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Capitolo II

L’Utilitarismo

È una corrente filosofica basata sulla decisione di far dipendere la

norma dell’azione esclusivamente dal criterio delle sue conseguenze. Tali

conseguenze vengono generalmente definite in termini di piacere,

soddisfazione, benessere, felicità.

I sostenitori dell’utilitarismo da Epicuro a Bentham intendono per

utilità non qualche cosa di distinto dal piacere, ma il piacere stesso unito

all’assenza del dolore, asserendo che l’utile è qualche cosa di piacevole.

La dottrina che accetta come fondamento della morale l'utilità, o il

principio della massima felicità, sostiene che le azioni sono lecite in quanto

tendono a promuovere la felicità, e illecite se tendono a generare il suo

opposto. Quindi per felicità s’intende piacere e assenza di dolore, per

infelicità dolore e privazione del piacere.

Secondo il principio della massima felicità, lo scopo ultimo di ogni

azione è un'esistenza il più possibile esente dal dolore e ricca di godimenti,

sia quantitativamente, che qualitativamente.

La felicità da perseguire non è quella personale di chi agisce, ma di

tutti gli interessati. Tra la propria felicità e quella degli altri, l'utilitarismo

pretende che colui che agisce sia del tutto imparziale come uno spettatore

disinteressato e benevolo.

La moralità, quindi, è un insieme di regole e norme di condotta la cui

osservanza può portare a una forma di vita, come quella descritta, può

garantire, nel modo più ampio, a tutto il genere umano.

A tal fine, la regola aurea di Gesù: non fare agli altri… e ama il

prossimo tuo… costituisce l'ideale perfezione della morale utilitaristica. 6

Capitolo III

L’Asservimento delle Donne

In questo libro, che è divenuto poi il testo chiave del femminismo

liberale, Mill afferma con argomentazione più convincente e maggior forza

l’origine storica della subordinazione delle donne, la cui differenza fisica

rispetto agli uomini non solo non giustifica in nessun modo quello stato di

subordinazione o di schiavitù, ma ostacola il progresso stesso del genere

umano. Il libro fu pubblicato nel 1869, undici anni dopo la morte di Harriet

2

Taylor , che aveva contribuito ampiamente al lavoro preliminare.

In primo luogo, Mill afferma che la disuguaglianza tra uomini e donne

poggia solo su basi teoriche, non confermate da prove empiriche che

dimostrano tale disparità. In secondo luogo, questo sistema di

disuguaglianza non è stato adottato in conseguenza di una decisione

meditata, o di una riflessione ponderata, o di qualche cognizione purchessia

di cosa arrechi beneficio all’umanità o conduca a un buon ordinamento

sociale. Il sistema attuale, che subordina il cosiddetto “sesso debole” a

quello “forte”, altro non è che il frutto di un mero fatto fisico convertito in

un diritto legale, ratificato poi dalla società.

«Gli individui che erano prima costretti a obbedire per forza,

3

dovettero poi obbedire in nome della legge» .

La schiavitù era in principio una lotta tra il padrone e lo schiavo,

divenne in seguito un’istituzione legale: gli schiavi erano compresi

2 Le sue riflessioni hanno certamente influenzato i lavori di Stuart Mill, principalmente il suo The

Subjection of Women, mentre dei Principles of Political Economy, Mill ammise che aveva redatto l'intero

capitolo On the probable futurity of the working classes. Harriet lo spinse anche a neutralizzare talune

espressioni della sua scrittura, sostituendo «man» e «he» con «person» e «people».

3 J. S. Mill, L’asservimento delle donne, Bur, Roma, 2007, p. 71. 7

all'interno del Patto Sociale, secondo il quale i padroni s’impegnavano,

reciprocamente, a tutelare la loro proprietà attraverso la forza collettiva.

Nel corso dei tempi quindi molti uomini erano schiavi, come la

totalità del sesso femminile lo è tuttora, ma la netta differenza si ritrova nel

corso degli avvenimenti futuri sia politici sia culturali; con l'aiuto del

progresso, la schiavitù del sesso maschile finì con l’essere abolita, mentre la

schiavitù della donna si è modificata, assumendo sembianze diverse, a volte

subdole; anche addolcendo questo stato di subordinazione, la fisionomia del

potere in realtà ha ancora le sembianze della legge del più forte.

Mill ha cercato un parallelismo tra la struttura sociale del dispotismo e

la forma della schiavitù della donna sia nell’ambito familiare sia nell’ambito

strettamente sociale, domandandosi quali differenze intercorrono tra i due

ruoli del potere appena indicati; concludendo poi che la risposta risiede

totalmente nel sesso maschile poiché il potere è insito in questo(capo

famiglia, uomo dispotico). Chi desidera il potere vuole soprattutto

esercitarlo nei confronti degli altri per accrescere i propri interessi ed

evitando l’altrui esercizio della libertà in vista di preferenze personali

destabilizzanti la sua egemonia.

Uno dei fattori che pregiudica la riuscita delle donne, è, per Mill, la

mancanza di tempo. Le donne non hanno mai il tempo di dedicarsi

seriamente a un’occupazione esterna, per quanto questo possa apparire

paradossale; quest’ultima precisazione, che Mill sente di dover fare, mostra

quanto doveva essere diffusa anche allora l’idea che le donne “non hanno

nulla da fare” e che di conseguenza il tempo delle donne non ha un grande

valore. 8

Ciò che assorbe il tempo e le energie psichiche delle donne è innanzi

tutta la gestione della casa: anche qui l’attenzione è rivolta alle donne

all’interno del matrimonio.

La gestione di una casa occupa almeno una donna per famiglia salvo

che questa non sia abbastanza ricca da poter affidare il compito a una

governante e anche nel caso in cui questo lavoro primario sia affidato a

dipendenti salariati, resta sempre il fatto che la donna deve gestire i rapporti

di tutta la famiglia con gli altri (la cosiddetta società), che comprendono:

pranzi, feste, concerti, le serate, le visite, la corrispondenza, ecc.

A tutto questo va aggiunto che le donne subiscono una forte pressione

sociale; indipendentemente dal ruolo che esse ricoprono ci si aspetta che

mettano a disposizione di chiunque, rispetto al maschio, una quantità

maggiore di tempo ed energie. Paradossalmente ci vuole una malattia in

famiglia, o qualcos’altro proprio fuori dell’ordinario, perché la donna sia

autorizzata a dare alle proprie occupazioni la precedenza sui piaceri degli

altri. Deve essere sempre agli ordini e a disposizione di qualcuno e in

generale di tutti: ad esempio se desidera studiare, vi si può dedicare solo

approfittando di ogni casuale ritaglio di tempo.

Ciò che manca alle donne, è in definitiva la libertà di dedicarsi alle

attività per cui avrebbero inclinazione, opportunità che non manca

certamente agli uomini liberi di seguire le proprie attitudini anche in vista di

una mancata produzione di reddito.

Mill esamina un altro fattore importante che investe la donna, forse il

più radicato: il dominio patriarcale che: «abita nella persona e nel cuore di

ogni capofamiglia maschio, e di tutti coloro che aspirano a diventarlo. Il

9

contadino esercita, o si appresta a esercitare, la sua quota di potere al pari del

4

più alto aristocratico»

Mill considera il patriarcato come un veleno per gli uomini, soggetti,

anche loro, a un’educazione perversa.

«Pensiamo a cosa significa per un ragazzo giungere all’età adulta nella

convinzione di essere superiore per diritto a tutti gli individui di una buona metà

della razza umana, per il solo fatto di essere nato maschio, senza alcun suo merito

né sforzo, e per quanto egli possa essere il più frivolo, vuoto, ignorante e stupido

degli uomini. In quella metà sono poi probabilmente incluse alcune, la cui reale

superiorità nei suoi confronti egli ha occasione di avvertire tutti i giorni o a tutte

le ore; ma lui, anche se si affida in tutto e per tutto alla guida di una donna, se è

uno stupido pensa che lei non è né può essere uguale a lui per capacità e giudizio;

e se non è stupido, peggio ancora, perché vede che lei gli è superiore ma,

nonostante la superiorità di lei, pensa di avere i titoli per comandarla, e che lei sia

5

tenuta ad obbedire. Che effetto avrà questa lezione sul suo carattere?»

Secondo l’autore, l’uguaglianza dei diritti eliminerebbe l’esagerata

negazione di sé che costituisce attualmente l’ideale artificiale del carattere

femminile. Bisognerebbe prendere a modello quel sentimento di uguaglianza

degli esseri umani proposto dal cristianesimo.

Ciò che Mill propone è una riflessione, non su quanto la società ha

bisogno dei servigi delle donne negli affari pubblici o altro, ma di quanto

risulti per le donne la vita, a cui sono condannate, triste e derelitta, di come

si precluda non solo l’accesso ma anche allo sviluppo di abilità pratiche, di

cui esse sono dotate nei più svariati campi, con conseguente inappagamento

per una vita piacevole, priva di obiettivi o aspirazioni personali.

4 M.me de Stael, Delphin: Un homme peut braver l’opinion; une femme doit s’y soumettre.

5 J. S. Mill, The Subjection of women, 1869. 1


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicologiche applicate
SSD:
Università: L'Aquila - Univaq
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marlene87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero scientifico e filosofico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università L'Aquila - Univaq o del prof Di Gregorio Mario Aurelio Umberto.

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