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Umanesimo e Rinascimento

Appunti chiari e precisi sui principali filosofi dell'Umanesimo e del Rinascimento, con descrizione dei caratteri fondamentali di questo periodo basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Abbate dell’università degli Studi di Bari - Uniba. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia antica docente Prof. P. Abbate

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Le accademie ​ ​

I luoghi in cui la cultura cominciava ad essere diffusa in età rinascimentale, furono le accademie e le

​ ​

scuole private di arti liberali​ . Inoltre nel ‘500 si svilupparono nuove accademie letterarie e filosofiche

(come quella di Telesio a Cosenza). Pur non essendo istituti educativi ma poli di incontro tra individui

che coltivavano discipline affini, è pur non sostituendo le università come sedi di istruzione superiore, le

accademie si pongono come centri di elaborazione dell’alta cultura, contrapponendosi alle università

che restano roccaforti della filosofia scolastica.

Il rinascimento come “ritorno al principio”

Il concetto di rinascita ​

La “rinascita” va a coincidere con la seconda nascita​ , quella dell’​ uomo “​ nuovo​ ” o “​ spirituale​ ” di cui

parla lo stesso Vangelo. Concetto che per tutto il medioevo stava ad indicare il ritorno dell’uomo a Dio,

la sua restituzione a quella vita che egli ha perduto con la caduta di Adamo. Nel rinascimento invece

questo concetto assume un significato più vasto, inclusivo delle realizzazioni terrene, in quanto viene a

​ ​ ​ ​ ​ ​

denotare il rinnovamento globale​ dell’uomo nei suoi rapporti​ con se stesso​ , gli altri​ , il mondo​ e Dio​ .

Il ritorno al principio come concetto religioso ​

L'obiettivo di fondo di questi rinnovamenti venivano identificato con il “​ ritorno al principio​ ”, il quale

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veniva identificato con Dio e dunque il ritorno a Dio come il vero compimento del vero destino

dell’uomo, consistente, da un lato, nel ripercorrere inversamente il processo è antico in virtù del quale

gli esseri si erano allontanati da Dio e, dall’altro, nel ritornare a Lui.

Il ritorno al principio come concetto storico ​

Il ritorno al principio assume anche un significato umano e storico, secondo il quale “il principio​ ” a cui si

deve ritornare è una specifica situazione del passato della civiltà. Questo è il senso in cui gli umanisti

intenderono il ritorno ai classici, come ritorno alle comunità classiche​ .

Il ritorno al principio come ritorno alla natura ​ ​

Un altro aspetto del ritorno rinascimentale al principio è il ritorno alla natura​ , vista come forza che

produce e vivifica le cose. La grande arte del. Rinascimento infatti, esprimerà questo ritorno alla natura

con la sua rappresentazione nella forma autentica.

Umanesimo letterario e Umanesimo filosofico

L’epoca umanistica fu fortemente attratta dalla classicità greca e latina, vedendo in essa un esempio di

vita da condurre. Pertanto nell’umanesimo letterario è già implicito l’​ umaneismo filosofico​ , fondato sulla

duplice convinzione che gli antichi abbiano incarnato al massimo grado i valori dell’esistenza e che gli

studi classici rappresentino uno strumento indispensabile per ingentilire i costumi del tempo ed

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educare gli uomini. Tant’è vero che le litterae vengono dette “​ humanae” , in quanto forgiatrici di uomini

veri, e le arti “liberali” perché forgiatrici di individui liberi. Il compito degli umanisti era quello di

riprendere il lavoro degli antichi per riportare l’uomo all’altezza della sua vera natura.

​ ​

Le dottrine più tipiche del Rinascimento sono quelle riguardanti l’​ uomo​ , la storia e la natura​ , le quali

erano condivise dai un gran numero di scrittori e contribuirono a creare la peculiare atmosfera

filosofica​ del Rinascimento.

L’uomo come artefice di se stesso

Il nucleo dell’antropologia rinascimentale risiede nella celebre affermazione del mondo classico,

secondo cui homo faber ipsius fortunae , mediante la quale i rinascimentali intendono dire che la

dignità dell’uomo, soprattutto nei confronti degli altri esseri, risiede nel forgiare se stesso e il proprio

destino. ​

Nell’​ horatio de hominis dignitate , che può essere considerata una sorta di manifesto dell'antropologia

rinascimentale, Giovanni Pico della Mirandola presenta l’uomo come “libero e sovrano artefice di se

stesso”, cioè come un essere che ha la possibilità di plasmare se stesso. Da qui si origina la futura con il

pensiero medievale, secondo cui l’uomo faceva parte di un ordine cosmico già dato, che egli doveva

soltanto riconoscere intellettualmente e seguire praticamente, l’uomo del rinascimento invece ritiene di

dover costruire e conquistare da sé il proprio posto nel mondo.

L’uomo e Dio

Nel Rinascimento la concezione dell’uomo come soggetto del proprio destino mondano coesisteva con

la concezione religiosa dell’uomo-plasmatore come immagine del creatore. Ciò traspare esplicitamente

dall'azione di Pico della Mirandola o dallo scritto Sulla dignità ed eccellenza dell’uomo di Giannozzo

Manetti. ​

Di conseguenza, per i rinascimentali non si pone l'alternativa “uomo o Dio”, poiché essi pensano

all’interno di una struttura concettuale che riconosce l’​ uomo e Dio​ . In questo senso essi si trovano in

una posizione filosofica che si differenzia tipicamente si dal futuro umanesimo ateo (Marx, Nietzsche..),

sia dalle forme più estreme della religiosità medievale.

Inoltre, mentre nel Medioevo Dio appare al centro e l’uomo alla periferia, ora nel Rinascimento l’uomo

tende ad apparire al centro del mondo e Dio alla sua periferia, senza che si neghino l’aldilà e Dio

stesso.

L’uomo e la libertà

La celebrazione umanistica della libertà umana, non esclude tuttavia una complementare

consapevolezza dei propri limiti. Infatti i rinascimentale appaiono tutti consapevoli del fatto che gli

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individui siano condizionati da una serie di forze reali​ , casuali e soprannaturali​ , che, pur non

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annullando la libertà​ , la circoscrivono​ . Tant’è vero che, contestualmente all'esaltazione rinascimentale

della libertà e delle virtù dell’uomo, sorgono dispute sui suoi rapporti con la Fortuna, il Caso, la

Provvidenza ecc.

L’uomo come microcosmo e l’esaltazione della vita attiva

La celebrazione del valore dell’uomo e della sua originalità si concretizza anche nelle tesi dell’uomo

come “​ microcosmo​ ”, formula equivalente per dire che l’uomo è la sintesi vivente del Tutto e il centro

del mondo, cioè la creatura in cui si concentrano le varie caratteristiche degli enti del mondo.

La difesa della dignità dell’uomo è la visione dell’esistenza come auto-progetto si accompagnano

soprattutto al rifiuto dell’ascetismo medievale e alla concezione della vita come impegno concreto . Per

i rinascimentali l’uomo non è un ospite di passaggio nel mondo o un pellegrino in attesa dell’aldilà, ma

un essere profondamente radicato sulla terra. Di conseguenza, coerentemente con l’ottica

antropocentrica, i rinascimentali sottolineano maggiormente l’importanza dell’aldiquà e l'esaltazione

della gioia e del piacere (immortalata nei celebri versi di Lorenzo il Magnifico). Da ciò la rinnovata idea

dell’​ eudaimonía , cioè della felicità come realizzazione armonica e completa delle possibilità umane, e il

riconoscimento del valore del denaro, elemento indispensabile alla vita e alla conservazione

dell'individuo.

Il naturalismo rinascimentale

Quando si parla del naturalismo come di un carattere specifico del pensiero rinascimentale, si intende

sottolineare che: ​

L’​ uomo​ , per i rinascimentali,non è un ospite provvisorio della natura, ma un essere naturale egli

● stesso, che ha nella natura la sua patria.

​ ​

La natura è una realtà costituita da un'immensa moltitudine di forze vitali​ , di cui lo stesso uomo è

● partecipe e in cui si incarna la potenza di Dio, che in essa tirava una sua manifestazione o una

delle proprie sedi. ​ ​ ​

L​ ’uomo​ , con essere naturale, ha sia l'​ interesse​ , sia la capacità​ di studiare​ la natura​ .

La teoria della frattura ​ ​

La prima interpretazione dei rapporti fra Medioevo e Rinascimento si identificò con la tesi di frattura

completa fra le due età. Nella seconda metà dell’800 questa teoria ha trovato il suo massimo

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rappresentante in Jacob Burckhardt​ . Egli nella sua opera La cultura del rinascimento in Italia (1860) ha

tradotto l’antitesi dei due periodi in una serie di opposizioni nette, riassunte nelle celebri tesi di un

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Medioevo trascendentista (aldilà), teocentrico e universalista​ , diametralmente opposto ad un

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Rinascimento antropocentrico e individualista​ .

La teoria della continuità ​ ​

Di segno opposto è la cosiddetta “​ teoria della continuità​ ”, il cui massimo rappresentante fu Konrad

Burdach​ , che nel suo imponente capolavoro Dal Medioevo alla Riforma (1912-1913), rifiuta la

schematizzazione di un Medioevo religioso e di un rinascimento paganeggiante. Egli infatti ha insistito

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sui nessi fra le due età​ , individuando la genesi della rinascita nelle esigenze di rinnovamento religioso

già presenti, ad esempio, nell’evangelismo di San Francesco.

La teoria dell’originalità nella continuità ​

Questo indirizzo storiografico ha trovato il suo massimo interprete in Eugenio Garin​ , il quale ha finito

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per sostenere una sorta di conciliazione critica delle due tesi precedenti, affermando la tipicità

irriducibile del Rinascimento e, al tempo stesso, la continuità di questo con il Medioevo, pervenendo in

tal modo alla formula dell’ “​ originalità​ nella continuità​ ”.

Leonardo Bruni (1370-1444) ​

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Egli tradusse dal greco al latino l’​ Etica nicomachea , l’​ Economica e la Politica di Aristotele e numerosi

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dialoghi di Platone. Scrisse una Vita di Cicerone e una Vita di Dante

, vedendo realizzato in queste due

figure l'ideale di uomo dotto e sapiente che non è alieno alla vita politica, ma anzi ci fa parte.

In linea con la tendenza umanistica ad esaltare la vita attiva, Bruni dedica la propria attenzione alle

dottrine morali, a scapito delle dottrine speculative, meno utili all’esistenza. La sua costante

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preoccupazione è quella di mostrare come le dottrine morali delle maggiori scuole filosofiche antiche

siano sostanzialmente in accordo fra loro. Egli è inoltre convinto che gli insegnamenti dei filosofi antichi

non si discostino dalla verità cristiana​ . La sapienza antica gli appare dunque come un tutto armonico,

pertanto egli intende il ritorno alla sapienza classica come la rinascita di quella vita morale che gli

antichi filosofi avevano conosciuto e il cristianesimo aveva fatto propria e diffuso nel mondo.

Lorenzo Valla (1407-1457)

Egli nacque a Roma nel 1407 e visse per lungo tempo presso la corte di Napoli, morì a Roma nel 1457.

Il piacere come unico bene ​

La sua opera più famosa è Sul piacere (1431), un dialogo in tre parti, nel quale si difende la tesi che il

piacere è l'unico bene per l’uomo, e si presenta una concezione ottimistica della natura, che è in

contrasto non solo con lo stoicismo, al quale viene polemicamente opposta, ma anche con l’ascetismo

cristiano.

​ ​ ​

Il piacere​ , secondo Valla, è l’unico fine di tutte le attività umane​ . Le leggi che regolano la città sono

state emanate al fine dell’utilità, che genera il piacere, e ogni governo è diretto al medesimo fine. La

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virtù​ , di conseguenza, non è altro che la scelta dei piaceri​ : si comporta bene colui che antepone il

maggior vantaggio al minore e il minor svantaggio al maggiore. Il cristiano stesso agisce per il piacere,

che tuttavia non è per lui quello terreno, bensì quello celeste.

La falsa donazione di Costantino

Esaltatore della lingua latina, nella quale vede il segno della persistente sovranità spirituale dell’antica

Roma anche dopo la fine della sua sovranità politica, nell'opuscolo intitolato La donazione di

Costantino, erroneamente creduta e finta (1440) Valla dimostra con argomenti filologici l'​ inautenticità

del decreto con cui Costantino avrebbe donato alla Chiesa i territori di Roma e del Lazio. Rivelando così

l’infondatezza giuridica della pretesa del papato al predominio politico universale.

La libertà della vita religiosa

Egli inoltre combatte la pretesa della Chiesa di essere l’unica a garantire, nei suoi ordini religiosi,

l’autentico rapporto dell’uomo con Dio e afferma la libertà della vita religiosa. Secondo Valla, la

religiosità autentica dipende soltanto dall’​ atteggiamento dell’​ individuo​ , che liberamente si pone in

rapporto con Dio, non dall'adesione a un obbligo formale di carattere collettivo. Egli fa valere questo

suo principio non solo contro gli ordini religiosi, ma che in nome della ricerca filosofica, contro

l’ossequio alla tradizione scolastica.

Il platonismo rinascimentale ​ ​

Con l’umanesimo i ebbe una vera e propria riscoperta di Platone​ , che si concretizzò con il cosiddetto

“platonismo rinascimentale”, sviluppatosi nelle accademie​ , in particolare in quella Fiorentina fondata da

Ficino e Cosimo de Medici.

I motivi del ritorno a Platone

In egli si vide il filosofo più importante e la figura più affascinante della classicità. Lo si rappresento

anche come l’antagonista di Aristotele e della filosofia scolastica, come il pensatore che grazie al suo

filosofare aperto e problematico appariva il più adatto ad esprimere l'inquietudine dell’uomo è la

complessa dinamicità del reale. Ma soprattutto lo si considerò come il filosofo più vicino allo spirito

religioso del cristianesimo e come il più consono a esprimere il rapporto tra Dio e mondo in termini di

amore, secondo il doppio processo della derivazione del mondo da Dio e del ritorno del mondo a Dio

tramite un atto di amore.

La diffusione degli scritti di Platone

Mentre il medioevo conobbe pochissimo del corpo platonico, il rinascimento disponeva della versione

dei Dialoghi e della possibilità di leggerli anche in lingua originale. Nel contempo si diffusero le prime

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traduzioni​ degli scritti platonici a opera di Bruni​ e in seguito la versione completa di Ficino​ .

L'aristotelismo rinascimentale

Nelle università invece fiorì l’aristotelismo del Rinascimento che secondo Kristeller si configura come un

aristotelismo antiscolastico che si oppone a quello scolastico, esprimendo una tipica espressione

filosofica del Rinascimento.

​ ​

Se il centro geografico del platonismo è Firenze, quello dell'aristotelismo è Padova​ , nella rinomata

sede universitaria, nella quale si era cominciato a studiare il pensiero di Aristotele sulla base del

commento del filosofo arabo Averroè.

Le nuove tendenze filologiche e gli indirizzi speculativi emersi nel ‘400 avevano determinato l’esigenza

di riscoprire il “vero” Aristotele, da ciò le traduzioni dei suoi scritti originali.

Alessandristi e averroisti

L'aristotelismo militante del Rinascimento si divise sostanzialmente in due tronconi:

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Gli averroisti sostenevano l’esistenza di un unico intelletto separato e, in quanto tale,

● ​

immortale​ , mentre concepivano l’​ individuo concreto​ come mortale​ .

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Gli alessandristi non soltanto consideravano l'​ individuo mortale​ , ma negavano anche l’esistenza

● ​ ​ ​

di un intelletto separato e mortale​ , giudicando che niente esiste o sopravvive al corpo, essendo

l’anima una funzione dell’organismo, indissolubilmente legata ad esso.

Gli atteggiamenti e i temi comuni

Queste due correnti presentavano però una medesima mentalità naturalistico-razionalistica​ , che

portava a vedere nella natura il campo privilegiato della filosofia e nella ragione l’unico metodo della

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ricerca. Entrambe inoltre si occupavano di gnoseologia e del problema dell’​ anima e si mostrarono

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aperte alle suggestione del tema rinascimentale e platonico della dignità​ e nobiltà​ dell’​ uomo​ .

La teoria della “doppia verità” ​ ​

Un’altra affinità tra averroisti e alessandristi è la radicale separazione tra il campo della fede e della

ragione​ , a cui si collega la teoria della “​ doppia verità​ ”. Questa dottrina inizialmente è una critica rivolta

al libero pensiero di Averroè; in realtà questa afferma che un’idea può essere più probabile secondo la

ragione è secondo Aristotele, per quanto l’idea opposta deve essere accettata per fede.

Importanza e limiti dell’aristotelismo rinascimentale

La rilevanza storica dell’aristotelismo rinascimentale

La rilevanza storica del movimento aristotelico è sostanzialmente duplice:

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Contribuì a indirizzare la ricerca sul problema della natura​ , configurandosi come manifestazione

● essenziale della mentalità realistica e concreta del Rinascimento.

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Difese i diritti della ragione​ , individuando in essa lo strumento primario dell’indagine filosofica e

● dell’osservazione scientifica dei fatti dell’esperienza.

Il limite di un’impostazione ancora “metafisica”

L'aristotelismo del Rinascimento mostra tuttavia i suoi limiti in relazione a questi stessi punti che

sanciscono la sua importanza storica. Infatti dando per scontata la validità scientifica delle dottrine del

maestro, i rinascimentali continuarono tendenzialmente a spiegare la realtà secondo i principi della

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Fisica aristotelica, legando così i fenomeni della natura alle nozioni metafisiche come i concetti di

​ ​ ​

“essenza” e “causa finale”, restando dunque legati ad una considerazione qualitativa del mondo​ .

Il ricorso all'autorità di Aristotele

L’appello alla ragione e all’osservazione scientifica dei fatti risultò generalmente vanificato dal

simultaneo appello all’​ ipse dixit di Aristotele. Infatti l’aristotelismo finì per sottomettere l’indagine stessa,

a che contro la ragione e contro i fatti, all'autorità colturale dello Stagirita. Questo spiega perché

l'aristotelismo abbia finito per assumere una funzione oggettivamente conservatrice nell’ambito delle

ricerche naturalistiche, obbligando la scienza fisica nascente ad entrare in contrasto con esso.

Niccolò Cusano (1401-1464)

La dotta ignoranza come fondamento della conoscenza

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La sua opera più importante fu La dotta ignoranza (1440) secondo la quale, per Cusano, la conoscenza

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è possibile solo quando c’è proporzione tra ciò che già si conosce e ciò che si vuole conoscere​ .

Quando ciò che si cerca di conoscere non ha alcuna proporzione con ciò che già si conosce, allora non

resta che proclamare la propria ignoranza, che in questo caso sarà “​ ignoranza dotta​ ”, cioè

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consapevole​ e fondata​ su buoni motivi​ .

​ ​ ​

Questo è il caso della conoscenza di Dio​ , il quale è infinito​ : tra l’infinito e il finito che è conosciuto

dall’uomo non c’è proporzione, quindi l’uomo potrà indefinitamente avvicinarsi alla verità e all’essere

infinito di Dio, ma non potrà mai raggiungerli → la conoscenza umana non coinciderà mai con la verità

assoluta, cioè con Dio.

Dal principio della dotta ignoranza Cusano deriva una di visione mistica di Dio, che egli concepisce

come coincidentia oppositorum , cioè come unità e conciliazione di tutte le determinazioni opposte della

realtà.

La cosmologia

Egli concepisce anche una nuova visione del mondo fisico (deriva da Keplero, Copernico, Galileo). Egli

nega che la parte del mondo celeste

, possieda una perfezione assoluta e sia quindi ingenerabile e

incorruttibile. Per lui infatti non sussiste più quella separazione tra sostanza celeste (o etere) e sostanza

composta dei quattro elementi, che era stata stabilita da Aristotele, e che era stata messa in dubbio

​ ​ ​

solo da Ockham. Tutte le parti del mondo hanno lo stesso valore​ , ma nessuna raggiunge la perfezione

che è propria di Dio.

Il mondo non ha un centro e una circonferenza, come Aristotele aveva supposto, giacché al di fuori di

questa esisterebbe altro spazio, vuoto però di realtà, mentre il mondo comprende tutto lo spazio e tutta

​ ​ ​ ​

la realtà. Il mondo ha il centro dappertutto e la circonferenza in nessun luogo​ , in quanto circonferenza

e centro sono Dio stesso, che è dappertutto e in nessun luogo. Il mondo è privo di limiti e confini,

sebbene però non possieda la medesima infinità di Dio.

Non essendovi un centro, non vi si può trovare la Terra, la quale dunque si muove di un movimento

circolare, sebbene non sia di una circolarità perfetta. La Terra è una “nobile stella”, come lo è il Sole,

che ha la stessa composizione della Terra, per quanto sia formato di elementi più puri. Anche nelle altre

stelle vi possono essere degli serie viventi simili a quelli della Terra.

I movimenti​ , che si verificano anche sulla Terra, hanno lo scopo di garantire e salvaguardare l'​ ordine e

l’​ unità del tutto. In questa prospettiva i corpi pesanti tendono verso la Terra e i corpi leggeri verso l’alto,

ogni movimento, per quanto possibile tende al circolare, ed ogni figura tende ad avvicinarsi a quella

sferica.

La teoria dell’impetus

Cusano riprende anche la teoria dell'​ impetus della scuola occamistica, la quale era stata formulata per

spiegare il movimento de cieli e proiettili, negando il principio aristotelico secondo il quale il motore

​ ​

deve accompagnare il mobile nella sua traiettoria e riconoscendo così il principio di inerzia​ . Nello

scritto intitolato Il gioco della palla il filosofo sostiene, infatti, che ogni corpo persevera indefinitamente

suo movimento, finché il peso o altri ostacoli lo rallentino o lo fermino.

Marsilio Ficino (1433-1499)

L'Accademia

Egli fondò l’Accademia platonica Fiorentina, all’interno della quale l’​ aspetto religioso-mistico del suo

platonismo fu decisamente accentuato a scapito dell'aspetto scientifico. I seguaci dell’Accademia

ritenevano che la dottrina di Platone derivasse, per mezzo di una tradizione ininterrotta, da quella di

Mosè e che anzi rilassa ancora più indietro nel tempo. Essi per tanto intendevano il ritorno al

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platonismo​ come il ritorno​ alla più antica sapienza religiosa​ del genere umano.

L’unione di religione e filosofia ​

Ficino si propone di di rinnovare la saldatura tra religione e filosofia, individuandola nella dottrina

platonica​ , della quale afferma la superiorità rispetto alle altre dottrine filosofiche. Ma questa unità ha,

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per Ficino, lo scopo di rinnovare​ l’​ uomo​ e il suo mondo​ .

I gradi della realtà ​ ​ ​

Tutta la realtà è distinta, per Ficino, in cinque gradi: il corpo​ , la qualità​ , l’​ anima​ , l’​ angelo​ e Dio​ .

L’​ anima è la terza essenza, o essenza media​ : sia discendendo dal corpo a Dio, sia ascendendo

● da Dio al corpo, essa si trova nel mezzo. Per tale motivo è il nodo vivente della creazione,

essendo indistruttibile e infinita.

​ ​ ​

L'​ amore è la forza che unisce armonicamente tra loro le parti diverse della creazione ed è

● l’esplicazione diretta della funzione mediatrice dell’anima. In virtù dell’amore l’universo ten de a

Dio e così esce dal caos, si organizza e raggiunge l’ordine e la perfezione. In virtù dell’amore ,

invece, Dio si prende cura del mondo, lo ordina e gli dà vita.

L'originalità del platonismo rinascimentale

Queste due dottrine fondamentali per Ficino (anima mediatrice e amore), costituiscono gli aspetti

originali del platonismo rinascimentale. Il centro della speculazione platonica di Ficino è l’uomo nella

sua funzione mediatrice e quindi nell’amore come giustificazione è atto di questa funzione. L’uomo è

situato, nel platonismo di Ficino, in una sua posizione propria che fa di lui un elemento indispensabile

dell’ordine e dell’unità dinamica dell'essere. Questo trova la sua vera unità vivente nell’uomo e

nell’amore che lo lega a Dio e di cui Dio lo ricambia.

Pico delle Mirandola (1463-1494)

Il tentativo di una sintesi del sapere

La sua riflessione filosofica mirò a conciliare e a sintetizzare le dottrine più diverse: quelle della

sapienza orientale, quelle dei Greci, principalmente di Platone e Aristotele, quelle medievali di San

Tommaso e inoltre quella della magia e della cabala. Pico manifestò l’esigenza di una sintesi universale

del sapere​ , attraverso la quale si rigenerassero insieme la vita religiosa e quella filosofica dell’uomo.

Questa sua iniziativa si manifesta con il progetto di bandire a Roma una grande discussione tra dotti

convocati da ogni città, per discutere su 900 tesi che per lui apparivano come i capisaldi della sapienza

universale → la discussione non si tenne perché alcune tesi vennero considerate eretiche. Raccoglie

queste tesi nell’​ Apologia e una raccolta di Conclusioni da esse derivate. L’​ Oratio de hominis dignitate

avrebbe dovuto inaugurare la disputa.

La superiorità dell'uomo

L’​ Oratio de hominis dignitate verte intorno a quella superiorità dell’uomo tanto proclamata dagli

umanisti. Per l’uomo, il quale era giunto per ultimo alla creazione, non era rimasto disponibile nessuno

dei beni che invece erano stati distribuiti fra gli altri esseri viventi. Dio allora stabilì che l’uomo

possedesse tutto ciò che era stato distribuito fra le altre creature. L’uomo non ha dunque né un posto

determinato, né un aspetto proprio, né una prerogativa, affinché egli possa scegliere e fare suoi il

posto, l’aspetto è la prerogativa che desidera. Così l’uomo non è né celeste, né terreno, né immortale,

​ ​ ​ ​ ​

né mortale: può degenerare​ nelle cose inferiori e può rigenerarsi​ nelle cose superiori​ , che sono divine.

La pace tra gli uomini ​ ​ ​

Questa rigenerazione può avvenire soltanto attraverso il ritorno alla sapienza originaria​ , la quale è

dispersa è moltiplicata nella varie dottrine filosofiche e religiose e che quindi bisogna raccogliere in

un’unica dottrina giungendo alla pace. Gli obiettivi che la speculazione di Pico si propone sono appunto

la pace​ , l’​ unione​ e l’​ amicizia​ tra gli uomini.

L'armonizzazione dei saperi e delle credenze

Tali obiettivi sono raggiungibili dall’uomo solo se questi riescono a fondere in un tutto armonico gli

elementi eterogenei del loro sapere e delle loro credenze religiose→ Heptalus : dimostrare l’accordo tra

il racconto biblico della creazione e il platonismo, l’​ Ente e l’uno : dimostrare l’accordo tra Platone e

Aristotele.

Egli ritiene che ci sia un accordo fra tutte queste dottrine e la magia e la cabala. Per quanto riguarda la

magia, egli esalta la sola magia naturale​ , che non infrange l’ordine del mondo,ma anzi lo asservisce

utilizzando tutte le energie disseminate in natura. Mentre per il cabala ritiene che serve a penetrare i

misteri divini e che sia in accordo perfetto con le dottrine della Chiesa e della filosofia cristiana, ma

anche con quelle di Pitagora e Platone.

Le riserve di Pico sull’astrologia ​

Egli ammette l’​ astrologia matematica o speculativa​ , che si preoccupa unicamente di determinare le

leggi matematiche dell’Universo, ma rigetta l’​ astrologia giudiziale o divinatrice​ , che pretende di

giungere alle vicende della natura umana partendo dal corso e dalla natura degli astri. Secondo questa

teoria l’uomo non sarebbe libero e ogni sua decisione dipenderebbe dagli astri. Ma questa non può

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essere vera in quanto l'​ uomo​ , che è l’essere più alto della creazione, non può dipendere dai corpi

celesti​ , che sono a lui inferiori → difende la dignità e la libertà dell’uomo contro una delle credenze più

diffuse al tempo.

Pietro Pomponazzi (1462-1525)

L’ordine razionale è necessario ​ ​

L’intento fondamentale di Pomponazzi è quello di mostrare che il mondo ha un ordine razionale

necessario​ . In Aristotele egli vede il primo filosofo che ha escluso l’intervento di Dio o di altri poteri

soprannaturali nelle cose del mondo, e ha riconosciuto nel mondo stesso un puro sistema razionale di

fatti.

I fatti apparentemente miracolosi

​ ​ ​

Nell’opera Gli incantamenti egli non nega la realtà di fatti eccezionali o miracolosi​ , che sembrano

testimoniati dall’esperienza. Infatti per Pomponazzi ci sono oggetti che sono miracolati, nel senso che

sono contrari alla natura e fuori dall'ordine del mondo. Si dicono miracolati solo perché accadono

raramente e a lunghi intervalli di tempo. In realtà, questi sono fatti naturali, che si spiegano in base

all'​ ordine necessario della natura e precisamente dall'azione degli astri (→ il tramite necessario

dell’azione di Dio sul mondo, Dio non può agire direttamente sulle cose naturali, in quanto queste

essendo di grado inferiore, Dio deve passare per forza attraverso tutti i gradi gerarchici, tramite cioè ciò

​ ​ ​ ​

vi è in mezzo). Miracoli e incantesimi sono dunque dovuti all’​ afflusso dei corpi celesti che rientrano

nell’ordine naturale del mondo.

Le vicende storiche ​ ​

In quest’ordine rientra pure la storia degli uomini​ . Vi è per ogni religione il tempo del suo sorgere che è

caratterizzato da oracoli, profezie e miracoli, del suo fiorire e della sua fine, delineata dalla diminuzione

di oracoli ecc. → fede cristiana.

L’anima ha costitutivamente bisogno del corpo

Il famoso scritto Sull’immortalità dell’anima include nell'ordine naturale del mondo anche l'​ attività

spirituale​ dell’uomo. L’anima umana non può esistere né operare senza il corpo:

L'​ anima sensitiva ha bisogno del corpo sia come soggetto, in quanto ha bisogno di organi

● corporei, sia come oggetto, perché può percepire soltanto le cose corporee.

L’​ anima intellettiva non ha bisogno del corpo come soggetto perché non ha organi corporei, ma

● ha bisogno del corpo come oggetto, perché non può conoscere se non le cose corporee dalle

quali è mossa ad intendere.

L’​ intelligenza angelica non ha bisogno del corpo né come soggetto né come oggetto. Ma

● l’anima umana non è e non potrà mai diventare intelligenza angelica.

Se l’anima umana è inseparabile dal corpo, la sua immortalità è dubbia e impossibile a dimostrarsi.

La virtù è premio di se stessa

​ ​ ​

Il premio essenziale della virtù è la virtù stessa​ , che rende l’uomo felice; e la pena del vizio è il vizio

stesso, che lo rende misero ed infelice.

La vita morale è così riportata nell'ordine naturale delle cose e per la sua giustificazione non si ritiene

necessario l’appello al soprannaturale.

La ragione e la fede ​

Pomponazzi compie anche riflessioni religiose​ , riguardo l’​ immortalità​ .

Ragionamento tradizionalmente interpretato come se l'immortalità fosse certamente vera in filosofia, e

mentre l’opposto fosse assolutamente certo in teologia → classica espressione della dottrina della

doppia verità.

Secondo interpretazioni più recenti essa suggerirebbe soltanto che la mortalità è più probabile secondo

la ragione per quanto l'immortalità sia una dogma di fede, che ogni credente deve accettare.

La libertà umana e l’onnipotenza divina

Nell’opera Sul destino, il libero arbitrio e la predestinazione affronta il problema della conciliazione tra

libertà umana e prescienza-predeterminazione divina. Pur affermando che la libertà dell’uomo è

innegabile, egli la ritiene conciliabile con la prescienza, ma non con l’onnipotenza di Dio.

L'opinione più fondata è per Pomponazzi, quella degli stoici, che ammisero il fato​ , cioè la necessità

assoluta dell'ordine cosmico stabilito da Dio. Dunque Dio sarebbe causa non solo del bene, ma anche

del male → questo problema si può risolvere affermando che il bene concorre insieme con il male alla

compiutezza del mondo, e che in quest’ultimo ci devono essere non solo parti pure e nobili, ma anche

impure e ignobili. Pomponazzi ritiene che a queste conclusioni della ragione naturale siano da preferire

le credenze della fede.

Giovanni Calvino (1509-1564)

Il ritorno alla religiosità del vecchio testamento ​ ​ ​

Per Calvino il ritorno alle fonti del cristianesimo è essenzialmente il ritorno​ alla religiosità​ del Vecchio

Testamento​ . Calvino ammette e difende nella sua opera fondamentale, Istituzione della religione

cristiana (1559), l’unità del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dal Vecchio Testamento e gli trae il

concetto di Dio come assoluta sovranità e potenza, di fronte al quale l’uomo è nulla.


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10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni enogastronomici (Facoltà di Agraria, Lettere e Filosofia)
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher emilymissaglia00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Abbate Pompeo.

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