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Topografia antica, triennale

Appunti di topografia antica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Bonora Mazzoli dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Topografia Antica docente Prof. G. Bonora Mazzoli

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Un grande contributo della navigazione fu offerto dai portolani, guide degli scali portuali corredati

di carte nautiche, che costituiscono forse la maggiore opera di cartografia nautica del medioevo per

la loro originalità, precisione e ricchezza di contenuto.

Erano libri contenenti istruzioni per la navigazione, dapprima nel solo Mediterraneo, poi anche

nell'oceano Atlantico; vi erano indicate le direzioni che i piloti dovevano mantenere per raggiungere

le diverse località costiere, con la lunghezza delle singole tappe. Compasso da Navegare,

Il più antico portolano completo giunto fino ai nostri giorni è il relativo a

tutto il bacino del Mediterraneo e datato al 1296; è anonimo e comprende la descrizione delle coste

del Mediterraneo, del Mar Nero, delle isole maggiori e degli arcipelaghi, oltre a contenere numerosi

pelei o pileggi, ovvero percorsi da effettuarsi nel mare aperto tra punti di costa lontani tra loro.

carte nautiche,

Direttamente collegate portolani sono le che le costituiscono l'appendice più

propriamente cartografica; venivano probabilmente abbozzate primo visu da chi curava la prima

stesura dei portolani, per poi venire eseguite con più precisione in botteghe in prossimità dei porti.

carta pisana,

La più antica carta nautica relativa a tutto il Mediterraneo di cui si dispone oggi è la

così detta perché fu a lungo custodita in un archivio della città toscana prima di passare alla

biblioteca nazionale di Parigi, dove si trova tuttora; è una carta anonima, datata al 1275.

Di norma la rappresentazione delle coste del Mediterraneo in questo periodo ha l'intento di tracciare

la rotta con una serie di nomi o elementi pittorici che costituiscono i punti di approdo del

Mediterraneo; per quanto riguarda i segni traversi si è incerti se si tratti di rotte lineari o di una sorta

di reticolato per il posizionamento tramite sestante, ovvero il primo strumento tecnico di ausilio alla

navigazione che permetteva il posizionamento rispetto al nord geografico con delle coordinate.

Man mano che la navigazione progredisce le carte nautiche si dotano di elementi ausiliari alla

navigazione come la rosa dei venti; chi naviga ha quindi a disposizione il posizionamento dei porti,

l'indicazione per tracciare la rotta e l’andamento dei venti.

Oltre alle carte nautiche abbiamo i portolani, cioè il testo associato alla carta nautica per cui per

ogni porto si definivano alcuni elementi d'aiuto per i naviganti dove, in alcuni casi, compaiono degli

elementi pittorico­coloristici.

Con l'umanesimo e il Rinascimento sia per motivi militari che per fini amministrativi, cioè per la

necessità di conoscere i propri confini, gli stati e le dinastie regnanti cominciano a sentire la

necessità di una cartografia che rappresenti meglio il territorio. Però siamo ancora ad un livello

empirico, mentre dopo la metà del 500 si coglie la necessità di aver agganci assoluti a livello di

posizionamento. 39

Nel 1532 Coppa dota la Repubblica di Venezia di una carta di Venezia e d’Istria: qui abbiamo una

visione tipo tavola peutingeriana con le coste più definite, l’idrografia più realistica, ma la

presentazione della città e degli uomini è pittorica. Con il Veronese vi è una svolta poiché si coglie

la necessità di avere un reticolo per posizionare in maniera più precisa gli elementi del paesaggio,

quindi egli crea un reticolo in cui colloca gli elementi pittorici in uno spazio preciso perché la carta

ha degli assi per posizionare gli elementi, anche se ancora con metodi empirici; egli quindi migliora

il posizionamento degli elementi nel paesaggio e il posizionamento fra di loro.

La rappresentazione del terreno e dei suoi elementi si arricchisce nel corso dei secoli, seguendo gli

interessi pratici della società: documenti come i cabrei medievali e i catasti moderni appartengono a

quella produzione descrittiva della proprietà fondiaria che si può desumere dagli estimi del XIII sec

e dalle prime rappresentazioni grafiche allegate ai contratti notarili e alle perizie pubbliche e private

eseguite in occasione di controversie di varia natura. Una sistematizzazione grafica delle

rappresentazioni delle proprietà agricole e urbane viene prodotta solo a partire dal secolo XVI. 40

cabrei,

Questi documenti, i cioè gli antenati del catasto, sono eseguiti su commissione di famiglie

abbienti o di enti ecclesiastici e si possono considerare catasti privati, descrizioni miste con

elementi di disegno planimetrico, usato per indicare la scansione dei campi e delle coltivazioni, e

prospettico per rappresentare l'edificato e le alberature.

Nei cabrei le rappresentazioni sono particolarmente curate; e emerge con notevole risalto l'elemento

cromatico, il gusto pittorico a un forte realismo.

In alcune regioni d'Italia si inizia redigere per fini fiscali una mappatura del territorio che raccoglie

delle informazioni per dimensioni, tipo di coltivazioni e definisce i confini.

Questa mappatura ha appunto due funzioni, quella di definire i confini e quella di un censimento

amministrativo: si tratta quindi di uno strumento censorio che serve alla topografia antica per

ricostruire l'assetto del territorio. La topografia infatti non può limitarsi ai dati dell'archeologia, ma

deve ricavare una serie di informazioni da questa documentazione redatta in un periodo in cui il

territorio non aveva ancora subito modifiche, infatti l'assetto del territorio rimase fossilizzato

dall'età antica fino alle grandi trasformazioni del 700 del 900.

Quindi si ha la rappresentazione di un territorio in un periodo in cui la realtà storica è ancora

presente; nei cabrei importante è anche la rappresentazione dei fiumi, dell’idrografia perché il

mezzadro pagava le tasse anche in base alla quantità d'acqua che prelevata; nella rappresentazione

dell'oltre Po è evidente che vi sono meandri antichi del Po che si stanno colmando e che oggi sono

già colmati: quindi questo suggerisce anche il percorso naturale di un fiume, il che mi permette di

avere una datazione ante quem per i paleoalvei che di per sé non si possono datare.

Contemporaneamente anche le vedute di città cominciano ad assumere un concetto diverso:

abbiamo ancora la veduta a volo d'uccello ma il posizionamento degli edifici si fa sempre più

puntuale fino ad arrivare alla pianta, derivata dal catasto della città. 41

La cartografia comincia a fare delle scelte simboliche per la rappresentazione di alcuni elementi

cartografici precisi, in particolare utilizza il rilievo, la tridimensionalità che fu sempre un problema

per la realizzazione delle cartografie.

La prima idea è quella del rilievo con una visione pittorica “a macchia di talpa” per cui per dare

l'idea di una catena montuosa si fanno tanti mucchiettini vicini, ma a questo si ovvierà presto grazie

alla tecnica dello sfumo che prevedeva una colorazione più intensa più il pendio si faceva alto (si

tratta di un'invenzione della fine del 700). 42 43

All’inizio del 700 il cabreo si evolve nel catasto: i più antichi catasti sono quello Boncompagni e

quello di Maria Teresa d'Austria (1722); la finalità del catasto è il censimento del territorio, quindi

delle proprietà e delle coltivazioni, a fini fiscali.

Sui catasti si riporta tutto il territorio grazie a una tavoletta

pretoriana e il sistema delle triangolazioni per cui dati in

allineamento due punti esterni si fissa il terzo con la

triangolazione, misuro questa distanza tra i due punti, faccio

partire altre due misurazioni e il punto rispetto agli altri due è

unico, se ho due distanze.

Con la triangolazione i tecnici del regno austro­ungarico posizionavano in modo preciso, ma non

assoluto tutti terreni dei possedimenti austriaci, quindi si tratta sempre di un posizionamento

preciso, ma relativo; il territorio comune viene quindi completamente catastato con un fine pratico.

Questo dà il via in Europa a un movimento enorme che spinge gli stati regionali a dotarsi di una

cartografia propria che non è più pratica, ma oggettiva; i primi sono i francesi che nel 1774

pubblicano una carta la cui realizzazione viene affidata a un ingegnere, Cassini che utilizza un

metodo nuovo per la rappresentazione del rilievo, cioè quello del tratteggio: i tratteggi più vicini

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indicano un pendio più scosceso, quelli più distanti un addolcimento del terreno; la carta è in scala

1: 86.400, e tale scala venne utilizzata per quasi tutta la cartografia europea, fin quasi l'unità d'Italia.

Dopo la carta del Cassini tutte le regioni d'Italia si dotano di una simile cartografia: in Italia la

prima carta è quella di Zannoni nel regno delle due Sicilie che realizza quattro carte da cui derivano

delle carte in scala maggiore (si parla di grande scala per le carte a denominatore basso, di piccola

scala per le carte a denominatore alto), quindi la carta derivata non era che un ingrandimento della

cartina geografica; tra la fine del 700 e gli anni 30 dell'800 tutti gli stati regionali italiani si dotano

di una cartografia propria.

L’ultimo passaggio è quello delle isoipse: in Italia, dopo l'unità, lo Stato italiano incarica a quello

che allora si chiamava Istituto topografico militare (oggi si chiama Istituto geografico militare), che

aveva sede a Firenze, di redigere una carta unitaria. Si pone quindi il problema della

tridimensionalità per cui si crea l’isoipse, ovvero delle linee curve che vanno ad unire tutti i punti

che si trovano alla stessa altezza altimetrica: più le curve sono vicine più il terreno è elevato.

Nasce così la cartografia d'Italia che venne ultimata nel 1921, prima redatta in scala 1:50.000 e poi

disegnata in maniera definitiva in scala 1:100.000; ogni carta copre 30 x 20 ed è in scala 1:100.000

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quindi il territorio italiano ha bisogno di 277 carte: ogni foglio ha una numerazione progressiva

però la scala 1:100.000 ha dei dettagli ridotti.

Da qui derivano delle carte in scala più grande, infatti ogni carta 1:100.000 è formata da quattro

quadranti, ognuno dei quali è indicato con un numero romano, in scala 1:50.000; ogni quadrante è a

sua volta diviso in quattro tavolette definite con la posizione geografica e in scala 1:25.000. 46 47

fonti itinerarie scriptae

Le sono quei documenti che seguivano i percorsi militari lungo le piste:

nella vita di Alessandro severo, che visse tra il 222 e il 235 d.C., appare un quadro particolare della

programmazione dei viaggi che dovevano essere preorganizzati, con la preparazione delle derrate

da trasportare, dei futuri alloggi, dei luoghi di sosta e così via. Qui si legge che vennero indicati

pubblicamente i giorni di viaggio, che venne comunicata la data e l’orario precisi della partenza e

che vennero indicati i posti che sarebbero stati raggiunti e i luoghi di accampamento.

Oltre a questo documento ne abbiamo un altro di Ambrogio (340­347 d.C.) che ricorda nel suo

sermone il cammino dei seguaci di Cristo che appare come una marcia militare preorganizzata,

infatti di ogni giorno vengono indicati i percorsi e i luoghi di sosta. In questi testi vediamo il

riferimento a veri e propri itinerari, quindi questi passi si richiamano alla prassi degli itinerari

ufficiali come il cursus publicus.

Sappiamo invece poco degli itinerari di carattere privato; i testi che ci sono giunti sono:

Antonini Augusti

l’itinerarium o itinerarium provinciarum in cui la prima riga recita “ imperatoris

Antonini Augusti itineraria provinciarum”; si tratta di un itinerario che sarebbe andato perduto se il

testo non fosse stato messo in relazione con una cosmografia di Giulio Onorio, infatti si trattava di

un testo di geografia che Cassiodoro raccomandava ai suoi monaci e per questo lo abbiamo per

tradizione amanuense.

Esso contiene una serie di elenchi di stazioni di tappa dislocate lungo una serie di direttrici diverse e

in più segna le distanze in miglia, in leghe per le gallie, in stadia per i percorsi marittimi, ovvero si

tratta delle stesse unità di misura per la distanza che troviamo nella tavola peutingeriana. Tale testo

elenca 372 strade dell'impero per un totale di circa 50.000 miglia; si tratta di un'esposizione

disordinata perché abbiamo una serie di itinerari collazionati nel momento di riscrittura da parte

degli amanuensi.

L’itinerario comincia dall'Africa, quindi possiamo pensare che non si sia trattato di un documento

ufficiale, in più possiamo vedere continui apporti posteriori al periodo in cui venne scritto; qui sono

illustrate le vie dell'Africa, della Sardegna, dalla Corsica e della Sicilia, le vie dell'Italia in modo

caotico, quelle del continente euroasiatico e della Bretagna: si tratta dunque di un percorso che si

attiene ai peripli dell'antichità.

L’itinerario indica varie tappe, anche gli accampamenti più importanti sulle strade dell'impero; poi

vi è l'indicazione dei fines (confini) imperiali e anche di un percorso stradale; in appendice vi è un

itinerarium marittimum che ci dà le rotte da Corinto per la Sicilia fino a Cartagine con i percorsi

delle varie province; vi è poi una rotta tirrenica da Roma ad Arles con le distanze in miglia: si tratta

di un percorso particolareggiato con la descrizione della tipologia dei porti. 48

L’antonino intestatario è probabilmente Caracalla (211­217 d.C.), ma sappiamo di una serie di

aggiornamenti perché troviamo dei siti non ancora esistenti a quell’epoca di età dioclezianea e

costantiniana. Si tratta quindi di lunghi elenchi, in cui troviamo il nome della località, i mp, cioè

miglia passus, ma comunque le distanze tra un sito all'altro sono relative.

Questi elenchi sono importanti per la ricostruzione storica topografica dei siti, anche se bisogna

considerare anche l’ambito cronologico in cui sono stati scritti; questi elenchi hanno un precedente

nelle carte di Tolemeo dove abbiamo elenchi di luoghi.

Nel 1735 venne pubblicato ad Amsterdam un'edizione di quest'itinerario da Swesseling; invece

un'edizione del 1848 pubblicata a Berlino da Pinter è utile perché riporta un indice delle località

menzionate; quest'edizione più completa riporta anche un altro itinerario, quello hierasolymitanum;

abbiamo poi un'altra edizione del 1929 pubblicata a Lipsia ad opera di Cunz ed esso viene chiamato

itinerario romano. burdigalense

Il secondo documento appartenente agli itineraria scripta è l'itinerarium o

hierasolymitanum, così chiamato poiché la prima riga recita “ itineraria a Burdigala Hierusalem

usque et ab Heraclea per Aulonam et per urbem Romam Mediolanum usque”.

Non si tratta di una guida vera e propria, ma di un itinerario occasionale per ricordare un viaggio

compiuto realmente e infatti si legge la data, cioè 333 d.C. perché i nomi dei due consoli in

quell'anno sono intatti. Questo pellegrino di Bordeaux parte dall’Aquitania, attraversa la Pannonia

fino a Costantinopoli; in più vi è l’aggiunta dei percorsi minori della Palestina di cui abbiamo le

illustrazioni di alcuni siti che sono desunti dalle sacre scritture; le distanze sono in miglia tranne

nelle gallie dove sono in leghe.

Troviamo l'indicazione dei luoghi di sosta come le mutationes, le civitates e le mansiones di cui

abbiamo il numero complessivo; il pellegrino percorre quindi questo tragitto ed è interessante il

ritorno perché va da Eraclea fino ad Aulona da cui raggiunge le coste dell'Italia dove imbocca la via

Appia, percorre la via Flaminia e poi quella Aemilia fino a Milano. Si tratta di un percorso insolito,

ma non lo fu in quel periodo perché la via Aurelia era stata abbandonata ed era pericolosa, invece la

via Flaminia era ancora conservata dall'imperatore nel IV secolo d.C.

Si tratta di un itinerario che si ricollega a quel momento di pellegrinaggi in terra Santa, infatti il

compilatore tralascia delle strade che non doveva percorrere e ci dà delle informazioni anche sulla

Palestina, quindi il documento si inserisce nel fervore dei pellegrinaggi.

Per il IV e V sec abbiamo testi di viaggi in terra Santa che sono una mediazione tra gli itinerari e i

peregrinatio Silviae,

diari di viaggio come una testo che venne ritrovato alla fine dell'800 in un

convento di Arezzo che descrive il viaggio di una pellegrina in terra Santa e sembra che sia stato

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scritto a Costantinopoli alla fine del IV secolo; di questa pellegrina non si sa molto e viene indicata

anche con altri nomi.

Abbiamo poi un “De situ terrae sactae” del 530 d.C. scritto da un pellegrino che contiene delle

notizie letterarie e delle indicazioni di carattere archeologico; un “De locis sanctis” dall'VIII secolo

che elenca i nomi dei luoghi come il mosaico di Madaba (il testo di Conrad Miller “ i itinerario

romano” raccoglie tutti documenti che abbiamo a disposizione).

Abbiamo una documentazione più tarda in parte cartografica in parte itineraria come una

compilazione medievale che ci offre una carta dell’ μ che deriva dalla tavola peutingeriana,

οικυ ενη

anonimo ravennate

dovuta a un autore chiamato ed è della seconda metà del VII secolo con però

delle interpolazioni posteriori; allegato alla carta vi è un testo in cinque libri con all'inizio una

descrizione astronomica, poi vi è la descrizione dell'Asia, dell'Africa, dell'Europa e del

Mediterraneo; tale testo dipende da documenti del V secolo e la sua compilazione è avvenuta in età

gotica.

L’autore è chiamato anonimo ravennate perché nel quarto libro dice di essere di Ravenna e chiede

aiuto a Dio per scrivere questo testo in cui sono messe in relazione parti del mondo con il corso del

sole, ma nel primo libro egli dice che rinuncia a una descrizione particolareggiata del mondo

(l'elenco delle località è però in ordine). Il testo deriva da fonti classiche e in più vi è una certa

sincronia tra il ravennate e la tavola peutingeriana quindi si è pensato a un testo cartografico

dipendente da fonti comuni.

Le fonti scritte sono una testimonianza della tradizione scritta e costituiscono una fonte specifica

nella topografia, ma sono scarne perché si tratta di frammenti isolati nel tempo e avulsi dal terreno,

la principale fonte della nostra ricerca, quindi una ricostruzione solo tramite le fonti scritte sarà

incerta sia per la geografia sia per quello che può essere un generico atlante storico.

Allora come sussidio alle fonti scritte vi sono quelle archeologiche che sono fondamentali per i

nostri studi; è necessario però che una fonte archeologica sia valutata in modo adeguato e inserita

nel complesso delle fonti che possediamo. Abbiamo una metodica che vale sia per le fonti

archeologiche che per quelle epigrafiche ai fini della ricerca topografica; però il reperto

archeologico può perdere significato se non si ha il luogo di provenienza esatto, infatti se non si

hanno queste informazioni il documento archeologico perde significato.

A partire dall'umanesimo il documento archeologico ha offerto un apporto molto importante per lo

sviluppo della topografia e dall’800, grazie all'abbondanza del materiale proveniente dal terreno si è

compiuto un rinnovamento notevole. Il documento archeologico è legato a un punto determinato

della superficie terrestre e può presentarsi in grande abbondanza materiale che può venire alla luce

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grazie agli scavi programmati o ai ritrovamenti ai casuali, fortuiti; grazie a questo materiale

vengono elaborate delle carte che sono utilizzate per individuare il rischio archeologico, cioè luoghi

dove non si devono compiere lavori che causerebbero la dispersione e la distruzione dei dati

archeologici.

Con i reperti archeologici non solo possiamo individuare la forma di una città e le caratteristiche

culturali degli isolati, ma possiamo anche stabilire la persistenza di un agglomerato urbano nel

tempo, il suo possibile spostamento e possiamo arrivare alla preistoria, coprendo quindi un arco

cronologico vastissimo. La raccolta del materiale deve essere attuata in modo puntuale, minuto

prima, ma abbiamo bisogno di manuali e di conoscere il territorio, come ad esempio quali scavi

sono stati effettuati e le cose che sono state ritrovate e per questo abbiamo a disposizione dei

manuali.

A partire dalla preistoria abbiamo dei lessici (uno del 1929 è stato pubblico a Berlino), e sono datati

da una certa data in poi; poi abbiamo gli annali dell'istituto di corrispondenza archeologica,

abbiamo Notizie scavi dell'antichità e un'enciclopedia dell’archeologia a disposizione del topografo;

a partire dall'800 vengono pubblicate le notizie per tutti gli stati in modo che si possiano vedere

quali sono stati i ritrovamenti per ogni stato. Poi abbiamo i “Fasti archeologici” indicati con la sigla

FA, cioè una rassegna enciclopedica di tutti i ritrovamenti, illustrati in modo sintetico.

I testi più immediati per la topografia sono le carte archeologiche e la formae italiane, i due

principali sussidi per lo studio e la raccolta delle fonti; inoltre importante è la consultazione di testi

di carattere erudito locale: gli studi locali dedicati a un sito con una piccola storia iniziano nel 600 e

si sviluppano fra il 700 e l’800; gli studi locali vengono utilizzati perché lo studioso possa inserire

nel racconto il ritrovamento di un dato archeologico.

carta archeologica

La è una carta tematica organizzata su scala 1:100.000; essa si pubblica dal

1927, ma il primo tentativo di carta archeologica venne provato tra 1885 e il 1891, carta che era

dedicata ai ritrovamenti della campagna romana, ma questo primo tentativo era fallito.

La realizzazione di tale carta venne ripresa da un geografo, Marinelli e dall'archeologo B.

Bandinelli nel 1926 durante il primo convegno nazionale etrusco: l'intento era quello di fornire agli

studiosi un repertorio topografico, bibliografico e museografico dell'Italia archeologica e nel 1927

uscirono i primi quattro fogli dedicati all'Etruria.

Inizialmente questo progetto venne attuato grazie alla soprintendenza, all'Istituto geografico

militare e al Ministero della pubblica istruzione: tale progetto comprendeva una carta 1:100.000,

varie cartine, mappe e piante; in più sono registrati i ritrovamenti archeologici con una precisa

simbologia e di ogni dato è organizzata una scheda di reperto che reca un segno convenzionale di

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riconoscimento e di carattere tipologico: i reperti sono quindi ordinati numericamente con una

scheda e una bibliografia.

Dopo la consultazione dei corpora occorre fare una ricognizione sul territorio, infatti le prime carte

archeologiche sono frutto della ricognizione sul territorio per cui col tempo si è perso un po' di

interesse; sono state realizzate una settantina di carte archeologiche dei 300 fogli progettati, che

hanno necessità di aggiornamento. Per arrivare alla carta archeologica dobbiamo compilare una

scheda di carattere topografico che è organizzata in questo modo: 52

Si tratta di una scheda base per la ricerca topografica nel territorio che può confluire nella carta

archeologica.

formae italiae

Circa la si tratta di una raccolta di testi per le fonti archeologiche di carattere

monografico, sorta per iniziativa di Bruxelles nel 1919 nell'ambito di una redazione di una forma

romanis imperis, un progetto ambizioso che venne attuato solo in parte, infatti nel 1922 uscì il

primo fascicolo pubblicato da Lugli.

La forma italiae è costituita da una serie di volumi monografici, archeologici e topografici dedicati

a città e a siti ristretti; ogni fascicolo costituisce un repertorio completo e dettagliato di tutti i

ritrovamenti archeologici che sono schedati e datati nel tempo con l'aggiunta di fotografie e

aggiornamenti sui nuovi ritrovamenti. La base cartografica è 1:50.000 e si tratta di un'opera che era

destinata ad avere una grande mole, ma oggi abbiamo pochi volumi.

Vi è una differenza tra le due opere: la carta archeologica comprende tutti i monumenti del

territorio, rappresentati geograficamente, non storicamente, il cui testo è schematico e rapidamente

informativo; la forma italiae è più circoscritta nella materia perché prende in considerazione un

territorio nei suoi confini storici, ma esso viene considerato in tutti gli aspetti.

Al di là di queste opere che comprendono i dati archeologici abbiamo delle fonti archeologiche

raccolte nei grandi corpora; il documento epigrafico possiede le caratteristiche sia delle fonti

archeologiche sia di quelle scritte: esso ha valore documentario del sito di ritrovamento e aggiunge

una precisazione di carattere cronologico che può essere dichiarata dall'epigrafe o dall'esame

paleografico del testo.

Il materiale epigrafico viene utilizzato in vario modo, per delle ricerche perché le epigrafi

contengono delle informazioni storiche relative a un centro, ci danno i confini di un territorio, le

condizioni giuridiche del territorio, l'amministrazione dei centri, lo stato della popolazione, le classi

sociali, indicazioni economiche varie e così via.

Tra le epigrafi più comuni vi è quella funeraria che può fornire indicazioni sul sito di una necropoli;

in più essa può dire, oltre al nome del defunto, il municipio, la colonia o la tribù di appartenenza e

l'informazione maggiore che può dare è l'estensione territoriale del municipio. Possiamo trovare dei

trattati che testimoniano le relazioni tra le diverse città e la presenza di centri antichi oggi non più in

vita, la cui identificazione si è basata solo sui ritrovamenti epigrafici.

Il corpus principale è il corpus inscriptionum latinarum, ma vi è anche un inscriptiones grecae,

entrambi testi dove l'accademia di Berlino verso la fine dell'800 raccolse tutti i dati epigrafici dal

punto di vista topografico; tra le fonti epigrafiche, tra cui una serie di miliari, quelle che

documentano anche un itinerario appartengono a una serie tipologica di documenti chiamati

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instrumenta domestica; è sotto questo nome sono raccolti, nell'ultimo volume del corpus, questi

documenti che recano un'incisione e che sono oggetti domestici. vasi Vicarello,

Questo documento viene chiamato vaso e fa parte di un gruppo di quattro detti di

dal nome della località in cui vennero trovati, nel 1852; si tratta di quattro bicchieri d'argento

rinvenuti in una stipe votiva con altri oggetti romani; la stipe votiva è dovuta al fatto che si trattava

di un luogo sacro in cui vi erano le terme e qui fu organizzata questa stipe come voto per queste

acque salutari, quindi questi oggetti erano destinati alle divinità delle acque, visto che Vicarello è

stato identificato come l'antica stazione termale, le acques Apollinares.

Non sappiamo in quale modo e il perché la stipe venne seppellita ma probabilmente era relativa alla

sacralità del luogo; questi oggetti hanno un aspetto che ricorda quello dei miliari e portano sulle

pareti esterne in alto un'iscrizione “itinerarium a Gades Romam”, cioè itinerario da Cadice a Roma

e vi sono incisi nomi delle stationes del percorso su quattro colonne e in più essi recano incisi i

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nomi e le distanze tra luogo e luogo; in fondo alla colonna vi è la somma delle miglia percorse

(1841).

Si tratta di 4 vasi o itineraria gaditana che sono stati studiati con molta attenzione e datati all'età

augustea o subito post augustea (I sec d.C.); di questi quattro vasi uno è stato ricostruito perché è

andato smarrito, mentre gli altri tre sono originali.

Su ognuno è incisa un’iscrizione su 4 colonne, che elenca tutte le stazioni con le relative distanze

tra Cadice e Roma; il titolo figura sotto l'orlo e la somma delle distanze sopra il piede. Questi

bicchieri, con nella loro forma cilindrica, possono forse darci un'idea dell'aspetto che doveva avere

il Miliarium Aureum, eretto nel 20 a.C. da Augusto nel foro romano in relazione con l'istituzione

del cursus publicus e dal quale venivano computate le distanze ufficiali da Roma; l'itinerario

riportato sui quattro bicchieri può derivare da un documento ufficiale del servizio postale, limitato a

un solo itinerario.

Trattandosi di iscrizioni su oggetti di uso quotidiano, essi sono pubblicati nel CIL nella parte

dedicata all'instrumentum.

Il cippo è il punto di partenza da cui sono stati desunti questi modellini di agevole trasporto che

servivano o come guida per i pellegrini o come ricordi o doni che possono testimoniare la presenza

di questi pellegrini alle fonti di Apollo, quindi si tratta di ex voto perché sono stati ritrovati in una

stipe.

L’importanza di questi documenti è collegata all'importanza della strada; Cadice era un importante

centro provinciale all'interno di una zona di estrazione argentifera, quindi forse questi oggetti erano

diffusi a Roma per propaganda. Questo vaso può avere l'aspetto di un cippo miliare: ecco allora che

entriamo nella grande tradizione dei miliari ritrovati in Africa, Italia, Gallia e penisola iberica.

miliare

Un è un documento importante che permette di ricostruire aspetti

di carattere topografico e storico; i cippi venivano posti lungo le strade

consolari ogni miglio come punto di riferimento per il viaggiatore, infatti

indicavano le distanze progressive a partire da Roma dove Augusto

collocò, probabilmente nel 20 a.C., sotto il tempio di Saturno, nel foro, il

miliarum aureum, così chiamato perché fatto di bronzo dorato su cui erano

incise le distanze dalle principali città dell'impero; si è molto fantasticato su

questo miliarum e nei secoli sono state pensate delle ricostruzioni anche

fantasiose. 55

Inoltre vi potevano essere delle indicazioni dei nodi stradali cruciali, cioè dei caput viarum; le

misure sui cippi sono in miglia per le aree romane, in leghe per la Gallia e in stadia per la Grecia e

in parasanghe dall'Asia. Il cippo recava i nomi e i titoli del magistrato sotto il quale la strada era

stata costruita o restaurata e in età imperiale troviamo solo i nomi degli imperatori; era importante

infatti ricostruire la viabilità delle strade e il nome del magistrato o dell'imperatore è importante

perchè ci dà la cronologia, fa inserire la strada in un contesto storico.

Abbiamo anche esempi di miliari riutilizzati, ma in questo modo non si poté sapere l'ubicazione

originale esatta di esso; abbiamo otto tipi diversi di miliari: quelli con solo l’indicazione del

principio della strada, quelli con l'indicazione della distanza e del nome dell'imperatore o del

magistrato, quelli con l'indicazione delle distanze, del nome dell'imperatore e il verbo fare o

restaurare, quelli con l'indicazione delle nome del luogo da cui partiva la strada, l'indicazione del

luogo in cui arrivava e la distanza, quelli con un complemento oggetto espresso e quelli con le

informazioni sui lavori eseguiti sulla strada, quelli con una menzione precisa degli incaricati ai

lavori e la loro direzione, quelli con la menzione della fonte della spesa (cioè la comunità locale o

l’imperatore); e poi vi sono quelli più impegnativi, ovvero quelli che sono stati riutilizzati dove

l'iscrizione è stata cancellata in parte o trascritta sulle antiche iscrizioni con la composizione di una

nuova iscrizione.

Nel periodo tardo imperiale i miliari erano uno strumento di propaganda politica perché ogni nuovo

imperatore faceva cancellare il nome del predecessore e faceva incidere il suo.

Grazie alle fonti epigrafici io posso quindi raccogliere didascalie che contengono un messaggio

pubblico con il nome di privati, imperatori e luoghi e che possiamo trovare sulla base delle statue o

su monumenti onorari; importanti sono anche le targhe, le insegne commerciali che troviamo sulla

soglia degli uffici delle taverne o al loro interno (a Ostia vi sono varie indicazioni sui mosaici delle

corporazioni commerciali); le iscrizioni templari, quelle relative ai mercati, ai porti e agli

acquedotti; le iscrizioni militari sulle opere difensive e castrensi, gli avvisi di proprietà e di uso per i

sepolcri, per una parte degli edifici, per i posti nell'ambito di luoghi agonistici; i cippi terminali di

confine che riguardano le partizioni coloniali, da cui arriviamo al grande gruppo dei catasti, delle

mappe e dei miliari che rappresentano un importante punto di raccordo trai caput viarum e gli altri

siti del territorio.

Accanto ai miliari vi sono altre forme epigrafiche inseribili nella viabilità stradale come

l’itinerarium popilianum che è stato ritrovato nel grande sito di Polla presso forum popilii; poi vi

sono anche firme di artisti, graffiti sulle parti grezze del monumento che ne recano la destinazione,

il marchio di cava e così via; i calendari e le leggi, i provvedimenti, i diplomi militari, documenti

56

che hanno un significato politico e che spesso recano indicazioni di carattere topografico; i

testamenti privati e miliari che a volte contengono indicazioni di carattere privato.

Nell’ambito provinciale romano abbiamo dei cippi compositi che contengono indicazioni non su

una sola strada dal suo inizio alla fine, ma vi sono cippi che sono veri e propri itinerari come il

miliare di Tangres relativo all’oppidum tingrarum, in Belgio; l'itinerario era organizzato su sette

colonne corrispondenti alle facce di quest'ottagono e fu collocato in una posizione centrale

dell’abitato e qui erano indicate le distanze in leghe. Abbiamo poi un frammento con l'indicazione

di tre strade, proveniente da Argentoratum, del III sec; abbiamo inoltre un pilastro poligonale in

marmo trovato nel 1706, che poi andò smarrito e di esso oggi ci rimangono due frammenti su cui vi

sono dei percorsi interessanti e in più sappiamo che qui si leggevano le stazioni della via Aemilia,

quindi questo miliare del III secolo, poteva forse riportare un itinerario fino a Roma.

Abbiamo il miliario di Alichamp del III secolo, ovvero nell'età di Elio Gabalo e Alessandro Severo,

miliario che indica tre percorsi; in Spagna, sull'arco di Ossigi vi era un itinerario, nel centro di Ianus

Augustus che sorgeva dove la via Augusta attraversava il fiume Guadalquivir, itinerario che

indicava la strada “ab arco a oceano”. Poi abbiamo un'iscrizione chiamata “elogium Pollae” o “lapis

Pollae” o “miliarum popilianum” del II secolo a.C.: si tratta dell'iscrizione più antica relativa a un

periodo significativo, cioè quello delle lotte

politiche e sociali che portarono alle vicende

gracchiane; esso fu trovato a Polla, una

piccolo centro, nel XV sec, dove la lastra era

stata riutilizzata per la costruzione del muro

di una taverna (“La taverna del passo”), una

costruzione di epoca napoleonica.

Questa iscrizione venne liberata dal molo nel

1934 e venne esposta davanti alla taverna: si

tratta di una lapis destinata agli abitanti e ai

viaggiatori lungo la direttrice Capua­Regium;

essa ha delle caratteristiche composite ed è

costituita delle parti legate insieme.

Non abbiamo un titolo iniziale ne una

relazione locale con il sito, ma abbiamo delle

indicazioni: si tratta di un elogium perché

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faceva parte di una base attinente a un monumento dedicato al console Papilius Lena (132 a.C.),

colui che fece ricostruire questa strada e costruire la via Popilia; non possiamo dare un nome sicuro

però alla strada indicata in questo frammento “viam feceia ab Regio ad Capua et in ea via panteis

omnis miliaros tabellarias (si tratta di piccole tabelle a metà strada tra un sito e l'altro) que peseivei.

Hinc sunt Nonceriam…(e da qui vi sono le indicazioni sulle tappe principali) et eidem praetor in

Sicilia fugiteivos italicarum conqueasivei redideique homines DCCCCXVII eidemque primis fecei

ut de agro publico aratoribus cederent pastores forum aedisque poplicos. Heic fecei”.

toponomastica,

Importante è la cioè la disciplina che si occupa della genesi e dello sviluppo dei

nomi di luogo; si tratta quindi di una branca della glottologia che è importante per la storia della

topografia storica, infatti confrontando toponimi antichi e moderni possiamo individuare siti persi e

le comunità insediative. Possiamo operare in due sensi: da un punto di vista del territorio generale,

cioè possiamo osservare la variabilità dei toponimi connessi all'ambito linguistico e dal punto di

vista della toponomastica stratigrafica che nella topografia ci può portare un contributo sostanziale;

quindi dobbiamo conoscere i toponimi e la rappresentazione del territorio per cui dobbiamo riferirci

alla cartografia storica; in più importanti sono i microtoponimi, cioè toponimi relativi ai piccoli

centri molto interessanti.

Il punto di partenza è la carta topografica 1:25.000 dove possiamo siamo attuare le nostre

ricognizioni; nella cartografia IGM possiamo trovare toponimi che dobbiamo confrontare con quelli

della cartografia storica; importanti sono le ricognizioni sul territorio per capirne la situazione

morfologica, in più andando sul territorio possiamo controllare la cartografia, però dobbiamo essere

a conoscenza delle lingue, dal dialetto del sito e per fare questo bisogna prendere contatti con le

persone colte del luogo, ma anche con quelle non colte che hanno dei ricordi del passato.

Quindi dobbiamo comporre una scheda che si va ad abbinare a quella scheda archeologica che

abbiamo visto: le indicazioni dei toponimi sono importanti quando non abbiamo informazioni

archeologiche:

Abbiamo una toponomastica areale che prevede l'indagine su una vasta area di territorio attraverso

cui è possibile la diffusione dei toponimi che appartengono a uno stesso gruppo, a uno stesso ceppo

58

linguistico, ad esempio assistiamo alla diffusione dei toponimi celtici in –donum o –ate, mentre in

Africa il suffisso hippo­ suggerisce l'espansione della colonizzazione greca.

Vi è una toponomastica stratigrafica che prende in considerazione i toponimi in base allo strato di

appartenenza, secondo un criterio cronologico, per cui otteniamo dati sulla popolazione del terreno

e cambiamenti di insediamenti; abbiamo toponimi doppi come gli oronimi e gli idronimi; vi sono

toponimi che derivano dalle funzioni del luogo di riferimento e toponimi che hanno origine da

aspetti fisici del territorio.

Un nome di luogo può sopravvivere a un cambiamento linguistico, quindi è importante sapere

l'origine del nome geografico, ma a volte si assiste alla trasformazione dei nomi da un'epoca

all'altra; alcune regioni amministrative conservano ancora i nomi antichi, altre no.

Vi sono dei toponimi trasformati che ricordano dei momenti, dalle situazioni non belle o più

fortunate dal punto di vista storico (da Maleventum a Beneventum), oppure sappiamo di ripristini

dei nomi antichi, come nel caso delle latomie il cui nome si era trasformato in tagliata e che poi è

ritornato latomia.

Circa le classi dei toponimi abbiamo nomi di città etrusche come Fiesole che sono interessanti

perché ci permettono di vedere l'influenza geopolitica etrusca; i nomi che finiscono in –ena, ­me,

­na (Felsina) si ritengono etruschi, e si riferiscono all'area etrusca anche idronimi come

Trasumennus – Trasimeno.

Mantua e Capua sembrano etruschi perché qui sono stati rinvenuti elementi etruschi però hanno un

suffisso che compare nei nomi liguri come Genua. Da antiche popolazioni italiche derivano altri

nomi come Comas (Chiusi): abbiamo nomi volsci, nome di sostrato illirico come Tergeste (Trieste),

Opiternum, Altinum, Brundisium; abbiamo nomi di derivazione messapica come Ostunum, Salapia,

nomi che derivano dalla colonizzazione greca come Cuma, Messana (Messina), Neapolis, cioè

nuova città, Regium, Panamas (Palermo), Siracusa, ancora; nomi punici come Tarros, nomi che

derivano da lingue sarde primordiali che finiscono in –ai, ­oi, ­ei come Osei; nomi celtici come

Mediolanum, Bononia, Tarvisio, Senagallica e nomi che finiscono in –ago, ­acco, ­dunum (che

significa collina, rialzo); nomi di origine latina come nomi di città che hanno l'indicazione di

Augusta (Aosta) e che magari si sono mantenute come Augusta o si sono trasformate in Agosta

(nella pianura padana vi è il canale di Agosta che fa riferimento a una canalizzazione di età

augustea); nomi di città di tipo augurale come Concordia, Faventio, da faveo, Florentia, Placenta da

placeo (nella docente alcuni eruditi hanno proposto una derivazione etrusca, ma bisogna scartarla),

Potentia. 59

Nell’area romana abbiamo nomi con forum, come forum popilii, forum sempronius, forum flaminii,

forum novum (Fornova), forum appii (Frappia, lungo la via via), forum traianus; vi sono anche

nomi di luoghi che si sono abbreviati come Fano Fortunae che è rimasto solo Fano, nomi che

derivano dalla posizione geografica come Antemne, da ante amnes (di fronte ai fiumi) o inter

omnia, da cui derivano nomi che indicano la presenza di una città tra due fiumi (Terni, Teramo),

Palestrina da Praeneste che deriva da quia is lacus montibus preaestat, cioè da un luogo sito di

fronte ai monti (le fonti scritte ci danno molte informazioni); nomi che derivano dai culti, come Iseo

da Iside, porto Venere, Santa Venere e così via; nomi che derivano da varie attività come quella

mugnaia da cui nasce Pistoia, o quella della lavorazione della ceramica, da cui nasce Figina; nomi

prediali (da praedium) o fondiali (da fundum), nomi che hanno il suffisso in –anum, nomi che

deriva dall'antico nome del proprietario come Bassano, Femignano, Lancianus, Pitigliano e così via;

in Lombardia vi è il suffisso –acus.

Vi sono toponimi che derivano dai possessori delle antiche ville, ad esempio Quintiliano, presso

Tivoli, deriva da Quintilio, Posillipo da Asinio Pollione.

La toponomastica stradale romana ha lasciato segni profondi, ad esempio Loreggio fa riferimento

alla via Aurelia; vi sono toponimi stradali che indicano il computo delle miglia: si parte da terzo

(Terzolle), quarto, nome che troviamo in Liguria, quinto (Quinto Vicentino), sesto (Sesto

Fiorentino), settimo, ottavo (Ottavello, San Giovanni in ottavo dove è conservato un migliario con

l'incisione “ad octavum”), nono (Ponte Nono), decimo (Castel di decimo, Ponte Decimo, presso

Genova), undicesimo (S. Mario undicesimo), centesimo, millesimo e vi sono toponimi anche di

origine medievale. Ventimiglia non deriva però dal computo delle miglia, ma è di origine etnica,

cioè deriva dal popolo che abitava in quella zona.

I toponimi al femminile come nona o decima hanno un'origine catastale, tributaria, medievale o

moderna (la decima era il tributo pagato dalle varie chiese del territorio a quella centrale; terza

deriva dalla terza parte del raccolto); abbiamo dei toponimi miliari come Migliaria che non

derivano dal migliario, ma dalla produzione del miglio. Vi sono nomi come Mesa da ad medias,

cioè a metà percorso della Via Appia, Carrabbio deriva da quadrivium, cioè un incrocio di quattro

strade; vi sono toponimi derivati dalla centuriazione romana come Dicomano, da decumano,

Cardato, da cardo; abbiamo nomi dell'alto medioevo di origine botanica, nomi che derivano dal

culto dei santi, nomi medievali che hanno attinenza con le strade romane.

Abbiamo una classe di toponimi costituita dal recupero dei toponimi in ambito urbanistico, quindi

si tratta di toponimi che indicano la presenza di una strada o di un monumento non più visibili, cioè

indicano le sopravvivenza di edifici ormai scomparsi e questi hanno condotto alla ricerca dei

60

monumenti (San Vittore al teatro, San Mario a valle, San Paolo in compito che indicava una strada

sacra, San Giorgio al palazzo, Ponte Vetero, S. Mario alla porta, San Vittore alla porta romana,

Sant’Apollinare in classe che indica la presenza dell'antica flotta romana di età augustea presso

Ravenna e proprio questo toponimo ha permesso di ricostruire il porto augusteo).

centuriazione romana

La è uno dei grandi temi della topografia antica: essa è costituita da una

serie di suddivisioni del territorio secondo moduli regolari ed è attestata già in altre epoche e in altri

ambiti oltre quello romano; nella nostra penisola la parcellizzazione dei territori è legata alla

colonizzazione greca nella Magna Grecia.

Il termine centuriazione è di origine romana e definisce un particolare tipo di divisione dei terreni

tramite i confini: la limitatio era la divisione dei terreni tramite i confini e questo tipo di divisione i

romani lo applicarono quando fu necessario assegnare le terre ai coloni inviati nei territori

conquistati, però nell'uso comune centuriazione indica tutti i termini della divisione agraria.

Infatti la pratica di divisione dei terreni, soprattutto nelle colonie, compiuta dallo Stato ai fini

dell'assegnazione del terreno agricolo prende seriamente il nome di centuriatio; essa fu in realtà un

tipo particolare di limitatio, cioè del tema di tracciamento di limites o confini, che i romani

applicarono generalmente nell’assegnare le terre ai coloni e nel dividere i territori municipali.

Sul piano pratico della ricerca, i primi isolati studi di riconoscimento delle persistenze centuriali

furono effettuati poco prima della metà del secolo diciannovesimo tramite la constatazione della

uniformità e della equidistanza degli allineamenti che risultavano nelle rappresentazioni

cartografiche di talune zone d'Italia; tuttora, pur non dovendosi mai prescindere dall'autopsia sul

campo, gli strumenti essenziali per lo studio della centuriazione restano le rappresentazioni del

terreno, visioni prospettiche del paesaggio dove possibile cogliere confronti a largo raggio.

La cartografia è spesso sufficiente da sola a fornire la certezza e l'entità delle persistenze,

specialmente quando si faccia ricorso a carte topografiche e catastali anteriori alle maggiori

trasformazioni del paesaggio operate dall'uomo con l'espansione urbana.

Per quanto riguarda nello specifico la tecnica e gli aspetti giuridici della limitatio concorrono ad

aggiungere preziosissime informazioni le fonti antiche, in particolare gli scritti degli agrimensori: si

tratta di testi didattici, redatti in gran parte tra la fine del I secolo d.C. e l’età traianea, e attribuiti a

teorici e insegnanti della pratica di divisione agraria. Le opere di Frontino, Balbo, Igino e Igino

Gromatico e di altri erano state raccolte nel V secolo d.C. in una collezione, il Liber Coloniarum,

accompagnate da numerosi disegni e scritti esplicativi e sono state edite per la prima volta dal

Lachmann nel 1848 e successivamente dal Thulin (Corpus agrimensorum romanorum, Leipzig,

1913). 61

Alle fonti letterarie antiche, si aggiungono quelle epigrafiche (cippi confinari) e toponomastiche

(nomi derivanti dalla tecnica agrimensoria), pur restando il terreno attuale e i dati archeologici

elementi di fondamentale importanza.

La centuriazione è un processo incisivo di trasformazione dell'assetto del territorio, trasformazione

voluta dallo stato romano che si accompagna alla fondazione e alla ricostruzione di città e

all'organizzazione della rete viaria, alle opere di bonifica e di disboscamento (si crea quindi un

ordine nuovo). Arriviamo all'affermazione di un disegno razionale, rigoroso che va al di sopra della

casualità della natura, infatti assistiamo alla centuriazione urbanistica, al disegno stradale e alla

fondazione di città che sono tre momenti già presenti nella romanizzazione.

Teoricamente il sistema fu caratterizzato da una rigida geometria di allineamenti confinari, paralleli

o ortogonali tra loro, che veniva a determinare un reticolo regolare; tale criterio fu evidentemente

scelto perché permetteva una facile misurazione dei terreni da assegnare con un criterio di

uguaglianza, e favoriva un'ordinata sistemazione di bonifica agraria e di registrazione catastale; i

limites erano tra loro equidistanti, secondo un multiplo del piede romano.

Si tratta di applicare un disegno geometrico con limites, cioè confini paralleli, ortogonali ed

equidistanti detti decumani e cardines, che costituiscono gli assi della scacchiera; gli assi principali

decumanus maximus cardo maximus,

sono detti e mentre gli assi paralleli e ortogonali sono i

cardines e i decumani minores che si incrociavano in un centro ideale, che poi divenne un centro

concreto chiamato umbilucum gromae, dove si trovava la groma, cioè uno strumento che, posto al

centro del territorio, permetteva la misura del terreno.

I cardines e i decumani erano veri ed erano costituiti da strade più grandi o più piccole, fossati,

muretti a secco segnati all'incrocio da un cippo inciso. Questo reticolo era creato attraverso

l'orientamento che derivava dall'osservazione del cielo (alcuni hanno detto che la centuriazione

derivava dalla aruspicina etrusca) che si osservava per poter avere delle misure precise con un

allineamento; in concreto sul terreno l'orientamento era da est verso ovest e da sud a nord. 62 63

I romantici hanno individuato due orientamenti: il primo è quello secondum caelum, cioè

volgendosi verso oriente, dove veniva tracciata la grande linea che divideva il territorio in due parti,

da sud a nord; il secondo orientamento è quello secondum natura per cui la centuriazione era

condizionata dalla natura dei luoghi perché si poteva seguire la pendenza naturale del terreno per

favorire il displuvio delle acque o si poteva seguire una realtà concreta, per esempio quella di una

strada già presente come la via Appia.

I tecnici di agrimensura controllavano sempre il territorio e la natura che comunque condizionavano

il tracciato; i cardini e i decumani si incrociavano formando dei quadrati detti centurie perché

anticamente l'assegnazione del territorio veniva fatta a 100 coloni e il territorio era di 20 x 20 actus

di lato (un actus = 120 piedi = 35,52 m, quindi la centuria era di 710 x 710 m che era la misura più

diffusa, ma potevano esserci anche altre misure, come 712 x 712, 715 x 715, 708 x 708, 707 x 707

m).

La divisione del terreno si attuava tramite una serie di moduli quadrati (centuriae) destinati

ciascuno ad accogliere, nei tempi più antichi, 100 assegnatari: un ager publicus, una volta

colonizzato, diventava ager limitatus, per centurias divisus et adsignatus.

La centuria, formata normalmente da un quadrato di 20 actus di lato, comprendeva circa 50 ettari,

dei quali toccavano 0,50 ha a testa, equivalenti a un heredium o a due iugera. Fu questa la misura di

assegnazione primitiva; in seguito l'appezzamento di terreno dato ai coloni aumentò notevolmente,

pur restando immutati il termine centuria e la sua estensione primitiva.

La centuriazione era una prassi seguita nel IV sec a.C.; nella colonia di Terracina possiamo

individuare la centuriazione più antica del 329 a.C. di 710 x 710 m; la suddivisione oltre che per

centurie era fatta per strigas e per scamnas, cioè si tratta di rettangoli anziché quadrati, in senso

verticale o orizzontale che si trovavano più spesso nella zona della Magna Grecia.

Le unità di misura lineari sono:

• pes (detto anche pes monetaris) = 0,296 m

• digitus = 0,0185 m

• cubitus = 0,444 m

• passus = 1,48 m

• palmus = 0,074 m

• gradus = 0,74 m

• milium = 1,480 m 64

Poi vi era l’actus (35,52 m) corrispondente alla quantità del territorio che i buoi potevano arare con

uno slancio, quindi si tratta di un’unità di misura agraria riportata da Plinio il Vecchio; lo iugerum è

un’unità di superficie rappresentante una quantità di terreno arato in un giorno da una coppia di

buoi (Plinio, Varrone, “De re rustica”) ed è costituito da due actus, quindi era un rettangolo di 240 x

120 piedi pari a 28.800 piedi .

2

L’heredium era costituito da 2 iugera, quindi quattro actus quadrati ed era la superficie che,

secondo la tradizione, Romolo, ai tempi della fondazione di Roma, assegnò a ciascun proprietario,

per cui la terra era ereditaria; si tratta di misure agrarie e lineari connesse al terreno, all'uomo e al

lavoro degli animali.

Qual’era dunque il procedimento con cui si metteva in opera la limitatio? La centuriazione si

praticava tracciando sul terreno, mediante lo squadro agrimensorio (groma) un sistema di ascisse e

di ordinate distanti tra loro 20 actus lineari (710 m): la risultante era una serie uniforme di quadrati,

detti appunto centuriae, entro le quali si ricavavano, con divisioni ulteriori, le parcelle dei coloni

assegnatari o sortes.

L’agrimensore, dopo aver posto la groma nel punto prescelto, detto gromae locus o umbilicus,

sceglieva l'orientamento adatto; se questo doveva essere secundum caelum egli mirava solitamente

al calare del sole e otteneva un allineamento est­ovest; era comunque ammesso l'orientamento

secondo ciascuno dei punti cardinali, con qualche riserva, attestata negli scritti dei gromatici, per il

sud.

Gli agrimensori, inoltre, ammettevano la deroga dall'orientamento astronomico, quando si

imponeva un orientamento secundum natura; il primitiva allineamento era in tal caso determinato

dall'andamento di un elemento naturale o artificiale, una valletta o la linea di massima pendenza del

terreno, il tracciato di una via consolare o altro. Ben difficilmente comunque, dovrete essere

applicata la regola di far coincidere l’umbilicus gromae con il centro dell'insediamento coloniale,

come prescriveva la ratio pulcherrima dei gromatici.

A seconda dell'orientamento prescelto, dunque, si tracciava la linea fondamentale della limitatio;

tale linea si chiamava decumanus o decimanus (divisore) maximus; l’agrimensore determinava poi,

sempre dal medesimo., una linea perpendicolare alla prima, che veniva chiamata cardo o kardo

(asse, asse celeste) maximus; parallelamente a questi due si conducevano alla distanza regolare di

20 actus altre linee, dette rispettivamente decumani minores e kardines minores..

Ogni quinto cardine e ogni quinto decumano si chiamavano limites quintarii (o actuarii) e

racchiudevano nel loro quadrato 25 centuriae; ognuno di questi appezzamenti prendeva il nome di

saltus. 65

Il decumano e il cardine massimo era prescritto che fossero strade, così come i quintarii, mentre gli

altri limites, detti subruncivi potevano essere tanto viottoli campestri quanto semplici linee di

confine; variava inoltre la dimensione di tali strade.

L’allineamento fondamentale, ossia quello del decumanus maximus, divideva il territorio in due

metà da lottizzare, delle quali quella a destra dell’agrimensore veniva chiamata pars dextra o

dextrata, l'altra sinistra o sinistrata; similmente, una volta tracciato l’allineamento del cardo

maximus, il territorio veniva a disporsi, rispetto all'agrimensore, in due porzioni: una stava davanti a

lui si chiamava pars antica o ultrata; l'altra, alle sue spalle, prendeva il nome di pars postica o

citrata (kitrata); le due metà diverse, generate dal decumanus maximus e dal cardo maximus non

erano tra loro disgiunte, ma aveva in comune l’umbilucus.

Da quel punto, perciò, si originavano quattro regiones, ciascuna delle quali era identificata da una

sigla relativa al cardo (K) e al decumanus (D); su questa base, era possibile ottenere un sistema

razionale di indicazioni per ogni singola centuria, collocando, su ciascun vertice dei quadrati

centuariali, cippi confinari con incise le lettere del quadrante di pertinenza e il numero progressivo

sia del decumanus che del cardo.

Negli scritti degli agrimensori sono indicate alcune differenze formali per i cippi confinari, a

seconda del periodo a cui la divisione agraria si riferisce; i lapides Gracchani sono rotondi, alti

circa quattro piedi, con diametro di circa un piede; Augusto prescrisse che fossero di pietra,

conficcati in terra per un piede mezzo; in epoca imperiale invece, i limites erano quadrati..

Nel sistema più progredito, questi cippi recavano alla sommità (in vertice o in capite) una croce

direzionale (decussis) o sul fusto (in lateribus) linee direzionali per segnalare l'orientamento e

facilitare il reperimento dei cippi successivi; perciò il recupero di taluni di essi permette anche oggi

di ricostruire la centuriazione in vaste zone.

Come si è mantenuta sino a noi la centuriazione? Bisogna tenere presente che i confini interni erano

costituiti da strade pubbliche o vicinali, da fossati (fossae limitales), muretti a secco (maceriae)

oppure erano distinti negli incroci da cippi confinari (lapides) o altri sistemi. Questi contrassegni

catastali, e essendo in gran parte funzionali, per le comunicazioni o per lo smaltimento delle acque

o per la loro stessa natura giuridica di delimitazione delle proprietà terriere, si sono conservati

attraverso i secoli sono giunti, almeno in parte, fino a noi. Comunque la loro assoluta regolarità

geometrica fa sì che, riconosciuti alcuni elementi, si possa ricostruire enumerare l'intero sistema.

Bisogna inoltre tenere presente che, oltre alla divisione del terreno in centurie quadrate, di autori

antichi ci rendono noto anche un sistema di centurie rettangolari, detto per strigas (rettangoli

66

disposti nel senso della lunghezza) o per scamna (rettangoli che si allungano in senso

perpendicolare ai precedenti); la principale differenza rispetto alla centuriatio consisteva nel fatto

che in questo seconda sistema non si avevano limites, ma semplici rigores, cioè linee ideali di

confine tra le singole proprietà.

Dal punto di vista giuridico, gli scrittori antichi mettono in relazione il sistema di divisione con la

natura giuridica del territorio in cui essa avveniva; in particolare si apprende che l’ager divisus et

adsignatus è proprio delle colonie, sia che fosse limitatus, sia che fosse strigatus o scamnatus. Esso

perciò è un contrassegno del territorio demaniale che in base all'assegnazione diventa optimo iure

privatus.

Sennonché la strigatio è di solito attestata nei territori di municipia, praefecturae, fora e per gli

arva publica; parrebbe dunque che fosse usata per dividere terreni soggetti a imposte.

Una volta compiuta la limitatio, qualsiasi fosse la dimensione e la forma di ciascuna centuria, il

territorio veniva rappresentato graficamente in una pianta, detta forma, che costituiva il documento

ufficiale dell'assegnazione.

Essa veniva redatta in 2 copie: una, in bronzo, restava alla colonia, l'altra veniva inviata a Roma

conservata nel tabularium, alle pendici del colle capitolino; qui vi era segnalato innanzitutto il

reticolo della limitatio; ogni centuria era contrassegnata con la sigla e il numero dei propri cardine e

decumano e con le dimensioni dei singoli lotti; si aggiungevano poi i territori non assegnati, le

selve, i fiumi, i monti ecc. Nessuna forma di territori centuriati è giunta direttamente fino ad oggi,

tranne alcuni frammenti del catasto di Orange; si tratta di frammenti di documenti catastali relativi a

quattro redazioni successive, datate tra il 35 a.C. e il 77 d.C. quando Vespasiano ordinò una

revisione fiscale generale del territorio: le piante riproducono il reticolato agrario, secondo centurie

di 25 x 16 actus, in ciascuna delle quali sono inserite indicazioni di carattere fiscale.

Il corredo tipico di un agrimensore romano è noto da un fortunato ritrovamento pompeiano del

1912, quando si portò alla luce in via dell'Abbondanza la bottega del fabbricante di utensili Verus;

vi era conservata, tra gli altri oggetti, anche una groma, lo strumento principale e fondamentale per

groma,

la pratica agrimensoria. Lo strumento di misura principale era quindi la chiamata

instrumentum mensorium, che era usato dagli agrimensori, cioè i tecnici che si occupavano della

divisione della terra; fino agli inizi dell'800 non si conosceva nulla di questo strumento, finché non

ne vennero trovati agli inizi del 900 dei frammenti e venne individuata una stele funeraria dedicata

a un mensor, Lucio Ebuzio Fausto del I secolo d.C. con un disegno della groma.

Essa era costituita da una croce di ferro a quattro bracci perpendicolari uguali, a ciascuno dei quali

era appeso un filo a piombo (perpendiculum) simile agli attuali; un braccio di sostegno orizzontale

67

univa la croce ad un'asta di supporto (ferramentum) in bronzo, ferro o legno, che terminava in una

punta per infiggerla nel terreno. Traguardando attraverso ciascuna coppia di bracci opposti era

possibile tracciare le linee rette perpendicolari su cui si basava la centuriazione.

È stata trovata anche un’altra stele nel 1956 a Pompei con una raffigurazione della groma e furono

trovati anche dei frammenti di una stele con un rilievo con il disegno della groma smontata e

strumenti che identificavano la presenza di un mensor: da qui si è giunti alla ricostruzione della

groma.

Altri strumenti utili al gromatico erano il modulus, una riga pieghevole in bronzo lunga un piede o

suoi multipli, il circinus, compasso per riportare le distanze sulla pianta, metae e decempedae,

paline e aste più lunghe per misurare e posizionare gli incroci; potevano servire anche strumenti

scrittori, come tavolette cerate e stili. Le fonti letterarie romane ricordano inoltre strumenti di grandi

dimensioni per il livellamento e il rilevamento dei terreni: il chorobates e la libella dovevano

funzionare come le moderne livelle a bolla, la dioptra era simile al nostro tacheometro,

l’hodometron un precedente del contachilometri. 68

69

Nel 1913 furono pubblicati da Della Corte dei frammenti della groma e una sua ricostruzione: essa

era costituita da un bastone di sostegno chiamato ferramentum che veniva infisso nel terreno al

centro del territorio che doveva essere misurato (vedi supra). 70 71

Nel 700 per misurare il territorio veniva usata la tavoletta pretoriana che era costituita da una serie

di strumenti. 72

Vi erano diversi tipi di terre, quelle lasciate gli indigeni, quelle non divise, quale non assegnate,

quelle divise ed assegnate, quelle di uso comunitario.

Ma come è stata ritrovata e ricostruita la centuriazione? Attraverso la tradizione letteraria, i testi

epigrafici, il più importante dei quali è il catasto di Orange e i cippi e i resti sul terreno. Tra le fonti

letterarie sull'agrimensura abbiamo le opere di Frontino, Igino, Siculo Flacco, Balbo, che sono tutte

di età imperiale; tali opere sono tutte raccolte in due corpora che raccolgono le tradizioni

amanuensi, quello di Lachmann dove vi è una raccolta dei frammenti dei testi relativi alla groma,

pubblicato nel 1948, completo dei codici di riferimento e con un importante raccolta di disegni dei

codici medievali con degli schemi fatti dagli agrimensori.

Poi vi è il corpus di Thulin (corpus agrimensorum romanorum, opuscolo agrimensorum vetulum) in

cui oltre agli scritti relativi alla tecnica agrimensoria vi è il liber coloniarum, cioè un elenco delle

colonie e dei municipi con riferimento alla situazione agraria nei vari territori. Si tratta di testi

fondamentali che parlano però solo della tecnica, come nel caso dell’opera di Frontino, il “De

agrarum qualitate”, in cui egli dice che il territorio diviso e assegnato alle colonie deve essere

contenuto nei confini, o quella di Hyginus “De limitationibus constituendis”.

Vi sono tre tipologie di territorio:

• ager divisus et adsignatus che comprende

• ager limitatus per centuria set adsignatus;

• ager per scamnas et strigas divisus et adsignatus;

• ager per extremitate compensus;

• ager arcifinus che non è misurato né assegnato.

Il primo che individuò elementi di centuriazione fu il capitano di un vascello danese che prese parte

alle guerre napoleoniche e che individuò la centuriazione del territorio di Cartagine e tenne presente

questa condizione del territorio quando redasse una pubblicazione topografica di questa situazione

del territorio di Cartagine. Qualche tempo dopo un altro individuò

alcuni elementi della centuriazione del territorio friulano; lo

sviluppo della cartografia condusse a una maggiore attenzione per

la centuriazione: Shulten, nel 1898 pubblicò una serie di sue

considerazioni sull'area cisalpina; la suddivisione di età romana

era funzionale, quindi venne mantenuta. cippi gromatici

Tra le fonti epigrafiche vi sono dei posti al

confine e negli incroci tra i cardines e i decumani: sopra di essi vi

73

era una croce chiamata decussis che rega le informazioni di carattere tecnico (come le indicazioni

dei limites).

La varatio fluminis indica il computo, il disegno del fiume nell'ambito della centuriazione che può

trovarsi sia all'interno che all'esterno di una colonia; il caso ottimale è quando l'orientamento del

disegno urbanistico è uguale a quello della centuriazione, ma a volte si ha un orientamento diverso a

causa degli aspetti morfologici, infatti nella centuriazione non sempre si attuava il disegno

quadrettato continuo che poteva subire delle irregolarità (il saltus è un grande appezzamento di

terreno formato da 5 x 5 centurie che di solito era attinente alla villa romana). 74

All’incrocio delle strade formate dalla centuriazione troviamo oggi colonnette e cappellette del 700

che hanno una storia di continuità antica perché sono ubicate all'incrocio delle strade dove c'erano i

cippi gromatici, quindi hanno una continuità che deriva dall'antica centuriazione fino ai nostri giorni

con forme di sacralità diversa. 75 76

77


PAGINE

88

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15.37 MB

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9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Topografia Antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bonora Mazzoli Giovanna.

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