Urbanistica
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Ciò che l'urbanista produce è l’esito dell’interazione sociale e di un processo interattivo nel quale vengono messi in campo il sapere tecnico, il sapere locale, il sapere di altre discipline e soprattutto il sapere interattivo, ossia quel sapere che si crea dall’incontro dei saperi che riguarda quella situazione di progettazione. L’urbanista descrive delle situazioni esistenti e situazioni possibili. Occorre uno sguardo visionario ma allo stesso tempo pragmatico e che riesca a guardare oltre i limiti attuali per estrapolarne le possibilità. Tutte le scelte, coinvolgendo il campo sociale, vanno motivate. Il linguaggio usato, inoltre, è un linguaggio prescrittivo.
I progetti urbanistici possono anche avere conseguenze non volute ed impreviste perché operiamo all’interno di un campo sociale in continua trasformazione. I progetti urbanistici comprendono l’immaginario delle persone che covano al loro interno alcune idee più o meno grandi di città, è per questo che spesso l’urbanista si trova rigettato contro la sua idea. L’attività dell’urbanista non va perciò vista come attività deterministica (cioè ogni sua azione determina degli effetti) quanto piuttosto è un’attività circolare che coinvolge il senso comune.
Lo scopo dell’urbanistica non è di produrre elementi ma trasformare la città e il territorio e le relazioni che lo spazio detiene con il soggetto (pratiche d’uso degli spazi) e relazioni tra gli spazi stessi. Gli urbanisti fanno descrizioni che costringono a concettualizzare e costruire degli argomenti, sopralluoghi che permettono la constatazione diretta e rilievi.
Quando parlo di ‘contesto’ si intende non solo ciò che ci circonda in senso fisico ma si intendono le condizioni spaziali, economiche, sociali, istituzionali ecc. È quindi un concetto multidimensionale e transdisciplinare. Il piano di governo del territorio è costituito dal documento di piano, piano delle regole e piano dei servizi. Il documento di piano è un documento strategico che fornisce quella visione di lungo periodo e affronta i problemi emergenti. Il piano delle regole dice in che modo ci si deve comportare ove la città è già costruita. Il piano dei servizi ci elenca quali sono le opere che devono essere realizzate, con quale scopo e quali finanziamenti.
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L'urbanistica è un sapere pratico e di seguito rifletteremo sulla natura del sapere partendo dal contesto entro il quale l'urbanistica opera. Le situazioni nelle quali l'urbanistica opera hanno cinque connotazioni:
- Carattere proprio di unicità anche se può richiamare ad altre situazioni di cui abbiamo già avuto esperienza.
- L'unicità è data dalla sua ambiguità e complessità che si presta a differenti interpretazioni che possono trasformarsi in possibilità.
- Poiché gli attori sono plurali e le loro azioni sono imprevedibili, anche la situazione è imprevedibile e il campo è aperto agli imprevisti.
- La provvisorietà poiché l'azione non si arresta mai e la città continua a cambiare.
- Sempre oggetto di un conflitto di valori poiché non si decide solo nei termini di cosa è utile e cosa no, cosa può produrre i risultati attesi e cosa è controproducente, ma anche nei termini di cosa è buono e giusto.
Possiamo distinguere due facce e due rappresentazioni del suo sapere:
- Sapere epistemico che si occupa di ciò che è stabile nel tempo e che avviene sempre necessariamente in modo regolare, costruisce leggi generali a partire da osservazione di fenomeni che si ripetono, produce enunciati che aspirano ad essere veri, prevede il futuro applicando teorie e risolve i problemi.
- Sapere pratico che si occupa di ciò che è mutevole nel tempo e che è probabile è possibile, di azioni e comportamenti imprevedibili. Opera in un contesto che lo vincola e lo condiziona per cui non produrrà leggi ma solo teorie locali. Produce enunciati che aspirano ad essere legittimi, convincenti e condivisi o meglio produce visioni/congetture sul futuro esplorando le conseguenze e costruendo problemi.
La cosa fondamentale è che il secondo sapere non può fare previsioni ma solo costruire scenari condivisi sulla base di congetture. Agendo all'interno di una situazione complessa ci accorgiamo che, chi si occupa di sapere pratico, vede i problemi come un costrutto e non solo un dato esterno. L'urbanista tratta problemi e li formula ma non li risolve. Questi due modi di affrontare il mondo fanno riferimento a due nazionalità diverse ossia quella scientifica, se si colloca al mondo in una serie di rappresentazioni dello stesso e se ne controlla la congruenza rispetto a una serie di teorie a priori, e quella congetturale, se ci si pone domande sul mondo in relazione alla specificità. L'urbanistica però non è solo interna al sapere pratico ma si dibatte tra i due poli.
Quando l'uomo si insedia in montagna, gli edifici sono posizionati per una massima irradiazione solare. L'avvento del razionalismo fece diventare questo tema della luce un tema fondamentale regolato da leggi, definendo che l'asse eliometrico lungo cui il sole si muove nel cielo diventa asse di riferimento per la costruzione delle abitazioni. Questa è una parte che fa riferimento al sapere epistemico e da questo esempio possiamo capire come nasce un contrasto tra valori da scegliere ossia se privilegiare il confort o l'immagine urbana della città poiché non sempre il migliore orientamento dell'edificio si conforma all'estetica del contesto.
Se il sapere del progetto urbanistico è un sapere pratico, allora chi progetta dovrà tener conto di alcune conseguenze:
- La natura del progetto non sarà un effetto prevedibile dell'applicazione di teorie (di un sapere che è precostituito) ma sarà un esito imprevedibile.
- Mutano anche le ragioni per cui un progetto può essere accettabile o meno ed entrano in campo legittimità, adesione e appartenenza che definiscono la condivisione/consenso rispetto agli esiti. Di contro ad un sapere Mica si può avere solo congruenza rispetto alle teorie (vero o falso).
- Lontano anche i compiti del progetto e perché il progetto viene realizzato. Nel sapere epistemico si dà risposta a bisogni determinati entro una concezione naturalistica dell'uomo (concezione astorica e sociale). Invece ci siamo accorti che noi siamo bersagliati da domande che sono storicamente determinate e localmente determinate definite in ragione della specificità del luogo e sono domande frutto del modo in cui la gente problematizza dove riconosce un problema.
- Muta anche il posto del progetto nei processi di costruzione della città. Nel sapere epistemico vi è una sequenza deduttiva a cannocchiale nel quale i problemi vengono predeterminati a ogni livello di progettazione superiore. I progetti da attuare vengono definiti dal livello superiore al livello inferiore costituendo un sistema che va dalla scala più ampia a una più ravvicinata che mostra un rapporto lineare e deterministico. L'esperienza però ci ha insegnato che va riformulato spesso ciò che sta alla scala superiore per cui progettare è momento sede di costruzione del problema (qui ed ora) che ha conseguenze le scale superiori ed inferiori. Con qui ed ora si intende che la progettazione è sempre specifica al luogo e al tempo.
- Muta il ruolo del progetto che non è solo il disegno di uno stato di cose da mandare in cantiere ma è qualcosa che ha anche delle prestazioni esplorative ed istruttorie e non un qualcosa di fatto e finito di uno stato di cose da costruire. Il progetto viene usato per essere discusso ed è nella dimensione della trasformazione.
- Mutano i codici di comunicazione impiegati. I destinatari non sono solo i tecnici ma sono una pluralità di soggetti che a volte sono competenti in alcune discipline o sono relativi al sapere locale. Per cui lo stesso testo deve essere tecnico, multidisciplinare e comunicabile.
- Mutano i rapporti tradizionali che il progetto intrattiene con le procedure di osservazione delle situazioni. Non vi è più una relazione causale e deterministica che va dall'analisi al progetto ma vi è una determinazione circolare che porta a riconsiderare la descrizione interpretativa fatta inizialmente.
- Muta in che ruolo del tecnico urbanista che, immersi in una situazione così fatta, non viene chiamato per risolvere i problemi applicando mezzi conosciuti per raggiungere fini pratici, ma costruisce i problemi interattivamente con gli altri attori, dialogando con il contesto e aprendosi alla situazione locale. I problemi non sono un dato infatti l'urbanista è un problem setting ossia un costruttore di problemi.
Quindi la figura dell'urbanista interpreta un territorio è una situazione problematica facendo diventare la situazione di incertezza e imprevedibilità una risorsa e considerando le dimensioni plurali che la costituiscono. Riconosce e valuta criticità e risorse e propone modi per il loro trattamento. Produce immagini interpretative della città esistente e descrizioni e visioni della città del futuro che propone alla condivisione collettiva. Partecipa ad un processo sociale che prevede soggetti con relazioni ed esigenze o idee del progetto conflittuali. Il progetto va perciò sempre inteso come un esito e non come un effetto.
Ogni definizione ci rassicura perché ci sottrae dall'incertezza stabilendo ciò che è legittimo e ciò che è escluso. La definizione stabilisce un patto tra i soggetti e amici ad essere condivisa. Definire un'attività problematica ed è parte integrante della logica. Le definizioni eliminano le ambiguità del linguaggio e ristrutturano anche l'uso (restringendo o ampliando) di un termine. Veicolano dei valori e sono uno strumento di progetto. La discontinuità si innesta in un tessuto continuo nella città così come nel discorso. cit. “Se quel tessuto non fosse continuo e ogni linguaggio nuovo non adoperasse le parole di un vecchio linguaggio, se ogni nuova idea attraverso cui la società si governa non utilizzasse un insieme di vecchi istituti, non soltanto la storia sarebbe un succedersi di miracoli ma ogni novità risulterebbe incomprensibile e extra storica.”
Quindi le definizioni sono enunciati che si formulano mediante l'uso che se ne fa. L'urbanistica si occupa di ciò che cambia e per questo muta anche la definizione. William Morris propone una definizione di architettura che è nell'Unione e nella collaborazione delle arti in modo che ogni cosa sia subordinata alle altre in armonia. È una concezione ampia, perché abbraccia l'intero ambiente della vita umana. Non possiamo sottrarci all'architettura, finché facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l'insieme delle modifiche e delle alterazioni della vita sociale.
Luigi Piccinato scrisse lo studio delle condizioni, delle manifestazioni e delle necessità di vita e di sviluppo delle città. Il fine pratico per cui tende urbanistica è quello di dettare le norme per l'organizzazione e il funzionamento di una vita urbana che sia bella, sana ed economica. Tale fine pratico è raggiunto mediante il piano regolatore sostenuto da regolamenti, leggi e organizzazioni amministrative. E appunto attraverso il piano che l'architetto urbanista si esprime, ricomponendo in sintesi gli elementi analizzati attraverso lo studio. Nel piano regolatore è espressa, quindi implicita, la conoscenza di tutte le discipline che contribuiscono allo studio della vita urbana.
Plinio Marconi visto che l'urbanistica è arte, cioè le cui sintesi formali riguardano antecedenti, contenuti e tecniche estremamente numerosi ed abbraccianti l'intero ambito della vita urbana. Nel 1962 dice che l'urbanistica è un'attività creativa eccedente l'architettura e riguardante vasti spazi e si interessa di organismi che eccedono le unità e il modo in cui questi si aggregano tra di loro. Comprende tutte le branche della cultura ribadendo la transdisciplinarità di cui parla Piccinato nel 1936 e riprendendo il concetto di Morris di 100 anni prima.
Giovanni Astengo nel 1966 scrisse la voce enciclopedica dell'urbanistica e cambia il punto di vista dicendo che l'urbanistica è una scienza che cerca una garanzia nei risultati. La scienza urbanistica studia la città in tutti i suoi aspetti con come fine la pianificazione dello sviluppo. Interpretando, riordinando e riadattando ciò che esiste, mentre disciplina la crescita progettando nuovi aggregati. Aggiunge che vanno progettate ed innovate le infrastrutture e l'ambiente naturale. L'urbanistica è interessata alle componenti storiche, ideologiche e culturali oltre che a quelle economiche del fatto urbano, nonché alle esigenze igieniche e educative.
Ludovico Quaroni influenza mistica negli anni 50 e 60 e anche gli scrisse la definizione della voce urbanistica in un volume enciclopedico. Nel 1969 dice che lo studio dei fenomeni urbani fornisce dati conoscitivi su di essi e sulle interazioni tra questi perché possano eventualmente essere utilizzati per meglio orientare le molte azioni di carattere politico, legislativo, amministrativo e tecnico che continuamente vengono a modificare la realtà di un territorio. Questa frase è di una contemporaneità assoluta perché ci dice che la realtà di un territorio non viene modificata dai piani regolatori o progetti urbanistici ma da una molteplicità di eventi, attori e azioni di carattere politico e legislativo. Poi ci dice che il lavoro dell'urbanista è utile per indirizzare azioni di altri enti. Urbanistico è lo studio della città ed urbanistica è la progettazione della città.
Giancarlo De Carlo nel 1964 scrisse fluidità delle interpretazioni urbane e rigidità dei piani di azzonamento. Scrive che non si può parlare di urbanistica prima dell'800 e ciò che c'era prima erano solo proiezioni epiche dell'architettura e prove di forza dell'architettura che cedevano l'unità e si interessavano ad uno spazio più vasto. L'Ottocento introduce una differenza di sguardo verso la città e gli episodi precedenti erano solo episodi di trasformazione dello spazio.
Bernardo Secchi agli inizi del 2000 inaugura una collana chiamata prima lezione di cui una trattava dell'urbanistica. Dice che si rifiuta di dare dell'urbanistica una definizione generale e compatta in quanto la visione urbanistica è irriducibile e fatta di mondi difficilmente comunicanti. Per urbanistica intendo non tanto un insieme di progetti e norme bensì le tracce di un vasto insieme di pratiche che modificano la città. Ma allo stesso tempo le modifiche urbanistiche le leggo solo tramite queste tracce e subito quindi emerge l'idea di incompletezza e di incertezza. L'idea che propone è di un sapere piuttosto che di una scienza, un sapere accumulato da una serie di pratiche che hanno lasciato tracce testimonianze. Tracce che stanno tra lo studio del passato e l'immaginazione del futuro, tra la verità e l'etica, tra sapere epistemico e pratico. Questo sapere si è costruito per accumulazione. L'urbanista ha uno sguardo curioso è aperto, interessato a sapere cosa gli altri pensano e come gli altri definiscono quello stesso oggetto che lui tratta. Il lavoro dell'urbanista è nomadico (sapere nomade che non ritrova mai la sua casa) e esogamico (consuetudine ad effettuare matrimoni solo con persone di altre tribù/clan come incrocio di individui poco affini) che si sposa con altre discipline e saperi a volte per nulla affini.
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Le origini dell'urbanistica moderna di Leonardo Benevolo 1963. Teorie, tecniche e storie sono i tre modi in cui l'urbanistica si auto rappresenta. Questo libro è di grande influenza per l'urbanistica italiana ed è l'esito di una riflessione che Benevolo fa alla fine degli anni Cinquanta che anticipa in alcune pubblicazioni precedenti. Leonardo Benevolo storico, progettista, pubblicista, ha insegnato Storia dell'Architettura, è autore di più di 30 volumi, progettato la Fiera di Bologna, San Polo a Brescia e altri piani regolatori. Inizia dicendo che l'urbanistica moderna (fai sempre molta attenzione all'incipit dei libri piacciono molto al prof) non nasce contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città industriale. Ma si formano in tempi successivi.
L'incipit propone una sua tesi generale secondo cui l'urbanistica è un rimedio applicato a posteriore poiché arriva dopo i fatti. Questo ritardo si accumula nel tempo e le ragioni del ritardo non cambiano. L'intervento che fa l'urbanistica è quindi di tipo riparatore e dunque ha natura rimediale che è costitutiva della disciplina. La domanda di ricerca storica parte quindi dal presente ed orienta lo sguardo dell'osservatore. Benevolo non ha intenzione di scrivere una storia ma vuole mettere in luce la doppia origine storica, tecnica e moralista di queste esperienze proponendo di ricostruire i due momenti riformatori:
- Trasformazioni economiche.
- Trasformazioni della politica e dell’opinione pubblica.
Benevolo propone una polarizzazione dei tentativi per correggere i mali della città industriale con nuove forme di convivenza (nuove idee di città e società) e risoluzione puntuale dei problemi (senza però una visione globale). Gli utopisti (Owen, Saint-Simon, Fourier) e gli specialisti/ funzionalisti (con nuovi regolamenti igienici, nuovi impianti e strumenti tecnici) hanno uno sfondo ideologico comune che è quello socialista. Coincidenza valida fino al 48 finché il movimento operaio non è ancora organizzato in contrapposizione ai partiti borghesi.
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