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Thomas Hobbes - Leviatano I Appunti scolastici Premium

Riassunto del Leviatano: parte I (capp. XIII - XVI); parte II (integrale) basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Ferraro dell’università degli Studi di Tor Vergata - Uniroma2, facoltà di lettere e filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia della filosofia moderna docente Prof. D. Ferraro

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testimonianze (sono fatte per salvarsi); e così pure quelle fatte nei confronti di un

proprio caro. Due sono le cose della natura umana che costringono ad adempiere ai

timore l’orgoglio

patti: 1) il per la conseguenza dell’infrangerli; 2) di apparire

di non aver bisogno di infrangerli. Poiché quest’ultima è rara, la passione sulla

quale far leva è il timore, che ha per oggetto o il potere degli spiriti invisibili o il

potere degli uomini che saranno offesi dall'inadempienza. Sebbene il primo potere

sia più grande, il timore del secondo è in genere maggiore. Il timore di spiriti invisibili

consiste nella religione, che nella natura umana viene prima della società civile,

pertanto, considerando che nello stato naturale il potere degli altri uomini è eguale, un

patto di pace concordato è tutelabile dalla sua dissoluzione ad opera delle passioni

umane, solo facendo leva sul timore di spiriti invisibili. Perciò, tutto ciò che può essere

fatto tra due uomini, nello stato naturale, è giurare ciascuno sul Dio che teme: il

forma di parlare aggiunta a una promessa con cui il promettente,

giuramento è una

nel caso in cui sia inadempiente, accetta la vendetta divina . Un giuramento fatto su

una cosa che non sia ritenuta Dio è vano; esso, poi, non aggiunge nulla

legittimo,

all’obbligazione connessa con il patto: se un patto è è vincolante agli occhi

illegittimo,

di Dio tanto con quanto senza giuramento; se non vincola affatto, anche se

venga confermato con un giuramento.

Cap. XV. Delle altre leggi di natura

Dalla legge di natura che obbliga a trasferire ad altri quei diritti che, se trattenuti,

pacta sunt servanda

ostacolano la pace, ne deriva una terza: , senza la quale ogni

patto è vano, poiché permane il diritto di tutti su tutto e, di conseguenza, la condizione

di guerra. La fonte e l’origine della giustizia consiste in tale legge: in assenza di patti,

non è stato trasferito alcun diritto, sicché permane il diritto su tutto; di conseguenza,

nessuna azione può essere ingiusta; quando però sia stato fatto un patto, si può

parlare di ingiustizia come dell’infrangimento del patto tramite l’inadempienza. Ma

poiché i patti di fiducia reciproca sono vani nello stato di natura, poiché vi è sempre il

timore che una delle parti non li adempia, affinché si possa parlare di giustizia o

ingiustizia, occorre che venga meno la causa di tale timore. Ciò è possibile istituendo

un potere comune che costringa gli uomini all’adempimento dei loro patti – e che

garantisca altresì la proprietà - servendosi del terrore di una qualche punizione

più grande del beneficio che essi si aspettano dall’infrangerli. Dove non c’è lo

stato, non ci sono proprietà e ingiustizia; dove non c’è proprietà, non c’è ingiustizia. I

patti iniziano ad essere validi solo con l’istituzione di un potere comune che costringa

gli uomini a mantenerli.

La quarta legge di natura è la gratitudine, la quale dipende da una libera

l’uomo che riceve un beneficio da un altro per mera grazia,

donazione antecedente:

deve sforzarsi affinché colui che gliel’ha concesso non abbia una causa ragionevole

per pentirsi del suo buon volere . Infatti, essendo la donazione volontaria, ed essendo

l’oggetto di tutti gli atti volontari il proprio bene, nessun uomo dà qualcosa se non

riceve un bene per sé in cambio. L’infrazione della quarta legge è detta

ingratitudine, che, causando frustrazione negli uomini, arresta lo sviluppo della

fiducia e della benevolenza reciproca, nonché l’aiuto vicendevole, e mantiene

l’umanità nella condizione di guerra, che è contraria alla prima e fondamentale legge

di natura. ogni uomo deve tendere ad adattarsi

La quinta legge di natura è la compiacenza:

agli altri. Come una pietra che, per l’asprezza e l’irregolarità della figura, sia d’ostacolo

alla costruzione viene messa da parte, così pure dev’esser fatto con un uomo che, per

l’ostinatezza delle sue passioni, non può essere corretto: poiché ogni uomo, per natura

e per diritto, si sforza al massimo di ottenere ciò che è necessario alla sua

conservazione, colui che si opporrà per cose superflue, è colpevole della guerra che ne

seguirà, e va contro la prima legge di natura, i cui osservanti son detti socievoli, gli

altri insocievoli. tutti, ricevuta garanzia per il futuro,

La sesta legge di natura prescrive che

perdonino le offese passate fatte da coloro che, pentendosi, lo desiderano . Il perdono

consiste infatti in una concessione di pace. Ma nel caso in cui sia concessa a coloro

che perseverano nella loro ostilità, essa è detta timore; quando invece non venga

concessa a coloro che danno garanzia per il futuro, è contraria alla legge di natura,

poiché esibisce una chiara avversione alla pace.

nelle vendette (ripagare male con male)

La settima legge di natura prescrive che

gli uomini non tengano in considerazione la grandezza del male passato, ma quella del

bene futuro. Ogni punizione, dunque, dev’essere impartita con l’intento di correggere

l’offensore, fungendo insieme da esempio per gli altri. Altrimenti, essa è un mero

gloriarsi di nuocere ad altri senza tendere ad alcun fine, dal momento che questo è

sempre futuro, e perciò costituisce vanagloria, nonché, per il fatto di nuocere senza

ragione, una tendenza alla guerra: ciò è contro la prima legge di natura ed è definito

crudeltà. nessun uomo debba dichiarare odio o

L’ottava legge di natura prescrive che

disprezzo verso altri per mezzo di atti, parole o gesti . Se ciò avvenisse, costituirebbe

una provocazione alla battaglia. L’infrangere tale legge è detto oltraggio.

ogni uomo riconosca l’altro come suo eguale

La nona legge di natura prescrive che

per natura . L’infrangere tale precetto è l’orgoglio. Nella condizione di natura non

esiste un uomo migliore di altri, poiché tutti sono eguali. L’ineguaglianza (es. schiavo e

padrone) viene introdotta con le leggi civili. Gli uomini, che pensano di essere eguali,

entreranno in condizione di pace solo a condizioni eguali. nell’entrare nella

La decima legge di natura dipende dalla nona e prescrive che

condizione di pace, nessuno richieda di riservare a se stesso qualche diritto che non

vorrebbe si riservasse a tutti gli altri . Per ottenere la pace, è necessario che gli uomini

depongano il loro diritto a tutto, ma è altrettanto necessario, per vivere e ben vivere,

non deporne certi altri, tra cui, ad esempio, quello al governo del proprio corpo o al

movimento. Chi rispetta tale legge è detto modesto, chi la infrange arrogante.

se a qualcuno viene affidato il compito

L’undicesima legge di natura prescrive che

di giudicare tra un uomo e un altro, costui deve comportarsi equamente tra i due . Se

così non fosse, le controversie tra gli uomini si risolverebbero con la guerra: chi è

parziale nel giudizio, infatti, invita a rinunciare a giudici e arbitri, causando la guerra.

L’osservanza di tale legge è detta equità e giustizia distributiva, il trasgredirla

parzialità. le cose che

La dodicesima legge di natura dipende dall’undicesima e prescrive che

non si possono dividere devono essere fruite in comune, se è possibile, e se la

quantità lo permette; altrimenti, in misura proporzionale al numero di quelli che ne

hanno diritto. In caso contrario, la distribuzione sarebbe diseguale e contraria

all’equità.

La tredicesima legge di natura tiene conto dell’impossibilità di alcune cose di

l’intero diritto dev’essere determinato dalla

essere divise o fruite in comune. Allora,

sorte . La sorte può essere arbitraria o naturale: la prima è quella sulla quale c’è

l’accordo dei competitori; la seconda, può essere o la primogenitura o la prima

acquisizione di possesso. ai mediatori di pace debba esser

La quindicesima legge di natura prescrive che

concesso un salvacondotto: la legge che comanda la pace come fine, comanda

l’intercessione come mezzo, e il mezzo per l’intercessione è appunto il salvacondotto .

coloro che sono in stato di

La sedicesima legge di natura prescrive che

controversia, devono sottomettere il loro diritto al giudizio di un arbitro. Questo

perché, relativamente ad un’azione umana, può nascere la questione se sia stata fatta

(questione di fatto) questione

o meno e, nel primo caso, se sia conto la legge o meno (

di diritto). Se le parti non convengono reciprocamente di stare al giudizio di un altro,

detto arbitro, la pace viene meno.

La diciassettesima legge di natura prescrive che nessun uomo può essere

giudice di se stesso, dal momento che si presume che ognuno tenda al proprio

beneficio. Semmai lo fosse, bisognerebbe ammettere pure, in forza dell’equità che

concede a tutti egual beneficio, che ogni altro uomo possa esserlo.

La diciottesima legge di natura prescrive che in una qualsiasi causa non debba

essere accettato come arbitro qualcuno al quale apparentemente provenga un

maggior guadagno dalla vittoria di una parte piuttosto che dell’altra.

La diciannovesima legge di natura prescrive che in una controversia di fatto, in

assenza di argomenti che consentano di dare più credito a uno che ad un altro, il

giudice deve darne a un terzo o quarto, o a più ancora, per evitare che la questione

rimanga indecisa e che venga, così, lasciata alla forza.

Oltre le cose suddette, concorrono alla distruzione degli individui anche l’ubriachezza e

tutte le altre specie d’intemperanza, che pure rientrano tra le cose vietate dalla

legge di natura. Per non lasciare agli uomini alcuna scusa, Hobbes compendia tutte le

non fare agli altri quello che

leggi di natura nella sentenza, comprensibile da tutti,

non vorresti fosse fatto a te in foro interno

. Le leggi di natura obbligano

in foro externo

(disposizione alla loro attuazione), ma non sempre (in atto): se un

uomo vi si attenesse, ma gli altri no, costui, essendo facile preda degli altri, si darebbe

la certa distruzione da sé, contrariamente a tutte le leggi di natura, che tendono alla

preservazione della vita. Tali leggi possono essere infrante sia con fatti contrari che

proposito

con fatti in accordo con esse, nel caso che un uomo abbia un contrario: in tal

in foro interno,

caso, essendo l’obbligazione è un’infrazione. Esse, poi, sono

immutabili ed eterne, poiché i comportamenti e gli atteggiamenti che portano alla

guerra non possono mai essere resi legittimi; e non richiedono che uno sforzo

autentico e costante per essere osservate. La scienza di esse è la vera e sola filosofia

bene male

morale, ossia la scienza di ciò che è (virtù morali) e di ciò che è (vizi)

società

in , la vera dottrina delle leggi di natura. Bene e male sono nomi che

appetiti avversioni

significano gli e le degli uomini, diverse a seconda dei

temperamenti, dei costumi e delle dottrine. Nella condizione di natura l’appetito

personale è la misura del bene e del male; ciò porta gli uomini ad accordarsi sul

fatto che la pace, e i mezzi per ottenerla (quanto prescritto dalle leggi di natura:

giustizia, gratitudine, modestia, etc.), sono bene, ossia virtù morali, e i loro contrari

vizi (male). I filosofi morali, pur riconoscendo le stesse virtù e gli stessi vizi, non

comprendono quale sia la bontà delle prime, ossia il loro essere mezzi per una vita

impropriamente

pacifica, socievole e confortevole. I dettami della ragione sono solo

leggi: essi sono piuttosto conclusioni o teoremi della ragione a proposito di ciò che è

conveniente per la propria conservazione, mentre la legge, propriamente intesa, è la

parola di chi comanda sugli altri. Ma considerando i teoremi suddetti come

espressi dalle parole di Dio, che, per diritto, comanda su tutto, allora son chiamati

propriamente leggi.

Cap. XVI. Delle persone, degli autori e delle cose impersonate.

le cui parole o azioni sono considerate o come sue proprie

Una persona è colui

o come rappresentanti le parole o le azioni di un altro uomo

(persona naturale) o di qualunque altra cosa a cui sono attribuite, sia

(persona fittizia o artificiale)

veramente che per finzione. rappresentare

Impersonare significa se stesso o altri,

sostenendo la parte di una persona o agendo in suo nome (rappresentante,

luogotenente, vicario, etc.). Quando le parole e le azioni delle persone artificiali sono

riconosciute da quelli che rappresentano, la persona è detta attore, mentre colui che

riconosce vien detto autore, e l’attore si dice che agisce per autorità (diritto di fare

qualche atto per autorità, commissione o col permesso di chi ha il diritto). Le cose

inanimate possono essere impersonate, ma non possono essere autori, perché non

danno autorità ai loro attori; lo stesso vale per gli individui non (più o ancora) dotati di

ragione (bambini, pazzi, etc.). Dio, altresì, può essere impersonato (vedi Mosè, Gesù e

lo Spirito Santo). una

Una moltitudine di uomini diventa persona quando è rappresentata da un uomo o

da una persona, in modo che diventi tale con il consenso di ogni componente della

moltitudine. La moltitudine, in particolare ogni suo membro, è da considerarsi autore

dell’operato che in suo nome svolge il rappresentante (attore). Se il rappresentante

consiste di parecchi uomini, la voce della maggioranza deve essere considerata la

unica

voce di tutti (ossia la voce del rappresentante). Un rappresentante con un

numero pari di componenti è esposto al rischio di contare eguali voci contraddittorie al

suo interno ed è, in tal caso, muto e incapace d’agire. In alcuni casi, però, tale

situazione può risolvere una questione. Vi sono due specie di autori: la prima è

quella precedentemente detta, ossia colui che riconosce l’azione di un altro; la

seconda (autori condizionali) è colui che riconosce un’azione di un altro secondo certe

condizioni: se l’altro non fa qualcosa entro un certo tempo o prima, l’autore s’impegna

a fare una certa cosa.

PARTE SECONDA

Cap. XVII. Delle cause, della generazione e della definizione di uno stato.

Il fine dello stato è garantire la conservazione e una vita migliore dei suoi

componenti; per tenere a bada le naturali passioni umane, garantire l’adempimento

dei patti e l’osservanza delle leggi naturali, lo stato tiene gli uomini in soggezione

col timore della punizione. Le leggi naturali, in se stesse, senza il terrore di qualche

potere che le faccia osservare, sono contrarie alle passioni naturali dell’uomo. I patti,

senza la spada, sono solo vane parole e non garantiscono alcuna sicurezza. Sicurezza

che non può provenire né dall’unione di pochi uomini, perché basterebbe un leggero

aumento nella fazione opposta a determinare la rovina dell’altra, né da una gran

moltitudine, poiché i membri potrebbero avere contrarie opinioni l’uno rispetto all’altro

e annullerebbero la loro forza con l’opposizione reciproca (divenendo facilmente

assoggettabili e facendosi la guerra: la pace senza una soggezione imposta da un

potere comune coercitivo è impossibile), né dalla formazione di un gruppo di

difesa da un nemico comune, poiché quando questi viene meno o è visto come amico

da alcuni, il gruppo stesso necessariamente viene meno in ragione degli interessi

particolari dei suoi membri, che finiscono col farsi la guerra a vicenda. Api e formiche

vivono in società senza avere un potere coercitivo, ma ciò è loro possibile

poiché sono guidati solo dall’istinto e non sono dotati di parola. Una simile

situazione è impossibile nel genere umano: 1) gli uomini sono continuamente in

competizione per l’onore e per la dignità, da cui sorgono invidia, odio e guerre. 2)

negli animali, non solo il bene comune non differisce da quello privato, ma essi

per natura tendono al loro bene privato e procurano con esso il bene comune;

nell’uomo non è così. 3) gli uomini, dotati di ragione, sono capaci di vedere le falle

dell’amministrazione dei loro affari comuni e, pensandosi più capaci di altri nella

gestione della cosa pubblica, si sforzano di riformare e rinnovare, portando così alla

divisione e alla guerra civile. 4) gli uomini sono capaci, con l’arte della parola, di far

passare il male per bene e viceversa. 5) le creature irrazionali non sanno

distinguere tra ingiuria e danno. 6) l’accordo tra gli animali è naturale, quello tra gli

uomini è solo per patto ed è artificiale, e richiede, per essere mantenuto, un potere

comune, coercitivo e orientato al bene comune, che da una parte difenda dalle

aggressioni esterne, dall’altra tuteli gli uomini al suo interno dalle ingiurie reciproche.

Tale potere si costituisce quando gli uomini conferiscono tutti i loro poteri e la loro

forza ad una persona, la quale sintetizza la pluralità di volontà in un’unica volontà. La

una patto

moltitudine unita in persona tramite un viene chiamata stato

(Leviatano) o dio mortale subordinato al Dio immortale. Il Leviatano, con il terrore

che emana dalla sua enorme forza, è in grado di disporre ogni volontà alla pace

una persona dei cui atti ogni

interna e alla difesa dai nemici esterni. Lo stato è

membro si è fatto autore, tramite un patto reciproco con gli altri e viceversa, affinché

essa possa usare la forza di tutti secondo come riterrà vantaggioso per la loro pace e

comune difesa. naturale

Il potere sovrano si consegue in due modi: 1) con la forza (o

acquisizione

stato per ): sottomissione con la forza, pena la distruzione (es. padre-

politico istituzione

figli; vincitore-vinti); 2) con lo stato (o stato per ): gli uomini si

accordano tra di loro per sottomettersi volontariamente a una persona.

Cap. XVIII. Dei diritti dei sovrani per istituzione. Uno stato è istituito quando

una moltitudine di uomini si accorda reciprocamente e pattuisce che qualunque sia la

persona cui sarà dato dalla maggior parte il diritto a rappresentare la persona di loro

rappresentante),

tutti (ad essere cioè loro tutti ne autorizzeranno ogni azione e

giudizio come se fossero propri, al fine di vivere in pace e in sicurezza. Da tale

istituzione derivano i diritti e le facoltà del sovrano:

1. Se lo stato è già stato istituito con un patto, i sudditi non possono

legittimamente fare un nuovo patto tra di loro per obbedire a un altro

sovrano, poiché col patto precedente si sono vincolati a riconoscere come

proprie le azioni e i giudizi del sovrano istituito, senza il cui permesso essi non

possono stipulare nuovi patti. Infrangendo il patto, si commette ingiustizia.

2. Il sovrano non può infrangere il patto, poiché egli non vi è vincolato. Se

moltitudine,

lo fosse, avrebbe dovuto fare il patto o con la ma ciò è impossibile

singolo

poiché la moltitudine non è tale fin quando non si fa il patto, o con ogni

individuo, ma ciò pure è impossibile, e causerebbe il ritorno dei conflitti nel caso

in cui si verificasse una controversia, per il fatto che essa sarebbe irrisolvibile,

dal momento che mancherebbe un giudice imparziale.

maggioranza

3. Poiché la ha dichiarato un sovrano, chi prima dissentiva deve

ora consentire insieme con gli altri oppure essere giustamente

volontariamente

distrutto dagli altri. Costui, infatti, se è entrato nel gruppo

dei riuniti in assemblea, per ciò stesso ha dichiarato la sua volontà di stare a ciò

che avrebbe deciso la maggioranza, cosicché ogni sua protesta è contraria al

tacitamente

patto che ha ammesso ed è dunque ingiusta. Appartenga o meno

al gruppo riunito in assemblea, acconsenta o meno, egli deve approvare il

decreto dell’assemblea oppure essere lasciato nella condizione di guerra in cui

si trovava prima e in cui poteva essere ucciso giustamente da chiunque.

4. Dal momento che i sudditi hanno approvato tutte le azioni e i giudizi del

sovrano che essi stessi hanno istituito, ne segue che quello non può essere

autore

accusato di ingiustizia da alcuno: ogni suddito è di quel che fa e dice

il sovrano, perciò chi si lamentasse del sovrano si lamenterebbe di se stesso. Il

sovrano può essere iniquo, ma non può commettere ingiustizia o ingiurie in

senso proprio.

5. Il sovrano, di conseguenza, non può essere condannato a morte o punito

giustamente dai sudditi.

6. Il fine del sovrano è la pace e la difesa di tutti per adempiere al quale egli

prevenzione

può disporre di tutti i mezzi che ritenesse opportuni sia per

ripristino.

che per

7. Il sovrano ha la facoltà di giudicare quali opinioni e dottrine siano

avverse alla pace e quali no. Le azioni infatti conseguono alle opinioni,

pertanto per garantire un buon governo delle prime è necessario anzitutto un

buon governo delle seconde al fine di scongiurare guerre civili e discordie.

8. Il sovrano deve stabilire delle regole che facciano conoscere ai sudditi ciò che è

loro e di cui possono fruire senza che altri possano toglierglielo senza

commettere ingiustizia. Si tratta cioè di stabilire le condizioni della

proprietà privata, ciò che è legittimo e ciò che è illegittimo nelle azioni

dei sudditi, per mezzo di leggi civili.

9. Il sovrano ha il diritto di risolvere le controversie relative alla legge

(civile e naturale) e ai fatti.

10.Il sovrano può decidere di fare la guerra o la pace con altri stati, secondo

che ritenga sia necessaria l’una o l’altra. Nel caso della guerra, è sempre il

sovrano a stabilire l’organizzazione dell’esercito.

11.Il sovrano ha la facoltà di scegliere i consiglieri, ministri, magistrati e

ufficiali sia in pace che in guerra.

12.Il sovrano può decidere di ricompensare e punire, nei modi che ritenesse

legge

opportuni, i sudditi, purché tale operato sia conforme ad una

precedentemente promulgata o, nel caso in cui questa non vi fosse, sia ritenuto

all’incoraggiamento dei sudditi a servire lo stato

un valido contributo o a

distoglierli dal fare ad esso un disservizio.

13.Considerata la naturale tendenza umana ad attribuirsi valore e rispettabilità, il

sovrano deve stabilire leggi d’onore e una gradazione pubblica del pregio

titoli d’onore

degli uomini; egli gode dunque della facoltà di attribuire e di

posizione dignità segni di rispetto

designare la e la di ogni suddito, nonché i che

i sudditi si devono scambiare reciprocamente negli incontri pubblici e privati.

Tali diritti sono l’essenza della sovranità e sono inseparabili: se fossero divisibili,

si avrebbe un regno diviso in se stesso che non può sussistere in tale guisa senza che

la situazione degeneri in guerre civili (vedasi l’Inghilterra seicentesca, con la sua

divisione dei diritti tra Re, Lord e camera dei Comuni che ha portato il popolo a

dividersi e ad impugnare le armi). Essendo indivisibili, il sovrano non può cedere

alcun diritto; l’unico modo che ha di rinunciare ad essi, in blocco, è rinunciare al

potere sovrano. Il potere e l’onore del sovrano sono maggiori di quelli di qualunque

suddito e di tutti insieme; innanzi al sovrano, i sudditi sono tutti uguali e senza

onore. La condizione dei sudditi è sì miserabile, ma pur sempre migliore che se

fossero in una guerra civile o nello stato di natura.

Cap. XIX. Dei diversi generi di stato per istituzione e della successione al

potere sovrano. Le forme di stato sono tre e dipendono dal sovrano, in particolare

un solo uomo;

dal suo numero: monarchia, quando il rappresentante è democrazia

’assemblea generale dei sudditi

(o stato popolare), quando il rappresentante è un ;

un’assemblea di certe persone nominate distinte

aristocrazia, quando è o comunque

dalle altre. All’infuori di queste tre, non esistono altre forme di stato possibili: nomi

come tirannia, oligarchia e anarchia sono solo denominazioni differenti per indicare

rispettivamente la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Gli uomini possono

scegliere liberamente a quale forma di stato sottomettersi, purché non si

erigano due rappresentanti dello stesso popolo, situazione che porterebbe alla

divisione del potere sovrano e alla guerra civile. La differenza tra le forme statali

dipende dall’attitudine che ognuna ha a produrre la pace e la sicurezza. La persona

che detiene il potere sovrano è incline all’interesse comune, ma pure a quello privato,

che preferirebbe al primo nel caso in cui vi s’incrociasse per la maggiore forza delle

passioni rispetto alla ragione. Ma nella monarchia – verso cui Hobbes simpatizza – (1)

interesse pubblico e interesse privato sono strettamente uniti, anzi, si

corrispondono: le ricchezze, il potere e l’onore di un monarca dipendono da quelle

dei suoi sudditi. (2) Un monarca può ascoltare l’opinione degli esperti della

materia su cui delibera, nel tempo e nella segretezza che desidera. Nel caso di

un’assemblea sovrana, invece, essa non può accogliere consigli da chi non ne ha il

diritto fin dall’inizio; chi ha il diritto di consigliare, poi, spesso è rivolto all’acquisizione

di ricchezze e soglie tenere discorsi che, facendo leva sulle passioni, spronano

all’azione disordinata. (3) Un monarca è soggetto solo all’incostanza propria della

natura umana, un’assemblea aggiunge ad essa quella che deriva dal numero. (4) Un

monarca non può essere in disaccordo con se stesso, mentre un’assemblea, per

invidia o interesse, sì, e da ciò potrebbe nascere una guerra civile. (5) In una

monarchia, il sovrano può decidere che un suddito sia privato dei suoi beni per

arricchire un favorito; la stessa cosa potrebbe verificarsi nel caso in cui sia

un’assemblea a detenere il potere sovrano, il quale può venir manipolato, qui come lì,

da cattivi consigli e dagli oratori o adulatori (questi ultimi più specificamente

riguardano il monarca). La differenza è che i favoriti dei monarchi sono pochi, quelli di

un’assemblea molti. (6) La sovranità monarchica può passare nelle mani di un

minorenne o di uno incapace di discernere tra bene e male; in tal caso, il suo

potere dev’essere usato o da un altro uomo o da un’assemblea che governa con il

protettrice

suo diritto e in suo nome come della sua persona e della sua autorità. Da

ciò potrebbe nascere una contesa tra quanti anelano a tale ufficio, inconveniente che

però non deriva dalla monarchia, ma dall’ambizione e dall’ingiustizia dei sudditi,

poiché il monarca precedente ha designato chi avrà la tutela del suo successore

espressamente tacitamente

minorenne o tramite un testamento o col non

reprimere la consuetudine. Se il monarca non ha dato alcuna disposizione, ci si

deve rifare alla legge di natura che prescrive che la tutela spetti a chi, per natura,

ha più interesse a preservare l’autorità del minorenne. Alcuni stati particolari

sembrano appartenere a forme diverse dalle suddette, risultanti dalla loro mescolanza,

ma in realtà esistono solo tre forme statali.

Dal momento che tutte le forme di governo sono mortali, poiché periscono non

solo i monarchi ma anche le assemblee, occorre stabilire un’eternità artificiale,

successione

comunemente detta , la cui disposizione spetta unicamente al sovrano

democrazia

vigente. In una non può venir meno l’intera assemblea, ragion per cui in

tale forma di governo non hanno luogo questioni sul diritto di successione. In

un’aristocrazia, quando muore qualcuno dell’assemblea, l’elezione di un altro al suo

posto spetta all’assemblea stessa; in alternativa, l’assemblea può decidere di dare ad

altri il potere di eleggere il nuovo membro, ma l’elezione avviene sempre con la sua

autorità, che può venir revocata in caso di necessità. Le maggiori difficoltà relative alla

monarchia,

successione si hanno nella poiché non sempre è manifesto chi debba

designare il successore e chi è colui che è stato designato come tale. Per evitare il

regresso alla condizione di guerra generalizzata che si creerebbe se venisse meno

colui che detiene il potere sovrano, la disposizione del successore deve dipendere

esclusivamente dal sovrano vigente, il quale può designare il suo successore o

espressamente, tacitamente,

con il testamento o a viva voce, o con segni naturali

della volontà. L’erede non necessariamente dev’essere un parente del sovrano, ma

può essere chiunque. Nel caso dei segni taciti rientra la consuetudine (se non

repressa a parole dal sovrano, significa che questi l’accetta): il parente più stretto

ottiene il diritto di successione; infatti, se il sovrano avesse voluto designare un

altro, avrebbe potuto farlo durante tutta la sua vita. Se non ci sono né consuetudini né

testamento, si deve intendere in primo luogo volontà del monarca che il governo

rimanga monarchico; in secondo luogo che venga preferito un suo figlio

piuttosto che altri, perché si presume che gli uomini per natura tendano

maggiormente a promuovere i propri figli piuttosto che quelli degli altri, e, tra i propri,

un maschio piuttosto che una femmina, per il fatto che il primo è più idoneo ad azioni

faticose e pericolose. Se manca la prole, dev’essere preferito un fratello piuttosto che

un estraneo. Il monarca può decidere legittimamente di designare come successore

uno straniero. acquisizione

Cap. XX. Del dominio paterno e dispotico. Uno stato per è quello

in cui il potere sovrano è acquisito con la forza, cioè quando gli uomini per timore

della morte o della prigionia autorizzano tutte le azioni dell’uomo o dell’assemblea che

ha in suo potere la loro vita e la loro libertà. Ne segue che, diversamente dallo stato

per istituzione, in quello per acquisizione gli uomini scelgono il loro sovrano non per

timore reciproco, ma per la paura che provano nei confronti del sovrano. In

entrambi gli stati, i diritti della sovranità sono gli stessi. Il dominio viene

conseguito in due modi: per generazione e per conquista.

generazione

Il diritto di dominio per è quello che il genitore ha sui suoi figli ed è

chiamato paterno; esso non è detenuto dal genitore per il fatto di aver procreato i

figli (in tal caso ne avrebbe diritto in egual misura anche la moglie; ma un uomo non

può obbedire a due padroni insieme), ma per il consenso di questi, espresso o

dichiarato con altri argomenti sufficienti. Nello stato di natura, dove non esistono leggi

matrimoniali, la controversia può essere risolta facendo un contratto che attribuisca il

diritto all’uno o all’altro sesso (es. Amazzoni); nel caso in cui non vi sia un contratto, il

dominio spetta naturalmente alla madre, dal momento che nello stato naturale, in

assenza di leggi matrimoniali, non si può sapere chi sia il padre, a meno che la madre

non lo dichiari. Inoltre, il bambino è dapprima in potere della madre, che lo nutre e lo

mantiene in vita; se invece viene da lei abbandonato, e un altro lo trova e lo nutre, il

dominio passa a costui: il bambino deve infatti obbedire a colui che lo preserva,

perché, essendo la preservazione della vita il fine per il quale un uomo si sottomette

ad un altro, si suppone che ogni uomo prometta obbedienza a chi ha il potere di

salvarlo o di distruggerlo. Se la madre è soggetta al padre, il figlio è in potere del

padre; se il padre è soggetto alla madre, il figlio è soggetto alla madre. Se un uomo e

una donna, monarchi di due regni diversi, hanno un figlio e fanno un contratto

concernente chi avrà il dominio su di lui, il diritto di dominio passa per contratto.

Se non fanno un contratto, il dominio segue quello del suo luogo di residenza, poiché il

sovrano di ciascun paese ha dominio su tutti quelli che vi risiedono. Chi ha il dominio

sul figlio, ha dominio anche sui suoi discendenti, poiché, avendo dominio sulla

persona del figlio, ha dominio pure su tutto ciò che è suo.

Il dominio che si acquista per conquista o vittoria in guerra è detto dispotico, e si

ha quando il vinto, per evitare la morte, pattuisce, con parole espresse o con altri

sufficienti segni della volontà, la sua sottomissione al vincitore; dopo il patto, il vinto

libertà

diventa servo, cioè una persona cui sia stata concessa, dopo la cattura, la

corporale e che, a seguito della sua promessa di non fuggire e di non ribellarsi al

fiducia

padrone, gode della di questi. Il diritto di dominio sul vinto non deriva dalla

vittoria del vincitore, ma dal patto stipulato tra questi e il vinto col quale il vinto

accetta di sottomettersi al vincitore. Il padrone di un servo è padrone anche di

tutto ciò che questi ha, e può esigere l’uso di tutto - beni, forza lavoro, figli, etc. – ogni

volta che ritenga opportuno; in accordo col patto stipulato, il servo riconosce e

autorizza tutto quello che il padrone farà, e se, a seguito di un suo rifiuto, il

padrone lo uccide o lo punisce per disobbedienza, il servo stesso è autore di ciò e non

può lamentarsi di ingiuria.

non fa parte di uno stato,

Se una famiglia in se stessa, quanto ai diritti di sovranità, è

una piccola monarchia, sia che la famiglia consista di un uomo e dei suoi figli o di un

uomo e dei suoi servi o di un uomo, dei suoi figli e dei suo servi: in ogni caso, il

padre/padrone è il sovrano. Una famiglia, però, non è propriamente uno stato,

poiché non ha abbastanza potere per non essere soggiogata. Così, dal

momento che i suoi membri sono troppo deboli per difendersi, ognuno, in caso di

pericolo, tenderà a salvare se stesso o fuggendo o sottomettendosi al nemico,

secondo come riterrà più opportuno.

I diritti sovrani sono confermati, oltreché dalla natura e dalla speculazione

deduttiva che da questa prende le mosse, dalla Sacra Scrittura: il popolo d’Israele

obbediva in modo assoluto a Mosè; quanto ai diritti del re, Dio stesso, tramite

Samuele, legittima il potere assoluto; altri diritti sovrani confermati sono quelli relativi

alla milizia, alla giudicatura, alla facoltà del sovrano di essere giudice e di prescrivere

le regole (leggi) che consentano di discernere il bene e il male (potere legislativo);

confermata pure l’obbedienza dovuta dai servi al padrone e dai figli ai genitori, ossia di

quelli che sono soggetti rispettivamente al dominio dispotico e paterno; lo stesso

Gesù Cristo ammise che bisognava obbedire semplicemente al re pagando le

tasse da lui richieste; e che le sue parole erano sufficienti a togliere ogni cosa ad un

suddito, in caso di bisogno; e che egli è unico giudice di ciò di cui necessita. Quanto

Genesi,

alla la trasgressione di Adamo ed Eva al comandamento divino, che vietava

loro di conoscere il bene e il male, è vista da Hobbes come un indebito

impossessamento dell’ufficio divino di giudicare del bene e del male; quando

poi i nostri progenitori videro la loro nudità e ne provarono vergogna, tacitamente

censuarono Dio e ne giudicarono i comandamenti anziché obbedirgli. Allegoricamente,

tutto ciò significa che i comandi di coloro che hanno il diritto di comandare non

devono essere messi in discussione dai sudditi.

Cap. XXI. La libertà dei sudditi. Libertà significa propriamente assenza di

impedimenti esterni che possono limitare la volontà e i movimenti. La libertà può

essere riferita sia a creature irrazionali e inanimate che a creature razionali.

è colui che, nelle cose che è capace di fare con la propria forza e il

Un uomo libero

proprio ingegno, non è impedito di fare ciò che ha la volontà di fare.

Timore e libertà sono compatibili. Tutte le azioni che gli uomini fanno per timore

della legge negli Stati, sono azioni che coloro che le compiono avevano la libertà di

non fare.

Libertà e necessità sono compatibili. Ciascuna azione compiuta dall’uomo è frutto

di una libera scelta che però va contestualizzata necessariamente all’interno di una

catena di cause di cui l’ultimo anello è rappresentato da Dio (causa prima). La libertà

dell’uomo nel fare quello che vuole, è accompagnata dalla necessità di fare, né più

né meno, quello che Dio vuole. Se non fosse così, ovvero se volontà umana

derivasse da sé la necessità delle sue libere azioni, rischierebbe di essere in conflitto

con quella divina. leggi civili

Hobbes aggiunge che le poste all’interno dello Stato non sono altro che

catene artificiali, che devono però, come detto in precedenza, accordarsi con la

superiore legge divina la quale a sua volta è conforme alla legge naturale.

libertà dei sudditi,

Il filosofo inglese passa a parlare della dopo aver analizzato che

cosa sia la libertà e i suoi legami suddetti. La libertà dei sudditi risiede prima di tutto

in tutte quelle azioni su cui la legge civile tace, ovvero tutti quei comportamenti

che il sovrano non ha disciplinato tramite norme come ad esempio la libertà di

comprare e di vendere, di stipulare contratti tra privati, di scegliere la propria dimora,

la propria occupazione o l’istruzione che si vuole dare ai propri figli.

Il sovrano non può commettere ingiustizia o torto ai propri sudditi in quanto è

espressione della loro volontà; egli inoltre è suddito di Dio, perciò vincolato a

osservare le leggi di natura (o leggi divine). Nel caso il sovrano metta a morte un

suddito innocente, egli dovrà rispondere di tale azione iniqua non davanti al suddito

ucciso ma davanti a Dio.

La libertà di cui si fanno portavoce i filosofi Romani e Greci non è quella dei singoli

individui ma degli Stati; essa è la stessa di quella che avrebbe ogni uomo se non ci

fossero affatto leggi civili né Stato. Identici sono anche gli effetti di questa libertà,

giacché, come fra gli uomini senza padrone c’è una guerra perpetua vicendevole, e

un’assoluta libertà di ogni individuo; così, fra gli Stati che non dipendono l’uno

dall’altro, ogni Stato ha l’assoluta libertà di fare quello che giudica più confacente al

suo interesse. Essi vivono in una condizione di perpetua guerra (frontiere

fortificate, cannoni piazzati contro i vicini). Romani e Ateniesi erano liberi in quanto

Stato, non come individui che avessero la libertà di resistere al proprio

rappresentante; ma il loro rappresentante aveva la libertà di resistere a un altro

popolo o di aggredirlo. La libertà è sempre la stessa nelle diverse forme di governo: i

sudditi negli Stati democratici sono soggetti alla legge allo stesso modo dei sudditi

negli Stati monarchici.

Per mancanza di giudizio necessario a distinguere, secondo Hobbes, è facile essere

ingannati dal nome di libertà e scambiare per eredità privata e diritto di nascita quello

che è esclusivamente un diritto dello Stato. Se l’errore è confermato da autori di

grande reputazione nei loro scritti, non desta meraviglia che produca sedizione e

sovvertimento del governo. Gli autori greci e romani, vivendo sotto Stati popolari, non

derivavano i diritti degli Stati dai princìpi di natura, ma si basavano sulla pratica dei

Politica,

loro Stati popolari. Per esempio Aristotele, nella sua scrisse che la libertà è

nella democrazia dato che nessuno sostiene essere libero in altra forma di governo;

Cicerone e altri autori fondarono la loro dottrina politica sull’opinione dei Romani, ai

quali venne insegnato a odiare la monarchia. A causa della lettura di questi autori,

secondo il filosofo inglese, gli uomini hanno acquisito un abito mentale che favorisce le

sedizioni e l’arbitraria e impudente censura delle azioni dei loro sovrani.

istituzione

La sottomissione degli uomini, in uno Stato per , è volontaria e

libera, pertanto non c’è obbligazione che non sorga da un atto stesso che essi hanno

compiuto. Sia lo Stato per acquisizione (parentale e dispotico) che quello per

istituzione sussistono in virtù di un patto e in entrambi ogni suddito mantiene delle

libertà e dei diritti inalienabili:

1. Ogni uomo può rifiutarsi di obbedire al sovrano se questi gli ordina di

compiere azioni che potrebbero ledere il suo diritto alla vita (come uccidersi,

ferirsi, non fare uso di medicinali o di non nutrirsi).

2. Un uomo interrogato dal sovrano o da un suo funzionario, per un crimine

realmente commesso, non è vincolato a confessare poiché nessuno può

essere obbligato per patto ad accusare sé stesso.

3. Un patto che attenti la vita dei contraenti è da considerarsi nullo.

4. Un uomo può rifiutarsi di combattere (fermo restando che il sovrano

possiede un diritto sufficiente a punire con la morte il suo rifiuto), così come per

paura può fuggire dal campo di battaglia e quindi disertare; nel primo caso si

codardo, disonorevole,

tratta di un gesto nel secondo invece ma in entrambi i

casi non è ingiusto.

5. Coloro che si oppongono con la spada al potere sovrano compiono un atto

ingiusto, ma nel caso in cui essi si unissero per difendere la loro vita, non

commetterebbero niente di illecito.

6. Il suddito ha diritto di ricevere un giudizio retto ed imparziale, conforme a

legge, sulla sua causa da parte del sovrano.

7. L’obbligazione dei sudditi verso il sovrano è intesa a durare fintantoché dura

il potere con cui egli è in grado di proteggerli. Per nessun patto, infatti, si

può abbandonare il diritto che gli uomini hanno, per natura, di proteggere sé

stessi quando nessun altro può proteggerli (il fine dell’obbedienza è la

protezione).

8. Se un suddito viene fatto prigioniero in guerra, egli ha tutto il diritto, su

concessione del sovrano straniero, di assoggettarsi al vincitore per avere

salva la vita. Se invece i “vinti” sono ridotti in prigionia, essi hanno tutto il

diritto di tentare la fuga e liberarsi dalle catene che li opprimono.

9. Se un monarca rinuncia alla sovranità sia per sé sia per i suoi eredi, i suoi

sudditi ritornano nell’assoluta libertà di natura poiché dipende dalla sua volontà

chi debba essere suo erede. Se egli non vorrà avere alcun erede, non ci sarà

alcuna sovranità né alcuna soggezione. Identico è il caso di morte senza parenti

e senza proclamazione dell’erede. Non conoscendo l’erede, non può essere

dovuta soggezione.

10.Se un sovrano condanna all’esilio un suo suddito, questi, finché dura il bando,

non è suo suddito, mentre rimane tale chi vien mandato in missione o ha

licenza di viaggiare in virtù del contratto fra sovrani. Nei domini di un altro

sovrano si è soggetti alle leggi di quest’ultimo, a meno che non si goda di

un privilegio grazie all’amicizia dei sovrani o a una licenza speciale.

si assoggetta

11.Se un sovrano sottomesso in guerra al vincitore, i suoi

sudditi sono sciolti dallo loro precedente obbligazione e devono

sottomettersi al nuovo sovrano. Nel caso in cui, invece, il sovrano di uno

prigioniero

Stato fosse fatto da qualche potenza straniera, il patto tra lui e i

sudditi si manterrebbe con la peculiarità che quest’ultimi dovrebbero giurare

obbedienza ai magistrati già insediati al governo prima della prigionia del

sovrano.

Cap. XXII. Sistemi soggetti, politici e privati. Hobbes passa a parlare delle parti

fisiche che compongono il dio artificiale: il corpo politico. Egli parte nella sua analisi

con la nozione di sistema ovvero un insieme di individui che perseguono un

regolari

obiettivo comune. I sistemi possono essere (quelli in cui un solo uomo o

irregolari

un’assemblea viene costituito come rappresentante di tutto l’insieme) o

(non hanno rappresentante).

Dei sistemi regolari:

taluni sono assoluti e indipendenti, ossia soggetti solo al loro rappresentante:

 tali sono soltanto gli Stati.

Talaltri sono dipendenti, subordinati a un potere sovrano, a cui tutti, compreso

 il loro rappresentante, sono soggetti. Dei sistemi subordinati:

taluni sono (corpi) politici (istituiti per autorità del potere sovrano)

o talaltri privati (costituiti dai sudditi fra loro stessi o per autorità di uno

o straniero): senza

taluni sono legittimi (permessi dallo Stato): sono costituiti

 alcuna autorizzazione scritta, ad eccezione delle leggi civili. Sono

regolari in quanto uniti in un’unica persona rappresentante: il

padre o padrone dirige tutta la famiglia; obbliga figli e servi fin

dove permette la legge, però non oltre, poiché nessuno di essi è

vincolato all’obbedienza in azioni che la legge ha proibito di

compiere.

talaltri illegittimi (non permessi dallo Stato): quelli che si uniscono

 privi di

in un’unica persona rappresentante e sono del tutto

qualsiasi pubblica autorizzazione (corporazioni di mendicanti, ladri,

zingari, di uomini propagatori di dottrine e costitutori di partiti

contro il potere statale).

I sistemi irregolari sono quelli che non hanno rappresentante e che consistono

soltanto di adunanze di persone, che, se non proibite dallo stato e non fatte con scopi

malvagi, sono legittime, altrimenti illegittime. Le leghe di sudditi non necessarie in

uno Stato sanno di disegno illegittimo; per questo vengono definite fazioni o

cospirazioni. Se il potere sovrano appartiene a una grande assemblea, e un gruppo

di uomini tiene, senza autorizzazione, consultazioni separate per riuscire a controllare

tutti gli altri, si tratta di fazione o cospirazione illegittima, in quanto compiono una

fraudolenta opera di seduzione ai danni dell’assemblea per i loro interessi particolari.

In tutti gli Stati, se un privato mantiene più servitori di quanti ne richiedano il governo

dei suoi possedimenti e il legittimo impiego che egli può farne, ciò rappresenta una

fazione ed è illegittimo; giacché, godendo della protezione dello Stato, non ha bisogno

della difesa di una forza privata. Le fazioni costituite in vista del governo della

religione (papisti, protestanti etc.) o dello Stato (aristocratici o democratici) sono

ingiuste in quanto minano la pace e la sicurezza del popolo e rappresentano un

sottrarre la spada alle mani del sovrano. L’adunanza di popolo è un sistema

irregolare la cui legittimità o illegittimità dipende dall’occasione e dal numero.

Nei corpi politici il potere del rappresentante è sempre limitato, e ciò che ne

definisce i limiti è il potere sovrano (il potere illimitato appartiene solo al sovrano, che

incarna la sovranità assoluta e pertanto è il solo rappresentante assoluto di tutti i

sudditi). Il rappresentante di un corpo politico deve conoscere i limiti del suo potere,

accordatogli dal sovrano, dalle lettere del sovrano e dalle leggi statali. Quando il

rappresentante è un uomo soltanto, gli atti privi di autorizzazione che egli compie

sono solo suoi: fuori dei limiti indicati dalle lettere del sovrano o dalle leggi, egli

rappresenta solo se stesso; invece, gli atti del rappresentante conformi alle lettere e

alle leggi statali, sono da considerarsi atto di ogni membro del corpo politico e del

sovrano. Se, invece, il rappresentante è un’assemblea, ciò che essa decreta in modo

difforme rispetto alle leggi e alle lettere del sovrano è da considerarsi l’atto

dell’assemblea (perché è votato dalla maggioranza) e l’atto di ogni individuo che ha

votato di fare il decreto, ma non l’atto di coloro che hanno votato contro o di coloro

che erano assenti.

La varietà dei corpi politici è pressoché infinita, giacché essi si distinguono per i

diversi affari per i quali sono costituiti, per il tempo, per il luogo e per il numero.

governo:

Quanto agli affari, alcuni sono ordinati per il per es., il governo di una

provincia (paesi in cui il sovrano governa per mandato) può essere affidato ad

un’assemblea in cui tutte le risoluzioni dipendano dai voti della maggioranza e il cui

potere sia limitato dal mandato. Quanto a un corpo politico creato per un buon

traffici con l’estero,

ordinamento dei il rappresentante più opportuno è un’assemblea

di tutti i membri (assemblea in cui ognuno di quelli che arrischia il proprio denaro può

essere presente, se vuole, a tutte le deliberazioni e le risoluzioni del corpo). Esistono

anche corpi il cui tempo, per la natura degli affari che svolgono, è limitato: per es.,

se, per un motivo qualsiasi, il sovrano convoca i deputati delle città che rientrano nel

suo dominio, quei deputati formano un corpo politico che dura finché il sovrano non

dichiarerà che non vi sia più nulla da dibattere. Hobbes conclude paragonando i

sistemi alla fisiologia: i sistemi legittimi ai muscoli; quelli illegittimi ai tumori.

Cap. XXIII. I pubblici ministri del potere sovrano. Il pubblico ministro è colui

che viene impiegato dal sovrano in certi affari con l’autorità di rappresentare in

quell’impiego la persona dello Stato. Inoltre pubblico ministro non è colui che è

servitore del sovrano nella sua veste naturale (uomo), bensì solamente colui che lo

serve nell’amministrazione della cosa pubblica.

Ad alcuni pubblici ministri è affidato l’incarico di un’amministrazione generale, vuoi

di tutto il dominio, vuoi di una sua parte. Di tutto il dominio: quando, nel caso di un re

infante, viene affidata l’amministrazione a un protettore o reggente; in questo caso

ogni suddito è obbligato ad obbedire nella misura in cui le ordinanze che questi farà

saranno nel nome del re e compatibili col suo potere sovrano. Di una parte, o

provincia: quando un monarca, o un’assemblea sovrana, ne daranno l’incarico a un

governatore, luogotenente, prefetto o viceré; infatti, ogni appartenente a quella

provincia è obbligato a tutto ciò che il governatore farà in nome del sovrano e che col

diritto del sovrano non sia incompatibile. Tali pubblici ministri assomigliano ai nervi e

ai tendini che muovono le diverse membra del corpo naturale.

Ad altri sono affidate le amministrazioni speciali, cioè la cura di affari speciali sia in

patria sia all’estero, per conto del potere sovrano. In patria pubblici ministri sono:

coloro che si occupano dell’economia dello Stato; coloro che organizzano la sfera

militare; coloro che sono incaricati nell’istruzione del popolo e coloro che

amministrano la giustizia (paragonati alla voce del corpo naturale); coloro che

rendono esecutivi i giudizi pronunciati, i comandi del sovrano, mantengono l’ordine

pubblico (il loro servizio corrisponde a quello delle mani del corpo naturale). Pubblici

ministri all’estero sono coloro che rappresentano la persona del loro sovrano presso

Stati stranieri. Tali sono ambasciatori, messi, agenti e araldi inviati dall’autorità

pubblica e a trattare affari pubblici.

Né un consigliere né un Consiglio di Stato sono persone pubbliche quando sono

dotati solo dell’autorità di dare il proprio parere richiesto o di offrirlo senza richiesta.

in sua presenza,

Infatti, il parere è rivolto soltanto al sovrano la cui persona non può,

essere per lui rappresentata da un altro. nutrizione

Cap. XXIV. Alimentazione e progenie dello Stato. La di uno stato

consiste nell’abbondanza e nella distribuzione dei materiali (prodotti alimentari)


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Ferraro Domenico.

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