Scienza delle finanze
L'unica cosa è che l'edizione del libro è 2006, quindi qualcosa è cambiato (in particolare le deduzioni Irpef)...ciò non toglie che il prof. non ha notato o rimproverato chi conosceva la riforma Irpef. Cmq il libro è quello per 3 c.f.u.: Bosi, Guerra, I tributi nell’economia italiana, Il Mulino, u.e. (tutto).
Capitolo 1: Un quadro delle imposte in Italia
In ogni sistema fiscale si possono individuare due grandi categorie di tributi: le imposte dirette e le imposte indirette.
- Le imposte dirette sono tributi che colpiscono una manifestazione immediata di capacità contributiva (patrimoni e redditi).
- Le imposte indirette sono tributi che colpiscono una manifestazione mediata di capacità contributiva (all'acquisto di beni).
Alle entrate tributarie in senso stretto si possono sommare i contributi sociali: prelievi commisurati ai redditi di lavoro, in parte preponderati a carico del datore e in parte a carico del lavoratore, destinati a finanziare prestazioni del welfare (pensioni).
Nel 1998 entra in vigore l’Irap, imposta regionale sulle attività produttive, che fornisce un gettito rilevante e sostituisce la parte dei contributi sociali destinati al finanziamento dei servizi sanitari.
Poiché i criteri della contabilità nazionale classificano l’Irap tra le imposte indirette, anche se essa, dal punto di vista logico, è un’imposta diretta, la situazione attuale vede l’imposizione indiretta come la componente più importante del prelievo, seguita dalle dirette e dai contributi sociali.
La pluralità d’imposte è particolarmente necessaria per realizzare la giustizia tributaria, in modo da considerare le diverse manifestazioni della capacità contributiva.
Le imposte più importanti sono l’Irpef, la principale imposta diretta (Personale e progressiva), e l’IVA, la principale imposta indiretta (sugli scambi di beni e servizi). Un ruolo inferiore hanno le altre forme di prelievo: l’Ires (imposta sul reddito delle società), l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive), l’Isos (derivati delle attività finanziarie), l’Ici (imposta comunale sugli immobili).
Le imposte che i cittadini versano alle amministrazioni pubbliche affluiscono a diversi enti pubblici. Il gruppo di tributi più importanti affluisce allo Stato e costituisce l’insieme delle imposte erariali. Altre imposte (Irap, Ici) vanno alle regioni e comuni.
Capitolo 2: Imposte erariali sul reddito
Le grandezze in cui sono commisurate le imposte dirette sono costituite dal reddito e dal patrimonio. Per quanto riguarda i redditi, l’analisi economica attribuisce particolare rilevanza alla sua divisione nelle componenti funzionali: redditi da lavoro, profitti, rendite e interessi.
Le attività patrimoniali invece sono solitamente classificate a seconda della loro natura, mobiliare (attività finanziarie) o immobiliare (fabbricati).
Nel sistema tributario italiano, le imposte dirette sono rappresentate solo da tributi che colpiscono i redditi. Tra le imposte sul reddito, dominano tre grandi forme d’imposizione: l’Irpef, l’Ires e le imposte sostitutive (l’imposta di successione è stata abolita nel 2001).
Nei sistemi tributari moderni, il ruolo principale è svolto dall’imposta personale e progressiva sul reddito (Italia è l’Irpef). Ad essa sono assoggettati tutti i redditi di una persona fisica; si tratta, infatti, di un tributo che tiene conto della condizione economica del soggetto e del nucleo familiare.
L’imposta può essere:
- Personale, colpisce la ricchezza degli individui tenendo conto della situazione economica e del nucleo familiare (Irpef).
- Reale, colpisce la ricchezza senza tenere conto della capacità contributiva.
Le ragioni che hanno consigliato di affiancare all’Irpef anche altre forme di prelievo diretto sono collegate a due aspetti:
- Realizzare in modo corretto la tassazione dei redditi d’impresa.
- Differenziare il trattamento fiscale di alcune categorie di redditi.
Il primo aspetto assume rilievo per il fatto che la produzione di un reddito può avvenire utilizzando forme giuridiche diverse. Può svolgersi attraverso un’attività di lavoro autonomo o all’interno di un’impresa.
L’attività può essere gestita in forma individuale o in forma associata (società). Le forme associate possono essere semplici, come le società di persone (società semplice, in nome collettivo, in accomandita semplice) o più complesse, come le società di capitale (società a responsabilità limitata, società in accomandita per azioni, società per azioni).
Il reddito prodotto in forma associata richiede una decisione da parte degli organi societari per la distribuzione degli utili (in base alle quote di partecipazione possedute dai soci, quindi rientrano nell’ambito dell’imposta personale). Questi ultimi non sono necessariamente distribuiti: essi possono essere trattenuti dalla società, incrementando il valore patrimoniale della stessa (si pone il problema di come sottoporli a tassazione).
Una possibile soluzione è di ragionare come se i redditi fossero tutti distribuiti. Questo è il metodo definito partnership, utilizzato dal sistema tributario italiano per tassare le società di persone.
Una distinzione molto importante è tra:
- Persona fisica: è un soggetto umano a cui viene attribuita capacità giuridica (diritti e doveri).
- Persona giuridica: è un organismo unitario diverso dalla persona fisica che viene considerato dall’ordinamento giuridico come autonomo soggetto di rapporti giuridici.
- Imprenditore: è chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione e scambio di beni o servizi. Il codice civile italiano distingue tra imprenditori commerciali, agricoli (coltivatori diretti) e piccoli imprenditori (piccoli artigiani, piccoli commercianti).
- Impresa: è l’organizzazione di mezzi effettuata da un imprenditore per l’esercizio di attività a fini di lucro.
- Società: è un contratto con il quale due o più soggetti conferiscono beni e servizi per l’esercizio comune di un’attività economica. Nell’ordinamento distinguiamo le società di capitale (responsabilità limitata) e società di persona (responsabilità illimitata).
Per risolvere il problema della tassazione per le società con strutture complesse, si utilizza l’Ires, che si configura come un’imposta che grava sugli utili non distribuiti.
Se questi ultimi sono distribuiti tra i soci, per evitare che ci sia una doppia tassazione (redditi d’impresa e redditi dei soci), si possono utilizzare diverse soluzioni:
- Integrazione completa: l’imposta societaria è concepita come acconto dell’Irpef ed è riconosciuta come credito d’imposta dell’azionista.
- Credito d’imposta: meccanismo tramite il quale l’imposta è considerata come un acconto. Con la riforma Tremonti, il credito d’imposta è stato definitivamente abbandonato a favore di una parziale doppia tassazione.
Per quanto riguarda i redditi delle attività finanziarie percepiti da persone fisiche che non esercitano attività di impresa, la logica dell’imposta personale vorrebbe che tali redditi venissero inclusi nell’imponibile del contribuente concorrendo alla formazione del reddito complessivo.
Questa non è la via più frequentemente seguita dai sistemi tributari. Se tali redditi affluiscono a persone fisiche che non siano imprese, sono esclusi dall’Irpef e sottoposti invece a regimi impositivi sostitutivi, il cui acronimo è Isos. Questi regimi prevedono di solito l’applicazione di un prelievo di tipo proporzionale. Il contribuente può, nella maggior parte dei casi, optare fra regimi di imposta diversi. In alcuni casi, essi comportano l’applicazione di una ritenuta alla fonte, a titolo di imposta, da parte del soggetto emittente.
In altri casi, il calcolo e il versamento dell’imposta sono effettuati dagli intermediari finanziari. In altri casi ancora, è il contribuente che deve calcolare e versare l’imposta sostitutiva dovuta al momento della dichiarazione dei redditi. L’adozione d’imposta sostitutiva rappresenta la risposta parziale alla grande mobilità dei capitali finanziari.
Capitolo 3: L’imposta personale sul reddito: equità ed efficienza
La scelta della base imponibile
Per valutare la razionalità di un’imposta personale è di estrema importanza avere presente due grandi criteri: l’equità e l’efficienza.
L’equità ha come principale obiettivo la ricerca dell’indicatore più appropriato per definire la capacità contributiva di un contribuente. Il profilo dell’efficienza pone invece l’attenzione sulle violazioni delle condizioni di ottimo paretiano che i tributi producono e quindi cerca di valutare l’imposta sulla base delle distorsioni che essa induce nelle scelte dei consumatori e dei produttori.
Nella scelta della base imponibile, il reddito è la grandezza più spesso assunta come punto di riferimento, anche se lo stesso reddito ammette una notevole varietà di definizioni e di criteri di misurazione; è utile dunque fare riferimento alla distinzione tra fonti e usi del reddito.
Le fonti di reddito più rilevanti sono rappresentate dai redditi di lavoro (dipendente ed autonomo) e dai redditi di capitale. Fra le fonti di reddito dobbiamo però ricordare anche le plusvalenze (minusvalenze), vale a dire l’incremento (decremento) di valore subito da un’attività patrimoniale, ed infine entrate straordinarie ed occasionali. Dal punto di vista degli usi, il reddito può essere speso in consumi, o tradursi in risparmio.
La dottrina finanziaria, nella ricerca della più corretta definizione della base imponibile, si è concentrata inizialmente su definizioni che si richiamavano al criterio delle fonti. In questo contesto sono emersi in particolare due concetti:
- Il reddito prodotto.
- Il reddito entrata.
Una definizione che prende invece a riferimento gli usi è il reddito consumato.
Il reddito prodotto
Questo concetto assume come punto di riferimento della capacità contributiva i redditi ottenuti come corrispettivo della partecipazione ad un’attività produttiva. Esso si identifica con il concetto di valore aggiunto, definito come somma dei redditi, Y, prodotti dai diversi fattori della produzione. La base imponibile dell’imposta corrisponde quindi al valore dei nuovi beni e servizi prodotti con l’impiego di lavoro dipendente o autonomo, di capitale fisico, di capitali finanziari (rendite finanziarie) e di fattori non riproducibili (rendite fondiarie). In simboli tale reddito, RP, sarà:
SYRP = = lavoro, terra, capitale…
È questo il modello a cui si sono ispirati tutti i sistemi di imposizione diretta del reddito sorti nell’800 sino alla prima metà del ‘900. Alla giustificazione teorica di questa definizione di base imponibile ha contribuito in modo particolare De Viti de Marco, uno dei più importanti studiosi dell’inizio del XX secolo.
La scelta del reddito prodotto lascia aperti alcuni problemi:
- La definizione del reddito al lordo o la netto dei costi sostenuti per la sua produzione (ovviamente, la definizione più corretta è quella del reddito netto).
- Anche se questa definizione di base imponibile include le principali fonti del reddito, alcune componenti (plusvalenze ed entrate straordinarie) sono assenti. Ciò può essere fonte di inefficienze: il fatto che le plusvalenze non siano sottoposte a tassazione incentiva a trasformare redditi imponibili in plusvalenze, allo scopo di evitare l’imposta.
Il reddito entrata
Gli aspetti critici del reddito prodotto hanno portato all’elaborazione di un nuovo concetto di base imponibile. Proposti inizialmente alla fine del XIX secolo, in questi contributi si sottolinea la presenza di altri elementi che il reddito prodotto non pare in grado di cogliere e, in particolare, i guadagni o le perdite in conto capitale relativi a beni patrimoniali o forme di entrata particolari come le vincite, le donazioni…
Tutti questi elementi costituiscono un’entrata per il soggetto a cui non corrisponde la produzione di un valore aggiunto e che quindi non rientrano nel concetto di reddito prodotto. Del reddito di entrata possiamo dare una definizione rigorosa: è l’ammontare massimo di risorse che può essere potenzialmente consumato in un dato periodo.
In quest’accezione il reddito può essere misurato dalla somma del consumo e dalla variazione del valore del patrimonio in un dato periodo di tempo. La variazione W è collegata non solo al valore aggiunto ma anche alla variazione dei valori delle diverse componenti patrimoniali e ad entrate di natura straordinaria. Il reddito di entrata, RE, può essere definito come:
SYRE = W – W + C= + CG + AE
W rappresenta il valore della ricchezza alla fine del periodo t, CG i capital gains, AE le entrate straordinarie e C il consumo. L’adozione del reddito entrata consente quindi di sottoporre a tassazione tutte le fonti del reddito. Il concetto di reddito entrata pone particolare enfasi sul concetto di plusvalenza; tassare le plusvalenze non è semplice dal punto di vista pratico.
L’inclusione delle plusvalenze solo maturate nell’imponibile può poi creare ai contribuenti problemi di liquidità per il pagamento delle imposte; spesso, quindi, i legislatori fiscali si attengono al più tenue criterio di tassare le plusvalenze solo al momento in cui siano realizzate. Il criterio del realizzo presenta tuttavia inconvenienti dal punto di vista dell’efficienza, in quanto determina effetti di immobilizzo (lock-in effect), imputabili alla volontà di differire il pagamento dell’imposta.
Il reddito spesa
Il reddito spesa propone invece la spesa o il consumo. Questa nozione di reddito imponibile fa riferimento alla classificazione dei redditi secondo gli usi e propone come oggetto della tassazione la componente del consumo con esclusione del reddito risparmiato. Rispetto alla nozione di reddito prodotto, gli individui vengono tassati sulla base delle risorse che essi sottraggono al valore del prodotto dalla collettività (consumi) e non sulla base del contributo che essi danno alla formazione delle risorse (reddito prodotto).
I sostenitori del reddito speso considerano più appropriato il concetto di consumo effettivo, piuttosto che di consumo potenziale. La misurazione del reddito speso non è tuttavia un’operazione semplice, la via che la teoria suggerisce è di esprimere il reddito speso partendo dalla nozione di vincolo di bilancio già utilizzato nella definizione di RE :
RS = C = RP + CG – (W – W )
Sotto certe ipotesi, è possibile ricavare il consumo partendo dal reddito prodotto tenendo conto delle variazioni che intervengono nei conti patrimoniali. Allo stesso risultato si giunge se introduciamo esplicitamente i CG.
In tal caso il valore del conto del soggetto può aumentare o diminuire per fattori straordinari che hanno influito sul prezzo di mercato delle sue attività. La misura del reddito consumato può essere ricavata dalla somma del reddito prodotto RP e dal saldo tra prelievi e versamenti nei conti registrati (es. titoli):
RS = RP + (prelievi-versamenti)
Il modello della spesa, applicato alla contabilità di impresa, consente l’adozione del più pratico criterio di cassa anziché di quello di competenza. Con questo criterio sarebbe anche più semplice risolvere i problemi derivanti dalla presenza di inflazione. La base imponibile sarebbe costituita dalle entrate di cassa in un periodo a cui si sottraggono le uscite di cassa. L’adozione di un criterio di cassa nella determinazione del reddito di impresa comporterebbe una modificazione radicale delle prassi contabili seguite dalle aziende.
La preferibilità del RS rispetto al RE deve però essere valutata non solo sotto il profilo della semplicità di applicazione, ma principalmente sotto quello dell’equità e dell’efficienza. Sotto il profilo dell’equità è importante decidere se ci si pone in un’ottica uniperiodale o di ciclo vitale: se, cioè, nello scegliere la base più idonea dell’imposta personale si assuma come punto di riferimento ideale la capacità contributiva del contribuente in un solo periodo o nell’arco dell’intera vita.
- Se si accetta un’ottica uniperiodale, si aderisce all’idea che la capacità contributiva debba essere valutata con riferimento ad un dato intervallo di tempo limitato, di solito l’anno. In questo contesto si tratta di definire prioritariamente quale sia il migliore indicatore della capacità contributiva: il reddito prodotto, la capacità di consumo o il consumo effettivo.
- In un’ottica pluriperiodale si prende in considerazione un lasso di tempo ampio: il ciclo vitale. In questo contesto è allora corretto fare riferimento al valore attuale delle imposte che ciascun contribuente sarà chiamato a pagare nell’arco della vita. È in tale prospettiva che possiamo inquadrare anche la tesi della doppia tassazione del risparmio; secondo questa tesi la tassazione del reddito entrata sottoporrebbe infatti il risparmio all’imposizione 2 volte: immediatamente nel momento in cui esso è prodotto, e in un secondo tempo, quando i frutti dello stesso vengono sottoposti a tassazione come reddito.
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