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Simmel e il panorama filosofico in cui scrive

Simmel è un pensatore influente sul panorama francese ed europeo. È difficile dire se il filosofo della vita degli anni successivi al 1914 abbia mai contraddetto il Simmel critico e negatore del periodo precedente al 1900, né se l’influenza di Bergson abbia mai determinato una rottura tra questi due periodi. Albert Mamelet sfida Simmel sostenendo quasi che la pretesa del pensatore tedesco sia irrealizzabile senza abbandonare le premesse sterili del suo relativismo. Simmel non avrebbe sviluppato perciò un sistema, mentre Bergson, grazie alla sua dottrina dell’intuizione, sì. Sembra che, proprio sotto l’influsso di Bergson, Simmel abbia accolto questa sfida. Gli ultimi scritti del pensatore tedesco sviluppano una vera e propria metafisica della vita, una metafisica sottile, complessa e singolarmente attraente: essa resta in definitiva, che lo si voglia o no, l’ultima parola e il lascito teorico di Georg Simmel. Le influenze esterne hanno tuttavia agito su questa dottrina duttile, mobile e penetrante ad un tempo, solo nella forma di stimoli. Se il bergsonismo ha accelerato il suo venire a maturazione, in questo modo non ha fatto altro che precisare la curva generale tracciata dall’evoluzionismo precedente del pensiero simmeliano, non l’ha determinata dall’esterno. La filosofia naturale è il compimento naturale e l’efflorescenza spontanea del relativismo morale, sociologico, estetico e religioso; essa ne è un prodotto organico, perché là ha trovato il suo terreno di formazione, perché è immanente alla teoria simmeliana nel suo complesso, la si poteva già intuire a partire dall’Introduzione alla scienza morale.

Ragione teoretica e ragione pratica

Parlando di Bergson, Simmel dice che il concetto di vita tende ad adempiere, dal XIX secolo, lo stesso ruolo che nell’antica speculazione greca era assegnato all’idea di sostanza come essenza immutabile ed eterna, nel medioevo a Dio, nel rinascimento alla natura e alle leggi del movimento meccanico.

Il pensiero, in ciò che ha di immediato, di mobile e di intuitivo e, per così dire, di primario, distinto ad un tempo da un divenire continuo, ma vegetativo e semi-organico, e da una ragione operante, ma discorsiva, il “pensiero vissuto” autonomo è per lui l’immagine psicologica della vita. Il termine “vivere” ha in effetti nella nostra lingua due significati profondamente diversi. Da una parte la “vita” è pura esteriorità, poiché non presuppone un io agente o cosciente dell’azione di cui sarebbe il soggetto. “L’ameba vive”: Il soggetto di questa frase è un soggetto fittizio, privo di senso e puramente grammaticale. In realtà noi vogliamo semplicemente dire che l’ameba è teatro di un determinato fenomeno oggettivo, di cui la biologia studia il meccanismo, e che noi chiamiamo “vita”. D’altra parte la vita esige un soggetto e una coscienza che la viva, in questo secondo senso la vita è interiorità qualitativa e concreta, ed è inseparabile dall’individuo al quale è immanente.

Ebbene, per Simmel la vita non è invecchiamento fisiologico, quindi inconsapevole, di un organismo che evolve e cambia nella durata: essa è piuttosto il divenire continuo e creatore che sperimentiamo in noi stessi allorché si produce; una sorte di riflessione della coscienza sulla coscienza. Ora, mentre il fenomeno vitale, che costituisce l’oggetto della biologia si presenta in forma ciclica, con leggi fisse, la “vita vissuta al livello dello spirito presuppone un soggetto cosciente e senziente che la viva, e quindi appare un processo imprevedibile. Come la volontà nietzschiana, la geniale “Wille zur Macht” di Zarathustra, il divenire spirituale di Simmel non tende a conservare l’esistenza statica (Daisen) dell’organismo, bensì ad accrescere e arricchire la vita dell’io in tutte le sue forme: intellettuale, morale, estetica e religiosa.

Nell’Introduzione alla scienza morale, Simmel sembra distinguere in generale due atteggiamenti fondamentali del pensiero umano: eleatico ed eracliteo. Il primo si ritrova negli artisti greci e nella maggior parte dei filosofi. Il secondo invece ha fatto anch’esso la sua apparizione nell’antichità greca ma in second’ordine. Questa visione del mondo (Weltanschauung) si sarebbe perpetuata non solo presso i Romantici, Goethe in particolare, ma presso i due rappresentanti più illustri del volontarismo tedesco, Schopenhauer e Nietzsche. Simmel paragonava volentieri il genio di Goethe, essenzialmente sintetico e monista, che trae la sua energia creatrice dalla profondità della vita soggettiva, al genio analitico di Kant.

D’altra parte, Schopenhauer e Nietzsche, nonostante pervengano a conclusioni diametralmente opposte, non affermano entrambi il primato della volontà della vita? Nella sua opera Simmel traduce a modo suo quella sorta di aspirazione oscura verso un infinito morale, intellettuale, estetico e religioso che i Tedeschi chiamano “Sehnsucht”, e che resta dunque l’ispiratrice del relativismo filosofico. Nell’idea di un ordine vitale, distinto ad un tempo da un pensiero dinamico, ma raziocinante, e da una “vita” spontanea, ma puramente fisiologica, Georg Simmel ha pertanto condensato le più preziose intuizioni del Romanticismo tedesco.

La nozione di vita e l'epistemologia simmeliana

La nozione di vita può essere considerata il principio motore invisibile e inespresso, dell’epistemologia simmeliana. L’idea di relatività sostituisce all’idea di una conoscenza “assolutamente” oggettiva, che rimane inalterata nel suo contatto con il soggetto, ed è quindi definitiva, l’idea di una relazione tra due termini solidali e indipendenti: un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto, che sarebbero l’uno funzione dell’altro e le cui variazioni sarebbero correlative.

A differenza del relativismo sensualista dei Greci (Protagora e scettici), secondo i quali le nostre rappresentazioni sono unicamente relative alla coscienza empirica, nel relativismo di Simmel la soggettività è in grado di instaurare un rapporto veramente vivente con la conoscenza oggettiva della realtà.

Nelle Lezioni su Kant Simmel riconosce che il merito di Kant è stato quello di razionalizzare il relativismo della contingenza, dando conto, con l’intervento di un a priori universale e necessario, della persistente idealità delle nostre rappresentazioni. Il soggettivismo kantiano implica dunque l’interiorizzazione del “problema della relatività” epistemologica: non si tratta più del rapporto esterno, superficiale e, oserei dire, periferico della nostra sensibilità con le cose in sé, bensì di una relazione profonda e intima tra il piano psicologico dell’a priori e il piano psicologico dell’esperienza. Ma Kant con il suo quadro di riferimento trascendentale ha restaurato surrettiziamente all’interno dei due termini relativi una sorta di assoluto. Infatti, analogicamente a Simmel, Bergson non contende a Kant il merito di aver spostato l’attenzione filosofica dai concetti, che sono cose, alle leggi, che sono relazioni; e posto che “un rapporto non è niente al di fuori dell’intelligenza che lo pone”, al di fuori dello spirito agente che mette in relazione i termini, e che l’a priori puro è un’astrazione del dogmatismo allo stesso titolo del dato bruto, la Critica riesce a conferire al conoscere un carattere sintetico, operativo, progressivo, in una parola, umano.

Analogamente a Simmel, Bergson rimprovera a Kant di elevare la forma intellettuale della nostra conoscenza a una sorta di assoluto, di rinunciare a un’analisi genetica dell’intelletto e delle sue categorie. Bergson non si distaccherà dal relativismo tedesco se non rimproverando la Critica di non avere superato l’intellettualismo fino al punto da ammettere un’intuizione sovra concettuale. Simmel è erede della tradizione criticista, ma subisce anche l’influsso dell’evoluzionismo, del pragmatismo, del sociologismo. Inoltre, è impregnato del volontarismo concreto di Schopenhauer e di Nietzsche, che aveva contribuito, almeno parzialmente, a reintegrare l’intellettualismo kantiano nell’atmosfera di vita e di azione, di cui si alimentano la nostra ragione e la nostra coscienza nella loro globalità. Mosso dall’intento di ammorbidire l’a priori fisso e fragile della Critica, Simmel lo reimmergerà nel contesto sociologico, biologico e storico a cui esso inerisce. Con questo egli non vuole certo sostenere che l’a priori, elaboratore del dato sperimentale, non sia dotato di una determinata fissità e unità (ripudia gli eccessi dello “psicologismo” e del “sociologismo”). Perché il contenuto (Inhalt) diverso e mobile del conoscere possa venir unificato da una forma, è necessario che questa offra una certa consistenza, almeno relativa, che essa sia principio di stabilità e di organizzazione; niente d’intellegibile risulterebbe dalla sovrapposizione di due elementi eterogenei.

Simmel contesta peraltro quella sorta di primato della forma che la critica kantiana afferma a spese dei contenuti dell’intelletto. La forma nell’ambito dell’intelletto rappresenta l’ordine, ma un ordine plastico, modificabile, vivente; è una direzione e una tendenza piuttosto che una cosa. Secondo Simmel fu lodevole il tentativo di conciliare, dal punto di vista soggettivista, il puro a priori del razionalismo con il dato empirico dei sensisti. Kant, tuttavia, oseremmo dire, è pervenuto a una semplice conciliazione statica dei due poli della conoscenza, mentre avrebbe dovuto cercare una combinazione dinamica della forma a priori con i contenuti sensibili. Se una soluzione come la sua partecipa in una certa misura del dinamismo relativista, ciò avviene però in una forma per così dire unilaterale. Kant ha mostrato come l’io unificatore impone le sue forme razionali alla molteplicità dell’esperienza, ma non ha mostrato come l’esperienza reagisca su queste forme e le modifichi: anzi, ha elevato queste ultime ad assoluto definitivo e permanente e, accentuando il polo a priori del conoscere, ha distrutto l’equilibrio armonioso del pensiero vivente. Per Simmel, al contrario, il solo fatto reale è la relazione complessa, mobile, multiforme di un oggetto, che non viene conosciuto se non una volta modellato, scolpito, ritagliato nella materia per opera delle categorie soggettive, con un soggetto, che a sua volta si trasforma e si sviluppa sotto l’azione dei contenuti oggettivi da lui stesso assimilati. C’è dunque un va-e-vieni, uno scambio attivo di influssi (Wechselwirkung) tra le forme, la cui qualità psicologica e l’atmosfera ideale variano a seconda dei contenuti che le corredano, e i contenuti che a loro volta, a seconda della categoria in cui rientrano, presentano i caratteri più disparati: la sorgente vitale di questi scambi sottili è infine l’io unificatore, la coscienza dinamica e spontanea che sintetizza i due termini correlativi. Già all’epoca in cui formulava i principi della sua epistemologia, Simmel concepiva già la vita come il movimento e lo sforzo mediante i quali la nostra coscienza cerca di adattare un contenuto a una forma, facendo esplodere le forme decadute o invecchiate.

Applicazione dei principi epistemologici di Simmel

Prima di derivare dal suo relativismo una dottrina filosofica positiva della vita, Georg Simmel aveva già applicato i suoi principi epistemologici agli ambiti più disparati della filosofia (scienze sociali, morali ed economiche). La critica al dogmatismo morale, allo stesso modo che la critica al dogmatismo teorico ha condotto Simmel alla sua filosofia della vita. Rivolge ben presto, erede della tradizione criticista, l’attenzione al problema morale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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