Analisi statistiche relative al tasso di disoccupazione in Italia
Studente: Vavassori Denise
Matricola: 1005897
Corso: Statistica Sociale
Anno Accademico: 2011/2012
Capitolo 1: Introduzione
L’argomento di questa relazione è la disoccupazione in Italia nell’anno 2010. Nel dettaglio, attraverso tre modelli di analisi, si vogliono verificare le relazioni tra la quantità di popolazione per regione e il tasso di disoccupazione e la relazione tra tasso di disoccupazione e livello di istruzione per regione.
La disoccupazione è la condizione di mancanza di un lavoro per una persona in età da lavoro (da 16 a 67 anni) che lo cerchi attivamente, sia essa disoccupata in senso stretto, perché ha perso il lavoro che svolgeva, sia essa in cerca della prima occupazione. In macroeconomia il concetto di disoccupazione si può estendere all'intero stato e sulla base dei dati raccolti si possono calcolare stime statistiche come il tasso di disoccupazione.
Ho scelto di trattare questo argomento perché la disoccupazione è un fenomeno che purtroppo, soprattutto oggigiorno, si sta sempre più diffondendo in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea. Spesso l'attenzione cade sulle problematiche che il Meridione riscontra nel garantire un'occupazione ai propri residenti. Da sempre il Nord viene considerato il “luogo” in cui si lavora, basti pensare all'espressione “triangolo industriale”, che indicava un'area fortemente industrializzata e attiva del nord-ovest d'Italia, corrispondente al triangolo con vertici nelle città di Torino, Milano e Genova.
In quest'area tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo prende piede l'industrializzazione dell'economia italiana su grande scala. Concentrando la maggior parte dell'offerta di lavoro, fu un'area di forte immigrazione interna dalle altre aree d'Italia - centro, sud e nord-est - fino a ben oltre gli anni sessanta del cosiddetto "miracolo economico" e infatti, con questa destinazione, nei trent’anni compresi tra il 1946 ed il 1976 partirono, alla ricerca di miglior fortuna, oltre quattro milioni di meridionali.
Dal punto di vista dell’andamento della disoccupazione, tutti i dati disponibili registrano la presenza di almeno ‘due Italie’: nel Centro-Nord, massimamente nella zona del Nord-Est del nostro Paese, i tassi di disoccupazione oscillano tra il 4% ed il 7%; nel Sud e nelle Isole balzano mediamente al 20%, con punte del 50% tra i giovani in cerca di prima occupazione.
E si tratta di un fenomeno che riguarda un po’ tutti: donne e uomini, ex-operai di fabbrica, edili, braccianti agricoli, gente di mezza età, scolarizzati e senza titolo di studio, mentre nel Centro-Nord il problema tocca specialmente coloro che, espulsi dal ciclo produttivo a seguito di una certa ristrutturazione, non possiedono il corredo di qualificazione professionale necessario per essere nuovamente assunti nelle imprese attualmente in espansione.
Non solo: ma, mentre nel Centro-Nord la dinamica della disoccupazione si mostra oscillante nel tempo, nel senso che il tasso medio cresce o decresce in relazione all’andamento del ciclo economico, nel Mezzogiorno la disoccupazione aumenta pressoché sistematicamente, in misura più pronunciata quando la situazione economica generale è negativa, ma senza mostrare significativi cali quando la situazione economica volge al bello.
Ricordiamo inoltre che la disoccupazione italiana è anche frutto del nostro sistema economico, il quale soffre di alcune rigidità che ne limitano la competitività, come per esempio l'elevata pressione fiscale, l'eccessiva regolamentazione e l'enorme debito pubblico che portano l'Italia a perdere terreno nei confronti dei Paesi dell'Est o del continente asiatico.
Molti provvedimenti di politica economica hanno come obiettivo quello di diminuire il tasso naturale di disoccupazione: gli uffici di collocamento che supportano la ricerca di lavoro e gli incentivi alle aziende per l'assunzione di personale ne sono un esempio. Ci sono però provvedimenti pubblici che, tentando di diminuire la disoccupazione, in realtà ottengono il risultato opposto, ne è un esempio il sussidio di disoccupazione, che è un'indennità che spetta ai lavoratori, assicurati contro la disoccupazione, che siano stati licenziati e ai lavoratori che sono stati sospesi da aziende colpite da eventi temporanei non causati né dai lavoratori né dal datore di lavoro (mancanza di lavoro, di commesse o di ordini, crisi di mercato ecc.).
Provvedimenti come questo, riducendo il disagio economico prodotto dalla disoccupazione, aumentano la quantità di disoccupazione frizionale, quella cioè riguardante la mancanza di lavoro a breve termine, cioè coloro che cercano lavoro per la prima volta oppure che stanno cambiando posto di lavoro. In sostanza il sussidio di disoccupazione offre una sicurezza, la certezza di avere un reddito in un certo senso e quindi diminuisce l’interesse a cercare posti di lavoro con occupazione duratura.
All'interno di questo elaborato ho voluto in primo luogo osservare come la ripartizione geografica incida sul tasso di disoccupazione; appare poi evidente come vaste aree del Sud d'Italia siano maggiormente colpite dal deficit occupazionale.
Tabella: Popolazione e tasso di disoccupazione per regione
| Pos. geografica | Regioni | Popolazione | Tasso disoccupazione 2010 |
|---|---|---|---|
| Nord | Valle d’Aosta | 109 | 4,4 |
| Nord | Piemonte | 3844 | 7,6 |
| Nord | Lombardia | 8395 | 5,6 |
| Nord | Trentino Alto Adige | 855 | 3,5 |
| Nord | Veneto | 4178 | 5,8 |
| Nord | Friuli Venezia Giulia | 1069 | 5,7 |
| Nord | Liguria | 1420 | 6,5 |
| Centro | Emilia Romagna | 3778 | 5,7 |
| Centro | Toscana | 3243 | 6,1 |
| Centro | Umbria | 781 | 6,6 |
| Centro | Marche | 1362 | 5,7 |
| Centro | Lazio | 4844 | 9,3 |
| Centro | Abruzzo | 1161 | 8,8 |
| Centro | Molise | 279 | 8,4 |
| Sud | Campania | 4849 | 14,0 |
| Sud | Puglia | 3464 | 13,5 |
| Sud | Basilicata | 507 | 13,0 |
| Sud | Calabria | 1716 | 11,9 |
| Sud | Sicilia | 4256 | 14,7 |
| Sud | Sardegna | 1460 | 14,1 |
| Italia | Total | 51571 | 8,4 |
I dati espressi in migliaia e in percentuale rappresentano rispettivamente la popolazione e il tasso di disoccupazione. Da questi dati, forniti dall’Istat, vediamo che il livello di disoccupazione più alto nell’anno 2010 è stato registrato in Sicilia, che ha un tasso del 14,7, seguito nell’ordine da Sardegna e Campania, che riportano rispettivamente 14,1 e 14. Al vertice opposto troviamo il Trentino Alto Adige, che vanta il tasso di disoccupazione nel 2010 pari a 3,5 e quindi il più basso.
Distribuzione delle frequenze e misure statistiche
In questa tabella ho calcolato il numero di persone disoccupate in Italia. Inizialmente essendo i tassi di disoccupazione in nostro possesso regionali, ho calcolato il tasso di disoccupazione nazionale relativo al numero di persone realmente disoccupate. Per ogni regione si è calcolato il numero di persone realmente disoccupate in base al tasso di disoccupazione regionale percentuale fornito dall’Istat. Ad esempio, per quanto riguarda la Valle d’Aosta abbiamo moltiplicato la popolazione per il tasso di disoccupazione: 109 * 5,3% = 4,796.
Dopo aver applicato questa formula ad ogni regione ho ottenuto il numero totale di disoccupati in Italia e la frequenza regionale. Con il termine “distribuzione di frequenze” si intende la tavola che riporta le categorie di risposta della variabile osservata e, accanto, il numero di volte in cui ciascuna risposta è stata osservata; le distribuzioni di frequenze semplici possono essere trasformate in distribuzioni di frequenze relativa (p), dividendo il numero di casi appartenente a ciascuna categoria di risposta per il numero totale dei casi. Quindi, prendendo sempre ad esempio la Valle d’Aosta: 4,796 / 4559,093 = 0,00105196.
Le distribuzioni di frequenze semplici possono essere trasformate anche in distribuzioni percentuali, moltiplicando le frequenze per 100 e dividendo poi per il totale delle frequenze, quindi: (4,796 * 100) / 4559,093 = 0,10519636.
Ogni distribuzione di frequenze può essere riassunta tramite due statistiche descrittive: le misure di tendenza centrale, che sono moda, mediana e media, e le misure di dispersione, ovvero l’indice di diversità, l’indice di variazione qualitativa, il campo di variazione, la deviazione assoluta media, la varianza e la devianza standard.
La moda è, all'interno di un insieme di k categorie che formano una data distribuzione, la categoria alla quale è associato il numero di osservazioni più elevato, è una misura di tendenza applicabile sia a variabili discrete che continue. Nel nostro caso, per quanto riguarda il tasso di disoccupazione la categoria modale è rappresentata dalla Sicilia, con un tasso pari a 14,7.
La mediana si applica solo alle categorie ordinate e divide la distribuzione ordinata esattamente a metà. La mediana di una data distribuzione è uguale al valore associato all'osservazione centrale di quella distribuzione quando questa è formata da un numero dispari di osservazioni, mentre è uguale alla media dei valori associati alle due osservazioni centrali della distribuzione quando questa è formata da un numero pari di osservazioni. Ordino in modo crescente la mia distribuzione e, dato che questa è formata da un numero pari di osservazioni, dovrò calcolare la media delle due osservazioni centrali, cioè Umbria e Piemonte. Quindi: 6,6 + 7,6 = 14,2.
Il risultato così ottenuto verrà diviso per 2, quindi posso affermare che la mediana corrisponde a 7,1.
La media aritmetica consiste nella somma dei valori di tutte le osservazioni divisi poi per il numero totale dei casi. La formula per calcolarla è: = La media sarà pari a 8,55.
Come già detto, le misure di dispersione sono l’indice di diversità, l’indice di variazione qualitativa, il campo di variazione, la deviazione assoluta media, la varianza e la devianza standard.
L’indice di diversità D misura la probabilità che due osservazioni estratte in modo casuale da una popolazione abbiano di appartenere a categorie diverse di una data variabile discreta; per calcolarlo è necessario elevare al quadrato la proporzione di casi che rientra in ciascuna delle K categorie discrete, i valori vengono sommati e si sottrae da 1 la cifra ottenuta: D = 1 – 0,089 = 0,911.
Maggiore è il valore assunto da D, più equa è la distribuzione dei casi fra le K categorie della variabile oggetto di analisi, il minimo valore possibile di D è zero, che si ottiene quando tutti i casi osservati appartengono a una sola categoria. Il massimo valore di D, invece, si ottiene quando ogni categoria contiene la stessa proporzione di casi. In questo caso la distribuzione è equa.
Questo valore, tuttavia, non è costante ma dipende dal numero di categorie in cui si articola una variabile: maggiore è il numero di categorie, maggiore è il valore massimo che D può assumere, valori di D calcolati per variabili discrete che hanno un numero diverso di categorie non possono essere confrontati direttamente. Questo problema viene risolto grazie all’indice di variazione qualitativa, IVQ, che standardizza l’indice di diversità per il numero di categorie. Il massimo valore di IVQ è sempre pari a 1 quando i casi si ripartiscono equamente fra le K categorie. Pertanto, questo indice consente di confrontare i livelli di dispersione di variabili discrete che si articolano in numeri differenti di categorie: = 0,958947368 = 0,96.
Il campo di variazione di una data distribuzione corrisponde alla differenza tra il suo valore maggiore ed il suo valore minore, il limite principale di questo indice è che, essendo basato sui soli valori estremi della distribuzione, non prende in considerazione l'informazione fornita dalle altre osservazioni disponibili, cioè non dice nulla su come si distribuiscono i casi all'interno dei due valori estremi della distribuzione. In questo caso il campo di variazione corrisponde alla differenza tra il valore relativo alla regione Sicilia e quello relativo alla regione Trentino Alto Adige e quindi: 14,7 – 3,5 = 11,2.
La deviazione di un valore Y dalla media viene generalmente calcolata come segue: d = Y - . I valori della deviazione possono essere positivi, quando il valore supera la media della distribuzione, o negativi quando il valore è inferiore alla media. Tuttavia, la media di tutte le N deviazioni è sempre uguale a zero, in quanto la media aritmetica controbilancia il peso relativo delle deviazioni positive e di quelle negative.
Tabella: Deviazioni regionali
| Regioni | Tasso dis. 2010 | d = Y- | |d| | d2 |
|---|---|---|---|---|
| Valle d’Aosta | 4,40 | -4,15 | 4,15 | 17,18 |
| Piemonte | 7,60 | -0,95 | 0,95 | 0,89 |
| Lombardia | 5,60 | -2,95 | 2,95 | 8,67 |
| Trentino Alto Adige | 3,50 | -5,05 | 5,05 | 25,45 |
| Veneto | 5,80 | -2,75 | 2,75 | 7,54 |
| Friuli Venezia Giulia | 5,70 | -2,85 | 2,85 | 8,09 |
| Liguria | 6,50 | -2,05 | 2,05 | 4,18 |
| Emilia Romagna | 5,70 | -2,85 | 2,85 | 8,09 |
| Toscana | 6,10 | -2,45 | 2,45 | 5,98 |
| Umbria | 6,60 | -1,95 | 1,95 | 3,78 |
| Marche | 5,70 | -2,85 | 2,85 | 8,09 |
| Lazio | 9,30 | 0,76 | 0,76 | 0,57 |
| Abruzzo | 8,80 | 0,26 | 0,26 | 0,07 |
| Molise | 8,40 | -0,15 | 0,15 | 0,02 |
| Campania | 14,00 | 5,46 | 5,46 | 29,76 |
| Puglia | 13,50 | 4,96 | 4,96 | 24,55 |
| Basilicata | 13,00 | 4,46 | 4,46 | 19,85 |
| Calabria | 11,90 | 3,36 | 3,36 | 11,26 |
| Sicilia | 14,70 | 6,16 | 6,16 | 37,88 |
| Sardegna | 14,10 | 5,56 | 5,56 | 30,86 |
| Italia | 8,55 | 61,98 | 252,77 |
Pertanto, la deviazione media non si presta come misura di dispersione. Questo problema viene risolto calcolando la media dei valori assoluti delle deviazioni e quindi la deviazione assoluta media, DAM, equivale alla somma delle deviazioni in valore assoluto, diviso il numero delle osservazioni: 3,009.
L'indice DAM assume sempre un valore superiore a zero, tranne quando tutte le osservazioni hanno esattamente lo stesso valore. Sfortunatamente, la deviazione assoluta media non soddisfa un requisito importante per una misura di dispersione, quello che richiede che lo scostamento dei valori dalla media sia minimo. Per eliminare i segni negativi da una distribuzione di deviazioni, queste possono essere elevate al quadrato. La somma di queste diviso il numero di osservazioni meno 1 rappresenta la varianza: = 13,30.
La deviazione standard equivale alla radice quadrata della varianza: = 3,65.
Capitolo 2: Le fonti
Cos’è l’Istat?
L'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) è un ente di ricerca pubblico italiano, le cui attività comprendono:
- Censimenti sulla popolazione
- Censimenti sull'industria, sui servizi e sull'agricoltura
- Indagini campionarie
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