Umanesimo e Rinascimento
Le coordinate storiche generali
La nascita e lo sviluppo della civiltà rinascimentale del ‘400-’500 coincidono con alcuni eventi di grande
portata, che seguono il passaggio dall’età medievale a quella moderna, i quali trovano le loro maggiori
espressioni nella. Formazione degli Stati sul piano politico e nell' ascesa della borghesia mercantile sul
piano economico-sociale.
Si configura una nuovo mosaico geo-politico, rappresentato dai regni nazionali in Europa e degli Stati
regionali in Italia.
In Italia le varie signorie assumono la forma di Principati regionali , che combattendosi aspramente fra
loro, impediscono il processo di unificazione della penisola, lasciandola in una condizione di totale
frammentazione politica. Dopo la pace di Lodi (1454), la penisola conosce un periodo di relativa stabilità,
basata su un fragile sistema di equilibri. La debolezza dell'italia la rende facile preda delle mire
espansionistiche della monarchia francese e spagnola.
Sul piano sociale ed economico, i fattori determinanti del nuovo periodo storico sono costituiti dal
fenomeno della civiltà urbana e dalla congiunta affermazione di un’ economia aperta .
La novità dell’Umanesimo rinascimentale
L’ Umanesimo rinascimentale rappresenta l’esplicita elaborazione di una cultura nuova, che crea un
divarico dai vecchi schemi mentali, rappresentando dunque le differenti esigenze di una società
mercantile-urbana giunta alla piena maturazione, e riflettendo a livello teorico, il mutato atteggiamento
dell’uomo di fronte alla vita e al mondo stesso. La cultura del ‘400 cerca per la prima volta di
interpretare filosoficamente i propri mutamenti di struttura mediante una nuova immagine globale
dell’ uomo , più appropriata e consona alla nuova realtà. Gli umanisti rigettano i modelli medioevali basati
sul sapere tradizionale delle scholae , di impronta prevalentemente metafisica-religiosa, e si rivolgono
all’ antichità classica per recuperarne i valori.
La nuova organizzazione della cultura
Nel Medioevo la cultura si era prevalentemente concentrata nelle università ed era rimasta monopolio
pressoché esclusivo della Chiesa e degli ordini religiosi. Venuta meno la sua potenza all’interno degli
Stati, la Chiesa perde il secolare predominio sull’organizzazione e direzione della cultura, la quale passa
in mano ai laici, ossia la borghesia cittadina. Infatti questa nuova classe sociale apprezza l’arte, la storia,
la scrittura ecc. È noto infatti come i principi e i ricchi mercanti del tempo facessero a gara nel proporsi
come mecenati del sapere e nel concedere protezione e stipendi a letterati, artisti, filosofi e scienziati.
Questo fa sì che città come Firenze (Medici), Napoli (Aragonesi), Roma (papi), Ferrara (Este) ecc.
divengano grandi centri culturali.
Le accademie
I luoghi in cui la cultura cominciava ad essere diffusa in età rinascimentale, furono le accademie e le
scuole private di arti liberali . Inoltre nel ‘500 si svilupparono nuove accademie letterarie e filosofiche
(come quella di Telesio a Cosenza). Pur non essendo istituti educativi ma poli di incontro tra individui
che coltivavano discipline affini, è pur non sostituendo le università come sedi di istruzione superiore, le
accademie si pongono come centri di elaborazione dell’alta cultura, contrapponendosi alle università
che restano roccaforti della filosofia scolastica.
Il rinascimento come “ritorno al principio”
Il concetto di rinascita
La “rinascita” va a coincidere con la seconda nascita , quella dell’ uomo “ nuovo ” o “ spirituale ” di cui
parla lo stesso Vangelo. Concetto che per tutto il medioevo stava ad indicare il ritorno dell’uomo a Dio,
la sua restituzione a quella vita che egli ha perduto con la caduta di Adamo. Nel rinascimento invece
questo concetto assume un significato più vasto, inclusivo delle realizzazioni terrene, in quanto viene a
denotare il rinnovamento globale dell’uomo nei suoi rapporti con se stesso , gli altri , il mondo e Dio .
Il ritorno al principio come concetto religioso
L'obiettivo di fondo di questi rinnovamenti venivano identificato con il “ ritorno al principio ”, il quale
veniva identificato con Dio e dunque il ritorno a Dio come il vero compimento del vero destino
dell’uomo, consistente, da un lato, nel ripercorrere inversamente il processo è antico in virtù del quale
gli esseri si erano allontanati da Dio e, dall’altro, nel ritornare a Lui.
Il ritorno al principio come concetto storico
Il ritorno al principio assume anche un significato umano e storico, secondo il quale “il principio ” a cui si
deve ritornare è una specifica situazione del passato della civiltà. Questo è il senso in cui gli umanisti
intenderono il ritorno ai classici, come ritorno alle comunità classiche .
Il ritorno al principio come ritorno alla natura
Un altro aspetto del ritorno rinascimentale al principio è il ritorno alla natura , vista come forza che
produce e vivifica le cose. La grande arte del. Rinascimento infatti, esprimerà questo ritorno alla natura
con la sua rappresentazione nella forma autentica.
Umanesimo letterario e Umanesimo filosofico
L’epoca umanistica fu fortemente attratta dalla classicità greca e latina, vedendo in essa un esempio di
vita da condurre. Pertanto nell’umanesimo letterario è già implicito l’ umaneismo filosofico , fondato sulla
duplice convinzione che gli antichi abbiano incarnato al massimo grado i valori dell’esistenza e che gli
studi classici rappresentino uno strumento indispensabile per ingentilire i costumi del tempo ed
educare gli uomini. Tant’è vero che le litterae vengono dette “ humanae” , in quanto forgiatrici di uomini
veri, e le arti “liberali” perché forgiatrici di individui liberi. Il compito degli umanisti era quello di
riprendere il lavoro degli antichi per riportare l’uomo all’altezza della sua vera natura.
Le dottrine più tipiche del Rinascimento sono quelle riguardanti l’ uomo , la storia e la natura , le quali
erano condivise dai un gran numero di scrittori e contribuirono a creare la peculiare atmosfera
filosofica del Rinascimento.
L’uomo come artefice di se stesso
Il nucleo dell’antropologia rinascimentale risiede nella celebre affermazione del mondo classico,
secondo cui homo faber ipsius fortunae , mediante la quale i rinascimentali intendono dire che la
dignità dell’uomo, soprattutto nei confronti degli altri esseri, risiede nel forgiare se stesso e il proprio
destino.
Nell’ horatio de hominis dignitate , che può essere considerata una sorta di manifesto dell'antropologia
rinascimentale, Giovanni Pico della Mirandola presenta l’uomo come “libero e sovrano artefice di se
stesso”, cioè come un essere che ha la possibilità di plasmare se stesso. Da qui si origina la futura con il
pensiero medievale, secondo cui l’uomo faceva parte di un ordine cosmico già dato, che egli doveva
soltanto riconoscere intellettualmente e seguire praticamente, l’uomo del rinascimento invece ritiene di
dover costruire e conquistare da sé il proprio posto nel mondo.
L’uomo e Dio
Nel Rinascimento la concezione dell’uomo come soggetto del proprio destino mondano coesisteva con
la concezione religiosa dell’uomo-plasmatore come immagine del creatore. Ciò traspare esplicitamente
dall'azione di Pico della Mirandola o dallo scritto Sulla dignità ed eccellenza dell’uomo di Giannozzo
Manetti.
Di conseguenza, per i rinascimentali non si pone l'alternativa “uomo o Dio”, poiché essi pensano
all’interno di una struttura concettuale che riconosce l’ uomo e Dio . In questo senso essi si trovano in
una posizione filosofica che si differenzia tipicamente si dal futuro umanesimo ateo (Marx, Nietzsche..),
sia dalle forme più estreme della religiosità medievale.
Inoltre, mentre nel Medioevo Dio appare al centro e l’uomo alla periferia, ora nel Rinascimento l’uomo
tende ad apparire al centro del mondo e Dio alla sua periferia, senza che si neghino l’aldilà e Dio
stesso.
L’uomo e la libertà
La celebrazione umanistica della libertà umana, non esclude tuttavia una complementare
consapevolezza dei propri limiti. Infatti i rinascimentale appaiono tutti consapevoli del fatto che gli
individui siano condizionati da una serie di forze reali , casuali e soprannaturali , che, pur non
annullando la libertà , la circoscrivono . Tant’è vero che, contestualmente all'esaltazione rinascimentale
della libertà e delle virtù dell’uomo, sorgono dispute sui suoi rapporti con la Fortuna, il Caso, la
Provvidenza ecc.
L’uomo come microcosmo e l’esaltazione della vita attiva
La celebrazione del valore dell’uomo e della sua originalità si concretizza anche nelle tesi dell’uomo
come “ microcosmo ”, formula equivalente per dire che l’uomo è la sintesi vivente del Tutto e il centro
del mondo, cioè la creatura in cui si concentrano le varie caratteristiche degli enti del mondo.
La difesa della dignità dell’uomo è la visione dell’esistenza come auto-progetto si accompagnano
soprattutto al rifiuto dell’ascetismo medievale e alla concezione della vita come impegno concreto . Per
i rinascimentali l’uomo non è un ospite di passaggio nel mondo o un pellegrino in attesa dell’aldilà, ma
un essere profondamente radicato sulla terra. Di conseguenza, coerentemente con l’ottica
antropocentrica, i rinascimentali sottolineano maggiormente l’importanza dell’aldiquà e l'esaltazione
della gioia e del piacere (immortalata nei celebri versi di Lorenzo il Magnifico). Da ciò la rinnovata idea
dell’ eudaimonía , cioè della felicità come realizzazione armonica e completa delle possibilità umane, e il
riconoscimento del valore del denaro, elemento indispensabile alla vita e alla conservazione
dell'individuo.
Il naturalismo rinascimentale
Quando si parla del naturalismo come di un carattere specifico del pensiero rinascimentale, si intende
sottolineare che:
L’ uomo , per i rinascimentali,non è un ospite provvisorio della natura, ma un essere naturale egli
● stesso, che ha nella natura la sua patria.
La natura è una realtà costituita da un'immensa moltitudine di forze vitali , di cui lo stesso uomo è
● partecipe e in cui si incarna la potenza di Dio, che in essa tirava una sua manifestazione o una
delle proprie sedi.
L ’uomo , con essere naturale, ha sia l' interesse , sia la capacità di studiare la natura .
●
La teoria della frattura
La prima interpretazione dei rapporti fra Medioevo e Rinascimento si identificò con la tesi di frattura
completa fra le due età. Nella seconda metà dell’800 questa teoria ha trovato il suo massimo
rappresentante in Jacob Burckhardt . Egli nella sua opera La cultura del rinascimento in Italia (1860) ha
tradotto l’antitesi dei due periodi in una serie di opposizioni nette, riassunte nelle celebri tesi di un
Medioevo trascendentista (aldilà), teocentrico e universalista , diametralmente opposto ad un
Rinascimento antropocentrico e individualista .
La teoria della continuità
Di segno opposto è la cosiddetta “ teoria della continuità ”, il cui massimo rappresentante fu Konrad
Burdach , che nel suo imponente capolavoro Dal Medioevo alla Riforma (1912-1913), rifiuta la
schematizzazione di un Medioevo religioso e di un rinascimento paganeggiante. Egli infatti ha insistito
sui nessi fra le due età , individuando la genesi della rinascita nelle esigenze di rinnovamento religioso
già presenti, ad esempio, nell’evangelismo di San Francesco.
La teoria dell’originalità nella continuità
Questo indirizzo storiografico ha trovato il suo massimo interprete in Eugenio Garin , il quale ha finito
per sostenere una sorta di conciliazione critica delle due tesi precedenti, affermando la tipicità
irriducibile del Rinascimento e, al tempo stesso, la continuità di questo con il Medioevo, pervenendo in
tal modo alla formula dell’ “ originalità nella continuità ”.
Leonardo Bruni (1370-1444)
Egli tradusse dal greco al latino l’ Etica nicomachea , l’ Economica e la Politica di Aristotele e numerosi
dialoghi di Platone. Scrisse una Vita di Cicerone e una Vita di Dante
, vedendo realizzato in queste due
figure l'ideale di uomo dotto e sapiente che non è alieno alla vita politica, ma anzi ci fa parte.
In linea con la tendenza umanistica ad esaltare la vita attiva, Bruni dedica la propria attenzione alle
dottrine morali, a scapito delle dottrine speculative, meno utili all’esistenza. La sua costante
preoccupazione è quella di mostrare come le dottrine morali delle maggiori scuole filosofiche antiche
siano sostanzialmente in accordo fra loro. Egli è inoltre convinto che gli insegnamenti dei filosofi antichi
non si discostino dalla verità cristiana . La sapienza antica gli appare dunque come un tutto armonico,
pertanto egli intende il ritorno alla sapienza classica come la rinascita di quella vita morale che gli
antichi filosofi avevano conosciuto e il cristianesimo aveva fatto propria e diffuso nel mondo.
Lorenzo Valla (1407-1457)
Egli nacque a Roma nel 1407 e visse per lungo tempo presso la corte di Napoli, morì a Roma nel 1457.
Il piacere come unico bene
La sua opera più famosa è Sul piacere (1431), un dialogo in tre parti, nel quale si difende la tesi che il
piacere è l'unico bene per l’uomo, e si presenta una concezione ottimistica della natura, che è in
contrasto non solo con lo stoicismo, al quale viene polemicamente opposta, ma anche con l’ascetismo
cristiano.
Il piacere , secondo Valla, è l’unico fine di tutte le attività umane . Le leggi che regolano la città sono
state emanate al fine dell’utilità, che genera il piacere, e ogni governo è diretto al medesimo fine. La
virtù , di conseguenza, non è altro che la scelta dei piaceri : si comporta bene colui che antepone il
maggior vantaggio al minore e il minor svantaggio al maggiore. Il cristiano stesso agisce per il piacere,
che tuttavia non è per lui quello terreno, bensì quello celeste.
La falsa donazione di Costantino
Esaltatore della lingua latina, nella quale vede il segno della persistente sovranità spirituale dell’antica
Roma anche dopo la fine della sua sovranità politica, nell'opuscolo intitolato La donazione di
Costantino, erroneamente creduta e finta (1440) Valla dimostra con argomenti filologici l' inautenticità
del decreto con cui Costantino avrebbe donato alla Chiesa i territori di Roma e del Lazio. Rivelando così
l’infondatezza giuridica della pretesa del papato al predominio politico universale.
La libertà della vita religiosa
Egli inoltre combatte la pretesa della Chiesa di essere l’unica a garantire, nei suoi ordini religiosi,
l’autentico rapporto dell’uomo con Dio e afferma la libertà della vita religiosa. Secondo Valla, la
religiosità autentica dipende soltanto dall’ atteggiamento dell’ individuo , che liberamente si pone in
rapporto con Dio, non dall'adesione a un obbligo formale di carattere collettivo. Egli fa valere questo
suo principio non solo contro gli ordini religiosi, ma che in nome della ricerca filosofica, contro
l’ossequio alla tradizione scolastica.
Il platonismo rinascimentale
Con l’umanesimo i ebbe una vera e propria riscoperta di Platone , che si concretizzò con il cosiddetto
“platonismo rinascimentale”, sviluppatosi nelle accademie , in particolare in quella Fiorentina fondata da
Ficino e Cosimo de Medici.
I motivi del ritorno a Platone
In egli si vide il filosofo più importante e la figura più affascinante della classicità. Lo si rappresento
anche come l’antagonista di Aristotele e della filosofia scolastica, come il pensatore che grazie al suo
filosofare aperto e problematico appariva il più adatto ad esprimere l'inquietudine dell’uomo è la
complessa dinamicità del reale. Ma soprattutto lo si considerò come il filosofo più vicino allo spirito
religioso del cristianesimo e come il più consono a esprimere il rapporto tra Dio e mondo in termini di
amore, secondo il doppio processo della derivazione del mondo da Dio e del ritorno del mondo a Dio
tramite un atto di amore.
La diffusione degli scritti di Platone
Mentre il medioevo conobbe pochissimo del corpo platonico, il rinascimento disponeva della versione
dei Dialoghi e della possibilità di leggerli anche in lingua originale. Nel contempo si diffusero le prime
traduzioni degli scritti platonici a opera di Bruni e in seguito la versione completa di Ficino .
L'aristotelismo rinascimentale
Nelle università invece fiorì l’aristotelismo del
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