Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

- anche se questa definizione di base imponibile include le principali fonti del reddito, alcune

componenti (plusvalenze ed entrate straordinarie) sono assenti.

Ciò può essere fonte di inefficienze: il fatto che le plusvalenze non siano sottoposte a tassazione

incentiva a trasformare redditi imponibili in plusvalenze, allo scopo di evitare l’imposta.

Il reddito entrata

Gli aspetti critici del reddito prodotto hanno portato all’elaborazione di un nuovo concetto di base

imponibile.

Proposti inizialmente alla fine del XIX secolo, in questi contributi si sottolinea la presenza di altri

elementi che il reddito prodotto non pare in grado di cogliere e, in particolare, i guadagni o le perdite

in conto capitale relativi a beni patrimoniali o forme di entrata particolari come le vincite, le

donazioni…

Tutti questi elementi costituiscono un’entrata per il soggetto a cui non corrisponde la produzione di un

valore aggiunto e che quindi non rientrano nel concetto di reddito prodotto.

Del reddito di entrata possiamo dare una definizione rigorosa: è l’ammontare massimo di risorse che

può essere potenzialmente consumato in un dato periodo.

In quest’accezione il reddito può essere misurato dalla somma del consumo e dalla variazione del

valore del patrimonio in un dato periodo di tempo.

La variazione W è collegata non solo al valore aggiunto ma anche alla variazione dei valori delle

t

diverse componenti patrimoniali e ad entrate di natura straordinaria.

Il reddito di entrata, RE, può essere definito come: SY

RE = W – W + C= + CG + AE

l t-l

W rappresenta il valore della ricchezza alla fine del priodo t, CG i capital gains, AE le entrate

straordinarie e C il consumo.

L’adozione del reddito entrata consente quindi di sottoporre a tassazione tutte le fonti del reddito.

Il concetto di reddito entrata pone particolare enfasi sul concetto di plusvalenza; tassare le plusvalenze

non è semplice dal punto di vista pratico.

L’inclusione delle plusvalenze solo maturate nell’imponibile può poi creare ai contribuenti problemi

di liquidità per il pagamento delle imposte; spesso, quindi, i legislatori fiscali si attengono al più tenue

criterio di tassare le plusvalenze solo al momento in cui siano realizzate.

Il criterio del realizzo presenta tuttvia inconvenienti dal punto di vista dell’efficienza, in quanto

determina effetti immobilizzo (lock-in effect), imputabili alla volontà di differire il pagamento

dell’imposta.

Il reddito spesa

Il reddito spesa propone invece la spesa o il consumo.

Questa nozione di reddito imponibile fa riferimento alla classificazione dei redditi secondo gli usi e

propone come oggetto della tassazione la componente del consumo con esclusione del reddito

risparmiato.

Rispetto alla nozione di reddito prodotto, gli individui vengono tassati sulla base delle risorse che essi

sottraggono al valore del prodotto dalla collettività (consumi) e non sulla base del contributo che essi

danno alla formazione delle risorse (reddito prodotto).

I sostenitori del reddito speso considerano più appropriato il concetto di consumo effettivo, piuttosto

che di consumo potenziale.

La misurazione del reddito speso non è tuttavia un’operazione semplice, la via che la teoria suggerisce

è di esprimere il reddito speso partendo dalla nozione di vincolo di bilancio già utilizzato nella

definizione di RE :

t RS = C = RP + CG – (W – W )

l t-l

Sotto certe ipotesi, è possibile ricavare il consumo partendo dal reddito prodotto tenendo conto delle

variazioni che intervengono nei conti patrimoniali.

Allo stesso risultatao si giunge se introduciamo esplicitamente i CG.

4

In tal caso il valore del conto del soggetto può aumentare o diminuire per fattori straordinari che

hanno influito sul prezzo di mercato delle sue attività.

La misura del reddito consumato può essere ricavata dalla somma del reddito prodotto RP e dal saldo

tra prelievi e versamenti nei conti registrati (es. titoli):

RS = RP + (prelievi-versamenti)

Il modello della spesa, applicato alla contabilità di impresa, consente l’adozione del più pratico

criterio di cassa anziché di quello di competenza.

Con questo criterio sarebbe anche più semplice risolvere i problemi derivanti dalla presenza di

inflazione. La base imponibile sarebbe costituita dalle entrate di cassa in un periodo a cui si

sottraggono le uscite di cassa.

L’adozione di un criterio di cassa nella determinazione del reddito di impresa comporterebbe una

modificazione radicale delle prassi contabili seguite dalle aziende.

La preferibilità del RS rispetto al RE deve però essere valutata non solo sotto il profilo della

semplicità di applicazione, ma principalmente sotto quello dell’equità e dell’efficienza.

Sotto il profilo dell’equità è importante decidere se ci si pone in un’ottica uniperiodale o di ciclo

vitale: se, cioè, nello scegliere la base più idonea dell’imposta personale si assuma come punto di

riferimento ideale la capacità contributiva del contribuente in un solo periodo o nell’arco dell’intera

vita.

- Se si accetta un’ottica uniperiodale, si aderisce all’idea che la capacità contrbutiva debba essere

valutata con riferimento ad un dato intervallo di tempo limitato, di solito l’anno.

In questo contesto si tratta di definire prioritarimante quale sia il migliore indicatore della capacità

contributiva: il reddito prodotto, la capacità di consumo o il consumo effettivo.

- In un’ottica pluriperiodale si prende in considerazione un lasso di tempo ampio: il ciclo vitale.

In questo contesto è allora corretto fare riferimento al valore attuale delle imposte che ciascun

contribuente sarà chiamato a pagare nell’arco della vita.

E’ in tale prospettiva che possiamo inquadrare anche la tesi della doppia tassazione del risparmio;

secondo questa tesi la tassazione del reddito entrata sottoporrebbe infatti il risparmio

all’imposizione 2 volte: immediatamente nel momento in cui esso è prodotto, e in un secondo

tempo, quando i frutti dello stesso vengono sottoposti a tassazione come reddito da capitale.

Con l’imposta sulla spesa il valore attuale delle imposte non dipende dalle scelte di consumo e

risparmio del contribuente.

Con l’imposta sul reddito, invece, il valore attuale delle imposte nel corso della vita è tanto maggiore

quanto più il soggetto risparmia.

In generale un’imposta sulla spesa è equivalente ad un’imposta sul reddito che esenti i redditi da

capitale.

Le due imposte differiscono solo per il momento in cui il soggetto è chiamato a pagarle.

L’ipotesi del ciclo vitale può rivelarsi poco realistica in società caratterizzate da elevata mobilità. Un

cittadino può essere indotto a migrare, nei diversi periodi della sua vita, nei paesi in cui la tassazione

sia più favorevole o, per altro verso, non ha alcuna garanzia che l’equità definita in un dato momento

del tempo sul ciclo di vita resti immutata nel tempo.

Oltre agli argomenti di carattere equitativo sopra ricordati, la scelta tra reddito e consumo va però

vagliata anche alla luce di problemi di efficienza.

Secondo un noto teorema dell’economia del benessere, la tassazione del reddito causa una distorsione

nella scelta se consumare oggi o domani che non si verifica nel caso dell’imposizione sul consumo.

Nonostante l’interesse che il modllo di imposizione sulla spesa ha suscitato sono limitatissime le

realizzazioni storiche nella sua forma pura.

Il modello della Dual Income Tax (Dit) poteva essere visto come un primo passo in direzione

dell’adozione di un’imposta sulla spesa.

In tale modello i redditi di capitale sono assoggettati ad un prelievo proporzionale secondo l’aliquota

più bassa dell’imposta progressiva a cui sono ricondotti i redditi di lavoro.

5

Il trattamento del risparmio nel ciclo di vita: TTE, EET e TEE

Dal punto di vista della contabilità nazionale, i contributi sociali, anche quelli formalmente a carico

del datore di lavoro, fanno parte dell’aggregato dei redditi da lavoro (lordi); essi però non concorrono

alla formazione della base imponibile.

Un’importante componente di “risparmio obbligatorio” è così esentata dall’Irpef; analoghi

ragionamente si possono fare per il TFR.

L’analogia con il problema della doppia tassazione del risparmio è chiara: i contributi sociali possono

infatti essere considerati come una forma di risparmio il cui frutto è la “pensione”, che di solito

assume la forma di una successione di pagamenti a partire da una certa data sino alla morte del

soggetto. Appare quindi naturale valutare anche sotto il profilo fiscale questa operazione in un

contesto intertemporale.

La prospettiva intertemporale può essere applicata anche a sistemi pensionistici a ripartizione (in cui i

contributi sociali prelevati oggi sono utilizzati per pagare le pensioni dello stesso periodo).

Più in generale, in un’ottica pluriperiodale, possiamo distinguere 3 fasi logiche:

a. la fase dell’accantonamento (in cui vengono fatti versare i contributi);

b. la fase dell’accumulazione (in cui tali versamenti fruttano un rendimento che va ad incrementare

la sua ricchezza pensionistica);

c. la fase di percezione della rendita o pensione.

A questo punto ci si domanda come debbano essere trattati fiscalmente i flussi riguardanti le 3 fasi

citate.

Se facciamo riferimento allo schema dell’imposta sul reddito prodotto, i flussi relativi alla 1° fase

andrebbero tassati. Parimenti tassati dovrebbero essere i flussi della 2° fase, trattandosi di interessi

maturati. I flussi della 3° fase, la pensione, dovrebbero invece essere esentati, in quanto la pensione, al

netto degli interessi maturati, non rappresenta un valore aggiunto.

In modo sintetico questa modalità di tassazionpuò essere indicata con le lettere TTE, acronimo di

tassato, tassato, esente.

Ad un risultato identico si perviene se adottiamo lo schema dell’imposta sul reddito entrata. Se ci

fossero capital gains, anche in tal aso si attuerebbe uno schema del tipo TTE.

Nel caso dell’imposta sulla spesa, invece, gli accantonamenti e gli interessi, nella misura in cui sono

capitalizzati e non si traduzono in consumo effettivo, non concorrono alla definizione dell’imponibile.

La prima e la seconda fase sono quindi esentate dall’imposta e viene tassata solo l’ultima, lo schema è

del tipo EET.

Se secondo il criterio della spesa è equivalente ad un’imposta sui soli redditi di lavoro, in questo caso,

per la tassazione dei flussi delle 3 fasi, vanno inclusi nella base imponibile i contributi versati nel

primo e nel secondo periodo, sottoponendo in tal modo a tassazione i flussi della prima fase. Essi sono

infatti parte del reddito di lavoro prodotto. Dovrebbero essere esentati, per definizione, gli interessi

maturati (2° fase). Lo schema di tassazione in questo caso è del tipo TEE.

2. La scelta tra imponibile monetario o reale

L’ondata di inflazione che ha caratterizzato tutte le economie di mercato del decennio 1973-83 ha

posto all’attenzione il problema della scelta tra una base imponibile definita in termini monetari

ovvero in termini reali.

L’inflazione infatti è fonte di notevoli distorsioni, di cui la più importante è costituita dal fiscal drag.

L’operazione di indicizzazione ha la funzione di evitare che componenti monetarie e non reali del

reddito vengano sottoposte ad imposizione.

Se un individuo dispone all’inizio del periodo di componenti patrimoniali definite in termini nominali,

in presenza di inflazione, egli dovrà accantonare una parte del reddito al solo scopo di reintegrare la

perdita di potere di acquisto del proprio patrimonio; la perdita è attribuibile all’inflazione.

Analogamente, seguendo un concetto di base imponibile reale, dovrebbe essere sottoposta a tassazione

in capo al creditore e ammessa in deduzione in capo al debitore solo la componente reale degli

interessi. 6

Molti sono i correttivi che si renderebbero necessari: i beni strumentali ad esempio dovrebbero essere

ammortizzati al valore di mercato e non al costo storico.

La realizzazione di tali obbiettivi non è semplice.

3. La scelta tra reddito effettivo e reddito normale

Il reddito effettivo è quello di cui il contribuente ha la disponibilità nel periodo d’imposta considerato.

Tale disponibilità può poi essere calcolata sulla base di un principio di competenza o di cassa.

Più complessa è invece la definizione di reddito normale: esso dovrebbe cogliere le potenzialità

reddituali di un contribuente valutate con riferimento ad un intervallo temporale meno breve dell’anno

e ad abilità e a tecniche di produzione medie (reddito che l’individuo è in grado di realizzare).

Il reddito effettivo rappresenta, senza dubbio, una misura più precisa della capacità contributiva di un

soggetto; esso risulta poi più coerente con il modello del reddito entrata.

Dal punto di vista teorico le motivazioni a favore dell’adozione di un reddito normale riguardano la

flessibilità della scelta del periodo di tempo.

Si sostiene infatti che l’adozione di un periodo più ampio dell’anno costituisca un orizzonte temporale

più idoneo.

Un secondo argomento teorico a favore della scelta di un reddito normale è stato poi esaltato da

Einaudi che ne ha sottolineato l’implicito incentivo fiscale a favore dell’imprenditore attivo rispetto a

quello pigro.

Gli argomenti a favore del reddito normale hanno spesso natura pratica; le motivazioni possono essere

ricondotte a:

1. difficoltà di calcolo del reddito di competenza;

2. difficoltà di calcolo di componenti di ricavo e di costo;

3. presenza nella definizione dell’imponibile di redditi non monetari;

4. presenza di redditi fluttuanti;

5. arbitrarietà del periodo d’imposta per calcolare il reddito d’impresa.

1. La definizione del reddito effettivo di competenza può rivelarsi estremamente costosa e complessa.

Di norma essa richiederebbe ai contribuenti di tenere una vera e propria contabilità e spesso, per tali

soggetti, in particolare per i lavoratori dipendenti, è più agevole fare riferimeno, anziché al reddito di

competenza, alle entrate effettive di cassa, che appaiono più facilmente misurabili.

L’adozione di un criterio di cassa può tuttavia in alcune circostanze essere fonte di ingiustizie.

Ecco allora che i sistemi fiscali adottano dispositivi tecnici particolari, quali l’adozione di aliquote

medie, la definizione di redditi medi…

2. La determinazione del reddito effettivo di competenza può però rivelarsi estremamante complessa

anche per i soggetti attrezzati a gestire sistemi contabili nella definizione, ad esempio, di talune

componenti di ricavo e di costo (ad esempio le quote d’ammortamento).

3. In altri casi il calcolo del reddito effettivo è complicato dal fatto che nell’imponibile sono inclusi

redditi che non assumono forma monetaria, ad esempio perché non transitano per il mercato (es.lavoro

domestico).

4. In talune attività, tipicamente quella agricola, il reddito annuo può assumere accentuata variabilità

nel tempo. In questi casi la tassazione è opportunamente commisurata al reddito normali dell’attività

svolta.

5. La definizione del periodo di imposta su base annuale non sempre si concilia con i ritmi temporali.

In un’impresa possono alternarsi anni in cui si realizzano profitti ad anni in cui si subiscono perdite. In

questi casi il sistema tributario ricorre a normalizzazioni del reddito attraverso la compensazione fra

perdite e guadagni di diverse attività della stessa impresa e di periodi di imposta diversi.

Più spesso ancora criteri che si ispirano al reddito normale sono utilizzati nella fase di accertamento

dell’imponibile, come strumento per l’amministrazione finanziaria.

Questo criterio si impone in particolare nei confronti delle imprese minori che non sono tenute alla

contabilità ordinaria. 7

Il reddito normale in questi casi viene determinato sulla base di alcuni paramentri significativi

facilmente controllabili, relativi a ricavi e costi.

Qualora il reddito dichiarato dal contribuente non raggiunga tali livelli, l’amministrazione chiede al

contribuente di giustificare lo scostamento dei ricavi dichiarati rispetto a quelli presunti e in assenza di

valida giustificazione adotta i ricavi presunti come punto di riferimento per la tassazione.

4. La scelta dell’unità impositiva

La presenza di un’imposta sul reddito di tipo progressivo pone il delicato problema della scelta

dell’unità positiva.

Se si opta per una tassazione individuale, si soddisfa il criterio di giustizia. Se infatti si adottasse la

tassazione su base familiare, una coppia in cui entrambi lavorano, a causa della progressività,

pagherebbe un’imposta più elevata della somma delle imposte calcolate sui redditi individuali.

Inoltre la tassazione individuale evita le distorsioni fiscali nelle scelte dei membri nel nucleo familiare

riguardo alle decisioni relative alla partecipazione al mercato del lavoro che produce a tassazione sulla

base del reddito familiare.  Se si assume come punto di riferimento la famiglia sorge il problema di

fare giustizia tra unità che presentino differenze nella:

- numerosità e composizione del nucoleo familiare;

- struttura economica.

Con riguardo alla numerosità e alla composizione è ovvio che i bisogni di una famiglia crescano al

crescere dei suoi membri e che sarebbe quindi ingiusto tassare allo stesso modo famiglie che, a parità

di reddito complessivo, abbiano una diversa numerosità.

Un criterio alquanto rozzo, ma estesamente applicato è lo splitting; esso prevede che i redditi dei 2

coniugi vengano cumulati e divisi per 2; in tal modo si realizza un abbassamento dell’aliquota media

ma nn tiene conto del ruolo degli altri componenti della famiglia oltre i coniugi.

Una soluzione più adeguata potrebbe allora essere quella di adottare l’aliquota che si applicherebbe al

reddito medio della famiglia, ma anche questo sistema non tiene conto delle differenze della

composizione del nucleo e delle eventuali “economie di scala” di cui le famiglie possono godere

all’aumentare del numero dei componenti.

Un modo più articolato è il sistema del quoziente familiare che ha l’obiettivo di misurare il costo

aggiuntivo di un ulteriore componente della famiglia; il reddito complessivo della famiglia viene

diviso per la somma dei pesi attribuiti a ciascun membro.

In sostanza si introduce implicitamente nella definizione dell’imponibile la c.d. “scala di

equivalenza”, vale a dire una serie di grandezze che consentono di rendere omogenei e quindi

confrontabili i redditi di nuclei familiari di diversa numerosità e composizione.

 Se si assume come unità impositiva l’individuo ciò non significa che il riferimento al nucleo

familiare venga del tutto trascurato.

Con riguardo alla numerosità, lo strumento solitamente utilizzato consiste nella concessione di

detrazioni dall’imposta, per figli o altri familiari a carico del contribuente.

Con riguardo alla struttura economica, l’obiettivo più frequentemente perseguito è un trattamento di

favore per la famiglia monoreddito rispetto a quella in cui vi sono più percettori.

CAPITOLO 4: L’IMPOSTA PERSONALE SUL REDDITO: L’IRPEF

L’Irpef è un’imposta personale e progressiva che colpisce il reddito complessivo delle persone fisiche.

Il carattere personale del tributo è desumibile dal fatto che nella definizione dell’imposta si tiene conto

di aspetti soggettivi del contribuente.

L’Irpef progettata dalla riforma Visco tendeva sempre più ad allontanarsi dal modello della

Comprehensive Income Tax (Cit) per avviarsi verso un modello caratterizzato dalla progressiva

esclusione dalla base imponibile dei redditi diversi da quelli di lavoro.

Questo processo è però stato interrotto: la nuova Imposta sul reddito (Ire) proposta dalla riforma

Tremonti si riconferma come un ibrido dei modelli della Cit e dell’imposta sulla spesa.

L’elemento cruciale di questa riforma è comunque rappresentato dall’adozione di un modello che si

avvicina alla flat rate tax, articolato su due sole aliquote (23 e 33%).

8

 Il presupposto del tributo è il possesso di un reddito, in denaro o in natura, attribuibile al

soggetto passivo.

 I soggetti passivi sono le persone fisiche, residenti e non residenti.

 La base imponibile è costituita dalla somma di tutti i redditi del soggetto passivo (le

plusvalenze sono in generale sottoposte ad Irpef, al momento di realizzo, solo se conseguite

nell’esercizio di imprese)

Dall’imponibile sono comunque esclusi:

- redditi che sono ricondotti a regimi sostituivi di tale imposta (redditi da attività finanziarie)

- redditi assoggettati a tassazione separata (arretrati di stipendi)

- redditi esenti (borse di studio)

2. La determinazione del reddito imponibile

Ai fini della determinazione dell’imponibile i redditi sono classificati in 6 categorie:

a) redditi fondiari

b) redditi da capitale

c) redditi da lavoro dipendente

d) redditi da lavoro autonomo

e) redditi d’impresa

f) redditi diversi

a) I redditi fondiari si distinguono in redditi dei terreni e redditi dei fabbricati.

 I redditi dei terreni si classificano in redditi dominicali (rendita fondiaria) e redditi agrari

(reddito derivante da attività agricole e da attività dirette alla coltivazione del terreno).

La distinzione tra reddito derivante da attività agricole e reddito di impresa può dare luogo a difficoltà

interpretative e tentativi di simulazione redditi d’impresa sotto la forma di redditi agrari; tali tentativi

sono stati circoscritti da varie norme fiscali.

Sia il reddito agrario sia il reddito dominicale dei terreni sono determinati sulla base di tariffe

catastali.

Il catasto è l’elenco dei beni immobili censiti in uno Stato; l’unità elementare del catasto dei terreni è

costituita dalla particella, una porzione continua di terreno.

La rendita catastale rappresenta il rendimento medio ordinario e continuativo ottenbile da una

particella.

 Con l’espressione redditi da fabbricati si ci riferisce soprattutto ai redditi figurativi di

fabbricati destinati all’abitazione del proprietario o tenuti a disposizione e ai redditi effettivi dei

fabbricati locati a terzi.

Se il fabbricato è utilizzato come abitazione il reddito imponibile è la rendita catastale rivalutata.

Per le unità immobiliari diverse dall’abitazione principale tenute a disposizione l’imponibile è pari

alla rendita catastale aumentata di 1/3.

Per le unità immobiliari locate, il reddito imponibile è costituito dal reddito effettivo, vale a dire dal

canone di locazione, ridotto del 15% per tenere conto delle spese di manutenzione e dei costi di

gestione dell’immobile.

b) I redditi da capitale costituiscono i redditi derivanti dall’impiego di capitale finanziario; in

particolare:

- gli interessi e gli altri proventi derivanti da mutui, depositi e c/c

- gli utili derivanti dalla partecipazione in società ed enti soggetti ad Ires

- i proventi derivanti dalle gestioni collettive del risparmio

- i proventi derivanti da riporti e da operazioni del tipo pronti contro termine

Un’elencazione, per quanto dettagliata, non può però ricomprendere tutte le fattispecie esistenti; viene

allora definito come reddito di capitale da sottoporre a tassazione ogni provento che derivi da rapporti

aventi ad oggetto l’impiego di capitale.

Da questo insieme vengono escluse le plusvalenze e i proventi dei prodotti derivati che sono compresi

nella categoria “redditi diversi”. 9

Vi è una particolare categoria di plusvalenze che viene comunque fatta rientrare fra i redditi di capitale

(es.disaggio su obbligazioni).

La categoria dei redditi di capitale più significativa inclusa parzialmente nella base imponibile

dell’Irpef è costituita dai dividendi azionari relativi a partecipazioni qualificate, incluse nella base per

il 40% del loro ammontare.

c) I redditi da lavoro dipendente sono costituiti da tutti i compensi in denaro e in natura percepiti nel

periodo di imposta in dioendenza del rapporto di lavoro, al netto dei contributi sociali a carico dei

datori di lavoro e quelli a carico del lavoratore.

Sono a tutti gli effetti considerati redditi da lavoro le pensioni di ogni genere e gli assegni ad esse

equiparati.

Si considerano redditi assimilati le rendite in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita, le

indennità parlamentari e i compensi per lavori socialmente utili.

Condizione perché tali redditi siano assimilati a quelli di lavoro dipendente è che non rientrino

nell’oggetto di arte o professione.

Il reddito imponibile è un reddito lordo, in quanto non sono previste deduzioni dei costi sostenuti per

la produzione del reddito e per la determinazione dell’imponibile si applica un criterio di cassa.

L’accertamento del reddito da lavoro dipendente è agevolato dal fatto che i datori di lavoro e gli enti

previdenziali che corrispondono compensi di lavoro dipendente svolgono la funzione di sostituto

d’imposta (sono cioè tenuti ad operare, all’atto del pagamento, una ritenuta a titolo di acconto Irpef

con l’obbligo di rivalsa).

L’obbligo di rivalsa è l’obbligo imposto al sostituto di rivalersi sul cntribuente dell’imposta pagata in

sua vece all’erario.

d) I redditi da lavoro autonomo sono costituiti dai redditi derivanti dall’esercizio di arti e professioni

(professione abituale, ancorchè non esclusiva: attività diversa da quelle orientate alla produzione di

redditi d’impresa).

La legge include anche:

- i redditi derivanti dall’utilizzazione economica da parte dell’autore o dell’inventore di opere

dell’ingegno e dei diritti d’autore;

- i redditi derivanti da partecipazione ad associazioni in partecipazione;

- le partecipazione agli utili spettanti ai promotori e soci fondatori di società di capitali.

Il reddito imponibile è determinato dalla differenza tra i compensi percepiti nel periodo di imposta e le

spese inerenti all’esercizio dell’arte o professione.

Per questo tipo di reddito si fa quindi riferimento ad un criterio di reddito netto di cassa (questa è la

differenza con il criterio di determinazione del reddito di lavoro dipendente).

Sono ammesse in deduzione solo quote d’ammortamento dei beni strumentali per l’esercizio dell’arte

o professione, esclusi gli immobili, nella misura massima stabilita da decreti ministeriali.

Nel caso di beni immobili ad uso promiscuo è ammessa la deducibilità del 50% del canone di

locazione.

Ulteriori deroghe sono previste per i redditi derivanti dall’utilizzazione economica delle opere

d’ingegno e dei diritti d’autore.

Per coloro che abbiano realizzato compensi inferiori a 309.874 euro, la determinazione

dell’imponibile avviene secondo i criteri ordinari su esposti, ma è consentita la tenuta di una

contabilità ordinaria.

Ove possibile, nell’applicazione dell’impresa, si cerca di fare riferimento all’istituto del sostituto

d’imposta i quali devono operare una ritenuta a titolo di acconto dell’Irpef con obbligo di rivalsa, nella

misura del 20%.

Nel nostro paese sono in un numero molto elevato e portano spesso ad evasione che richiede il ricorso

a particolari strumenti di accertamento del reddito, come gli studi di settore.

e) I redditi d’impresa derivano dall’esercizio di imprese commerciali.

10

Esso può essere prodotto da un imprenditore individuale o in forma associata (ai fini dell’Irpef ha

rilevanza solo quello prodotto da imprenditori individuali o da società di persone).

Nel caso delle società di persone il reddito è accertato in capo alla società e poi attribuito ai fini della

tassazione ai soci in proporzione alla loro quota di partecipazione agli utili.

Problemi nascono dalla difficoltà di identificare quelle tipologie di reddito al confine tra il reddito di

impresa e il reddito da lavoro autonomo.

Un altro insieme di problemi rilevanti nasce dal fatto che i criteri di determinazione del reddito di

esercizio accolti dal codice civile possono differire da quelli assunti dalla legislazione fiscale.

Le divergenze possono essere spiegate dalle diverse finalità: la disciplina civile è più orientata a

garantre i diritti dei terzi, mentre la disciplina fiscale e orientata a ridurre la possibilità di elusione ed

evasione dell’imposta.

La base per la determinazione dei redditi d’impresa è costituita dall’utile netto (o dalla perdita) al

quale vengono apprtate variazioni in aumento o in diminuzione che riflettono appunto la discrepanza

fra norma civile e norma fiscale.

Il reddito imponibile è misurato facendo riferimento ad un criterio di compentenza.

Gli elementi positivi del reddito sono:

a) i ricavi derivanti dalla cessione di beni e/o prestazioni di servizi (anche cessione di azioni, do

obbligazioni e altri titoli)

b) le variazione delle rimanenze: ai fini fiscali i criteri ammessi sono il Fifo e il Lifo a scatti e

continuo

c) le plusvalenze patrimoniali: maggior valore realizzato dalla venita di un impianto.

E’ poi prevista una tassazione graduale delle plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo

oneroso, a quote costanti, a partire dall’esercizio del realizzo non oltre il quarto esercizio se i

beni sono stati posseduti per almeno 3 anni.

d) le sopravvenienze attive

e) i dividendi e utili per il solo 40% dell’ammontare

f) gli interessi attivi da capitali dati aprestito

Tra gli elementi negativi ritroviamo:

a) i costi d’esercizio

b) le minusvalenze: deducibili solo per il 40% del loro ammontare

c) le sopravvenienze passive

d) gli interessi passivi (non interamente deducibili)

e) gli ammortamenti: il criterio consentito dalla legislazione fiscale prevede rate costanti; il costo

ammortizzabile è quello storico ed il periodo di ammortamento è definito con decreto del

ministero dell’Economia che prevede coefficienti di ammortamento per diverse categorie di

beni ammortizzabili.

Nel primo anno la quota di ammortamento è ridotta alla metà ed invece è integralmente

deducibile la spesa per un bene non superiore a 516,46 euro.

La misura definita dal ministero può tuttavia essere superata, qualora vi sia un’intensa

utilizzazione di beni rispetto a quella normale del settore (ammortamenti accelerati).

In sistema fiscale italiano non è neutarle per ciò che riguarda l’ammortamento perché prevede

la rivalutazione una tantum, per alleviare gli effetti dell’inflazione, e l’ammortamento

anticipato.

Con l’ammortamento anticipato l’impresa puà aumentare la quota di ammortamento fino a due

volte, nel primo esercizio e nei due successivi in modo da ottenere un risparmio di imposta nei

periodi in cui si ricorre all’anticipazione, che verrà tuttavia compensato da maggiori oneri

fiscali negli esercizi successivi.

f) redditi diversi: redditi, prevalentemente plusvalenze, derivanti dall’impiego di capitale finanziario

(regolarmente tassate); in particolare:

- plusvalenze relative a partecipazioni sociali;

- plusvalenze relative a titoli non partecipativi

- redditi conseguiti attraverso prodotti derivati (swap, opions, futures…)

11

- plusvalenze tassate solo nei casi previsti dal legislatore.

Sono infine compresi fra i redditi diversi: vincite di lotterie, concorsi a premio, scommesse…

3. Strumenti di accertamento presunto e programmazione fiscale

Come abbiamo visto sono presenti criteri di accertamento assai diversi: reddito effettivo e reddito

ordinario, redditi lordi e redditi netti; difformi criteri di tassazione delle plusvalenze…

Le ingiustizie che si realizzano nella fase dell’accertamento sono quelle che più gravemente minano

l’equità di un sistema fiscale.

Il legislatore è stato quindi indotto ad ideare istituti volti ad accompagnare alla normale attività di

accertamento anche altri strumenti.

Tra gli istituti d’ausilio ritroviamo i Centri autorizzati di assistenza fiscale (Caaf) per i lavoratori

dipendenti e per le imprese.

Tra gli strumenti di accertamento rivolti agli esercenti arti e professioni e alle piccole imprese vanno

segnalati i “parametri” e gli “studi di settore” che hanno lo scopo di fornire all’amministrazione

finanziaria un supporto informativo.

Gli studi di settore consistono in valutazioni molto dettagliate per settori di attività, che dovrebbero

consentire una più articolata determinazione dei ricavi normali.

Particolarmente delicata è la fase di predisposizione di tali studi, che si fonda su informazioni desunte

da questionari inviati all’universo dei contribuenti, di cui si rilevano, in particolare, gli acquisti di beni

e servizi, i prezzi medi praticati, i consumi di materie prime, la localizzazione ed altri elementi

significativi.

Sono esclusi dall’applicazione dei parametri e degli studi di settore i soggetti con ricavi o compensi

superiori a 5.154.569 euro o che si trovino in periodi di non normale svolgimento dell’attività. I

parametri e gli studi di settore sono utilizzati anche per gli accertamenti relativi all’Iva.

Un nuovo impiego delle risultanze degli studi di settore è prefigurato dall’introduzione, a partire dal

2006, di un nuovo istituto di programmazione fiscale (Pf).

La logica dell’istituto è quella di uno scambio fra contribuente e fisco, ove il primo si impegna a

dichiarare un reddito non inferiore all’ammontare prefissato i cambio di sconti fiscali e di minori

rischi di accertamento. Alla Pf possono aderire, per opzione, tutti i soggetti a cui, nel 2004, si

applicavano gli studi di settore.

Aderendo alla Pf, essi accettano la determinazione preventiva, per un triennio, della base imponibile.

Quest’ultima è individuata tenendo conto delle riultanze degli studi di settore e dei dati

sull’andamento dell’economia nazionale.

Se il redito effettivo del contribuente risulterà superiore rispetto a quanto pianificato, egli dichiarerà

comunque il reddito effettivo, ma beneficerà di una riduzione de prelievo fiscale e contributivo.

In particolare: la parte d’imponibile dichiarata che eccede quella concordata beneficerà di un

abbattimento del 4% delle aliquote Irpef o dell’aliquota societaria dell’Ires, con la sola eccezione del

primo scaglione Irpef (23%), che non subirà alcun abbattimento; su di essa non saranno inoltre dovuti

né Irap né i contributi previdenziali.

Nel caso in cui il contribuente dichiari un importo inferiore rispetto a quanto concordato dovrà

comunicare tale circostanza all’atto della presentazione della dichiarazione e sarà oggetto di

accertamento “parziale” sia ai fini delle imposte sul reddito che dell’Iva.

Il ricorso agli studi di settore è diverso a seconda del regime di contabilità in cui si trova il

contribuente:

- in caso di contabilità semplificata, l’amministrazione può emettere accertamenti sulla base dei

soli studi di settore, anche senza verifica sul posto.

- in caso di contabilità ordinaria l’amministrazione può procedere all’accertamento, senza

verifica sul posto, qualora si verifichi uno scostamento fra ricavi dichiarati dal soggetto e

ricavi presunti sulla base degli studi di settore, per almeno 2 anni su tre consecutivi

considerati.

I contribuenti possono prevenire l’azione dell’amministrazione, nell’ipotesi di ricavi contabilizzati

inferiori a quelli presunti, adeguando spontaneamente i primi ai secondi, senza sanzioni né interessi.

12

In ogni caso, prima dell’emissione dell’accertamento sulla base degli studi di settore,

l’amministrazione invita il contribuente ad un contradditorio preventivo (lo invita cioè a motivare lo

scostamento).

Qualora l’accertamento venga comunque emesso, il contribuente può ricorrere all’accertamento con

adesione (concordato) o ricorrere in Commissione tributaria provinciale.

4. Evasione ed erosione dell’Irpef

L’evasione è l’attivitò illegale di occultamento di imponibili e/o imposte.

L’erosione consiste nell’esclusione dalla base imponibile di quote di reddito che andrebbero tassate.

L’elusione è un uso sleale (ma non illegale) da parte del contribuente di istituti giuridici disegnati per

finalità diverse per cercare di ridurre gli oneri fiscali.

Gli studiosi hanno affrontato i problemi, in particolare dell’evasione, seguendo 3 vie:

1. confrontare l’ammontare dei redditi dichiarati con le valutazioni del reddito effettuate dalla

contabilità nazionale.

Un analogo metodo può essere utilizzato per il calcolo dell’erosione, cercando di misurare gli

aggregati di reddito che non sono sottoposti a tassazione.

Secondo una stima effettuata da Bernardi notiamo che l’erosione è pressochè totale per i

redditi da capitale, ma è presente in misura significativa anche nei rdditi da terreni e fabbricati.

Nei redditi da lavoro autonomo e d’impresa è praticata l’evasione che sfiora il 60%.

2. confrontare i dati contenuti nelle dichiarazioni dei redditi con quelli che risultano

dall’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci familiari.

Il presupposto di questo confronto è che le informazioni fornite dagli intervistati siano più

veritiere di quelle fornite dal fisco.

3. esaminare le risultanze dell’attività di accertamento, confrontando i redditi dichiarati dai

contribuenti con queli accertati dall’amministrazione.

La natura del fenomeno dell’evasione e le sue cause sono molteplici.

Pur trattandosi di comportamenti egoistici, il fenomeno può anche avere una spiegazione politica, di

segnale dell’insoddisfazione per un livello troppo elevato di pressione fiscale oppure potrebbe essere

vista come il risultato di scambio tra governanti e talune categorie di governati (voto contro libertà di

evasione).

I rimedi variano al variare della causa:

- nel primo caso maggiori accertamenti e penalità possono indurre comportamenti più corretti;

- nel secondo, assume maggiore importanza un ripensamento del disegno del sistema tributario;

- nel terzo caso (in cui è in gioco la natura stessa del rapporto tra politico e cittadino), i rimedi

sono meno chiari da individuare.

Oltre a queste cause, si possono però ricordare alcuni fattori causali specifici:

- la rilevante presenza di pmi che rende più difficile nel nostro paese l’attività di controllo da

parte dell’amministrazione finanziaria;

- la scarsa efficienza dell’amministrazione finanziaria, che ha stentato ad adeguarsi ad un

sistema tributario che è diventato di massa.

Pur riconoscendo che l’evasione non potrà mai essere radicalmente debellata, è dalla ricostruzione di

un’amministrazione efficiente e da un ridisegno del sistema fiscale, che ci si può attendere il

ridimensionamento di questo fenomeno.

5. La determinazione dell’imposta

Una volta definite le singole componenti di reddito, queste vanno sommate algebricamente per

determinare il reddito complessivo.

Dal reddito complessivo viene quindi effettuata una prima serie di deduzioni, le deduzioni

tradizionali. Reddito complessivo

- Deduzioni tradizionali

= Reddito imponibile lordo

13

- Deduzioni per la no tax area e per oneri di famiglia

= Reddito imponibile

Applicazione della scala delle aliquote

= Imposta lorda

- Detrazioni

= Imposta netta

Deduzioni traduzionali

La più importante deduzione riguarda i contributi previdenziali e assistenziali.

Lo scopo di questa deduzione è di estendere anche ai redditi da lavoro autonomo l’esclusione

dall’imposizione.

Rientrano in questo tipo di deduzione anche i contributi versati ai fondi collettivi di previdenza

complementare e a forme di risparmio previdenziale individuale.

L’importo deducibile non può superare i 5164,54 euro o il 12% del reddito complessivo.

Per i lavoratori dipendenti la deduzione compete per un importo non superiore al doppio della quota di

Tfr.

Un’altra importante deduzione è quella per la rendita catastale dell’immobile adibito ad uso

abitazione.

Altre forme di deduzione ammesse sono le spese mediche per l’assistenza ai portatori di handicap; gli

oneri contributivi obbligatori pagati per domestici antro il limite di 1.549,37 euro; gli assegni

corrisposti al coniuge ad esclusione di quelli destinati al mantenimento dei figli; gli assegni alimentari;

le donazioni Onlus fino al 10%…

Deduzioni per la “no tax area” e per la progressività

Dal reddito imponibile lorodo si deduce l’importo di 3.000 euro, che può arrivare a 4.500 euro se il

contribuente è titolare di reddito di lavoro autonomo, a 7.000 euro se titolare di redditi di pensione, a

7.500 euro se titolare di redditi da lavoro dipendente.

Se il reddito imponibile lordo è inferiore all’ammontare della deduzione, quest’ultima viene

determinata in misura pari al reddito stesso.

Per valori di reddito imponibile lordo più elevati la deduzione ha un andamento decrescente, sino ad

annullarsi. La formula utilizzata è:

(26.000 + DNT – RC +DT) / 26.000

Ove DNT indica la deduzione spettante per la no tax area, RC il reddito complessivo, DT le eventuali

deduzioni tradizionali.

Siccome il reddito imponibile lordo RIL è uguale a RC – DT, la formula può essere riscritta come:

(26.000 + DNT – RIL) / 26.000

Esempio: Si consideri un contribuente con un reddito da lavoro dipendente di 30.000 euro e

un’abitazione con rendita catastale di 1.000 euro.

Il suo reddito complessivo è 31.000 euro e il reddito imponibile lordo è 30.000.

In quanto lavoratore dipendente, la deduzione massima per la no tax area è 7.500 euro.

La quota di deduzione che effettivamente gli spetta è: (26.000+7.500-30.000)/26.000 = 0,1346

La deduzione di sua competenza è: 0,1346 * 7.500= 1.010 euro

Il reddito imponibile è quindi: 30.000-1.010 = 28.990 euro

Il livello differenziato della no tax area per diverse categorie di contribuenti ha principalmente 2

spiegazioni: 14

1. una prima ragione può essere l’opportunità di tenere conto, in modo forfetario, delle spese di

produzione di reddito;

2. una seconda può essere ricondotta al principio della discriminazione qualitativa, in base al

quale sono trattati in modo più mite i redditi che hanno come fonte il lavoro;

3. una terza ragione riguarda la presenza di più estese aree di evasione nei redditi da lavoro

autonomo.

Deduzioni per oneri di famiglia

La capacità di pagare le imposte del singolo contribuente è legata al contesto familiare in cui vive.

Un contribuente con un più elevato numero di familiari a carico deve sopportare costi maggiori, che

riducono la sua capacità contributiva.

Ai fini dell’applicazione dell’Irpef sono considerati fiscalmente a carico del contribuente i soggetti

che possiedono un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro.

In particolare, sono ammesse deduzioni:

- per il coniuge non legalmente ed effettivamente separato per 3.200 euro;

- per figli con età superiore a 3 anni ed altri familiari a carico se conviventi per 2.900 euro;

- per figli con età inferiore a 3 anni: 3.450 euro;

- primo figlio, nel caso di mancanza dell’altro genitore per 3.200 euro;

- figlio portatore di handicap per 3.700 euro.

I valori indicati rappresentano i livelli massimi, la quota spettante è calcolata secondo la seguente

formula: (78.000 + DF – RIL) / 78.000

Esempio: Si consideri un contribuente con un reddito da lavoro dipendente di 30.000 euro e

un’abitazione con rendita catastale di 1.000 euro e con una moglie ed un figlio con meno di 3 anni.

La deduzione massima è pari a (3.200 + 3.450) = 6.650

La quota di deduzione che effettivamente gli spetta è: (78.000 + 6.650 – 30.000) /78.000 = 0,7006

La deduzione di sua competenza è: 0,7006 * 6.650= 4.659 euro

Il reddito imponibile è quindi: (30.000 – 1.010 – 4.659) = 24.331 euro

Per i soggetti il cui reddito imponibile lordo rientra nella no tax area, i benefici delle deduzioni per

oneri familairi sono inesistenti.

Questi soggetti, solitamente indicati come incapienti, perché non dispongono di un reddito imponibile

lordo abbastanza ampio su cui far valere le deduzioni familiari.

Tra le deduzioni per oneri di famiglia va infine ricordata la deducibilità, fino ad un massimo di 1.820

euro, delle spese documentate sostenute per gli addetti alla cura personale.

Infine, per una valutazione dell’equità delle deduzioni familiari, vanno ricordati gli assegni al nucleo

familiare e l’assegno per nucleo con almneo 3 minori.

La scelta delle aliquote

Alla base imponibile si applica la scala delle aliquote secondo uno schema di progressività per

scaglioni.

SCAGLIONI DI REDDITO IMPONIBILE IN EURO ALIQUOTA LEGALE

Fino a 26.000 23

Da 26.000 a 33.500 33

Da 33.500 a 100.000 39

Oltre i 100.000 43

Per i redditi superiori a 100 milioni di euro l’aliquota del 39% dello scaglione precedente è maggiorata

di un ulteriore 4%, denominato “contributo di solidarietà”.

Le aliquote indicte non includono l’addzionale del 0,9% commisurata al reddito complessivo a favore

delle Regioni. 15

Inoltre sia le Regioni che i Comuni hanno la potestà di introdurre addzionali all’Irpef, entro limiti

stabiliti dalla legge.

Aliquote legali, aliquote medie e aliquote marginali effettive

In presenza di deduzioni e detrazioni, una valutazione dell’onere dell’imposta non può essere

compiuta solo sulla base delle aliquote legali.

Più significative sono le aliquote medie, pari al rapporto tra l’imposta netta e il reddito complessivo

del contribuente.

L’aliquota marginale effettiva è, invece, la variazione dell’imposta per una variazione unitaria del

reddito complessivo.

Sia le aliquote medie che le aliquote marginali effettive variano al variare del reddito e anche a

seconda della natura del reddito e della presenza di oneri deducibili per la famiglia.

Due concetti importanti nell’analisi del reddit imponibile sono:

- la discriminazione qualitativa è un principio equitativo che prevede una differenziazione del

carico fiscale in base alla fonte del teddito, in relaizone ai sacrifici necessari per produrlo.

- l’epurazione degli imponibili è l’operazione che ha lo scopo di tradurre in grandezze nette le

variabili che definiscono la base imponibile dell’imposta.

Detrazioni

Dall’imposta lorda sono ammesse detrazioni, che si possono raggruppare in 2 categorie:

1. detrazioni relative ad oneri personali al 19%;

2. altre detrazioni con finalità di incentivazione.

1. La legge consente la detrazione del 19% di talune tipologie di spese sostenute dal contribuente.

L’elenco è piuttosto amio e comprende:

- interessi passivi su mutui garantiti da immobili;

- premi di assicurazione che abbiano ad oggetto il rischio di morte o di invalidità permanente

superiore al 5%;

- spese funebri;

- spese per l’istruzione;

- premi di assicuazione sulla vita;

- spese sostenute per la manutenzione.

Possono essere detratte spese mediche per la parte che supera la franchigia di 129,11 euro; sono

invece detraibili senza franchigia le spese per mezzi necessari alla deambulazione, locomozione e

sollevamento di menomati permanenti.

2. Le norme prevedono poi ulteriori detrazioni dall’imposta, che hanno la funzione di incentivare

determinati comportamenti dei contribuenti (es. detrazioni a favore di inquilini di case

destinate ad abitazione il cui contratto sia stato stipulato in conformità con i c.d. contratti

convenzionali).

Con finalità di incentivare la mobilità dei lavoratori dipendenti è riconosciuta, per 3 anni, una

detrazione di 991,60 euro per i lavoratori che hanno trasferito la propria residenza nel comune di

lavoro che sia posto a non meno di 100 km di distanza da quello precedente.

Hanno infine finalità di incentivazione le detrazioni del 41% previste sulle spese del settore edilizio

per un ammontare non superiore a 48.000 euro.

6. La tassazione separata dei redditi a formazione pluriennale

I redditi a formazione pluriennale subiscono un innalzamento anomalo delle aliquote marginali e

medie (per le persone fisiche esemio tipico è il Tfr).

In questi casi è prevista una tassazione separata con lo scopo di evitare l’applicazione di un’aliquota

marginale troppo elevata.

Molto frequente è la soluzione di applicare l’aliquota che corrisponde ad un reddito “normalizzato” di

riferimento (es. per il Tfr il reddito normalizzato è pari al rapporto tra Tfr imponibile e anni di

anzianità, moltiplicato per 12). 16

7. Misura della progressività e degli effetti retributivi dell’Irpef

Un’imposta è progressiva se all’aumento della base imponibile il debito d’imposta aumenta in misura

più che proporzionale.

Esistono degli indicatori statistici locali e globali per valutare il grado di progressività.

Le misure locali si traducono in un confronto tra l’aliquota marginale e quella media.

Le misure globali misurano la progressività dell’imposta prendendo in considerazione l’intera

distribuzione dei redditi.

L’incidenza globale di un’imposta è misurata dall’aliquota media mantre la redistribuzione auuata

dall’imposta si misura confrontando un indice di concentrazione della distribuzione del reddito.

Tra le misure più frequentemente utilizzate si ricordano:

- decili: è usuale ordinare gli individui dal più povero al più ricco in gruppi da 10 (decili);

- indici di concentrazione e di Gini: indici sintetici che assumono un valore compreso tra zero

(equidistribuzione perfetta) e 1 (massima disuguaglianza);

- indici di Reynolds-Smolensky: è un indicatore pari alla differenza tra l’indice di Gini prima

dell’imposta e l’indice di concentrazione dopo l’imposta (la redistribuzione è tanto maggiore

quanto più elevato è l’indice);

- indice di Kakwani: si fonda sul confronto tra la concentrazione dell’imposta e l’indice di Gini

del reddito prima dell’imposta (la redistribuzione operata dall’imposta aumenta se questa

diventa più progressiva).

Negli ultimi 2 decenni è diventato usuale utilizzare come base empirica per questi calcoli modelli di

microsimulazione, che hanno come punto di riferimento idagini ampionarie effettuate sulla

distribuzione dei redditi, che vengono opportunamente integrate ed elaborate per tenere conto dei

fattori fiscali (tax/benefit models).

8. Il “fiscal drag”

Una delle distorsioni più significative prodotta dall’inflazione sull’imposta sul reddito è il fiscal drag,

ossia l’aumento del carico fiscale (più precisamente dell’aliquota media) prodotto dall’inflazione, in

presenza di un’imposta progressiva.

A parità di reddito reale, ma con redditi nominali crescenti (ad esempio, per la presenza di meccanismi

di indicizzazione automatica), l’aliquota media dell’Irpef aumenta.

Il fenomeno risulta più accentuato in presenza di deduzioni, quali la no tax area o gli oneri di

famiglia, definite in termini nominali, il cui valore reale diminuisce al crescere dell’inflazione.

Dal punto di vista tecnico esistono modi molto semplici per correggerne gli effetti.

Il più semplice consiste nel dividere il reddito imponibile lordo per un coefficiente pari all’unità più il

tasso d’inflazione verificatosi nell’anno di competenza, calcolare l’imposta sul reddito e moltiplicare

l’importo del tributo calcolato per il coefficiente d’inflazione.

Il legislatore italiano, per motivazioni politiche più che tecniche, si è mostrato in generale restio a

farlo ed ha preferito le revisioni della scala delle aliquote, dell’ammonatre delle detrazioni e dei limiti

di reddito.

Per chi detiene il potere politico è più redditizio concedere una revisione della scala delle aliquote, che

riconoscere, attraverso l’introduzione di un meccanismo automatico, l’esistenza di una distorsione del

sistema fiscale.

CAPITOLO 5 : LA TASSAZIONE DEI REDDITI DI IMPRESA

1.Equita ed efficienza della tassazione delle imprese

I redditi di impresa coincidono con gli utili che emergono dal conto economico; possono essere

definiti, in modo sintetico, come differenza fra ricavi (R), costi (C), ammortamenti (AM), e interessi

passivi (IP): II = R - C - AM – IP

I redditi di impresa prodotti da imprese individuali e società di persone, sono attribuiti

all’imprenditore o ai soci in relazione alla loro quota di partecipazione agli utili.

17

Per i redditi prodotti dalle società di capitali è invece normalmente prevista una tassazione in capo alla

società.

Equità di un’imposta sui profitti delle società di capitali: il problema della doppia tassazione degli utili

Sotto il profilo equitativo, in sistemi in cui il prelievo è ispirato al principio della capacità

contributiva, le società di capitali devono essere assoggettate ad una propria imposta solo se si ritiene

che esse abbiano una capacità contributiva autonoma rispetto a quella dei soci.

In quest’ottica, in particolare, è corretto tassare gli utili in capo alla società e tassarli nuovamente in

capo agli azionisti.

Il regime della doppia imposizione è noto come sistema classico.

Quest’approccio può però essere contestato in quanto un’imposta sulle società si traduce in più bassi

rendimenti per coloro che detengono il capitale.

Sarebbe quindi preferibile tassare direttamente gli individui, anziché tassarli indirettamente attraverso

un’imposta a livello societario anche se resterebbe aperto il problema di come tassare gli utili non

distribuiti.

Teoricamente esistono più soluzioni:

- l’utile potrebbe essere attribuito pro quota ai soci e tassato in capo agli stessi come

componente del loro reddito complessivo.

- gli utili non distribuiti potrebbero essere tassati in capo ai soci assoggettando a tassazione le

plusvalenze maturate sulle azioni ma la tassazione di quest’ultime è oggetto di controversie;

molti paesi tassano le plusvalenze solo alla loro realizzazione sottoponendole a regimi

agevolati.

- Il metodo più utilizzato consiste nel mantenimento di un’imposta in capo alla società, cui viene

riconosciuta la funzione di tassare gli utili non distribuiti.

Tale imposta è poi coordinata con l’imposta personale al fine di evitare ogni duplicazione

d’imposta (il coordinamento prende il nome di integrazione)

I sistemi che vengono concretamente a delinearsi sono generalmente sistemi di integrazione parziale,

relativa cioè ai soli utili distribuiti.

Per tali utili l’imposta societaria è considerata un semplice acconto dell’imposta personale; essa viene

restituita al socio sotto forma di credito d’imposta.

Efficienza di un’imposta sui profitti: le scelte di investimento e di finanziamento delle imprese

Le modalità in cui viene disegnata la tassazione delle imprese devono essere valutate anche sotto il

profilo della loro efficienza.

Le imprese possono finanziarie i propri investimenti:

 Ricorrendo all’indebitamento e corrispondendo quindi, al creditore, degli interessi passivi;

 Ricorrendo al capitale proprio, attraverso l’emissione di nuove azioni o l’impiego di utili non

distribuiti.

Il creditore e il socio finanziano l’impresa solo se da tale finanziamento possono ottenere un

rendimento almeno pari a quello che potrebbero

La discrepanza, imputabile all’imposta, tra il rendimento (lordo) dell’investimento effettuato

dall’impresa e la remunerazione (netta) garantita al finanziatore è denominata cuneo fiscale.

Una nota teoria economica afferma che un’impresa che abbia l’obiettivo di massimizzare il profitto,

impiega i fattori produttivi in misura ottimale quando la produttività marginale di ciascuno di essi

eguaglia il costo della loro remunerazione.

La produttività marginale del lavoro deve essere pari al salario reale; quella del capitale al tasso di

interesse.

Le imposte che gravano sull’impresa quasi sempre producono distorsioni nelle condizioni di impiego

dei fattori.

Il cuneo fiscale è un indicatore che, con riferimento ad un dato fattore e ad un dato sistema

impositivo, misura la distorsione delle imposte.

Esso è pari alla differenza tra il costo (al lordo delle imposte) sostenuto dall’impresa che acquista il

fattore considerato, e la remunerazione ottenuta dal soggetto che lo vende.

18

La presenza di un cuneo fiscale, nell’ipotesi standard di produttività marginale decrescente dei fattori

utilizzati, si tradurrà in una minore domanda degli stessi, rispetto a quella che si sarebbe avuta in

assenza di imposta; l’imposta è quindi distorsiva.

Il cuneo fiscale sul capitale introdotto da un’imposta sui profitti misura la distorsione nella decisione

di impiegare un’unità addizionale di capitale in presenza di tale imposta.

L’esistenza di questa distorsione dipende dalle modalità di finanziamento scelte dall’impresa:

1. finanziamento con debito : in questo caso, un’imposta sul profitto prelevata secondo

un’aliquota t, non produce alcun cuneo fiscale.

L’imposta riduce il prodotto marginale, ma la deducibilità dall’imponibile degli interessi

passivi compensa esattamente tale riduzione

2. finanziamento con capitale proprio : in questo caso l’imposta riduce il prodotto marginale e

determina un cuneo fiscale positivo.

L’esperienza italiana della “Dual Income Tax”

Il problema della neutralità del prelievo fiscale nei confronti delle scelte di finanziamento e di

investimento delle imprese è stato al centro della riforma Visco con la quale era stata introdotta, a

partire dal ’97, un’agevolazione nota come Dual Income Tax (Dit).

Essa consisteva nel tassare ad aliquota ridotta, 19%, anziché ad aliquota ordinaria, una parte degli utili

d’impresa, corrispondente alla remunerazione ordinaria (normale) del capitale investito nell’impresa.

La Dit è stata però definitivamente abbandonata nel 2004, con l’introduzione della nuova imposta sui

redditi delle società di capitali, denominata Ires.

2. La tassazione dei redditi di impresa in Italia

La tassazione delle imprese nel nostro paese è differenziata a seconda della natura giuridica delle

stesse.

Le imprese individuali e le società di persone sono assoggettate ad Irpef, le società di capitali all’Ires.

L’Ires, in vigore dal 1° gennaio 2004, ha sostituito la previgente imposta sul reddito delle persone

giuridiche, l’Irpeg.

Qualunque sia la natura giuridica dell’impresa, l’imposta si applica al reddito complessivo, costituito

dagli utili netti conseguiti.

Nel suo complesso, l’imposizione fiscale riconosce un vantaggio alle imprese che si finanziano con

capitale di debito piuttosto che con capitale proprio, in quanto gli interessi sono deducibili mentre il

finanziamento con capitale proprio non lo è.

Essa può, però, incentivare fenomeni di elusione fiscale, in quanto i soci possono trovare vantaggioso

finanziare la società con prestiti, in modo da ridurre i profitti imponibili.

Per contrastare questo fenomeno (noto come thin capitalisation), è stata introdotta una specifica

norma antielusiva che consiste in una limitazione alla deducibilità degli interessi passivi relativi a

finanziamenti di ammontare rilevante.

La tassazione delle società di capitali: Ires

I soggetti passivi dell’Ires sono:

- s.p.a.; le s.r.l; le società cooperative;

- gli enti pubblici e privati;

- le società e gli altri enti non residenti nel territorio dello Stato

Non sono assoggettati all’imposta gli organi e le amministrazioni dello Stato.

Alle società cooperative è riservato un regime tributario agevolato, che riguarda l’esclusione

dall’applicazione dell’Ires di una quota di utili accantonati a riserva indivisibile.

La base imponibile è data dal reddito d’impresa; qualora il calcolo del reddito mette in evidenza una

perdita, questa può essere portata in deduzione dai redditi degli esercizi successivi, ma non oltre il

quinto se l’impresa non è di nuova costituzione.

L’imposta è proporzionale, ed è prelevata con un’aliquota del 33%.

19

Il regime di esenzione da partecipazione

Un aspetto cruciale della riforma è rappresentata del registro di esenzione da partecipazione.

Le società di capitali hanno, molto spesso, partecipazioni, da cui derviano dividendi e plusvalenze o

minusvalenze.

Poiché anche le società partecipate pagano l’Ires, si pone il problema di evitare o alleviare la doppia

tassazione degli utili.

Le società maggiormente interessate all’eliminazione della doppia tassazione sono ovviamente le

holding, la cui attività consiste esclusivamente nella detenzione di pacchetti di controllo azionario di

altre società.

Il mantenimento di una parziale doppia tassazione può invece trovare giustificazione nella volontà di

disincentivare le strutture societarie piramidali, in cui la distribuzione verticale del controllo rende

meno trasparente ed efficiente la struttura e può favorire attività elusive.

Nel nostro paese, con la riforma Tremonti, dal 2004, è stato introdotto un regime di esenzione da

partecipazione (participation exemption), che comporta l’esenzione, non integrale, delle plusvalenze,

l’indeducibilità delle minusvalenze e l’esenzione dei dividendi.

 Esenzione delle plusvalenze

In particolare le plusvalenze realizzate in seguito della cessione di partecipazioni in società sono esenti

da imposta nella misura del 91% (84% dal 2007) purchè:

- la società deve dimostrare di non avere avuto privilegi fiscali tra queste partecipazioni

- la società partecipata deve esercitare un’attività commerciale

- la partecipazione deve essere inscritta in bilancio tra le mobilitazioni finanziarie ed

essere possedute per un periodo ininterrotto di almeno 18 mesi

 Indeducibilità delle minusvalenze e delle svalutazioni da partecipazione

L’indeducibilità intende evitare operazioni di arbitraggio fiscale da parte di società che potrebbero

trovare conveniente indebbitarsi e pagare conseguentemente interessi passivi (deducibili) per

finanziare partecipazioni da cui ricevere proventi esenti da imposta.

La percentuale di oneri finanziari indeducibile viene individuata forfettariamente attraverso un “pro-

rata patrimoniale” che prevede il possesso di partecipazioni passibili di esenzione sia finanziato prima

di tutto con il patrimonio lento e solo in seguito con il ricorso al debito.

 Esenzione degli utenti

I dividendi sono esclusi da reddito imponibile per il 95% del loro ammontare.

La tassazione degli utili distribuiti dalle società di capitali agli individui

Gli utili delle società di capitale che, dopo avere scontato l’Ires, siano distribuiti ai soci, sono

nuovamente tassati in capo al socio, senza che vi sia alcun meccanismo per evitare la doppia

tassazione.

Tali utili sono però esclusi dalla base imponibile dell’Irpef e assoggettati ad un prelievo sostitutivo,

che consiste nell’applicazione agli stessi di una ritenuta del 12,5% a titolo d’imposta (cedolare secca).

Un regime diverso riguarda i dividendi relativi a partecipazioni qualificate (almeno 2% del diritto di

voto o 5% del capiale della società per i titoli quotati e almeno il 20% dei diritti di voto o i 25% del

capitale della società per i titoli non quotati): tali dividendi sono inclusi nella base imponibile Irpef per

il 40% del loro ammontare.

La tassazione delle imprese individuali e delle società di persone: Irpef

Il regime ordinario di tassazione dei redditi delle imprese individuali e delle società di persone

prevede che essi siano tassati in capo all’imprenditore o ai soci, a seconda che si tratti rispettivamente

di imprese individuali o di società di persone.

Per le imprese familiari, la normativa limita al 49% del reddito complessivo la quota massima del

reddito imputabile ai familiari che abbiano prestato in modo continuativo e prevalente l’attività di

lavoro nell’impresa. 20


ACQUISTATO

44 volte

PAGINE

38

PESO

1.19 MB

AUTORE

anita K

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti del corso di Scienza delle finanze tenuto dalla professoressa Scarpato e dal Professor Cesaretti, con analisi dei seguenti argomenti: il quadro delle imposte in Italia, le imposte dirette e indirette, le imposte principali (Irpef, IVA, Ires, Isos, Ici), le imposte sul reddito, le attività patrimoniali, l'equità e l'efficienza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Parthenope - Uniparthenope o del prof Scapato Debora.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in economia e commercio

Riassunto esame Statistica Economica, prof. Quintano, libro consigliato L'informazione economica di base, Predetti
Appunto
Scienze merceologiche - nozioni generali - Appunti
Appunto
Storia economica - seconda rivoluzione industriale e industrie petrolifere
Appunto
Storia economica - Appunti
Appunto