Relazione sul primo credito: la scelta tra impero e repubblica
Corso di scienza dell’amministrazione a cura del Prof. Giuseppe Gangemi A.A. 2017/2018
Bibliografia
- De Re Publica di Marco Tullio Cicerone;
- De Bello Civili di Gaio Giulio Cesare;
- La grande strategia dell’impero Romano di Edward N. Luttwak;
A cura di: Letizia Toè
Matricola n° 1125720
De Re Publica di Marco Tullio Cicerone
Il De Re Publica di Cicerone è un trattato di filosofia politica. L’opera viene divisa in sei libri e fu scritta tra il 55 a.C. ed il 51 a.C. L’opera analizza le diverse forme di governo e le loro degenerazioni. Nel I e II libro Cicerone affronta le tematiche che riguardano il sistema politico, nello specifico le forme di governo e la tematica sulla virtù, mentre nel III libro affronta il tema della giustizia all’interno dello Stato.
Il tema della giustizia viene risaltato nel dialogo tra Furio e Filio, nel quale sostiene che le leggi sono uno strumento per il proprio tornaconto personale. Viceversa Lelio e Scipione sostengono che lo Stato è inesistente se privo di giustizia. Nella discussione emerge anche la tesi sulla guerra, e se questa sia un giusto mezzo oppure no. Viene sottolineata l’idea che un buon re dovrebbe essere in grado di gestire una situazione di crisi, non ricorrendo all’uso della guerra, ma bensì della diplomazia. Di contro, tuttavia, lo strumento della diplomazia non è sempre la soluzione giusta dei problemi, in quanto il concetto di guerra giusta viene espresso dallo stesso Cicerone quando afferma che essa è giusta per respingere i nemici esterni.
Nell’analisi del concetto di repubblica emerge, durante un colloquio tra Lelio e Scipione, che non si deve confondere un buon governo con la situazione in cui il potere viene lasciato nelle mani del popolo, il quale lo utilizza in modo indiscriminato e al di fuori delle regole del diritto. Dunque la forma di repubblica non deve essere confusa con l’esercizio del potere senza limiti da parte del popolo. Anche Mummio si dichiara d’accordo con tale visione, e afferma di preferire, all’uso del potere del popolo, un regime di monarchia guidata da un uomo reggitore e governatore dello Stato, respingendo la figura del tiranno.
Nel IV e V libro si tratta la tematica della figura dell’uomo di governo ideale, il quale deve essere in grado di sacrificare ogni possibile interesse personale per il bene e la stabilità della comunità. In seguito viene evidenziato quanto sia fragile l’uomo di fronte alle tentazioni materiali, le quali se sono presenti in uomo politico rischiano di estendersi al popolo.
Nel VI ed ultimo libro vengono esaltati argomenti come il patriottismo, la giustizia e la filantropia. In un dialogo Scipione afferma: “Ma sebbene per i saggi la coscienza stessa di egregie imprese sia il premio più alto della loro virtù, tuttavia è proprio la loro divina virtù che sente il desiderio non di statue fissate col piombo alla base né di trionfi i cui allori si disseccano, ma di un genere di onori più duraturi e più verdi”.
La frase sopracitata introduce i concetti filosofici sull’immortalità dell’anima e sulla preferenza di comportamenti virtuosi ed onesti per la realizzazione del bene comune e delle proprie glorie personali.
De Re Publica: libro I e II
Nei libri I e II Cicerone affronta il tema della virtù e delle forme di governo, per descrivere quest’ultime si è ispirato al pensiero di Aristotele, trasmesso grazie a Polibio. Aristotele fu il primo a distinguere tre forme diverse di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Aristotele ha anche analizzato come tali forme di governo siano destinate, ciclicamente, nelle loro degenerazioni che si identificano nella tirannia, oligarchia e oclocrazia.
Secondo Scipione tali degenerazioni possono essere evitate o comunque rallentate, attraverso una costituzione mista in cui vengono mantenuti i punti fondamentali delle diverse forme di governo. Ciò si è verificato nella Repubblica romana del II secolo a.C. in cui:
- Il consolato rappresentava la monarchia;
- Il senato rappresentava l’aristocrazia;
- I comizi ed i tribuni della plebe rappresentavano la democrazia;
Cicerone definisce la Repubblica come la migliore forma di governo, in quanto permette di garantire un equilibrio tra il popolo ed i poteri istituzionali. L’essenza ed il fulcro della Repubblica è il Populus inteso come ricerca del bene collettivo all’interno di uno Stato in cui le regole del diritto sono condivise da tutti. Cicerone unisce due aspetti fondamentali:
- Tradizioni dei romani;
- Cultura greca;
Questi due aspetti offrono una nuova visione del cittadino, il quale si offre per il bene della Repubblica e spicca di virtù, quest’ultima non intesa come virtù propria dell’imperatore. Nel II libro viene trattata la storia costituzionale romana da Romolo in poi. Cicerone afferma che la costituzione romana è la migliore, in quanto espressione della volontà del popolo. Analizza il sistema monarchico ed i suoi vantaggi, per poi soffermarsi sulla trasformazione della monarchia in tirannide con Tarquinio il Superbo, a causa delle violenze e follie democratiche.
Nell’ultima parte del II libro, Cicerone descrive le caratteristiche dell’uomo politico. La virtù è intesa come capacità di atteggiamenti e comportamenti morali ed onesti, ma l’uomo politico deve anche essere capace di gestire i cambiamenti, i quali sono sempre presenti nei cicli della storia. L’uomo politico deve dunque avere i requisiti di prudentia e provvidentia.
Cicerone e Catilina
L’operato di Cicerone, nei tempi avversi della Repubblica romana, fu molto importante. Cicerone è noto per essere un difensore della libertà, e quando scoprì che Catilina stava escogitando una congiura contro i consoli, gli si oppose aspramente.
Catilina fu un uomo di grande forza, sia di animo che di corpo, tuttavia era dotato di un animo malvagio, stratega e cattivo. Non era avverso, ad esempio, ad episodi come razzie, omicidi o discordie civili. Nel 63 a.C., dopo essergli stato impedito più volte di diventare console, Catilina decise di ordinare una congiura per rovesciare la Repubblica romana, contando soprattutto sull’aiuto della plebe, alla quale prometteva radicali riforme, e dei nobili decaduti, ai quali prometteva il conferimento di cariche pubbliche. Possiamo dire che Catilina volesse assumere un potere monarchico. Ma Cicerone, console in carica, riuscì a sventare l’attacco.
Cicerone denuncia di fronte al Senato Catilina e pronunciò la famosa frase: “Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza?” Catalina, dopo essere stato scoperto, è costretto a lasciare la città di Roma e si ritira in Etruria, presso un suo sostenitore. Tuttavia, lasciò nelle mani di due suoi uomini di fiducia la congiura. Questi erano Lentulo e Cetego, ai quali promise grandi benefici se lo avessero appoggiato. Cicerone riuscì a scoprire anche questo sotterfugio, ed entrambi furono accusati di fronte al Senato. Tuttavia, si aprì un dibattito riguardo alla pena che doveva essere inflitta.
Dopo che molti avevano sostenuto la pena di morte, Cesare propose di condannare Lentulo e Cetego alla confisca di tutti i loro beni e di cacciarli fuori le mura della città. Nonostante l’alternativa proposta da Cesare, i due furono condannati a morte, e Cicerone dinnanzi al popolo pronunciò la formula “vixerunt” (vissero), in quanto non era consentito pronunciare la parola “morte” all’interno del foro. Catilina fu successivamente sconfitto in una battaglia assieme al...
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