Perdonare?
E’ tempo di perdonare o almeno di dimenticare? Vladimir Jankélévitch si chiede se siano sufficienti 20 anni perché l’imperdonabile in assoluto, che per il filosofo sono i crimini nazisti, possano essere dimenticati. L’oblio può essere ufficializzato? In questo caso si crea la strana condizione per cui è legittimo esecrale un criminale per 20 anni, ma, a partire dal 21° anno, a coloro che non hanno ancora perdonato ciò viene precluso ed essi entrano nella categoria dei vendicativi. Auschwitz ha in comune con le cose molto importanti che le sue conseguenze non si sviluppano tutte subito, ma si sviluppano col tempo.
L’olocausto è l’eredità del passato che cambia il presente in modo definitivo, è in una certa misura il segreto dell’uomo moderno: esso pesa sulla nostra modernità come un invisibile rimorso. Si sta cercando di liberarsi del passato. L’ “antisionismo” è una fortuna inaspettata perché sembra dare il diritto e anche il dovere di essere antisionisti in nome della democrazia! L’antisionismo è l’antisemitismo giustificato. E se gli ebrei fossero loro stessi nazisti? Sarebbe meraviglioso perché le coscienze dei non ebrei siano sollevati dal peso di quello che è successo. In qualche modo gli ebrei avrebbero meritato la loro sorte.
L'imprescrittibile
Tutti i criteri giuridici non sono validi in questo caso, neanche il diritto internazionale. I crimini tedeschi sono crimini eccezionali sotto tutti i punti di vista: per la loro enormità e il loro incredibile sadismo… Ma soprattutto sono, nel senso proprio del termine, crimini contro l’umanità. E cioè crimini contro l’esistenza umana o se si preferisce contro l’umanità. E’ l’essere dell’uomo, l’ESSE, che il genocidio razzista ha tentato l’uomo in quanto uomo: non contro l’uomo in quanto questo o quello (quatenus), in quanto, per esempio, comunista, massone, avversario ideologico… no! Il razzista mirava proprio all’ipseità dell’esser, vale a dire all’umano di ogni uomo. Gli ebrei erano perseguitati perché erano ebrei e non per la loro opinione o per la loro fede: è l’esistenza stessa che era loro rifiutata.
Fino a un certo punto questo rifiuto si estende ancora oggi all’esistenza di Israele. L’insulto tedesco, l’insulto che oltraggia, utilizza i capelli delle donne come una cosa inorganica; questo insulto infinito è dunque un insulto puramente gratuito; questo insulto non è tanto “sprezzante” quanto malvagio, perché il suo scopo è quello di avvilire e di denigrare per annientare. E’ un crimine è contro natura, immotivato, esorbitante e alla lettera un crimine metafisico. Dimenticare questo crimine gigantesco contro l’umanità sarebbe un nuovo crimine contro il genere umano.
Il voto del parlamento francese ha decretato l’imprescrittibilità a priori: il tempo non ha presa su di essi. E’ in generale incomprensibile che il tempo, processo naturale senza valore normativo, possa esercitare un’azione attenuante sull’insostenibile orrore di Auschwitz. Due motivi per l’imprescrittibilità: le prove si moltiplicano, e le emozioni anche, gli increduli sono ora costretti a crederci. Non si finisce mai di approfondire questo mistero della malvagità gratuita. Non è un crimine su scala umana, non più delle grandezze astronomiche o degli anni luce. Non si può punire il criminale con una punizione proporzionata al suo crimine: perché rispetto all’infinito tutte le grandezze finite tendono ad uguagliarsi; a tal punto che la punizione diventa quasi indifferente; ciò che è accaduto è alla lettera inespiabile.
Meschinità e cattiva coscienza di coloro che hanno cercato attenuanti: alcuni giornalisti che hanno scoperto che la differenza tra i crimini hitleriani e gli altri erano semplicemente (!) quantitativi. Secondo le concezioni qualitative di questo brillante giornalista, i milioni di ebrei e di resistenti sterminati non erano senza dubbio vittime sufficientemente distinte. Oppure i saggisti che sottolineano l’esistenza dai kapò ebrei incaricati di denunciare i loro compagni. Come se gli ebrei fossero i cattivi, così cattivi da essere capaci di farsi incenerire apposta!
La valutazione del grado di colpevolezza dei miserabili che hanno massacrato in massa i bambini ebrei e poi recuperato le loro piccole scarpe non è argomento di controversia. In una controversia c’è il Pro e il Contro… Ma Auschwitz, ripetiamolo, non è un argomento di discussione! La sola idea di confrontare il Pro e il Contro ha qui qualcosa di vergognoso e di derisorio; questo confronto è indecenza dei suppliziati. Del resto il nazismo non è un’”opinione”, e non dobbiamo prendere l’abitudine di discuterne con i suoi avvocati.
La stessa cattiva coscienza si riscontra in coloro che vanno a cercare antecedenti (Armeni, Verdun, le torture in Algeria) e analogie (Stalin, la segregazione in America): vogliono far rientrare Auschwitz come caso particolare di un fenomeno più generale, invece dovrebbero guardare in faccia quello che è successo. Un uomo di cuore non si domanda in che modo discolperà i colpevoli o scuserà gli orribili carnefici: l’impulso naturale di un uomo di cuore è quella di indignarsi e di lottare appassionatamente contro l’oblio e di inseguire i criminale, come i giudici del tribunale alleato di Norimberga avevano promesso, fino in capo al mondo.
Le sofferenze dei tedeschi sotto la guerra, per quanto rispettabili, rientrano nell’ordine delle cose durante le guerre. Jankélévitch arriva a dire: “a ciascuno il suo turno; molti penseranno davanti alle rovine di Dresda e di Berlino: è il minimo che si meritavano; e forse riterranno che questo popolo responsabile della più grande catastrofe della storia se l’è cavata ancora bene.” Al bombardamento di Dresda che ci gela d’orrore, Auschwitz aggiunge una dimensione inedita: il suo carattere metodico e selettivo. Hitler ha detto molto tempo prima cosa ha fatto e perché volesse farlo; in virtù di quali principi; in nome di quali dogmi. Lo ha spiegato a lungo con quel miscuglio inimitabile di pedantismo metafisico e di sadismo che è una specialità tedesca. L’antisemitismo ha portato ad un massacro minuzioso, amministrativo, scientifico.. e tutto il popolo tedesco ne è più o meno responsabile. Un crimine che fu perpetrato in nome della pretesa superiorità germanica coinvolge la responsabilità nazionale di tutti i tedeschi, a parte qualche eccezione.
Ci è stato chiesto perdono?
Certa gente non ha aspettato vent’anni per la riconciliazione… erano già riconciliati a partire dal 1945. La nostra epoca ha il cuore assai leggero, così avrebbe il cuore di diritto leggero. La buona coscienza dei tedeschi ha qualcosa di stupefacente, sono un popolo di impentiti. La grazia della conversione non ha toccato il cuore dei tedeschi. IL PERDONO! Ma ci hanno mai chiesto perdono? Soltanto la disperazione e la solitudine del colpevole darebbero un senso e una ragion d’essere al perdono. Quando il colpevole è grasso, arricchito dal miracolo economico, il perdono è uno scherzo sinistro.
Era l’offeso che doveva cercare questo contatto? I tedeschi e le tedesche non ci hanno dunque pensato da soli? Precedere la propria vittima voleva dire questo: chiedere perdono! Non è arrivata nessuna parola fraterna. Il tedesco sembra avere una gran voglia di contestare e discutere. Ma su che cosa? Sul numero delle vittime? Sulla natura dei gas usati per asfissiare donne e bambini? Sono gli ebrei a dover perdonare, non i giuristi. Anzi, sono i morti, che non possono più! Come possono i sopravvissuti perdonare al posto delle vittime o in nome dei reduci, dei loro genitori, dei loro familiari? No, non spetta ai sopravvissuti perdonare per i bambini che i bruti si divertivano a suppliziare.
Non è vero che si parla troppo dei campi di morte come dice nessuno. Anzi, è la prima volta che se ne parla. Perché l’importanza di ciò che è avvenuto è ben lungi dall’essere universalmente riconosciuta. Nell’universale amnistia morale concessa da molto tempo agli assassini, i deportati, i fucilati, i massacrati hanno soltanto noi che pensiamo a loro. Se cessassimo di farlo finiremmo di sterminarli. I morti dipendono interamente dalla fedeltà dei sopravvissuti. Bisogna ritardare il non essere cui è votato il ricordo. Dove non si può più fare nulla, si può almeno risentire, inesauribilmente. E’ senza dubbio ciò che gli avvocati della prescrizione chiamano il nostro risentimento. Perché il risentimento può essere anche il sentimento rinnovato e intensamente vissuto della cosa inespiabile; esso protesta contro un’amnistia morale che non è altro che una vergognosa amnistia; custodisce la fiamma sacra dell’inquietudine e della fedeltà alle cose invisibili. L’oblio sarebbe un grave insulto nei confronti di coloro che sono sepolti nei campi, e la cui cenere è mescolata per sempre con la terra. Sarebbe una mancanza di serietà e dignità.
Capitolo primo
La certezza incerta delle evidenze morali
L’evidenza dei giudizi morali, è controvertibile. L’anfibolia dell’atto libero si ripercuote sulla colpa, sulla virtù. Quando ci si limita a citare gli insegnamenti degli altri, in morale, la morale propriamente detta cede il posto alla storia delle dottrine morali che è una filosofia secondaria. Riduzionismo: ridurre l’etica al religioso, allo psicologico, al politico. Relativismo: bene male, giusto ingiusto, si confondono; responsabilità e merito si dissolvono. Immoralismo di Nietzsche: denuncia la cattiveria e il risentimento dei deboli e afferma la superiorità dei valori vitali. Cinismo: calpesta virtù e oltraggia i valori.
In tutte le negazioni della morale si afferma il moralismo universale e obbligatorio. Anche se il contenuto delle prescrizioni etiche cambia secondo tempo e luoghi, la loro forma e la loro quiddità rimangono costanti; i segni del pudore e del rispetto si modificano, ma onorare certe convenienze è universalmente umano. Le cose rispettabili sono relative e contraddittorie, ma non lo è il fatto di rispettarle. Il cogito morale ci segue ovunque e nessuno può sfuggirgli.
L'altro e l'ego
Convalida dell'affermazione (Preferibilità dell'essere, del più-essere)
La morale non si può basare su un fondamento eterno, ma si può trovare un minimo accettabile per tutti? sembra che l’assioma di base sa la preferibilità dell’essere e della vita. Affermare la positività dell’esistenza, dire sì all’essere: sembra la vocazione più generale dell’etica. Afferma il valore incondizionato dell’essere. Ecco la prima verità: solo l’essere formale offre un carattere sufficiente per liberare la morale da ogni prescrizione ipotetica. Però non tutti possono aspirare alla pleonessia: la felicità di uno va a discapito di quella di un altro, gli esseri di disturbano a vicenda. Di fronte alla concorrenza, la preferibilità dell’essere sul non essere diventa in realtà preferibilità del più-essere al meno-essere. A questo punto sembra che il maggior numero conti più del piccolo numero, il più grande vince sul più debole. Si richiede un sacrificio: alcuni dovranno soffrire o un individuo particolare dovrà soffrire. Si tratta sempre di dire sì alla quantità massima di essere.
Invalidazione dell'affermazione (Preferibilità dell'altruismo)
Concentra l’attenzione sull’egoismo: l’egoismo è una cosa cattiva. La prima persona è l’impedimento numero uno. L’egoismo si esercita contro la felicità degli altri ed è altrettanto odioso quando rivolto ad uno o a tanti. L’egoismo ci porta a dire che non esiste un caso in cui il Tu debba prevalere sull’Io. Perché la seconda persona dovrebbe essere più importante della prima? Se rinnego il mio io posso sembrare come uno che rinnega ciò che vi è di umano in tutti gli altri in quanto tutti abbiamo un ego. Il soggetto deve sacrificare il proprio ego come fosse solo al mondo e in uno spirito di totale abnegazione. Ciascun soggetto tenta di rivendicare qualcosa per sé, io sono pur sempre qualcuno e ho diritto ad un minimo vitale come hanno diritto gli altri. Perché dovrei avere solo doveri senza diritti? L’umiltà risponde: tutti hanno diritti tranne me. La legge che chiede all’ego l’olocausto del suo proprio essere gli chiede con una scandalosa ingiustizia il sacrificio della propria verità: è una “demoniaca iperbole”, una non-verità che è l’impenetrabile sopravverità, la misteriosa contro verità dell’amore che comanda all’io di amare la seconda persona incomprensibilmente, follemente.
L’egoismo viene sempre dissimulato, si cerca sempre di nasconderlo e di negarlo. Ciò che è odioso non è l’io, ma un io orientato verso un sé: l’egotropismo, il tropismo in virtù del quale l’ego abbonda nel proprio senso, è l’amor proprio che è amore dell’io per se stesso, ed è la ricerca dell’interesse proprio che è l’interesse dell’io per il sé. Tutti travestimenti di una cattiva coscienza: gelosia, vanità, ipocrisia. Non esiste un male in sé: le cose sono totalmente indifferenti e diventano buone o cattive a seconda del modo in cui le vogliamo -> l’ego non è né buono né cattivo, ma lo diventa in base al modo in cui lo usiamo. È la volontà del male che si riconduce a una cattiva maniera di volere, l’elemento decisivo. Non c’è altro male che la cattiva qualità della volontà, che la cattiva maniera. Non esiste altro male che il mal volere. La preferibilità all'altruismo appare contente una paradossologia: sacrificio gratuito, attuato dall’ego nei confronti del suo proprio essere. Il desiderio di essere è in contrato con il desiderio di fare essere l’altro e di essere per l’altro. Quando la Scrittura ci dice di amare il prossimo come se stessi, intende dire che ‘io non ha altro se stesso che il suo prossimo. Per stabilire un vero rapporto d’amore dobbiamo prima decongestionare l’ego. L’amore sceglie di dire si all’essere dell’altro e non al suo proprio, al contrario dell’egoista. L’egoista nega la seconda persona e afferma se stesso, colui che ama nega sé e afferma la seconda persona. La relazione amorosa ha come molla la volontà della felicità dell’altro. E ciò arricchisce incomparabilmente di più della tesaurizzazione solitaria.
Paradossologia dell'organo-ostacolo
Un Malgrado che è Poiché. Chi vuol vivere la vita ad ogni costo può perdere le ragioni di vivere. L’ostacolo morale, l’ostacolo all’azione morale, è un vero e proprio organo-ostacolo: la corporeità e la egoità sono contemporaneamente impedimento e strumento insieme. L’uomo morale è frenato dall’egoismo, ma proprio perché è frenato l’uomo morale è aspirato verso le altezze. È aspirato nonostante l’ostacolo, malgrado il suo corpo e a causa di esso, per tutte e due le cause insieme. L’agente morale è dilaniato da questa contraddizione al punto di trovarsi in una situazione instabile. Bisogna essere disturbati, ritardati per conservare tale slancio: questo è il prezzo dell’alternativa, questa la maledizione che colpisce ogni vita morale. Lo slancio fa dimenticare l’ostacolo che suscita.
L'amore e il soggetto amante
La volontà incontra l’ostacolo con la solo intenzione di assicurare la felicità altrui. Il peso della egoità serve da contrappeso alla vocazione. Legge della coscienza: ogni tendenza si sviluppa in opposizione alla tendenza inversa, con una tendenza antagonista che è insieme il suo ostacolo e la sua molla. La tentazione è la contro volontà del buon volere e il buon volere la proietta fuori di sé, su un fondo di tentazione si solleva in noi lo sforzo morale. La cattiva volontà è l’organo ostacolo della coscienza morale: tale tenebre fanno palpitare la scintilla della coscienza. Il paesaggio dell’amore si distingue per il suo effetto di rilievo. L’amore ha bisogno della difficoltà che lo contrasta e, contrastandolo, lo appassiona. L’egoismo è l’organo-ostacolo dell’altruismo; la distanza è l’organo-ostacolo dell’amore perché allontanando l’amato acuisce il desiderio di unione. L’ego è paradossalmente organo-ostacolo: si ritrae per slanciarsi meglio. Ma la distanza infinita, la morte, non è organo-ostacolo dell’amore: l’ostacolo prevale sull’organo. Il vero e proprio organo-ostacolo è la distanza media, sempre ridotta e mai annullata, che ci separa da un’amata. Non bisogna né divorare l’amata (amante vorace), né sprofondarci dentro (estatica): nel primo caso non ci sarebbe più amato da amare, nel secondo non c’è l’amante per amare l’amato. Il soggetto può essere senza amare, ma l’amore non può essere senza l’essere amante. Il soggetto deve vivere per sé se vuole vivere per gli altri, ma se vive per l’altro fino ad identificarvisi, allora non c’è più nemmeno un
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