Il crollo dell'Antico Regime
Verso la fine del Settecento, la rivoluzione americana (1776) e la rivoluzione francese (1789) avviarono in Occidente il crollo delle strutture della società dell’Antico Regime e la formazione di un nuovo mondo borghese e liberale: si rifiutò il principio di autorità e si tentò di costruire una società fondata sulla libertà, sulla fratellanza e sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato, secondo i principi della rivoluzione francese.
I giacobini
I giacobini costituiscono un movimento politico sviluppatosi durante l'epoca della Rivoluzione francese, di tendenze repubblicane ed estremistiche. Il primo nucleo nacque a Versailles, nel giugno del 1789, come "Società degli amici della Costituzione", per iniziativa di alcuni deputati bretoni dell'assemblea degli Stati Generali (il club Breton). In seguito, il club si trasferì a Parigi, dove si trasformò presto in "Club dei giacobini". Quest'ultima denominazione deriva dalla sede del club, un ex convento domenicano di San Giacomo chiamato Saint-Jacobus, presso il quale si svolgevano le loro riunioni. La politica giacobina si appoggiava su un controllo fortemente centralizzato e su una direzione intellettuale che tendeva a mobilitare e a stimolare le masse.
I giacobini, sostenuti da un'ondata di giornate rivoluzionarie a base popolare, tra il 31 maggio e il 2 giugno 1793, ebbero la meglio e misero in vigore la nuova Costituzione democratica (in realtà mai pienamente applicata), ma il colpo di stato del 9 termidoro (27 luglio) 1794 sancì la sconfitta delle tendenze giacobine più radicali. L’esportazione della rivoluzione al di fuori del territorio francese turbò profondamente gli equilibri europei.
Le repubbliche giacobine in Italia
Nel momento in cui la Rivoluzione francese arriva in Italia sull’onda delle armate napoleoniche, si fondano in tutto il paese dei centri che prendono il nome di repubbliche giacobine, le quali nascono come tentativo di sovvertire il potere politico e che sono organismi che si conformano agli ideali della Rivoluzione francese. Queste repubbliche hanno avuto vita breve, infatti si parla di triennio giacobino (1796-1799), ma la loro attività è stata molto intensa in Italia dove si costituirono la Repubblica Cisalpina (Milano), la Repubblica Veneta (Venezia), la Repubblica Cispadana (Bologna), e la Repubblica Napoletana (Napoli). Il crollo di queste repubbliche, soprattutto di Venezia che fu ceduta all’Austria da Napoleone con il Trattato di Campoformio, provocò negli intellettuali, che avevano creduto nella Rivoluzione e in Napoleone, una sorta di frustrazione (il suicidio di Jacopo Ortis rappresenta il suicidio dell’intellettuale giacobino deluso).
Ugo Foscolo e la stagione giacobina
Foscolo attraversa la stagione giacobina, la stagione delle grandi speranze, combattendo in prima persona per la libertà nel triennio 1796-99. Con la fine della Rivoluzione Napoletana, che dura dal gennaio al giugno del 1799, Foscolo sente di dover intervenire riguardo questa sconfitta e di dover indagare sulle ragioni che hanno portato al fallimento della Rivoluzione.
Ugo Foscolo (1778-1827)
La stessa nascita e le origini familiari segnano instabilità di Foscolo (Niccolò): nasce a Zante nel 1778 (appartenente al tempo ancora alla Repubblica di Venezia), poi la famiglia si sposta a Spalato (Dalmazia), il padre muore e ciò causa difficoltà economiche alla famiglia. Nel 1792 si trasferiscono a Venezia dove Ugo Foscolo, nonostante problemi economici, poté continuare gli studi e inserirsi negli ancora vivaci ambienti culturali e mondani della città. Nel frattempo, si dedicava alla lettura dei classici greci, latini, italiani e cominciava il proprio apprendistato poetico, rifacendosi soprattutto alla tradizione arcadica, mostrando però interesse anche per l’attuale cultura settecentesca e leggeva i grandi illuministi come Rousseau: la varietà dei suoi interessi è testimoniata da un Piano di studi da lui redatto nel 1796. Di grande stimolo fu per lui il rapporto con Melchiorre Cesarotti di cui frequentò le lezioni all’università di Padova.
La discesa dei Francesi in Italia rafforzò il suo orientamento rivoluzionario e sotto l'influenza di idee giacobine si impegnò nell'attività politica. Nel 1797 fece rappresentare al teatro S. Angelo la tragedia Tieste, piena di furore libertario, costruita sui modelli di Alfieri, da lui amato come nemico di tutti i tiranni. La tragedia ebbe successo, ma rese ancora più sospetto il governo oligarchico nei suoi confronti. Preferì perciò fuggire a Bologna, dove si arruolò nei cacciatori a cavallo e pubblicò l'ode A Bonaparte liberatore. A maggio, quando i Francesi avevano ormai fatto cadere la repubblica oligarchica, torna a Venezia, dove ebbe l'incarico di segretario della municipalità. La sua sensibilità politica gli fece subito avvertire l'atteggiamento ambiguo dei liberatori francesi: il trattato di Campoformio del 1797, con cui Napoleone cedeva Venezia all'Austria, fu il colpo finale del disinganno. Foscolo partì per l'esilio recandosi a Milano, dove si legò ai gruppi giacobini italiani e conobbe Parini e Monti (per la cui moglie, Teresa Pikler, visse un'infelice passione amorosa). Scrisse sul giornale patriottico "Monitore italiano" fino alla chiusura ordinata dai francesi, dopodiché tornò a Bologna dove iniziò la stampa della Ultime lettere di Jacopo Ortis. Ma di fronte alla reazione del 1799 si arruolò volontario nella Guarda Nazionale di Bologna, combattendo insieme ai Francesi e venendo ferito due volte.
Al ritorno di Napoleone in Italia, Ugo Foscolo restò nell'esercito con il grado di capitano aggiunto, e assolse vari incarichi in Lombardia, Emilia e Toscana. Cercò soprattutto nel lavoro letterario e filologico una consolazione alla delusione dovuta alla subalternità dell'Italia nel sistema napoleonico, mentre entravano definitivamente in crisi le sue idee giacobine e rivoluzionarie. Irrequietezza e difficoltà economiche lo indussero a recarsi nel 1804 sulle coste della Manica per partecipare alla spedizione di Napoleone contro l’Inghilterra. Mentre la spedizione veniva continuamente rinviata, accompagnò fino al 1806 il servizio militare a rare prove letterarie, in particolare le traduzioni dal greco dell’Iliade e dall'inglese di Viaggio sentimentale di Sterne. Dalla sua relazione con un'inglese nacque la figlia Mery, che restò con la madre e che rivedrà durante l’esilio inglese.
Poi a Milano, grazie a Monti ottenne la cattedra di eloquenza all'Università di Pavia (1808) ma fu subito soppressa, lasciandogli un solo anno di stipendio, per cui ebbe nuove difficoltà economiche. Si acuiva la sua insofferenza verso la cultura ufficiale napoleonica: la situazione precipitò nel 1811, quando la rappresentazione alla Scala della sua tragedia Ajace provocò un duro intervento dall'alto, dato che si credette di scorgervi varie allusioni antinapoleoniche. Foscolo fu invitato a lasciare Milano, e nel 1812 si stabilì a Firenze, rimanendovi un anno e vivendo uno dei momenti più sereni della sua vita, coinciso con una fase creativa particolarmente felice. In questo periodo nacque una relazione con Quirina Magiotti, da lui chiamata “la donna gentile”.
Fu richiamato a Milano dalla nuova situazione politica (Napoleone era stato sconfitto a Lipsia), ma la lotta tra varie fazioni, la diffidenza verso classe dirigente del regno lo spinsero ben presto a considerare con scetticismo gli avvenimenti e a credere perfino che non sarebbe stato negativo un ritorno degli Austriaci. Ma poi, quando gli Austriaci rientrarono a Milano, rifiutò per coerenza e indipendenza di collaborare con loro, e fuggì in Svizzera, perseguitato dalla polizia, per emigrare infine in Inghilterra. Dal 1816 è a Londra, ma dopo un primo periodo relativamente felice anche la vita londinese presentò difficoltà: abituato a una vita disordinata e dispendiosa, non riuscì a farsi accettare dall’aristocrazia londinese. Nel 1817 lo raggiunse la notizia della morte della madre, e nel 1822 ritrovò la figlia Mary, che lo assistette affettuosamente negli ultimi giorni. Le condizioni economiche precarie, lo portarono in prigione per debiti e fu costretto a vivere sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Povero e malato, morì nel 1827. Le sue spoglie furono portate a Firenze e tumulate nella chiesa di Santa Croce, accanto ai grandi italiani che aveva cantato nei Sepolcri.
Dalla vita alla letteratura
Nella vita, Ugo Foscolo è dominato da un’instabilità che lo porta sempre alla ricerca di situazioni nuove e diverse. In questa provvisorietà si esprime un io irrequieto, che persa la terra d'origine rifiuta ogni legame sociale e familiare contando solo su di sé. Il poeta rivendica il valore assoluto della propria personalità attraverso un giudizio negativo sul mondo e la dolorosa acquisizione della coscienza delle proprie contraddizioni. Per il suo spessore morale e critico potremmo definire “egotismo” l'individualismo foscoliano, con il termine introdotto da Stendhal che indica appunto l'affidarsi esclusivo alla libertà del proprio io.
L’epistolario foscoliano copre ben nove volumi dell’edizione nazionale: in esso confluiscono i rapporti umani, gli amori, le riflessioni e le polemiche letterarie e politiche, che lo assillavano e gli facevano desiderare di imporsi per far valere il proprio esistere. Nell'epistolario risaltano quelli che, insieme alla letteratura, costituiscono i centri della sua personalità: politica e amore. Nel periodo rivoluzionario, Ugo Foscolo sente con forza la necessità di coniugare impegno intellettuale e politico, assumendo come punti di riferimento Rousseau e Alfieri; quando più tardi si allontanerà da posizioni giacobine fino a giungere a visione pessimistica della vita sociale e politica, rimarrà comunque fedele all'impegno di libero scrittore.
Le tante passioni amorose (lettere costituiscono uno dei più affascinanti epistolari amorosi di tutti i tempi), sono vissute con forza rovinosa, che porta Foscolo a cercare rapporti difficili e senza futuro. Egli finisce per vivere l'amore da una parte come sublimazione-esaltazione di sé nel culto della bellezza e riconoscimento della propria capacità di sentire, dall'altra come dissipazione, abbandono a forze distruttive anche delle stesse capacità intellettuali. La donna, rispetto alla mediocrità del reale, gli appare come entità superiore e assoluta, ma nell'incontro con essa l'io sperimenta anche la propria incapacità di trovare quiete. I suoi atteggiamenti impetuosi sono già di tipo romantico: tra i grandi scrittori italiani è quello che meglio si avvicina allo spirito più inquieto del Romanticismo. Il suo sentire si inscrive in un'immagine di personalità fosca e scontrosa, rassegnata al proprio destino distruttivo e alla vanità dell'universo. Foscolo ricorre a vere e proprie maschere, schermi a cui affida aspetti diversi della sua personalità: Jacopo Ortis e Didimo Chierico sono le sue controfigure principali e rappresentano due aspetti diversi della sua personalità: Ortis è quello tragico, passionale, negativo; Didimo è quello ironico, scettico, disincantato.