Dio e alla Natura, perché si sostituisce come fondamento primo della realtà. Bergson: filosofo che si avvicina alla vita e che per Jankélévitch ha un pensiero vivente.
Nella filosofia contemporanea sta tornando al centro il tema della vita e Jankélévitch ci offre un approfondimento personale sul tema. "Simmel filosofo della vita", saggio di Jankélévitch del 1925. Simmel è visto alla luce della filosofia bergsoniana.
Simmel si dichiarava relativista. Però in ogni scienza ci sono degli a priori che ci permettono di mettere ordine nel caos dell’empiria: "Non esiste alcuna scienza il cui contenuto consista di meri fatti oggettivi: essa contiene invece sempre un’interpretazione e un’attribuzione di forma ai fatti secondo categorie e norme che per la scienza in questione sono a priori." Simmel pensava che il soggetto conoscente si trova in un rapporto di relazione specifica e viene modificato dall’oggetto verso cui si dirige il suo sforzo di conoscenza.
Il soggetto, nel relativismo simmeliano, si trova in una relazione di scambio, di reciprocità con l'oggetto del conoscere quindi subirà un mutamento. L’intelletto non ha a priori. Intelletto e sensibilità stanno in un rapporto di interrelazioni e influssi reciproci. Simmel non pensa che l’assoluto non esista più infatti propone una metafisica della vita nuova... no antitesi tra fase relativistica e fase in cui sembra fare della vita un assoluto. Nuova forma di assoluto, un assoluto immanente alla vita stessa.
Questo metodo relativistico di pensiero prepara a una concezione della vita come accezione complessa, nuova modalità verso cui l'intelletto e ragione si incontrano e ci propongono una nuova visione della realtà. La proposta di Simmel è una concezione in cui la realtà è una serie di rapporti. Questo stile di pensiero prepara a Jankélévitch che ci dice che non dobbiamo pensare nei termini di contrapposizione tra vita e pensiero.
La vita è un concetto centrale nel 1800, secolo in cui si sviluppano le cosiddette scienze della vita, in particolare la biologia. Nasce l’idea della lotta per la sopravvivenza. Oggi la scienza studiata che ha influenza sulla riflessione filosofica è forse la biologia molecolare, infatti si parla anche di vita molecolare.
In Jankélévitch l'idea di vita è come energia infinitamente produttiva, la cui caratteristica fondamentale è che si vive. Mi sento vivere a livello psichico quando un’emozione irrompe nella mia vita, quando c’è un’interferenza nelle mie emozioni: per il filosofo della vita, la vita è tale perché è vissuta. A proposito di questa interrelazione tra soggetto e oggetto Jankélévitch usa la sua espressione: mobile, ammorbidire, fissare, fragile.
Simmel ha lavorato su etica, estetica, filosofia della storia, sociologia, economia, religione: Jankélévitch vede in tutti questi ambiti analizzati la vita come movimento profondo, che è il substrato da cui scaturiscono vita morale, economica ecc. La vita esiste e diviene solo come vita morale, estetica ecc. Simmel evita una filosofia della vita che sostituisce l’idea di vita a quella di sostanza. La vita si incarna in configurazioni specifiche, diverse forme in cui la vita si presenta.
Vediamo un esempio legato al modo in cui Simmel lavora in campo etico. Simmel si confronta con l’etica kantiana. L’imperativo categorico viene relativizzato a seconda della scienza (antropologia, sociologia ecc.). I valori etici appaiono come entità viventi dentro di noi, quindi anche devono invecchiare e venire sostituiti da altri.
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