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Dal villaggio alla metropoli (e ritorno)

La città non può considerarsi solo materiale ma è da considerarsi anche sociale. Sociale e materiale stanno in rapporto, ma come? (Il rapporto tra noi persone e la città intesa come spazio materiale).

Il villaggio di Kejara

Kejara era un villaggio di capanne che esisteva un tempo nella foresta amazzonica. Si tratta di un villaggio molto lontano nel tempo e nello "spazio", è uno dei posti più lontani dallo stile di vita urbano che ci possiamo immaginare. Il villaggio a pianta circolare è stato visitato e studiato da un celebre antropologo francese, Lèvi-Strauss, nel 1935. Lui racconta di essere stato il primo uomo bianco ad incontrare i Bororo, la popolazione che viveva appunto in questo villaggio. Lèvi-Strauss risiede nel villaggio per alcuni mesi studiando i costumi e imparando la lingua e scopre che c'è un legame molto intimo tra il modo in cui i Bororo sono organizzati socialmente e la pianta del loro villaggio.

Questo legame intimo vale anche per noi, per i nostri rapporti sociali e per la forma della nostra città? Al centro di Kejara sorge la "casa degli uomini" con due porte sui lati opposti, si tratta di una casa per celibi e proibita alle donne. Lo spiazzo antistante di terra battuta è usato per le danze rituali e altre cerimonie collettive. La tribù era priva di una storia scritta. Il villaggio è di forma circolare e giace lungo la riva di un fiume che consente di recuperare l'acqua.

Lèvi-Strauss scrive una frase importante: "La disposizione circolare delle capanne intorno alla casa degli uomini è di una tale importanza per la vita sociale e la pratica del culto, che i missionari salesiani hanno capito subito che il mezzo più sicuro per convertire i Bororo consisteva nel far loro abbandonare il villaggio per un altro in cui le case fossero disposte in ranghi paralleli."

Questo a noi sembra stranissimo, ci sembra impossibile che il nostro credo o i nostri valori possano cambiare in base allo spazio che viviamo. Pensiamo che il cambiamento dello spazio non ci influenzi, che la nostra persona rimanga integra indifferentemente dallo spazio che stiamo vivendo. Le cose in realtà non sono così semplici.

La società duale del villaggio

La società che vive il villaggio è duale, divisa in due metà: cera e tugarè. Queste due metà occupano parti distinte del villaggio. Se muore qualcuno che abita la parte cera il suo funerale spetta alla metà dei tugarè e viceversa. Le donne vivono sempre nella stessa metà, mentre gli uomini cera devono sposare donne tugarè e quando si sposano vanno a vivere nella metà della donna, quindi si spostano. Il villaggio è dunque fatto come un semicerchio che ha il suo punto di contatto nella "capanna degli uomini".

A seconda della parte del villaggio che occupo so chi sono, so quali sono i miei compiti, e che legame mi unisce agli altri abitanti del villaggio. L’impianto dei salesiani disegnato per trasferire i Bororo ci appare diverso (impianto ortogonale) da quello originale e in questo modo i Bororo perdono i loro punti di riferimento, i loro valori, sono totalmente smarriti. Questo smarrimento per Lèvi-Strauss agevola la conversione dei Bororo ad un altro credo e ad un nuovo sistema di vita.

L'impianto ortogonale

Questa disposizione non la inventano i salesiani, ma è un impianto che ha una lunga storia: la pianta ortogonale diventa molto diffusa soprattutto in America. Pianta di Savannah, fondata nel 1733 da coloni inglesi sulla riva del fiume omonimo in Georgia. Esiste ancora oggi ed è stata fondata sulla base della pianta ortogonale. Gli isolati non sono più quadrati ma qui rettangolari. Il riferimento storico per eccellenza a cui guardano gli impianti ortogonali è l’accampamento militare romano nei territori conquistati.

L’impianto del castrum si fondava su due assi principali ortogonali (il cardo e il decumano) e altri assi minori sempre ortogonali. Al centro c’era il luogo in cui ricevevano gli ufficiali. Quattro porte principali: una rivolta verso il nemico e le altre verso Roma che era il centro dell’impero. Tantissimi di questi accampamenti nel tempo sono diventati città, centri di commercio che hanno mantenuto l’impianto ortogonale. I Romani non avevano scelto la forma ortogonale per caso ma la fondazione è un atto rituale che instaura nello spazio urbano un ordine celeste ritenuto immutabile perché di origine divina.

La gerarchia del potere politico assume nello spazio la forma del potere divino per due ragioni:

  • Imporre un ordine stabile a un ambiente naturale, caotico.
  • Rappresentare questo ordine agli occhi dei popoli sottomessi come immutabile e degno di rispetto.

Alcuni signori, antenati degli urbanisti, applicavano lo stesso impianto ortogonale ad alcune regioni, ad interi territori. Essi centuriavano il territorio e lo assegnavano a dei coltivatori. Le tracce della centuriazione sono ancora oggi in alcune zone ben visibili (attraverso una visione aerea). La forza simbolica del tracciato ortogonale continua a riemergere nel corso della storia e lo ritroviamo alcuni decenni dopo ad esempio nel piano urbanistico di Lucio Costa per la nuova capitale del Brasile (Brasilia), costruita sull’altipiano centrale del Brasile negli anni '50 del '900.

Negli anni '50 del '900 l’entroterra del Brasile era ancora poco abitato perché mancavano le strutture per raggiungerla. "Brasilia è nata dal gesto iniziale con cui chiunque individua un luogo e ne prende possesso: due assi che si incrociano ad angolo retto, formando il segno della croce." L’impianto urbano è ortogonale e rappresenta una croce, sul braccio orizzontale si innestano le residenze e su quello verticale gli edifici istituzionali. Qui c’è un forte riferimento alla religione, l’impianto urbano dunque è sacro.

Parigi e gli interventi di Haussmann

Nell’800 la metropoli per eccellenza era Parigi. Jeanne Galliard (1809/1891) in un libro (le ville) dedicato alla Parigi del XIX secolo, scrive: "È possibile comparare, mutatis mutandis, il disordine provocato dai lavori di Haussmann nella vita della capitale a quello che i gesuiti (salesiani in realtà) hanno provocato tra gli indiani Bororo modificando semplicemente la disposizione delle loro capanne."

Jeanne Galliard ci sta dicendo che ciò che aveva fatto Haussmann nella capitale è paragonabile a ciò che avevano fatto i salesiani con i Bororo estraendoli dal loro impianto circolare e mettendoli in un impianto ortogonale. Haussmann, prefetto della Senna, funzionario pubblico più importante di Parigi, decide che Parigi deve diventare una vetrina per le altre capitali europee.

Parigi nella metà dell’800 prima di Haussmann era una città molto piccola e conservava la forma di una città medievale. Le sue case erano costruite in pietra, le strade strette e tortuose, ricchi e poveri vivevano negli stessi quartieri ed edifici (poveri ai piani alti e ricchi ai piani bassi), l’industria, il commercio e le case erano mescolati senza ordine, antiche mura circondavano la città.

Il sistema stradale dunque era molto disordinato e le strade piccole e tortuose, quella più importante e più larga anche se solo di 6 metri era la Rousse Jacquie, ancora oggi presente nel quartiere latino. Tutte le linee ferroviarie della Francia convergevano su Parigi, le stazioni erano collocate nelle periferie, la città non era stata pensata per la ferrovia e dunque non c’erano strade che permettessero alle persone e alle merci che sbarcavano di muoversi in massa da una stazione all’altra.

Si voleva inoltre evitare una seconda rivoluzione dopo quella francese, di cui Parigi ne fu la culla, che poi in realtà avvenne comunque. Il popolo parigino è insorto per primo demolendo gli edifici e creando grosse strade per evitare la facile costruzione di barricate che avevano permesso il successo degli insorti parigini precedentemente e quindi permettere all’esercito di utilizzare l’artiglieria.

I primi grandi sventramenti di Haussmann si concentrano sulla creazione di due grandi assi ortogonali (la grande croce). Il tracciato di Avenue de l’Opera, la nuova strada attraversa un quartiere densamente popolato richiedendo la demolizione di numerosi edifici. Il volto ottocentesco della capitale francese esprime forte omogeneità funzionale ed estetica, funzionale perché con l’inizio dei lavori inizia anche l’espulsione dell’industria dal centro della città in quanto considerata inquinata, ma soprattutto perché significava portare fuori i lavoratori che dovevano abitare vicino al luogo del lavoro.

Spostamento della classe operaia parigina verso la periferia. Il centro della città assume dunque un carattere borghese ben riconoscibile. Inizia un processo, residenze e commercio di lusso diventano le funzioni predominanti nel centro, mentre le industrie della periferia. I grandi lavori urbanistici di Haussmann hanno avuto un impatto durevole sulla mentalità dei parigini.

Baudelaire nei suoi scritti esprime poeticamente lo struggimento di una generazione di parigini, convertiti a loro malgrado alla modernità, passati da una città medievale che si basava sulla mescolanza e sul disordine degli spazi a una città moderna in cui le classi borghesi sono separate fisicamente e socialmente, come i Bororo furono convertiti al cattolicesimo. I parigini infatti furono stravolti dall’intervento di creazione dei boulevard.

L'evoluzione dello spazio metropolitano

Succede anche a noi qualcosa di simile a ciò che successe ai Bororo e ai parigini del XIX secolo? Non sta accadendo esattamente la stessa cosa ma lo spazio della metropoli che abitiamo oggi sta cambiando ancora, questo cambiamento quasi invisibile che non riguarda tanto lo spazio urbano della città ma che entra nel pensiero attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

Abbiamo un villaggio globale solcato da reti digitali invisibili a cui siamo connessi da dispositivi elettronici. La comunicazione basata sulla tecnologia digitale modifica la pianta del villaggio globale, combinando lo spazio fisico e lo spazio virtuale. Questa combinazione ha come effetto il rigetto e l’abbandono di credenze, valori e consuetudini. A cosa però ci stiamo convertendo noi? Forse non lo sappiamo perché non sappiamo bene chi disegna la pianta del villaggio globale.

La costruzione di domanda e offerta nel mercato urbano

Nell’incontro tra domanda e offerta svolge un ruolo fondamentale lo stato. La terra e gli edifici sono dei beni immobili. Il termine beni immobili si riferisce alle infrastrutture, costruzioni incorporate al suolo, edifici, ... Questi beni sono scambiati sul mercato immobiliare e hanno dei valori che derivano dal rapporto tra la domanda e l’offerta. Il mercato immobiliare è particolare in quanto i beni immobili non si spostano, sono legati al contesto che li circonda. Un edificio è lì, non si può spostare. È la domanda che si può avvicinare all’offerta e non viceversa.

Il contesto fa parte del valore di un edificio, lo influenza. Cioè il valore di un edificio dipende anche dalla posizione in cui sorge e dal contesto in cui è situato con le sue trasformazioni. Se un contesto pregiato per un certo tipo di edificio, si degrada in maniera anche rapida si ripercuote sul valore dell’edificio. Quello che accade al territorio riguarda direttamente chi ha comprato un’immobile.

A causa della particolare natura dei beni scambiati il mercato immobiliare è un mercato imperfetto in cui il confronto tra offerta e domanda non avviene con la stessa semplicità con cui avviene quello tra altri beni (come quello dell’oro, del cibo, petrolio, …)

Posizioni di monopolio (l’offerta è molto limitata e la domanda è molto estesa o viceversa) possono limitare l’incontro tra la domanda e l’offerta.

  • Se bisogna ampliare una scuola e il proprietario dell’unica area libera adiacente alla scuola non è disposto a venderla o chiede un prezzo eccessivo, il progetto di ampliamento si blocca. A meno che non intervenga la legge che obbliga la vendita.

In questo particolare mercato c’è bisogno di un “attore intermedio”: lo stato. Sia nel caso del suolo pubblico che nel caso del suolo privato lo Stato partecipa alla costruzione del mercato urbano, cioè dell’incontro tra la domanda e l’offerta. Lo stato attraverso la costituzione e le leggi fornisce il sistema giuridico sul quale si fonda il diritto di proprietà. Lo stato inoltre, stabilisce alcune regole per l’utilizzo del suolo, impone alcuni vincoli che servono all’incontro tra domanda e offerta come ci dimostra questo esempio:

Raffineria Agip, alle porte di Rho Pero. Nel 1992 la raffineria chiude, si tratta di un’area profondamente inquinata nel sottosuolo dagli scarti di lavorazione del petrolio. L’Agip dismette il sito che rimane in stato di abbandono. Un’area di circa un milione di metri quadri. L’Agip considera l’area un patrimonio improduttivo da mettere al più presto sul mercato. L’area può essere venduta solo per una destinazione diversa da quella industriale perché in quest’area non c’era più quel certo tipo di domanda per una serie di condizioni.

Questo fu il destino di tante altre fabbriche milanesi come ad esempio la Falque di Sesto San Giovanni. A Rogoredo viene chiusa l’area della Edison recuperata in parte con edifici residenziali. La Bicocca prima ospitava le aziende della Pirelli. La fiera di Milano, nata nel 1923 sul sito della vecchia piazza d’armi è un macro isolato quadrangolare che misura 340.000 metri quadri.

Alla fine degli anni ’70 la Fiera ha raggiunto un notevole sviluppo, ma soffre per la mancanza di sviluppo. I padiglioni sono inadatti alle nuove esigenze espositive, inoltre chi vive intorno lamenta la congestione del traffico di merci e visitatori. È impossibile svilupparsi nel centro di Milano e si incomincia a penare a un sito fuori da Milano, in aree più libere. Per diversi anni si cerca il posto adatto fino a che un certo punto i destini della fiera e quelli della raffineria sono destinati ad incontrarsi.

La fiera è una fondazione a diritto privato, ma i vertici della fondazione vengono designati da enti pubblici. Nel 1993 si decide che la fiera doveva collocarsi nell’area di Rho Pero. La fiera attira un traffico molto grande sia di visitatori che di merci e questo è uno dei motivi per cui la fiera non poteva più stare nel centro di Milano, non era più sostenibile dagli abitati. Questo è un fattore determinante per la scelta della collocazione. Si raggiunge un accordo economico con l’Agip che si fa carico di bonificare l’area. Stato, Agip e fondazione fiera sottoscrivono un accordo, in cui l’Agip si impegna a bonificare, lo stato si occupa delle infrastrutture e della questione urbanistica.

Massimiliano Fuksas progetta il nuovo polo fieristico. Estensione dell’area, al centro un grande corridoio che permette l’ingresso ai padiglioni da parte dei visitatori. I padiglioni sono monoplano e si dividono in modo modulare. Il sistema impiantistico e le infrastrutture sono ripensati in modo più importante rispetto alla fiera precedente, questo permette al nuovo polo fieristico di accogliere grandi fiere dal profilo internazionale. Interventi sulla mobilità, inserimento della stazione e costruzione di nuove strade. Il polo esterno della fiera di Milano viene inaugurato a marzo del 2005. La fiera investe 900 milioni del suo capitale al quale si aggiunge un investimento da parte delle istituzioni pubbliche.

L’operazione consente alla fiera di liberare quasi completamente il suo quadrilatero storico. La fiera adesso che ha cambiato polo vuole vendere a massimo prezzo l’area in cui sorgeva prima per recuperare parte del capitale speso per la costruzione del nuovo polo. Per trovare un compratore dell’area centrale di Milano che è sotto la proprietà della fondazione fiera. La fondazione fiera non può gestire da sola la vendita di questo ex polo fieristico perché è un’area troppo importante per Milano. È dunque necessario l’intervento dello stato. Il comune di Milano è l’unico che può modificare la destinazione di un’area e dà alla fondazione fiera il permesso di costruire fino a 293.00 mq e devia la MM5. Senza questa azione pubblica sarebbe stato impossibile realizzare il polo esterno.

La destinazione viene cambiata e diventa per il 50% residenza e il 50% uffici e metà dell’area totale deve essere un parco. La fondazione fiera bandisce un concorso internazionale per cercare qualcuno che fosse in grado di progettare l’area. I gruppi che si presentano inizialmente sono 8 che poi vengono ridotti a 5. Questi cinque hanno presentato il loro progetto. Renzo Piano era impegnato con il gruppo che si qualificò secondo. Tra questi 5, vengono selezionati i 3 progetti migliori e il vincitore dei 3 è determinato da chi dei 3 acquirenti offrisse di più per l’acquisto dell’area. I gruppi dovevano presentare oltre che un progetto anche una proposta economica per l’acquisto dell’area.

Il gruppo vincitore, formato dalle principali assicurazioni italiane, compra l’area per 523 milioni che affida il progetto a tre grandi architetti. Il progetto è opera di tre famosi architetti internazionali: Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki. Il comune approva il progetto con modifiche relative alla dimensione e forma del parco.

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/21 Urbanistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemi-riva97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Urbanistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Gaeta Luca.
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