Vittorio Alfieri: la vita
Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749 da nobile famiglia sabauda e la condizione economica gli consentì di dedicarsi all’“otium” letterario senza alcuna preoccupazione economica né alcun potente da rispettare. Già nell’infanzia si rivela la sua tendenza alla malinconia ed alla solitudine anche se era unita ad una volontà e caparbietà fuori dal comune.
Frequenta l’Accademia Militare Reale di Torino e subito dopo inizia il “grand tour” in Italia e in Europa, costume diffuso dei giovani aristocratici dell’epoca, per conoscere linguaggi e mentalità diverse. L’Alfiere compie questo giro nelle capitali europee con frenesia ed irrequietezza tanto da non fermarsi a lungo in alcun luogo perché veniva assalito da un senso di scontentezza, di noia, di vuoto, di cupa malinconia. Giunto in posto pensava già di scappare via.
Quindi, fin da giovane emerge il profilo tormentato, proteso verso qualcosa di non definito. Solo più tardi, lo stesso Alfieri nella sua autobiografia (La Vita), interpreterà questa scontentezza come il bisogno di trovare un fine sublime, uno scopo a cui dedicare la vita, che lo stesso artista identificherà nella “vocazione poetica” (la conversione), che riempirà il resto della sua vita.
L’esperienza dell’assolutismo
Anche se Alfieri scrive nell’autobiografia che i viaggi per l’Europa non abbiano avuto alcun significato, l’esperienza di quei viaggi lo segna. Infatti il giovane appassionato ribelle, rimane sdegnato rispetto alle monarchie “assolute” che regnano in Francia, Russia, Prussia ed Austria ritenendole tiranniche. Invece apprezza maggiormente paesi di maggiore libertà come Inghilterra e Olanda.
Inoltre, sempre durante i viaggi, rimane abbagliato dai paesaggi desolati, selvaggi e maestosi della Scandinavia.
Tornato a Torino non volendosi interessare di attività politica o militare, conduce una vita da “giovin signore” (di Pariniana memoria), in una condizione di sempre maggiore solitudine, scontentezza, inquietudine, disperazione e depressione. Depressione che aumenta a causa di una relazione amorosa non ricambiata con la marchesa Gabriella Turinetti de Priè.
Solo la letteratura gli dona soddisfazioni. Studia gli autori illuministi (Rousseau, Montesquieu, Voltaire) che saranno la sua base culturale specie in proiezione anti-tirannica. Inoltre legge i classici greci e le biografie di illustri greci e romani.
Comincia timidamente a scrivere qualcosa compresa una tragedia (Antonio e Cleopatra) che poi dimentica. Ma nel 1775 (a ben 36 anni), riprendendo tra le mani questa tragedia dimenticata e rapportandola all’amore non ricambiato con la Turinetti, si capisce che proiettare i propri sentimenti nella poesia, nella letteratura, gli dà sollievo, gli fa superare i momenti difficili.
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Vittorio Alfieri
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Letteratura italiana - Vittorio Alfieri
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Vittorio Alfieri – Libertà, tirannide e tragedia