Lunedì 28 gennaio
Parte prima
Introduzione
Parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso. Alfieri, perciò, confessa che è stato convinto dall’amore proprio nello scrivere la sua autobiografia. Un altro dei motivi che lo hanno spinto nel cimentarsi in quest’opera è stata la paura che qualcun altro scrivesse della sua vita, in modo cattivo o errato, magari qualcuno che non lo aveva mai conosciuto.
Per quanto riguarda il metodo, egli si proporrà di dividere il libro in cinque epoche (corrispondenti alle cinque età dell’uomo): puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità e vecchiaia. La quinta parte (vecchiaia) non verrà mai portata a termine. Alfieri promette di non dileguarsi in discorsi/episodi della sua vita privi di importanza, ma di soffermarsi solo sulle particolarità che potranno contribuire allo studio dell’uomo in genere. Ecco quindi il terzo motivo ed il diretto scopo di quest’opera: lo studio dell’uomo in genere.
Per quanto riguarda lo stile, Alfieri dice che lascerà fare alla penna il suo lavoro, in modo spontaneo e naturale: quindi un’opera dettata dal cuore e non dall’ingegno.
Epoca prima
Puerizia: «Nove anni di vegetazione»
I. Nascita e parenti
Nella città di Asti, il 16 gennaio 1749 nacque Vittorio Alfieri, da genitori nobili, agiati ed onesti. Queste tra loro qualità gli permisero di diventare l’uomo che è diventato. Alfieri sostiene che l’essere nato nobile gli permise di poter dispregiare la nobiltà e svelarne le ridicolezze, gli abusi ed i vizi. La madre era di origine savoiarda; il padre morì forse di polmonite a sessant’anni, un anno dopo la nascita di Alfieri. La madre si risposò. Due anni prima della sua nascita, i genitori ebbero un’altra bambina, Giulia. Mentre scrive, Alfieri ha 41 anni.
II. Reminiscenze dell’infanzia
Prima dei sei anni, Alfieri ricorda con certezza uno zio, che gli voleva molto bene e che usava indossare dei particolari stivali a punta. Alfieri racconterà di aver rivisto quegli stivali nella sua giovinezza, e che gli richiamarono "sensazioni primitive": ricordi e sensazioni che non provava appunto da quando era bambino. Sua sorella Giulia venne mandata in un convento, quando lui aveva 7 anni; di questo avvenimento si ricorda benissimo perché gli causò un grande dolore, che riprovò solo nella sua giovinezza, quando si trovò costretto a dividersi da qualche amante o caro amico. Da questo suo primo dolore di cuore, ne dedusse che "tutti gli amori dell’uomo, ancorché diversi, hanno lo stesso motore". Dopo la partenza della sorella si fece più evidente il suo inclinamento allo studio, alla solitudine, e alla malinconia.
III. Primi sintomi di un carattere appassionato
La privazione della sorella lo lasciò addolorato per molto tempo. Inizialmente trovò consolazione alla sua solitudine frequentando la chiesa, poi il suo umore malinconico si fece sempre più forte. Tra i sette e gli otto anni, trovandosi un giorno indisposto e malinconico, uscì in giardino ed iniziò a strappare fili d’erba e ad ingoiarli: Alfieri aveva sentito parlare dell’esistenza di un’erba detta cicuta, velenosa; nonostante non avesse mai pensato al morire, Alfieri continuava ad ingoiare erba nella speranza di trovarvi della cicuta. Si fermò solo a causa dei crampi allo stomaco che lo fecero vomitare. Inizialmente non disse nulla, ma quando sua madre lo scoprì, lo rinchiuse in camera per più giorni.
IV. Sviluppo dell’indole indicato da vari fattarelli
L’indole che si andava manifestando in Alfieri era questa: taciturno e placido, ma a volte loquace e vivace. Prevalentemente ostinato, restio, suscettibile e inflessibile. Alfieri giustifica questa sua indole con alcuni castighi che da bambino lo addoloravano molto, come indossare una reticella da notte in testa per andare a messa o essere chiuso in camera per giorni.
V. Ultima storiella puerile
Venne a trovarlo ad Asti un suo fratellastro maggiore, che studiava a Torino e che Alfieri non aveva mai conosciuto molto. Nei suoi confronti provava molta invidia (non odio) poiché anch’egli desiderava le stesse cose che appartenevano al fratello (denaro, libertà, ecc.). Un giorno, mentre giocavano a fare i soldi, Alfieri cadde ferendosi sopra l’occhio: la ferita gli provocò una cicatrice che tutt’ora possiede. Il fratello morì un anno dopo per un male al petto. Nel 1758 Alfieri fu mandato all’Accademia di Torino. Così termina questa fase/epoca della sua vita.
Epoca seconda
Adolescenza: Abbraccia «otto anni d’ineducazione»
I. Partenza dalla casa materna ed ingresso nell’Accademia di Torino
Il primo agosto del 1758 Alfieri inizia l’accademia. Inizialmente è felicissimo di essere arrivato a Torino (città di cui rimane affascinato), ma nei giorni successivi cadde nel dolore e nel pianto per la mancanza della madre e dei familiari. All’età di nove anni e mezzo, Alfieri dice di essere stato catapultato ad un tratto in mezzo a persone sconosciute, allontanato dai parenti, isolato e abbandonato a se stesso. Descrive l’accademia come una locanda più che un luogo d’educazione; essa non educava alla vita, ma solo agli studi.
II. Primi studi pedanteschi e mal fatti
Il primo giorno di Accademia fu esaminato dai professori e spedito nella classe quarta; Alfieri descrive in accademia come "un asino fra gli asini". Tutte le idee erano circoscritte, false o confuse in quella scuola. Alfieri era spesso in competizione con i compagni, che giustifica come "primi segni di ambizione".
III. A quali de’ miei parenti in Torino venisse affidata la mia adolescenza
Nei primi due anni di Accademia Alfieri imparò pochissimo, e il suo stato di salute peggiorò: aveva spesso mal di testa, non cresceva in altezza ed aveva un colorito sempre biancastro. Suo zio fu eletto governatore della città di Cuneo, e non tornava a Torino spesso; ad Alfieri rimanevano solo alcuni parenti della madre ed un cugino del padre, Benedetto Alfieri, un architetto del re. Da lui imparò molte cose, tra cui episodi della vita del padre che non aveva mai conosciuto.
IV. Continuazione di quei non-studi
Negli altri anni, oltre a non imparare nulla, il suo stato di salute peggiorò, radicando in lui sempre più l’amore per la solitudine. In questi anni lesse l’Ariosto, Tasso, alcune opere del Metastasio. Terminato l’ultimo anno, Alfieri fu giudicato idoneo per entrare nell’Università, quando aveva all’incirca 13 anni.
V. Varie insulse vicende, sullo stesso andamento del precedente
Alfieri rivede la sorella Giulia, quasi 15enne, dopo molti anni. La vista di questa sorella lo rallegrò molto, confortandogli lo spirito e la salute. Insieme ai suoi compagni d’Accademia, andò per la prima volta a teatro a vedere un’opera chiamata Il Malmantile, di Goldoni. Il brio, la musica e la varietà dell’opera fecero un’ottima impressione ad Alfieri. La musica, in particolare modo, gli fece un forte effetto positivo. Durante il suo primo soggiorno a Cuneo, a casa dello zio, scrisse il suo primo sonetto: si trattava in realtà di versi presi di qua e di là dalle opere che aveva letto. La sua ignoranza nella lingua latina gli impediva di fare progressi.
VI. Debolezza della mia complessione; infermità continue ed incapacità d’ogni esercizio
Alfieri continua a soffrire di forti emicranie, tanto che un giorno, gli venne tagliati tutti i capelli (all’epoca credevano che le emicranie si guarissero così) e dovette indossare una parrucca, che fu oggetto di scherno da parte dei compagni. La sua passione per la musica crebbe; stranamente però, non era incline al ballo né riuscirà mai ad imparare a ballare. In questi anni cresce in lui l’
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