Spinoza e il Trattato teologico-politico
Uno degli eventi che segnò maggiormente la vicenda umana di Spinoza fu l’espulsione dalla comunità ebraica di Amsterdam nel 1656. Egli lesse opere di grandi maestri dell’ebraismo quali Maimonide, Crescad, Ezra ecc., e si avvicinò anche allo studio della Quabbalah (di cui parlerà anche nel IX capitolo del TTP). In tale opera vi sono aspre critiche nei confronti di alcuni aspetti della tradizione religiosa dell’ebraismo.
Elezione del popolo ebraico
- Osservanza della Torah
- Venerazione eccessiva nei confronti del senso letterale dell’Antico Testamento
Il Trattato presuppone la riflessione già analizzata nell’Etica:
- Combattere i pregiudizi dei filosofi che riguardano la necessità di interpretare la scrittura letteralmente come espressione divina
- Questione della lettura ispirata
- Questione della Bibbia intesa come un testo che ci dà la verità sugli enti
Bisogna tener conto anche del fatto che il padre di Spinoza era marrano, termine con il quale ci si riferiva a quegli ebrei della penisola iberica che dal 1391 fino al 1492 (espulsione degli ebrei) si erano convertiti al cristianesimo rimanendo segretamente ebrei soffrendo così di un duplice esilio, dalla loro terra d’origine e religione, nutrendo una forte scissione interiore. Proprio la città di Amsterdam offre gli esempi più significativi dell’inquietudine e insofferenza verso i dogmatismi.
Nei primi decenni del 1600 Uriel Da Costa arrivò in città convinto che nelle parole di Mosè fosse contenuta la parola di Dio, ma subì molte critiche dalle autorità rabbiniche tanto da venir scomunicato. Spinoza probabilmente rimase turbato da questo fatto. Poi nel 1665 giunse un altro marrano, il medico spagnolo Jaun de Prado, che avrebbe sostenuto che non ci fossero differenze tra l’ebraismo, cristianesimo e l’islamismo. Egli tuttavia non riuscì a vivere in isolamento al contrario di Spinoza che dopo la scomunica non ebbe più alcun rapporto con la comunità.
Nel 1655 Isaac de La Peyrere, un calvinista di Bordeaux, fece pubblicare Systema theologicum ex Praedamitarum hypothesi, che Spinoza aveva nella sua biblioteca. Secondo Yovel molti aspetti del pensiero di Spinoza risultano comprensibili alla luce del marranesimo. Egli viene visto come colui che individua non nella legge ma nella ragione la via di salvezza e che attraverso l’identità di Dio con la natura afferma il principio dell’immanenza; la filosofia di Spinoza si inserisce nel processo di secolarizzazione dell’età moderna.
Egualmente, egli non aderì mai al cristianesimo pur avendo molti amici nelle sette cristiane. Poi decise di studiare latino impadronendosi così di uno strumento culturale che gli avrebbe consentito di conoscere autori classici come Cicerone, Seneca, avvicinando la letteratura della tradizione filosofica latino-occidentale. Si occupò di filosofia per la ricerca del sommo bene sulla scia di Montaigne e Cartesio. Il vero bene, ciò che può rendere l’uomo felice, è il perfezionamento dell’intelletto che avviene con la conoscenza di Dio, perché senza di esso niente può essere concepito. Il vero bene coincide con la conoscenza e la vita deve essere regolata a ciò.
L’attività filosofica non riguarda solo la sfera intellettuale ma coincide con il modo di vivere fondato sulla ragione. La filosofia di Spinoza può essere considerata uno sviluppo originale della dottrina cartesiana delle idee. Inoltre, non si può ridurre Spinoza a un tipico esponente del razionalismo.
Il Trattato Teologico-Politico
Risulta importante appena si riflette sul diritto che ciascuno ha di pensare liberamente, che ora risulta un dato acquisito, ma all’epoca non lo era affatto. Il contributo che tale trattato ha dato alla formazione della consapevolezza del valore della libertà è stato decisivo; la libertà non può essere soppressa se non insieme alla stessa pace dello stato e alla religione.
La pubblicazione del trattato corrispondeva a precise finalità politiche: egli intendeva sostenere l’esperienza repubblicana delle Sette Province Unite, che nel 1648 aveva ottenuto l’indipendenza dal dominio spagnolo, e di opporsi con l’aiuto dei fratelli de Witt ai tentativi delle autorità ecclesiastiche calviniste di indurre le autorità politiche a un atteggiamento di minore tolleranza nei confronti delle numerose sette cristiane.
Il Trattato riprende il tema della libertà ripreso dall’Etica, ovvero del potere che l’intelletto ha sulle passioni. Per lui la libertà dell’animo coincide con la vera conoscenza. L’Etica analizza il tema della libertà a livello individuale, nel Trattato invece viene considerato in rapporto alla religione e alla vita politica.
Egli tratta della superstizione e dei pregiudizi dei teologi. Nei primi due capitoli dedicati alla profezia è chiara la tesi secondo cui la mente umana, tramite l’idea di Dio, partecipa della natura divina. Il capitolo VI si fonda sulla concezione che tutte le cose sono determinate dalla natura divina e che quindi vi sia un ordine fisso immutabile.
Importante è la lettera a Oldemburg del 1665 in cui vi sono le motivazioni che lo spingono a scrivere il trattato:
- Il pregiudizio dei teologi
- L’opinione del volgo su di lui
- La libertà di filosofare
Che in fondo costituiscono un’unica motivazione: egli vuole combattere l’intolleranza di coloro che, sulla base di pregiudizi religiosi, ostacolano la libertà di pensiero, quindi la separazione tra dimensione religiosa e filosofica. I teologi disprezzano la ragione come corrotta, disprezzando il nume naturale a favore di quello sovrannaturale. Solo mantenendo la distinzione tra i due ambiti, la religione e la filosofia possono convivere in pace e concordia.
La rivelazione e la conoscenza profetica sono avvenute tramite l’immaginazione dei profeti; la Bibbia, per insegnare cose necessarie alla devozione, fa ricorso all’esperienza. Il vero modo per interpretare la scrittura è tramite la scrittura stessa. La Bibbia quindi non intende insegnare la scienza bensì l’ubbedienza e la filosofia e la teologia sono discipline distinte. La prima parte del trattato intende dimostrare che la libertà di pensiero non è in contrasto con la religione, la seconda il tema della libertà in rapporto allo Stato.
La libertà di pensiero è essenziale per conservare la pace perché i fondamenti dello Stato e della società sono razionali. Il calcolo dell’utilità spinge gli uomini a vivere insieme. E il diritto di ogni uomo a vivere non è garantito nello stato di natura; nell’isolamento gli uomini non possono soddisfare gli stessi bisogni con la facilità con cui li soddisfano unendo le forze.
Egli analizza le varie forme di governo sostenendo che il potere monarchico può diventare più facilmente arbitrario, invece la democrazia è la miglior forma di governo perché dà maggiori garanzie. Il potere statale inoltre deve mantenere la sua autorità e che la libertà di pensare sia garantita. Per lui libertà e pace sono connesse.
La legge divina naturale è quel modo di vivere che ha come fine la conoscenza e l’amore di Dio; la legge divina rivelata è quella che segue dall’ubbidienza ai precetti dei profeti, entrambi i modi di vivere consistono dell’amore di Dio, la prima è connessa alla conoscenza e la seconda all’ubbidienza e può essere praticata da tutti. Egli non riconosce alla rivelazione alcun significato di tipo conoscitivo, sebbene nel caso di Gesù ammetta qualche incertezza poiché egli parlò con Dio da mente a mente e non con l’immaginazione, poi utilizzò le parabole per farsi comprendere dal volgo.
La religione viene intesa come pura lex e osservanza della legge. La Bibbia non insegna dunque la scienza ma la vita vera, cioè in che modo l’uomo deve agire per raggiungere la felicità. Egli riprende la tesi di Agostino secondo cui la religione non può essere in contrasto con la scienza perché sono autonome e hanno fondamenti diversi. La certezza della seconda è di tipo morale. Egli intendeva indicare le condizioni favorevoli per il superamento delle divisioni all’interno del cristianesimo. Voleva inoltre far emergere il carattere etico della religione. La rivelazione ci assicura che si può raggiungere la felicità anche senza la conoscenza.
Dalla lettura del trattato si percepisce la lontananza della filosofia di Spinoza sia dall’ortodossia religiosa ebraica che cristiana. Dissolve la distinzione tra naturale e soprannaturale inoltre voleva rivendicare il diritto di professare opinioni diverse da quelle comunemente accolte. Egli può essere posto in analogia con molti pensatori libertini della prima metà del Seicento. Tra ragione e fede non può esservi conflitto perché sono autonome.
Esso fu pubblicato per la prima volta nel 1670 senza il nome dell’autore, e si divide in due parti:
- Intende dimostrare che la libertà di pensiero può essere concessa dalla religione
- La libertà di pensiero e di espressione è necessaria per la pace e la stabilità
I temi sono i fondamenti dello Stato, la struttura del potere dello stato ebraico, il diritto di libertà di pensiero.
Prefazione
L’animo di chi non sa prendere una decisione fluttua tra la speranza e la paura. Quando vedono qualcosa di insolito lo credono un prodigio. La paura è la causa che dà origine alla superstizione. Tutti gli uomini sono sottoposti ad essa per natura, essa viene indotta dalla religione e nuoce alla libertà dello Stato la superstizione.
I Capitolo: Della profezia
La profezia è la conoscenza certa rivelata da Dio agli uomini, il profeta inoltre è un inviato o un interprete (in ebraico nabi). La profezia è una forma di conoscenza naturale che è comune a tutti gli uomini ma che in realtà viene disprezzata, questa conoscenza può chiamarsi divina come naturale: i profeti non avevano una mente divina. La nostra mente ha in sé la natura di Dio e di essa partecipa e si può quindi dire che la natura della mente è la causa prima della rivelazione divina perché partecipa della sua natura.
Tutte le cose che Dio rivelò ai profeti furono rivelate con parole o figure inoltre la loro immaginazione era disposta così da sembrare che sentisse le cose dette da Dio. Con una voce vera Dio rivelò a Mosè le leggi usate anche per comunicare con gli Israeliti. La rivelazione può avvenire per immagini come dicono le Cronache dove Dio manifesta a David la sua collera per mezzo di un angelo che impugna una spada. Con immagini non reali ma dipendenti dalla sola immaginazione Dio rivelò a Giuseppe il suo futuro dominio. Con Mosè invece parlò da bocca a bocca. A Gesù invece Dio ha rivelato la sua sapienza da mente a mente. Per profetizzare non è inoltre necessaria una mente più perfetta ma un'immaginazione più vivace.
Si deve capire cosa intenda la Scrittura per spirito divino (raugh):
- Alito
- Animo
- Coraggio e forza
- Virtù e capacità
- Pensiero
- Mente o anima
- Le parti del mondo
Significato in ebraico di qualcosa di Dio
Si intende potenza di Dio, qualcosa di Dio dedicata, comunicata non con il lume naturale, qualcosa al superlativo, anche i miracoli sono detti essere opere di Dio. Gli antichi, anche i pagani, erano soliti riferire a Dio tutto ciò in cui qualcuno eccellesse sugli altri. Ma anche grande animo, riferiti alla melanconia di Saul, all’animo di Sansone. Per Spirito di Dio si intende anche la benevolenza e la misericordia di Dio. Anche i profeti avevano lo Spirito di Dio ma ciò vuol dire che possedevano una virtù singolare e coltivavano la pietà con grande fermezza d’animo. La profezia non durava a lungo perché l’immaginazione è volubile ed incostante, essi percepivano le profezie tramite segni.
Capitolo II: Dei profeti
Coloro che sono molto dotati di immaginazione sono meno adatti a intendere puramente le cose, non si deve quindi cercare la cosa con la sapienza e la conoscenza delle cose naturali. La profezia non è certa perché dipende dall’immaginazione, erano quindi necessari i segni. Si parla di una certezza di tipo morale e non matematico. Essa inoltre si attuò secondo la predisposizione d’animo e grazie alla capacità immaginativa e alle opinioni dei profeti. Anche lo stile della profezia variava secondo l’eloquenza di ciascun profeta: le profezie di Ezechiele e di Amos non erano scritte in uno stile elegante come quelle di Isaia e Naum.
La profezia inoltre non ha mai reso più perfetti i profeti e più dotti ma li ha tenuti nelle loro opinioni preconcette e non bisogna prestar loro fede riguardo le cose speculative (vedi Giosuè che ignorò la causa vera del protrarsi della luce e che credesse che il Sole compisse il suo giro diurno intorno alla Terra). Dio quindi si adattava alle opinioni dei profeti, come di Mosè che sosteneva che Dio abitasse nei cieli. Molte opinioni dei profeti sono in contraddizione tra loro, quella di Samuele infatti contrasta con quella di Geremia. Dio non vuole insegnare la libertà di volere o cose filosofiche ma solo esortare alla virtù e alla vera vita. Ciascuno quindi deve credere a ciò che gli sembra più conforme alla ragione.
Capitolo III: Della vocazione degli ebrei e se il dono della profezia sia stato riservato ad essi
La felicità o la beatitudine non può essere privilegio di un solo popolo. Cose meravigliose infatti furono viste anche da altri popoli ma Mosè volle ammonire gli ebrei per vincolarli più efficacemente al culto verso Dio secondo la loro puerile capacità. Essi non eccelsero sulle altre nazioni né per la scienza né per la pietà. Per direzione divina si intende l’ordine fisso e immutabile della natura. Tutti i doni sono sempre stati comuni a tutte le nazioni. Gli ebrei furono eletti da Dio solo per quanto riguarda l...