Che materia stai cercando?

Thomas Hobbes - Leviatano II Appunti scolastici Premium

Riassunto Leviatano II: parti tre e quattro basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Ferraro dell’università degli Studi di Tor Vergata - Uniroma2, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia della filosofia moderna docente Prof. D. Ferraro

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

momento che le sue parole erano rivolte a coloro che, mediante la sua predicazione,

avevano ricevuto Gesù come il Cristo, ossia come Re dei Giudei.

Se un uomo che non insegna una falsa dottrina pretendesse di essere un profeta senza

però fare alcun miracolo, costui non dev’essere considerato un profeta. Le predizioni

dei profeti devono avverarsi o immediatamente o in un tempo non differito a

lungo, altrimenti il contrassegno del miracolo è inutile. Poiché nel presente mancano

miracoli, non abbiamo segni che ci consentano di riconoscere le pretese rivelazioni o

ispirazioni di un uomo privato, e non siamo dunque obbligati a credere ad una dottrina

diversa da quella presente nella Bibbia, la quale supplisce e compensa la mancanza di

ogni altra profezia ed è sufficiente a farci dedurre, mediante un’adeguata

interpretazione e senza bisogno di una ispirazione soprannaturale, tutte le regole e i

precetti necessari alla conoscenza del nostro dovere verso Dio e verso gli altri uomini.

XXXIII: “Del numero, dell’Antichità, dello scopo, dell’autorità e degli

interpreti dei libri della Bibbia”. Per libri della Sacra Scrittura s’intendono le regole

della vita cristiana. Nella Scrittura non sono determinate quali leggi ogni re cristiano

non

debba costituire nei suoi domini, tuttavia sono determinate quali leggi egli

debba costituire. Dal momento che i sovrani sono i soli legislatori nei loro domini, in

canonici

ogni nazione sono (legge) solo quei libri che sono stabiliti come tali

dall’autorità sovrana. Pur essendo vero che Dio è il sovrano assoluto al quale ogni

quando cosa

suddito deve obbedienza assoluta, spetta al sovrano stabilire e Dio

ha detto: a meno che i sudditi non lo sappiano per una rivelazione soprannaturale,

essi ne sono a conoscenza per mezzo della ragione naturale, che li guida ad obbedire

all’autorità dei loro legittimi sovrani. Conformemente a tale obbligo, Hobbes riconosce

come Sacra Scrittura solo i libri del Vecchio Testamento riconosciuti dalla Chiesa

anglicana; quanto ai libri del Nuovo Testamento, essi sono egualmente riconosciuti

come canone da tutte le chiese e sette cristiane.

Chi siano gli scrittori originali dei diversi libri biblici non è desumibile in modo evidente

da alcuna testimonianza né dalla ragione naturale, pertanto occorre affidarsi alle

informazioni riportate nei testi stessi, i quali non indicano chi fossero i loro scrittori,

però sono utili a farci conoscere il tempo in cui furono scritti. Non bisogna lasciarsi

ingannare dal titolo del libro: nei titoli dei libri, infatti, è designato il soggetto tanto

spesso quanto lo è lo scrittore: non basta il fatto che il Pentateuco sia chiamato i

cinque libri di Mosè per provare che questi ne fu l’autore; infatti, secondo la

discussione portata avanti da Hobbes, Mosè non ne fu l’autore, poiché il Pentateuco fu

scritto dopo il suo seppellimento.

Gli scrittori del Nuovo Testamento, invece, o avevano visto Cristo o ne erano stati

discepoli, ad eccezione di S. Paolo e S. Luca. La Chiesa ricevette, riunì e approvò i libri

del Nuovo Testamento come scritti da quegli apostoli e discepoli sotto cui i nomi vanno

soltanto diverso tempo dopo. La prima enumerazione di tutti i libri biblici è nei

Canoni degli Apostoli, che si suppone siano stati riuniti da Clemente; essendo ciò una

supposizione ed oggetto di discussione, il concilio di Laodicea (346 d.C.) è il primo

che sappiamo abbia raccomandato la Bibbia alle chiese cristiane di allora, come gli

scritti dei profeti e degli apostoli. In questo tempo, nei dottori della Chiesa prevaleva

l’ambizione, ma Hobbes si ritiene persuaso del fatto che essi, che soli possedevano le

copie dei libri del Nuovo Testamento, non abbiano falsificato le Scritture, perché se

avessero avuto una simile intenzione, le avrebbero modificate rendendole più

favorevoli al loro potere sulla sovranità civile. Nonostante i libri biblici siano stati scritti

da uomini diversi, tuttavia è manifesto che gli scrittori erano tutti investiti da un solo e

stesso spirito, in quanto miravano a un solo e stesso fine: rendere noti i diritti del

regno di Dio. La Bibbia, in ultima analisi, ha un solo scopo: convertire gli uomini

all’obbedienza di Dio: in Mosè e nei preti; nell’uomo Cristo; negli Apostoli e nei

successori al potere apostolico (dal giorno della Pentecoste fino ad oggi). Questi tre

rappresentarono, in diversi tempi, la persona di Dio.

Oggetto di discussione è: come sappiamo che la Bibbia è la parola di Dio? E perché

crediamo che lo sia? In altre parole, da dove la Scrittura deriva la sua autorità? La

questione è formulata in modo errato, poiché: i credenti credono che l’autore primo e

originale della Scrittura è Dio; è manifesto che nessuno può conoscere esattamente

che essa è la parola di Dio (anche se i veri cristiani lo credono), ad eccezione di quelli

ai quali Dio lo ha rivelato in modo soprannaturale; quanto al credere che sia

effettivamente la parola di Dio, dal momento che si crede per ragioni diverse, non si

può fornire una risposta valida per tutti. La questione, posta in termini corretti, è

piuttosto: da quale autorità la Scrittura è resa legge? Se la Scrittura non

differisce dalle leggi di natura, la sua autorità è quella di tutte le altre dottrine morali

consone alla ragione naturale, i cui dettami non sono resi legge, ma sono eterni. Se

invece essa è resa legge da Dio stesso, essa avrà valore di legge solo per quelli ai

quali Dio l’ha resa nota in modo che nessuno possa scusarsi dicendo che non sapeva

non

che era sua: perciò colui al quale Dio ha rivelato soprannaturalmente che la

Scrittura era sua legge, o che quelli che l’hanno resa nota come tale erano mandati da

Lui, non è obbligato ad obbedire alla Scrittura da nessuna autorità che non sia quella

del sovrano, che è il solo detentore del potere legislativo. Ma se non è lui l’autorità

che conferisce valore di legge alla Scrittura, ciò dev’essere fatto da qualche altra

autorità derivata da Dio: se è privata, tale autorità obbliga solo colui al quale Dio ha

rivelato la sua legge divina, poiché in caso contrario, se dovessimo credere

obbligatoriamente a prendere come legge di Dio ciò che un uomo, sulla base di una

pretesa ispirazioni o rivelazione privata, ci imponesse, sarebbe impossibile riconoscere

una qualsiasi legge divina. Se invece l’autorità è pubblica, essa è l’autorità dello

Stato o della Chiesa: se la Chiesa è una persona unica, è la stessa cosa di uno stato

cristiano: Chiesa e Stato cristiano sono infatti la stessa cosa, dal momento che lo Stato

è l’unione di uomini in una persona unica, che è il loro sovrano, mentre la Chiesa è

l’unione di cristiani in un unico sovrano cristiano. Se invece la Chiesa non è una

persona unica, non ha autorità, pertanto non può comandare alcunché, non avendo

alcun potere, diritto, ragione o voce su qualcosa – trattandosi di tutte qualità

personali. Ora, ci sono due situazioni: se i cristiani non sono tutti contenuti in un unico

Stato, essi non formano una persona unica, e dunque non c’è una Chiesa universale

che abbia autorità su di loro e che con la sua autorità possa rendere legge la Scrittura;

se, al contrario, c’è uno stato unico, tutti i monarchi e gli stati cristiani sono persone

private soggette a un sovrano universale di tutta la cristianità. La questione

dell’autorità della Scrittura si riduce quindi al comprendere se, negli stati cristiani, i re

cristiani sono assoluti nei loro territori, pur essendo sotto di Dio, oppure se sono

soggetti a un Vicario di Cristo, costituito sopra la Chiesa universale, che abbia

l’autorità di fare dei sudditi quel che ritiene più opportuno per il bene comune.

Cap. 34: “Del significato di spirito, angelo e ispirazione nei libri della

Scrittura”. Prima di procedere oltre nella discussione del regno di Dio, Hobbes ritiene

necessario determinare dalla Bibbia il significato delle parole "corpo” e “spirito” in

modo che quanto da esse inferirà successivamente sarà chiaro.

Corpo, in generale, significa ciò che occupa un certo spazio o un luogo

immaginato e non dipende dall’immaginazione, ma è una parte reale

dell’universo (esso è l’aggregato di tutti i corpi, pertanto ogni sua parte è corpo; e

ogni corpo, viceversa, è parte dell’universo). Dal momento che i corpi sono soggetti a

cambiare, ragion per cui appaiono in vario modo ai sensi delle creature viventi, essi

sono detti pure sostanze, vale a dire soggetti a vari accidenti. Sostanza e corpo

sostanza incorporea

quindi significano la stessa cosa: ne consegue che dire è

assurdo come dire corpo incorporeo. La gente comune non riconosce che tutto

l’universo sia corporeo, ma ritiene che lo siano solo quelle parti di esso esperibili coi

tatto vista:

sensi del e della perciò l’aria e le sostanze aeree non sono considerate

corpi, ma, tutte le volte che si manifestano sensibilmente, nel linguaggio comune

significati

vengono chiamate vento, soffio o spirito. Quest’ultima parola ha pure

metaforici, come quando si dice “spirito di saggezza” invece di “grande saggezza”, ma

nel linguaggio comune il suo significato proprio è “corpo sottile, fluido e invisibile”

o “fantasma dell’immaginazione”. Hobbes non individua altri significati della parola

in questione, perciò ritiene che nei passi biblici in cui ricorre il termine “spirito” e in cui

non è possibile intenderlo con i significati enunciati sopra, occorre sottomettersi e non

opinare, dal momento che l’intendimento del passo eccede l’intelletto umano, come

quando si dice che Dio è uno Spirito: la natura di Dio, ciò che Egli è, è infatti

incomprensibile per l’uomo, il quale può solo comprendere che Egli esiste; pertanto, gli

attributi che gli uomini gli riferiscono, non designano la natura divina, ma hanno

semplicemente lo scopo di onorarla con quei termini che sul piano umano sono stimati

come più onorevoli. Discutendo alcuni passi biblici, Hobbes rileva come “Spirito di

Dio”, a seconda del caso, significhi diverse cose (vento o soffio, doni straordinari

dell’intelletto concessi da Dio, etc.).

Con il nome di angelo viene significato generalmente un messaggero di Dio, col

quale, a sua volta, viene significato qualcosa che manifesta in modo

potenza segno visione.

straordinario la di Dio, specialmente tramite un o una Sulla

creazione degli angeli non c’è nulla nella Scrittura. In essa viene spesso ripetuto che

gli angeli sono spiriti, col qual nome, sia nella Scrittura che nel linguaggio comune,

viene significato talvolta “corpi sottili” (quali l’aria, il vento, gli spiriti animali e vitali

della creature viventi) e talvolta le immagini che sorgono nella fantasia, nei sogni e

nelle visioni: tali apparizioni, benché non siano sostanze reali ma accidenti del

cervello, se Dio le ha fatte sorgere in modo soprannaturale per significare la sua

volontà, sono propriamente denominate messaggeri di Dio, ossia suoi angeli. Infatti,

come i pagani ritenevano che le immagini del cervello fossero cose sussistenti

realmente fuori di essi e indipendenti dalla fantasia (tanto che parlavano di sostanze

incorporee quali i demoni), così i Giudei, senza essere costretti da qualche passo del

Vecchio Testamento, avevano l’opinione che quelle apparizioni, di cui Dio talvolta si

sostanze indipendenti

serviva ed erano perciò chiamate suoi angeli, fossero anch’esse

dalla fantasia creature divine:

e quelle ritenute buone, erano dette angeli di Dio; quelle

ritenute cattive, angeli o spiriti cattivi.

Ma dall’analisi di alcuni passi dell’Antico Testamento in cui sono menzionati gli angeli,

Hobbes comprende che, nella maggior parte di essi, con la parola “angelo” s’intende

immagine soprannaturalmente fantasia

in realtà o Dio stesso o un’ sorta nella

per significare la speciale presenza di Dio nell’esecuzione di qualche opera

soprannaturale: per es., le colonne di fuoco e di nuvole che guidarono l’esercito di

Israele fino al mar Rosso erano propriamente un angelo, poiché non è la forma, ma il

fatto di essere significazioni della presenza di Dio in operazioni soprannaturali

a fare degli angeli quel che sono. In tutta la Bibbia non c’è alcun passo col quale si

possa provare che gli angeli sono cose permanenti e incorporee: essi sono sì

(materiali),

permanenti, ma corporei come risulta dalla condanna degli angeli cattivi

al fuoco eterno, il quale può applicarsi solo nei confronti di sostanze soggette a

patimento, ossia corporee. Considerando il significato della parola angelo nel Vecchio

apparizioni soprannaturali

Testamento, Hobbes è incline a pensare che gli angeli siano

della fantasia fatte sorgere da Dio per rendere nota la sua presenza e i suoi

comandamenti all’umanità e principalmente al suo popolo ; ma alcuni passi del Nuovo

anche

Testamento lo hanno convinto a riconoscere l’esistenza di angeli sostanziali e

permanenti: tuttavia, dalla Bibbia non si può trarre la credenza che tali angeli non

siano in alcun luogo e che quindi non siano nulla, come indirettamente dicono quelli

incorporei.

che li ritengono

Il significato della parola ispirazione dipende da quello della parola spirito: in senso

proprio, significa il soffiare in un uomo qualche aria o vento lieve e sottile; oppure, se

gli spiriti sono incorporei ed esistono quindi solo nella fantasia, è il soffiare in un

fantasma: ma ciò è improprio e impossibile, poiché i fantasmi non sono qualcosa, ma

hanno solo l’apparenza di esserlo. Il termine in questione viene quindi usato solo

metaforicamente nella Scrittura, come quando si dice che Dio inspirò nell’uomo il

soffio vitale: qui non si vuol dire che Dio prima creò un respiro vivente, poi lo soffiò in

Adamo; si vuol dire piuttosto che Dio rese Adamo una creatura vivente. Quando poi si

dice che la Bibbia è data per ispirazione divina, si tratta di una metafora per dire

che Dio ha guidato la mente di quegli scrittori a scrivere ciò che sarebbe servito

a istruire gli uomini sulla via da seguire per vivere rettamente.

Cap. 35: “Del significato nella Scrittura di regno di Dio, di Santo, di Sacro e

metaforicamente

di Sacramento”. Negli scritti teologici, il regno di Dio è inteso nel

senso di felicità eterna, dopo questa vita, nel regno della gloria e della grazia. Nella

Scrittura, invece, il regno di Dio significa un regno propriamente detto: il popolo di

Israele scelse Dio come suo re, mediante un patto, sulla base della promessa di Dio

del possesso della terra di Canaan. Solo raramente, e solamente nel Nuovo

Testamento, è preso in modo metaforico: quando ciò avviene, sta a significare il

dominio sul peccato, perché ogni suddito avrà tale dominio nel regno di Dio. Fin

tutti naturalmente

dalla creazione, Dio regnò su gli uomini con il suo potere, ma ebbe

anche dei sudditi peculiari, cui egli comandava per mezzo di una voce (come un

uomo parla all’altro): in questo modo regnò su Adamo, dandogli il comandamento di

astenersi dall’albero della conoscenza del bene e del male. Quando egli disubbidì a

Dio, venne da questi punito con la privazione dello stato di vita eterna di cui godeva in

principio, quindi Dio ne punì i posteri per i loro vizi con il diluvio universale, ad

eccezione di otto persone, nelle quali consistette il regno di Dio di allora. Dopo Dio

strinse un patto con Abramo e la sua progenie, promettendo loro la terra di

Canaan: in tale patto, Abramo promette per sé e i suoi posteri di obbedire a

Dio, il quale, da parte sua, promette ad Abramo la terra di Canaan come un possesso

eterno. Come memoria e prova di questo patto, Dio ordina il sacramento della

circoncisione: questo è appunto il Vecchio Patto o Testamento; e anche se a Dio non

era ancora stato dato il nome di re, né quello di regno ad Abramo e alla sua progenie,

tuttavia si tratta sempre di una istituzione per patto della peculiare sovranità di

Dio sulla progenie di Abramo: infatti, quando questo stesso patto fu rinnovato da

Mosè ai piedi del monte Sinai, è espressamente chiamato un peculiare regno di Dio

sui Giudei: a Dio appartiene naturalmente tutta la terra, ma il popolo giudaico gli

appartiene in modo peculiare tramite il patto col quale Egli farà dei Giudei un regno

(santo diritto speciale,

sacerdotale e una nazione santa indica ciò che è di Dio per

diritto generale:

non per tutta la terra è di Dio, ma non tutta è chiamata santa, bensì

solo quella che è separata per il suo speciale volere, com’era la nazione dei Giudei).

Ciò indica manifestamente che con regno di Dio si vuol dire propriamente uno stato

istituito, con il consenso di quelli che dovevano esserne i soggetti, per il

governo civile dei sudditi e per regolare il loro comportamento sia verso Dio

loro re che l’uno verso l’altro e verso le altre nazioni, sia in guerra che in

pace. In questo regno, Dio era il re, e il sommo sacerdote (dopo la morte di Mosè) il

suo luogotenente. Anche nel Nuovo Testamento si parla di un regno sulla terra: Gesù

infatti fu crocifisso in quanto nemico di Cesare, tanto che sulla croce fu messo il titolo

“Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”, e Gesù fu coronato, per scherno, con una corona di

spine. Ciò dimostra che il regno di Dio è reale, non metaforico, ed è inteso in tal senso

sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. Il regno di Dio è un regno civile e consiste,

in primo luogo, nell’obbligo degli Israeliti verso il Decalogo portato loro da Mosè; e

dopo che tale regno fu rigettato all’elezione di Saul, i profeti predissero che sarebbe

stato restaurato da Cristo.

Dall’interpretazione letterale del regno di Dio deriva la vera interpretazione della

parola santo, che nel regno di Dio equivale a ciò che gli uomini, nei loro regni, usano

chiamare pubblico (o del re). Con santo, infatti, s’intende o Dio stesso o quel che è

di sua proprietà con il consenso: come con pubblico s’intende o la persona dello

stato stesso o ciò che a questa appartiene. L’umanità è la nazione che Dio ha in

proprietà, ma solo i Giudei erano una nazione santa, perché divennero sua proprietà

per mezzo di un patto. In senso figurato, sono chiamati santi anche quegli uomini che

conducevano una vita pia, come se avessero rinunciato alla mondanità per darsi

santificato da Dio

interamente a Dio. In senso proprio, si dice ciò che è reso santo

per l’appropriazione di Dio o per separazione per il proprio uso (es. settimo

santo

giorno). Invece, ciò che è reso per dedicazione di uomini e dato a Dio in modo

che sia usato solo nel suo pubblico servizio, è chiamato anche sacro e si dice che è

consacrato. Esistono diversi gradi di santità, perché delle cose che sono messe a

ulteriormente

parte per il servizio di Dio ce ne possono essere alcune messe a parte

per un servizio più speciale: per es., la terra di Giudea era la terra santa, ma la città

santa in cui Dio doveva essere oggetto di culto era più santa ancora della terra.

Per sacramento s’intende la separazione di qualche cosa visibile dall’uso

comune ed una consacrazione di essa al servizio di Dio, come un segno della

nostra ammissione nel regno di Dio (circoncisione o battesimo) oppure come una

commemorazione della cosa stessa (agnello pasquale e cena del Signore). I

dell’ammissione

sacramenti devono essere usati una sola volta, perché è necessaria

commemorazione,

una sola ammissione; quelli dalla invece, devono essere reiterati,

perché abbiamo bisogno di rievocare spesso alla mente la nostra liberazione e la

nostra fedeltà. Questi sono i principali sacramenti. Ci sono anche altre consacrazioni

che possono essere chiamate sacramenti, ma solo quando la parola implica la

consacrazione a Dio; se, invece, implica un giuramento o una promessa di fedeltà,

no: nella Bibbia, infatti, di sacramenti ci sono soltanto la circoncisione e la pasqua per

il Vecchio Testamento, e il battesimo e la cena del Signore per il Nuovo.

Cap. 36: “Della parola di Dio e dei profeti”. Per parola (di Dio o dell’uomo) non

s’intende una parte del discorso, come un nome o un verbo, ma un perfetto discorso

con cui chi parla afferma, nega, comanda, promette, minaccia, desidera o interroga:

vocabulum, sermo logos

quindi non è un ma ( in greco).

Quando diciamo la parola di Dio o dell’uomo, intendiamo talvolta chi parla (es. le

parole dette da Dio o da un uomo), talaltra il soggetto: per “parola di Dio” nella

Bibbia s’intende sia le parole dette da Dio che, più frequentemente, quelle relative

a Dio e al suo governo, vale a dire la teologia (dottrina della religione cristiana).

dottrina dei diavoli,

Secondo quest’ultimo senso, la quindi, non significa le parole di

qualche diavolo, ma la dottrina dei pagani relativa ai demoni e a quei fantasmi a cui

essi rivolgevano un culto come a degli dei. Considerando questi due significati della

“parola di Dio”, l’intera Bibbia è da considerarsi parola di Dio nel secondo senso, ma

non nel primo. La “parola di Dio”, intesa nel senso di ciò che Dio ha detto, si intende

in modo proprio

talvolta (le parole che Dio ha detto ai suoi profeti), talaltra in modo

metaforico: fiat);

invece dei suoi decreti e del suo potere (es.

 cosa stessa

invece dell’effetto della sua parola, ossia della che è affermata,

 comandata, minacciata o promessa dalla sua parola (es. “la parola fu fatta

carne”: qui non s’intende la promessa, ma la cosa promessa, ossia Cristo: non

l’incarnazione di una parola, ma di Dio Figlio);

invece dei dettami (parole) della ragione e dell’equità, anche se a volte non

 sono dette né da un profeta né da un santo.

Il nome di profeta nella Bibbia significa talvolta chi parla per un altro (colui che

parla da parte di Dio ad un uomo o da parte di un uomo a Dio), talaltra chi predice o

prevede le cose avvenire, altre volte uno che parla in modo incoerente, come

molto frequentemente

chi è distratto. È usato nel senso di coloro che parlano da

parte di Dio al popolo: profeti erano quindi Mosè, Samuele, Elia, Isaia, Geremia,

Sanctum Sanctorum

nonché il sommo sacerdote, poiché egli soltanto entrava nel per

interrogare Dio e dichiararne poi la sua risposta al popolo. In altri passi della Bibbia,

profetare è inteso come lodare Dio: in questo senso, i poeti pagani, che

componevano poemi in onore dei loro dei, erano chiamati vati (profeti), appunto per il

fatto che onoravano Dio in versi. Quando con profezia s’intende predizione o

preannuncio dei futuri contingenti, profeti erano sia quelli che erano portavoce di

Dio e preannunciavano agli altri le cose che Dio aveva predetto loro sia gli impostori

che pretendevano, in vario modo, di predire eventi simili nel tempo avvenire: costoro

guadagnano fama presso gli uomini anche se una solo loro profezia si avvera e centro

altre falliscono, dal che si deduce che la predizione dei futuri contingenti non

sempre è profezia: la profezia, infatti, non è né un’arte né una vocazione

costante, ma un impiego straordinario e temporaneo di uomini perlopiù

buoni, ma talvolta anche malvagi, da parte di Dio. Nella Bibbia sono presenti

parecchi significati della parola profeta, ma il più frequente si riferisce a colui al quale

Dio parla immediatamente di ciò che il profeta deve dire a qualche altro uomo o al

popolo da parte di Dio stesso. immediatamente

Ma in che modo Dio parla ad un profeta? Egli parla agli uomini per

quella via, quale che sia, con la quale fa intendere loro la sua volontà. Tali vie sono

parecchie e si ritrovano nella Bibbia, dove, benché parecchie volte si dica che Dio ha

parlato a questa o quella persona, senza dichiarare in quale modo, tuttavia ci sono

anche parecchi passi che esprimono anche i segni dai quali si doveva riconoscere la

sua presenza e il suo comandamento. Non viene detto in che modo Dio parlasse ad

Abramo, Eva, Caino e Noè. Da alcuni passi biblici si comprende però che Dio parlava ai

profeti del Vecchio Testamento, ai quali rendeva così nota la sua presenza, tramite

(visioni estatiche) (immaginazioni soprannaturali in sogno

apparizioni o sogni ;

naturali o finte nei falsi profeti). Solo a Mosè e, dopo di lui, ai sommi sacerdoti Dio

parlò in modo più straordinario: costoro erano profeti di grado più eminente nel

favore di Dio, il quale dichiarò espressamente di aver parlato ad altri profeti in sogni o

visioni, ma solo a Mosè nel modo in cui un uomo parla ad un suo amico, faccia a

faccia: eppure, questo parlare di Dio a Mosè avveniva pur sempre con la mediazione

di uno o più angeli; si trattava perciò di una visione, seppur più chiara di quelle date

agli altri profeti.

Dei profeti che furono tali per vocazione perpetua nel Vecchio Testamento, alcuni

furono supremi, altri subordinati: supremi furono Mosè e, dopo di lui, i sommi

regale;

sacerdoti, finché il sacerdozio fu dopo che i Giudei rigettarono Dio perché non

regnasse più su di loro, i re che si sottomisero al governo di Dio furono anche i suoi

ministeriale.

principali profeti, e l’ufficio del sommo sacerdote divenne Quando si

doveva consultare Dio, i sommi sacerdoti interrogavano il Signore come il re

comandava loro ed erano privi del loro ufficio quando il re pensava che fosse

opportuno. Perciò Mosè, i sommi sacerdoti e i pii re erano tutti supremi profeti. Ma non

è manifesto in quale modo Dio parlasse loro. Al tempo del Nuovo Testamento non v’era

alcun profeta supremo, se non Cristo, che era al tempo stesso Dio che parlava e il

profeta a cui egli parlava. Ai profeti per vocazione perpetua, ma subordinati, Dio

parlò invece per mezzo dello spirito: dunque non in modo soprannaturale, ma in

naturalmente inclina gli uomini alle varie virtù cristiane

quel modo con cui Egli .

Quando si dice che un profeta parla per mezzo dello spirito di Dio, s’intende che egli

parla conformemente alla volontà di Dio che è stata dichiarata dal supremo

profeta (spirito infatti comunemente significa disposizione umana o intenzione). Al

tempo di Mosè vi erano settanta uomini anziani, oltre a lui, che profetizzavano nel

campo degli Israeliti. Il loro profetare al popolo era di sussidio e subordinato a quello di

Mosè, poiché Dio stesso prese dallo spirito di Mosè per porlo su di essi, sicché essi

profetavano come voleva Mosè: altrimenti, non sarebbe stato affatto tollerato che

profetassero. Lo spirito che Dio prese da Mosè per darlo ai settanta anziani, sta ad

disposizione ad obbedire ed assistere Mosè nell’amministrazione del

indicare la

governo (l’inclinazione al servizio di Dio, non qualche rivelazione soprannaturale): se

significasse lo spirito sostanziale di Dio, allora essi sarebbero stati pari a Cristo; si

tratta invece del dono e della grazia che Dio diede loro affinché cooperassero con

Mosè, dal quale il loro spirito era derivato. Dio talvolta parlò anche per mezzo di un

sorteggio ordinato da coloro ai quali aveva dato autorità sul suo popolo. Tutte

queste sono le vie per mezzo delle quali Dio dichiarò la sua volontà sia nel Vecchio che

nel Nuovo Testamento.

Dato che ogni profezia suppone una visione o un sogno, i quali possono procedere da

Dio sia in modo soprannaturale e immediato che naturale e mediato, occorre

esaminare criticamente per discernere tra visioni o sogni naturali e soprannaturali. Di

conseguenza, occorre cautela nell’obbedire a quegli uomini che pretendono di

essere profeti: chi pretende di insegnare agli uomini, in nome di Dio, la via alla

felicità pretende di governarli, ossia di regnare su di loro – cosa che desiderano

naturalmente tutti gli uomini. Ogni uomo deve mettere alla prova costoro, prima di

prestar loro obbedienza, a meno che questa non sia già stata prestata nell’istituzione

di uno stato, come quando il profeta è il sovrano civile o è autorizzato da questi. I

profeti possono e devono essere esaminati, altrimenti sarebbe stato inutile che nella

Bibbia fossero esposti i segni con cui ogni uomo può distinguere tra veri e falsi

profeti, ai quali non bisogna obbedire. Ogni uomo deve ricorrere alla sua ragione

naturale per valutare ogni profezia affinché ne comprenda la verità o la falsità,

servendosi delle regole che Dio stesso ha fornito: nel Vecchio Testamento era la

conformità della dottrina a quella che Mosè, il profeta sovrano, aveva insegnato;

nel Nuovo, invece, ce n’era una sola: chiunque negasse che Gesù è il Cristo, ossia

il Re dei Giudei promesso nel Vecchio Testamento, era un falso profeta,

indipendentemente dai miracoli che sembrava fare; chi invece lo insegnava, era

un vero profeta: ciò non significa che costui fosse un uomo pio, poiché Dio talvolta

parla per mezzo di profeti le cui persone egli non ha accettato. Ognuno deve

considerare chi è il profeta sovrano, ossia il vicereggente di Dio sulla terra e che ha,

subito dopo Dio, l’autorità di governare sui cristiani, e osservare come regola quella

dottrina che egli, in nome di Dio, ha comandato che sia insegnata, e con essa saggiare

la verità di quelle dottrine che pretesi profeti avanzeranno in ogni tempo, con o senza

miracoli. E se le dottrine di costoro vengono riconosciute come contrarie a quella

proclamata dal sovrano, i sudditi possono renderlo noto al sovrano, al quale

spetterà il compito di disconoscere i falsi profeti, nel qual caso non si dovrà più

obbedir loro, o riconoscerli, nel qual caso si dovrà obbedir loro come ad uomini cui Dio

ha dato una parte dello spirito del loro sovrano.

Cap. 37: “Dei miracoli e del loro uso”. Per miracolo s’intendono le opere

ammirevoli di Dio (opere che causano ammirazione), perciò è anche detto

meraviglia. comando

La maggior parte è fatta per significare il suo nelle

occasioni in cui, senza di essi, gli uomini sono propensi a dubitare di ciò che

segni,

Dio ha e non ha comandato: nella Bibbia infatti sono comunemente chiamati

per il fatto che mostrano ciò che Dio sta per fare accadere.

Per comprendere cosa sia un miracolo, è quindi necessario anzitutto intendere quali

sono le opere di cui gli uomini si meravigliano. Esse sono due: quelle strane/inusuali,

tale che mai o molto raramente se ne sono prodotte di simili; quelle di cui, una volta

prodotte, non si può immaginare che siano state compiute in modo naturale,

ma solo immediatamente per mano di Dio. Pur non conoscendo la causa naturale di un

evento, l’uomo non se ne meraviglia, se tale evento è usuale, pertanto non lo ritiene

un miracolo. Inoltre, dato che la meraviglia dipende dalla conoscenza e dall’esperienza

di cui gli uomini sono dotati, ne consegue che la stessa cosa può essere un miracolo

per uno (es. superstiziosi), ma non per un altro (es. scienziati). Il fine dei miracoli è

procurare credito a messaggeri, ministri e profeti di Dio, affinché gli uomini

possano con ciò conoscere che essi sono chiamati, mandati e impiegati da

Dio, e con ciò siano meglio inclini ad obbedire loro. Pertanto, anche se la

creazione del mondo e la successiva distruzione di tutte le creature viventi nel diluvio

universale erano opere ammirevoli, tuttavia, non essendo state fatte per procurare

credito a qualche profeta o ministro di Dio, non si è usi chiamarle miracoli. Miracoli

furono invece quelli che Dio fece in Egitto per mezzo di Mosè, perché furono fatti con

l’intenzione di far credere al popolo di Israele che Mosè era venuto non per suoi

interessi personali, ma in quanto inviato da Dio. Altro fine dei miracoli, nella Bibbia, è

suscitare la credenza, non universalmente in tutti gli uomini, sia eletti che reprobi,

ma solo negli eletti. Il fine di tutti i miracoli di Mosè, dei profeti, di Cristo e degli

apostoli era aggiungere uomini alla Chiesa, ma non tutti indistintamente, bensì solo

quelli che dovevano essere salvati , ossia quelli che Dio aveva eletto: perciò Cristo non

poteva usare il suo potere nella conversione di quelli che il Padre aveva rigettato. Un

straordinaria

miracolo è quindi un’opera di Dio fatta per rendere manifesta ai

eletti

suoi la missione di un ministro straordinario mandato per la loro

salvezza. Ne segue che in tutti i miracoli l’opera fatta non è l’effetto di una qualche

immediato

virtù che è nel profeta, perché è l’effetto della mano di Dio, il quale

l’ha fatta senza far uso del profeta come di una causa subordinata; nessun demonio,

angelo o altro spirito creato può fare un miracolo, poiché deve essere fatto o in virtù di

qualche scienza naturale o per incantamento (parole): nel primo caso, l’opera non

procede immediatamente da Dio, ma è naturale, quindi non è un miracolo; nel

secondo caso, se gli incantatori lo fanno per un potere indipendente loro proprio,

significa che c’è qualche potere che non deriva da Dio, il che è impossibile.

Alcuni passi della Bibbia sembrano attribuire il potere di operare meraviglie a certe

arti di magia e di incantamento: per es., dopo che il bastone di Mosè, caduto al

suolo, divenne un serpente, i maghi egiziani fecero una cosa simile coi loro

incantamenti. In nessun luogo della Bibbia è detto cos’è un incantamento: se questo è

un’illusione prodotta con mezzi ordinari, non è alcunché di soprannaturale, pertanto

per produrlo gli impostori debbono studiare sia le cause naturali che l’ignoranza, la

stupidità e la superstizione degli uomini. I passi che sembrano favorire la magia, la

stregoneria e l’incantamento devono avere necessariamente un senso diverso da

quello che appare a prima vista: quando un miracolo sembra fatto per incantamento,

se non è funzionale all’edificazione del popolo di Dio, nulla è realmente

incantato, ossia manipolato con le parole, ad eccezione dello spettatore. Gli uomini,

infatti, specialmente quelli che ignorano le cause naturali e gli interessi degli altri

uomini, sono facilmente ingannabili con trucchi di ogni tipo: l’umanità è incline a

credere troppo affrettatamente a pretesi miracoli. Per evitare ciò, il miglior modo è

seguire ciò che Dio ha prescritto per mezzo di Mosè: non prendere come profeta

qualcuno che insegni una religione diversa da quella che il luogotenente di

Dio (che allora era Mosè) ha stabilito, né qualcuno (anche se insegna la stessa

religione) di cui non vediamo accadere la predizione. Pertanto, prima di dar

credito a un preteso miracolo o profeta, si deve consultare qual è la dottrina stabilita;

e quando la cosa che si pretende sia un miracolo è fatta, bisogna usare tutti i mezzi

accertarsi che sia stata fatta realmente se sia cosa tale che nessun

disponibili per , e

uomo possa farne una simile col potere naturale : ciò dev’essere fatto ricorrendo al

luogotenente di Dio, al quale spetta di decidere se le pretese di privati siano vere

o false. Al luogotenente spetta pure di stabilire quanto credito bisogna accordare

a coloro che riferiscono di un miracolo che non abbiamo visto, ma di cui abbiamo

solo sentito parlare: in tale questione, non spetta ai sudditi giudicare in base alla loro

ragione privata, ma al luogotenente di Dio, che incarna la ragione pubblica, il quale è

stato reso giudice dagli stessi sudditi nel momento in cui gli hanno concesso un potere

sovrano per fare tutto ciò che è necessario per la loro pace e difesa. D’altra parte,

essendo il pensiero libero, un privato ha sempre la libertà di credere o meno in

cuor suo a quegli atti che sono stati riconosciuti come miracoli, e di

congetturare se sono miracoli o menzogne; però pubblicamente deve confessare di

avere fede in essi, come se vi credesse realmente: la ragione privata deve

sottomettersi a quella pubblica (luogotenente di Dio e capo della Chiesa).

Cap. 38: “Del significato nella Scrittura di vita eterna, inferno, salvazione, il

mondo avvenire e redenzione”. Il mantenimento di una società civile dipende dalla

potere di vita morte

giustizia, la quale a sua volta dipende dal e di e di dare

ricompense punizioni,

e che risiede in chi ha la sovranità dello stato. Ma uno stato non

può sussistere se c’è qualcun altro che ha il potere di dare ricompense più grandi della

vita e di infliggere punizioni più grandi della morte, e siccome la vita eterna è una

ricompensa più grande della vita presente e che il tormento eterno è una

punizione più grande della morte naturale, è necessario considerare, per evitare

guerre civili e disordini, cosa si vuol dire nella Bibbia con vita eterna e tormento

eterno.

Adamo fu creato in condizioni tali che, se non avesse infranto il comandamento di Dio,

sarebbe vissuto in eterno nel paradiso terrestre. Ma non appena mangiò dell’albero

della conoscenza del bene e del male, Dio lo cacciò dal Paradiso, e su di lui e la sua

discendenza entrò la mortalità. La vita eterna fu perduta per il peccato di Adamo, che

Cristo cancellò, restituendo così la vita eterna agli uomini che credono in Lui. Il luogo

in cui gli uomini godranno di tale vita eterna sembra essere la terra: come tutti sono

decaduti dalla vita eterna di Adamo sulla terra, così anche tutti saranno fatti vivere

Apocalisse,

sulla terra per merito di Cristo: lo stesso S. Giovanni, nell’ dice che la città

dal cielo al popolo di Dio,

santa, la nuova Gerusalemme, scenderà quando Cristo

tornerà per la seconda volta, e non che sarà il popolo di Dio a salire in cielo dalla terra:

ciò è conforme alla restaurazione del regno di Dio istituito sotto Mosè, che fu un

governo politico dei Giudei sulla terra. Nella resurrezione, essendoci l’immortalità che

c’era ai tempi di Adamo ed Eva, non ci sarà alcuna generazione e matrimonio,

proprio come tra gli angeli. Inoltre, come Adamo perdette la vita eterna per il suo

peccato e pure visse dopo di esso per un periodo di tempo, così il fedele cristiano ha

riacquistato la vita eterna per la passione di Cristo, e pure muore di morte naturale e

rimane morto fino alla resurrezione. Che il luogo dove gli uomini vivranno

eternamente, dopo la resurrezione, siano i cieli non è indicato espressamente nella

Bibbia, dove con regno del cielo si vuol dire piuttosto il regno del re che dimora in

cielo, dove ha il suo trono, mentre il suo sgabello è la terra. Che l’anima umana sia

per sua propria natura eterna e indipendente dal corpo, o che ogni uomo sia

immortale in un modo diverso da quello che si avrà per la resurrezione nell’ultimo

giorno, è una dottrina che non appare nella Bibbia. S. Pietro infatti dice che l’uomo

rimane morto e non risorge finché non vi saranno più i cieli, fatto che si verificherà alla

resurrezione generale: ciò significa che la vita eterna inizia dal momento della

resurrezione e del giudizio, e non si deve alla natura specifica dell’anima, ma

alla promessa divina. Il regno di Dio è uno stato civile, dove Dio stesso è sovrano

in virtù prima del Vecchio e poi del Nuovo patto, e in cui regna per mezzo di un suo

luogotenente: pertanto, quando Cristo ritornerà gloriosamente, per regnare

eternamente, il suo regno sarà sulla terra. Di conseguenza, anche i nemici di Dio e i

loro tormenti dopo il giudizio avranno luogo sulla terra.

Il nome del luogo dove rimangono fino alla resurrezione tutti gli uomini che sono

stati seppelliti nella Bibbia è chiamato usualmente con parole (Inferi o Ade) che

significano sotto suolo, ossia un luogo dove gli uomini non possono vedere.

Quanto al luogo dei dannati dopo la resurrezione, nella Bibbia non è indicato il

sito, ma solo la compagnia: si tratta infatti di un luogo dove saranno gli uomini

malvagi che Dio aveva tolto dalla terra in tempi precedenti e in modo miracoloso e

straordinario. Il luogo dei dannati a volte viene contrassegnato dalla compagnia dei

giganti vissuti ai tempi di Noè che furono distrutti dal diluvio universale per la loro

malvagità: il loro luogo è sott’acqua. Ma poiché Somoda e Gomorra furono distrutte

con fuoco e zolfo, il luogo dei dannati è talvolta espresso con un lago di fuoco: si

metafora,

tratta di una basata sul fuoco reale delle due città, per intendere la

distruzione. Un'altra denominazione del luogo dei malvagi dopo il giudizio è “tenebre

profonde”. Infine, il luogo è detto pure, dai Giudei, Geenna o Valle di Ennom, un

luogo in cui essi gettavano i rifiuti e in cui ogni tanto accendevano dei fuochi per

purificare l’aria e togliere il fetore delle carogne. Geenna ora viene usualmente

tradotta Inferno, e dai fuochi che di tanto in tanto vi si bruciavano abbiamo la notizia

del fuoco eterno e inestinguibile. Dato che, relativamente all’inferno, nessuno

interpreta la Bibbia letteralmente, non bisogna credere che, dopo il giorno del

giudizio, i malvagi saranno puniti eternamente nella Geenna, sotto il suolo o

metafora

sott’acqua, pertanto ciò che così si dice è da intendere come una di cui si

deve cercare un senso proprio, sia sul luogo dell’Inferno che sulla natura dei tormenti

e dei tormentatori. Nemico

I tormentatori sono espressi esattamente e propriamente dai nomi di il o

Satana, l’Accusatore Diavolo, Distruttore Abaddon.

o il o Tali nomi propri non indicano

una persona individuale, ma solo un ufficio o qualità: con tali nomi s’intende il

nemico di quelli che saranno nel regno di Dio, il quale dopo la resurrezione si

troverà sulla terra, perciò il Nemico e il suo regno pure saranno sulla terra. I tormenti

metaforicamente

infernali nella Bibbia indicano un’afflizione e una scontentezza

della mente che derivano dalla vista in altri di quella felicità eterna che i peccatori

hanno perduto per la loro incredulità o disobbedienza; e dal momento che tale felicità

è sensibile solo per mezzo di un paragone con le loro proprie miserie presenti, ne

segue che devono soffrire pene corporali, tra cui va annoverata una seconda morte

per ognuno dei malvagi: infatti, anche se la Bibbia è chiara circa la resurrezione

universale, non dice che sia promessa una vita eterna ai reprobi: S. Paolo dice il

corpo risorgerà nella gloria e nel potere, i quali non si possono applicare ai corpi dei

malvagi. E anche se i tormenti sono eterni, non si può da ciò inferire che colui che vi

sarà sottoposto resisterà ad essi per sempre, senza morire e venir distrutto. In nessun

passo infatti si dice che i malvagi avranno una vita eterna nel tormento; si dice invece

che vi avranno una morte eterna, ossia una seconda morte: dopo il giudizio, per i

malvagi ci sarà una seconda morte, e dopo non moriranno più. Quanto alle gioie della

vita eterna, nella Bibbia sono tutte comprese sotto il nome di salvazione o di essere

salvato dai mali: poiché l’uomo fu creato in una condizione immortale, non soggetta a

corruzione, e decadde per via di Adamo, essere salvato dal peccato equivale a essere

salvato da tutto il male e dalle calamità che il peccato originale ha portato

sull’umanità. Quindi remissione del peccato e salvazione dalla morte e dalla

miseria sono la stessa cosa. Inoltre, considerato che la morte e la miseria erano le

punizioni del peccato, l’assoluzione di esso comporta l’assoluzione dalla morte e dalla

miseria, ossia quella salvazione assoluta di cui gioirà il fedele dopo il giudizio e che è

stata possibile per il favore di Cristo, che per questo motivo è detto nostro salvatore.

Quanto al luogo della salvazione eterna, che sarebbe il regno dei cieli, sorgono

difficoltà, ma, tramite una discussione di alcuni passi biblici, Hobbes conclude che sarà

sulla terra, a Gerusalemme (sede principale del regno di Dio, da cui procederà la

salvazione pure dei Gentili), sul monte Sion, quando Dio vi regnerà al ritorno di Cristo.

Ad eccezione del fatto che è detto regno del cielo, non ci sono passi che provino

certamente che ci sarà un’ascensione in cielo dei santi. Può avere tale nome perché

Dio, che era re dei Giudei, li governava con i suoi comandi, inviati a Mosè per mezzo

degli angeli dal cielo; e perché dopo mandò Cristo dal cielo, e lo manderà ancora da lì.

Oppure per il fatto che il trono di Dio è il cielo: che i sudditi di Dio debbano ascendere

all’altezza del suo trono o più in alto del suo sgabello, la terra, non è confacente alla

dignità di un re, e nella Bibbia non ci sono passi che indicano chiaramente tale fatto.

Nella Bibbia sono menzionati tre mondi: il vecchio (da Adamo al diluvio universale),

quello presente (quello di cui parla Cristo, venuto per insegnare agli uomini la via

della salvazione e per rinnovare il regno di suo Padre con la sua dottrina) e quello

avvenire (il mondo in cui Cristo, scendendo dal cielo gloriosamente, manderà i suoi

angeli e riunirà insieme i suoi eletti da tutte le parti del mondo, e da allora in poi

regnerà su di loro, sotto suo Padre, per sempre).

La salvazione di un peccatore suppone una precedente redenzione, poiché colui

penalità

che una volta si è reso colpevole di un peccato è esposto alla connessa, e

riscatto

deve pagare il richiesto da colui che è offeso, ossia Dio. I peccati possono

gratis

essere perdonati a chi si pente o sulla base della penalità che a Dio piace

accettare: nel Vecchio Testamento era usualmente qualche sacrificio od oblazione.

Cap. 39: “Del significato, nella Bibbia, della parola Chiesa”. La parola Chiesa

(Ecclesia) nella Bibbia significa diverse cose:

la casa di Dio (per distinguere i templi dei Cristiani da quelli degli idolatri),

 ossia un tempio in cui i Cristiani si riunivano in assemblea per adempiere

pubblicamente i sacri doveri; cittadini

ciò che era l’ecclesia nello stato greco, cioè un’assemblea di

 chiamati ad ascoltare il magistrato che parlava loro; quando erano chiamati

dall’autorità legittima, era un’Ecclesia legittima;

gli uomini che hanno il diritto di far parte della congregazione, ossia

 l’intera moltitudine dei Cristiani, anche se non sono riuniti in assemblea;

una certa parte dei Cristiani o i soli eletti;

 una congregazione riunita in assemblea di persone che professano il

 Cristianesimo, sia che la loro professione sia vera che contraffatta.

Solo in quest’ultimo senso la Chiesa può essere presa come una persona unica: si può

dire allora che abbia il potere di fare qualsiasi azione voglia. Infatti, senza l’autorità

che deriva da una congregazione legittima, qualsiasi atto venga compiuto in una

riunione di persone è l’atto particolare di ognuno dei presenti, non l’atto di tutti in

blocco, come un solo corpo, né l’atto pure di quelli che erano assenti o che, essendo

presenti, non volevano che fosse compiuto. Per Chiesa s’intende dunque una società

di uomini che professano la religione cristiana, uniti nella persona di un

sovrano unico, al cui comando essi devono riunirsi in assemblea, e senza la

cui autorità essi non devono riunirsi in assemblea. Come in tutti gli stati

l’assemblea che è senza l’autorizzazione del sovrano civile è illegittima, così pure la

Chiesa che si è riunita in assemblea in qualche stato che ha proibito ad essa di riunirsi

in assemblea è un’assemblea illegittima. E dal momento che non c’è sulla terra un

potere al quale sono soggetti tutti gli stati, non c’è una Chiesa universale alla quale

tutti i Cristiani sono vincolati ad obbedire. Vi sono invece Cristiani nei domini di diversi

stati, cui ognuno di loro, in quanto membro, è soggetto, sicché non può obbedire ai

comandi di qualche altra persona. Una Chiesa capace di comandare, giudicare,

stato

assolvere, condannare o compiere qualsiasi altro atto, è la stessa cosa di uno

civile composto di Cristiani: uomini

è chiamato stato civile perché i sudditi sono ;

Cristiani

Chiesa perché i sudditi sono . Governo temporale e spirituale sono

parole introdotte per far vedere doppio e ingannare: in questa vita, il governo dello

temporale

stato e della religione è solo , e compete al sovrano legittimo, il quale

dev’essere uno, altrimenti, necessariamente, seguono fazioni e guerra civile nello

stato. Ogni insegnamento relativo a una qualsiasi dottrina dev’essere approvato dal

sovrano.

Cap. 40: “Dei diritti del regno di Dio in Abramo, Mosè, i Sommi Sacerdoti e i

Re di Giuda”. Il padre dei fedeli e primo nel regno di Dio per via di un patto fu

Abramo, poiché con lui fu fatto per la prima volta il patto con cui egli obbligò se stesso

e la sua discendenza a riconoscere i comandi di Dio e ad obbedire loro: non solo a

quelli di cui poteva avere cognizione con la ragione naturale, come le leggi morali, ma

anche quelli che Dio gli avrebbe palesato con sogni e visioni. D’altra parte, alle leggi

morali era già obbligato naturalmente, perciò il patto che fece con Dio era di

prendere per comandamento divino quel che gli era comandato in nome di

Dio in un sogno o visione, e palesarlo alla sua famiglia affinché questa lo

osservasse. In questo contratto di Dio con Abramo possiamo osservare che:

Dio parlò solo ad Abramo, perciò non contrattò con qualcuno della sua

 famiglia o discendenza direttamente, perché la volontà di ognuno di loro era

inclusa in quella di Abramo, che si suppone avesse il potere legittimo di far

loro adempiere tutto ciò che aveva pattuito per essi. Da ciò si ricava che coloro

ai quali Dio non ha parlato immediatamente devono ricevere i suoi

comandamenti positivi dal loro sovrano, al modo in cui la famiglia e la

discendenza di Abramo li ricevettero da Abramo, loro padre, signore e sovrano

civile. Così, in ogni stato, coloro che non hanno una rivelazione soprannaturale

contraria devono obbedire alle leggi del loro sovrano negli atti esterni e

nella professione della religione, mentre possono pensare e credere

interiormente senza alcun obbligo: i governanti umani infatti non possono avere

cognizione dell’interiorità degli uomini, mentre Dio sì.

Abramo poteva legittimamente punire quei suoi sudditi che pretendevano di

 aver avuto visioni o rivelazioni soprannaturali che favorissero qualche dottrina

che lui aveva vietato e che attirava a sé altra gente. Ne segue che un sovrano

può legittimamente punire chiunque oppone il suo spirito privato alle

leggi, poiché il sovrano ha, nello stato, lo stesso posto che Abramo aveva nella

sua famiglia.

Dal momento che solo Abramo poteva, rispetto alla sua famiglia, pretendere di

 conoscere cos’è e cosa non è la parola di Dio, così pure è per il sovrano in

uno stato cristiano. Infatti, Dio parlò solo ad Abramo, pertanto egli solo poteva

conoscere ciò che Dio disse e darne l’interpretazione alla sua famiglia: perciò

anche coloro che tengono il posto di Abramo in uno stato sono i soli interpreti

di ciò che Dio ha detto.

Lo stesso patto fu rinnovato con Isacco e, dopo, con Giacobbe, ma dopo non lo

 fu più finché gli Israeliti furono liberati dagli Egiziani e giunsero ai piedi del

Sinai: allora fu rinnovato da Mosè in modo tale che essi divennero, da allora in

poi, il regno peculiare di Dio, del quale era luogotenente Mosè per il suo tempo.

La successione a quell’ufficiò toccò ad Aronne, e ai suoi eredi dopo di lui

(regno sacerdotale).

Mosè non aveva autorità per governare gli Israeliti come successore al diritto di

Abramo, perché egli non poteva reclamarlo per eredità, perciò il popolo non era

obbligato a prenderlo come luogotenente di Dio. Ciononostante, la sua autorità gli

santità,

veniva dall’opinione che gli Israeliti avevano della sua della realtà delle sue

conferenze con Dio verità dei suoi miracoli.

e della Se la loro opinione fosse cambiata,

non sarebbero più stati obbligati a prendere per legge di Dio qualunque cosa Mosè

avesse proposto loro in nome di Dio. L’autorità di Mosè si fondava sul consenso del

popolo e sulla sua promessa di obbedirgli: per questo, esso era obbligato ad

obbedire a qualsiasi cosa Mosè avesse loro palesato come comandamento di Dio.

Sotto di Dio, Mosè fu sovrano dei Giudei per tutto il suo tempo, benché Aronne

avesse il sacerdozio (nonostante il patto costituisse un regno sacerdotale, ciò deve

dopo

intendersi della successione che Mosè fosse morto: chi stabilisce il sistema di

governo, in quanto primo fondatore di uno stato, deve necessariamente avere un

Esodo

potere sovrano sul popolo per tutto il tempo: e Mosè lo aveva). Infatti, nell’ Dio

chiamò solo Mosè e non Aronne o i settanta anziani o il popolo; è vero che dopo anche

Aronne e i settanta anziani di Israele videro Dio, ma solo dopo che Mosè era stato con

Lui e aveva portato al popolo le parole che Dio gli aveva detto. Quindi solo Mosè

aveva, subito sotto Dio, la sovranità sugli Israeliti: non Aronne né il popolo o altri. E ciò

non solo in fatto di politica civile, ma anche in materia di religione, poiché Mosè

solo parlava con Dio e perciò egli solo poteva dire al popolo cosa Dio richiedeva che

facesse. Ne segue che chiunque, in uno stato cristiano, tenga il posto di Mosè è il solo

messaggero di Dio e interprete dei suoi comandamenti; e nessuno,

nell’interpretazione biblica, deve procedere oltre i limiti posti dal sovrano:

come Mosè, sotto ordine di Dio, aveva posto dei limiti al popolo affinché non salisse al

Sinai, così pure il sovrano, tramite le sue leggi, fa con la Bibbia, dalla quale è concesso

di imparare a temere Dio e contemplare le sue opere, ma non è permesso

interpretarla indagando su ciò che Dio dice a colui che egli designa a

governare sotto di lui, e giudicare se egli governa come Dio comanda o

meno: ciò significherebbe trasgredire i limiti che Dio ci pone e guardarlo in modo

irriverente. Al tempo di Mosè non c’erano profeti o pretendenti allo spirito di Dio, ad

eccezione di quelli che Mosè stesso aveva approvato e autorizzato: i settanta anziani

di Israele, che profetizzavano per mezzo dello spirito di Dio: qui per spirito s’intende la

mente; Dio investì questi settanta anziani di una mente conforme e subordinata a

quella di Mosè in modo che potessero profetizzare, ossia parlare al popolo in nome di

Dio in modo da promuovere, come ministri di Mosè e per sua autorità, una dottrina

che fosse in accordo con la dottrina di Mosè. Ne segue che nessun suddito deve

pretendere alla profezia o allo spirito in opposizione alla dottrina stabilita da

colui che Dio ha messo al posto di Mosè.

Morti Aronne e Mosè, il regno (la sovranità), essendo sacerdotale, pervenne, in virtù

del patto, al sommo sacerdote figlio di Aronne, Eleazaro (dichiarato sovrano da Dio). Il

potere supremo di fare la guerra e la pace era nel sacerdote, come pure il potere di

giudicatura, detenendo inoltre la suprema autorità nel culto di Dio. Quindi il potere

civile ed ecclesiastico erano insieme in una sola persona, il sommo sacerdote

per diritto divino,

appunto, e così dev’essere pure per chiunque governi cioè per

un’autorità che procede immediatamente da Dio. Nel periodo temporale tra la morte

di Giosuè e Saul non c’era alcun re in Israele (alcun potere sovrano), sicché

ognuno faceva ciò che gli pareva retto: la generazione dopo la morte di Giosuè ed

Eleazaro infatti non conobbe Dio e le opere che aveva fatto per Israele, pertanto non si

sentiva obbligata, per il patto di un regno sacerdotale, ad obbedire al sommo

sacerdote e alle leggi di Mosè, e per gli affari civili obbediva a coloro che di volta in

volta le sembravano più opportuni. Ma, seppur l’esercizio del potere sovrano non fosse

in atto, il diritto al potere sovrano era ancora nel sommo sacerdote: perciò

l’obbedienza ai Giudici (uomini scelti da Dio per salvare i suoi sudditi dal nemico) non

inficiava il diritto al potere sovrano in tutti i campi del sommo sacerdote ed era loro

concessa dagli Israeliti non per dovere, ma per senso di riverenza verso il favore di Dio

di cui quelli godevano. Ai giudici successero i re: mentre prima l’autorità religiosa e

politica era nel sommo sacerdote, ora fu nel re d’Israele. I Giudei infatti non volevano

più essere governati dai comandi che fossero loro imposti dal prete in nome di Dio, ma

da uno che comandasse loro nella stessa maniera in cui erano comandate tutte

le altre nazioni: così, deponendo il sommo sacerdote dall’autorità regale,

deposero quel governo peculiare di Dio, il quale consentì ciò, dicendo al giudice e

profeta Samuele di dar ascolto al popolo, che richiedeva l’istituzione di un re: il popolo

– dice Dio – non ha rigettato Samuele, ma Dio stesso. Perciò, avendo rigettato Dio,

col diritto del quale i sommi sacerdoti governavano, ad essi non era lasciata

alcuna autorità, se non quella che al re fosse piaciuto di accordare loro: il re

infatti aveva autorità sul sommo sacerdote come su ogni altro suddito; ciò

dimostra che aveva supremazia in religione. Egli aveva pieno potere, sia

temporale che spirituale: supremazia civile e supremazia religiosa erano in una sola

persona, prima nei sommi sacerdoti, poi nei re. In generale, nel Vecchio Testamento

chiunque tra i Giudei avesse la sovranità dello stato aveva anche la suprema autorità

in materia di culto esterno di Dio, e rappresentava la persona di Dio Padre.

Durante la cattività egizia, i Giudei non ebbero uno stato, e dopo il loro ritorno, anche

se avevano rinnovato il loro patto con Dio tramite Mosè, non promisero obbedienza né

al sommo sacerdote Esdra né ad alcun altro.

Cap. 41: “Dell’ufficio del Nostro Benedetto Salvatore”. Nella Bibbia tre sono le

parti dell’ufficio di Cristo:

1. Redentore o salvatore;

2. Pastore, consigliere o insegnante: profeta mandato da Dio Padre per

eletti

convertire quelli che Dio ha per la salvazione;

3. Re eterno sotto suo Padre, come Mosè e i sommi sacerdoti lo erano a loro

tempo.

Alla sua prima venuta, egli, sacrificandosi per i nostri peccati, operò la redenzione in

parte nella sua persona, in parte l’opera ora con i suoi ministri, e continuerà ad

operarla fino alla sua seconda venuta, quando comincerà il suo glorioso ed eterno

regno sui suoi eletti. All’ufficio del redentore, cioè di uno che paga il riscatto

(morte) del peccato, appartiene il fatto che egli si sia sacrificato prendendo su di sé

i peccati degli uomini, nel modo richiesto da Dio Padre. La morte di un unico uomo non

soddisfa le offese di tutti gli uomini, ma ciò è possibile nella misericordia di Dio, che ha

ordinato, per il peccato, alcuni sacrifici: nel Vecchio Testamento richiedeva che

annualmente fosse fatta riconciliazione per i peccati di tutta Israele, sia dei preti che

degli altri. Per far ciò, Aronne solo doveva sacrificare per se stesso e per i preti un

vitello; quanto al resto del popolo, egli doveva ricevere da esso due giovani capri, di

cui uno doveva essere sacrificato, mentre sull’altro, il capro espiatorio, Aronne poneva

tutte le iniquità del popolo, per poi farlo condurre nel deserto, da dove sarebbe dovuto

fuggire, portando via con sé tutte le iniquità. Il sacrificio di un capro era un prezzo

sufficiente, perché accetto da Dio, per il riscatto di tutta Israele: così pure la morte di

Cristo è un prezzo sufficiente per i peccati di tutta l’umanità; Cristo fu insieme il

capro sacrificato, in quanto è morto, e il capro espiatorio, in quanto ha preso su di

sé i peccati degli uomini. Poiché prima della redenzione e prima di aver pagato il

riscatto (morte) il redentore non ha titolo sulla cosa redenta, è manifesto che Cristo,

il mio regno

prima di morire, non era re di coloro che redimeva, perciò egli disse

non è di questo mondo.

La Bibbia contempla due mondi, quello attuale che rimarrà fino al giorno del giudizio, e

prima

quello che ci sarà dopo tale giorno; il regno di Cristo non comincerà della

resurrezione generale, quando egli ricompenserà ogni uomo secondo le sue opere,

ossia eseguirà l’ufficio di un re. Cristo venne in questo mondo per poter essere un

Io non sono venuto per giudicare il mondo,

re e un giudice nel mondo avvenire:

ma per salvarlo. Il fine della prima venuta di Cristo era restituire a Dio, con un

nuovo patto, il regno che era già suo per il vecchio patto, ma che era stato

rescisso dalla ribellione degli Israeliti nell’elezione di Saul. Per far ciò, Cristo

doveva predicare loro che era il Messia promesso dai profeti, e persuadere e preparare

gli uomini con l’insegnamento e con i miracoli a vivere in modo da meritarsi

l’immortalità di cui godranno i credenti quando, venendo per la seconda volta, Egli

istituirà il suo regno eterno. Quindi, dal momento che mentre Cristo era sulla terra non

aveva un regno in questo mondo, egli non negava che si dovesse obbedire ai

magistrati che c’erano allora, pertanto la sua predicazione non era contraria alla legge

di allora dei Giudei e di Cesare. Le sue parole non tendevano a rovesciare il

governo civile di allora, ma Dio Padre, avendo già deciso il sacrificio del Figlio per

far sì che i suoi eletti tornassero all’obbedienza precedentemente pattuita, fece uso

della loro malizia e ingratitudine per far sembrare che la predicazione del Cristo fosse

sediziosa.

La terza parte dell’ufficio di Cristo è essere re, sotto suo Padre, degli eletti, ma non

prima della resurrezione: allora Egli sarà re non solo come Dio (in virtù della sua

onnipotenza, Egli è già re di tutta la terra), ma anche in maniera peculiare, in virtù

del patto che i suoi eletti fanno con lui nel battesimo. Il regno di Cristo sarà esercitato

da lui nella sua natura umana. Ma Egli sarà re come subordinato a Dio Padre –

proprio come lo erano Mosè, i sommi sacerdoti prima del regno di Saul e i re dopo di

lui. L’autorità di Mosè stesso era subordinata ed egli era solo un luogotenente di Dio:

così pure Cristo era subordinato all’autorità di suo Padre. Cristo, sia nell’insegnamento

che nel regno, rappresenta, come faceva Mosè, la persona di Dio, che da quel

tempo in poi, ma non prima, è chiamato il Padre. Dio è sempre una sola e medesima

sostanza, ma con una pluralità di persone che dipende dalla pluralità dei

rappresentanti: Dio Padre è una persona in quanto rappresentato da Mosè, un’altra

in quanto rappresentato da Cristo.

Cap. 42: “Del potere ecclesiastico”. Per comprendere cosa e in chi sia il potere

tempo precedente

ecclesiastico, H. distingue il la conversione di coloro che avevano il

tempo seguente

potere civile sovrano dal la loro conversione. Tra l’uno e l’altro tempo,

il potere ecclesiastico era negli apostoli e, dopo di loro, in quelli a cui essi avevano

ordinato di predicare il Vangelo e, dopo di questi, il potere fu consegnato di nuovo ad

altri che erano ordinati mediante l’imposizione delle mani – gesto che significava

dare lo Spirito Santo in modo da sigillare il loro mandato ad insegnare la dottrina

cristiana. In questo periodo, lo Spirito Santo, incarnato dagli apostoli e dai loro

successori, rappresentava Dio come terza persona della Trinità. Il potere

ecclesiastico è stato lasciato da Cristo agli Apostoli, dotati dello Spirito Santo per

poterlo meglio esercitare; essi però non furono dotati da Cristo di alcun potere

coercitivo, ma solo di quello di proclamare il regno di Cristo e di persuadere gli

uomini a sottomettersi ad esso e di insegnare, con precetti e buoni consigli, a

quelli sottomessisi cosa debbono fare per poter essere ricevuti nel regno di

Dio, quando verrà. Gli Apostoli sono come maestri di scuola, non comandanti: i loro

precetti sono consigli, non leggi. E poiché il regno di Cristo non è di questo mondo,

neanche i suoi ministri possono pretendere obbedienza in suo nome. Cristo stesso

venne per insegnare, non per regnare o giudicare, neppure come luogotenente di

Dio Padre: perciò il tempo tra l’ascensione e la resurrezione è detto rigenerazione

preparazione degli uomini alla seconda venuta di Cristo nel giorno

(non reame), cioè

del giudizio. I ministri di Cristo devono persuadere gli uomini a credere e ad avere fede

in Cristo, ma non possono farlo obbligando qualcuno, sicché, non avendo potere

coercitivo, non possono punire qualcuno perché non crede o perché

contraddice ciò che essi dicono. Ma se hanno il potere civile sovrano, per

istituzione politica, allora possono punire legittimamente qualsiasi contraddizione a

qualunque loro legge. Ulteriore prova del fatto che i ministri di Dio non hanno diritto a

comandare è il fatto che Cristo lasciò la legittima autorità a tutti i principi, sia

cristiani che pagani.


PAGINE

36

PESO

98.46 KB

PUBBLICATO

4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Ferraro Domenico.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia della filosofia moderna

Thomas Hobbes - Leviatano I
Appunto
Riassunto esame Estetica, prof. Patella, libro consigliato Arte: un'introduzione filosofica, Bertram
Appunto
Agostino, De ordine - La ricerca della via cristiana alla sapienza
Dispensa
Riassunto esame Storia della filosofia medievale, prof. Cristiani, libro consigliato La filosofia nel Medioevo, Gilson
Appunto