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John Stuart Mill: On Liberty

Il saggio Sulla libertà fu concepito nel 1854 da Mill assieme alla moglie Harriet Taylor e venne pubblicato nel 1859, senza la seconda stesura cui era solito il filosofo, in onore della moglie deceduta. Il saggio si concentra “sulle libertà civili o sociali”, cioè l’individuazione del limite di intervento della società sull’azione individuale. Attorno alla libertà ruotano, secondo Mill, tutte le questioni legate all’attività umana e al suo benessere, soprattutto quelle del progresso: senza libertà esso non vi è.

La tirannia sociale

In questo senso diviene centrale analizzare quella che viene definita la “tirannia sociale” cioè la tirannia della maggioranza, in modo da prevenirla ed eliminarla e arrivare a una società che non precluda la libertà individuale, intesa come realizzazione dell’uomo, e che non conduca alla soppressione della minoranza, nel saggio considerata non solo la parte svantaggiata e oppressa ma quella che probabilmente ha la verità dalla sua. Il saggio registra in questo senso due elementi fondamentali.

Elementi fondamentali del saggio

Da un lato la rielaborazione della tesi di Trasimaco secondo cui l’utile è il giusto del più forte per cui bisogna diffidare delle morali, delle regole imposte dalla maggioranza e soprattutto delle abitudini. In questo senso la legge e la morale derivano da una pretesa di coincidenza di interessi della società fatta valere dalla classe dominante, che dettando la propria morale e le proprie leggi fa valere il proprio utile, danneggiando così le classi inferiori, le minoranze, e quindi la libertà individuale e il progresso, ostacolando la dialettica, la discussione.

Il secondo elemento riguarda il cambio di attenzione che la filosofia dedica alla società e allo stato: se fino ad Hegel compreso lo stato lo si considerava come contenitore globale, in questo senso contenente anche la società stessa, per cui era necessario difendersi (o ampliarne i poteri) da esso, da Saint Simon in poi questa concezione viene cambiata: la società è il contenitore per eccellenza, che ingloba così anche lo stato.

Lo scritto di Mill si colloca in questo cambiamento di tendenza ed è in questo senso probabilmente uno dei primi scritti filosofici in difesa dalla società nei riguardi dell’individuo. Mill fa valere, contrariamente a posizioni che privilegiano la maggioranza o la realizzazione con, la realizzazione dell’individuo in seno alla società, realizzazione che è quindi individualistica ma stemperata da un giusto equilibrio nel rapporto con la società che permette all’individuo di essere in maniera più completa.

Difesa della libertà individuale

La difesa della libertà individuale è da compiersi attraverso l’abbattimento dell’abitudine, delle accettazioni aprioristiche e delle passività: ciò che si chiede è un atteggiamento non solo attivo, mentalmente parlando, ma anche eclettico e quindi scettico. È sempre necessario, dice Mill, essere disposti a mettere in discussione la propria opinione, a non considerarla vera a priori né accettarla passivamente: la qualità contraddistintiva della mente umana è la capacità di individuare gli errori e di correggerli. Essendo l’uomo un essere imperfetto, e contenendo ogni opinione una parte di verità trascurata dall’altro, solamente attraverso la discussione, la dialettica (negativa) si potrà far emergere quella che è la verità, che risulterà quindi in questo senso dall’equilibrio delle verità contenute nelle varie posizioni sostenute.

Anche là dove un’opinione contenesse il falso e fosse sbagliata, sarebbe necessario discutere e non sopprimere per far meglio capire ed emergere la verità di cui si è portatori. Dando in questo modo la possibilità a ciascuno di esprimere la propria opinione liberamente, ed essendo sempre pronti alla rettifica, si salvaguardia la minoranza dalla maggioranza: ci si tutela dalla tesi di Trasimaco.

Capitolo I - Introduzione

Nell’introduzione Mill spiega sin da subito qual è l’obiettivo del saggio: parlare delle libertà civili e sociali. Per farlo parte da una considerazione della storia come contrappositiva per mostrare, attraverso l’esempio degli Stati Uniti, come si sia arrivati alla situazione attuale e come migliorarla, individuando poi i tre ambiti d’azione della libertà umana.

Storia

La storia dell’uomo sarebbe, soprattutto nei suoi caratteri salienti, caratterizzata dalla lotta fra autorità e libertà, lotta che in questo senso è di classe in quanto è lotta fra governante e governati. Gli interessi delle due classi erano considerati contrapposti ed il potere del sovrano era considerato necessario per difendere le minoranze dalle maggioranze. La lotta nasceva dal fatto che questo enorme potere avrebbe potuto schiacciare la comunità intera: era necessaria quindi una costante vigilanza sull’operato del sovrano e in questo senso un clima di ostilità perenne. La libertà si configurava così come risultante dalla limitazione di questo potere.

Due erano i mezzi utilizzati per far fronte al problema: l’individuazione di una serie di garanzie che se fossero venute meno autorizzavano alla soppressione del governo (c’è una eco lockiana in questo a parer mio); la scelta di rappresentanti del popolo in seno al sovrano che avrebbero dovuto difenderne le istanze (una sorta di cachet d’oleance si potrebbe dire?).

Col tempo, però, le cose andarono sistemandosi e acclimatandosi per cui si iniziò a considerare gli interessi dei governanti come coincidenti con quelli dei governati: è la teoria della sovranità popolare secondo cui se il governo è espressione diretta di ciò che il popolo vuole allora non potrà danneggiarlo o tiranneggiarlo in quanto ciò significherebbe danneggiare o tiranneggiare se stessi. Credo che vi si possa individuare una velata critica al Rosseau del Contratto Sociale.

La critica che Mill volge contro questa affermazione riprende le posizioni di De Tocqueville in La Democrazia in America (di cui Mill era stato recensore favorevole, e del cui autore diverrà amico). Mill sostiene che questo modello teorico ha visto l’applicazione negli Stati Uniti e che grazie a ciò se ne svelano le ombre, i difetti, che altrimenti sarebbero rimasti oscuri. Il problema, qui, è proprio quello della tirannia della maggioranza: infatti non sempre gli interessi dei governanti coincidono con quelli del popolo, o con una parte di essi. Il che significa che una parte del corpo sociale può decidere di sopprimerne un’altra.

È questa la tirannia sociale, molto più pericolosa di quella del sovrano perché si annida più velatamente nelle pieghe più profonde dell’animo umano e non lascia via di fuga. Ma come prevenirla? Dove porre un freno all’azione della società sull’individuo? Quando è legittimo che intervenga?

L'abitudine e la morale

Per rispondere a queste domande Mill sostiene che bisogna partire dal concetto di abitudine perché esso previene dalle perplessità. Le opinioni, dice Mill, son spesso sostenute dall’abitudine, ma prima di essa da ciò che la forma cioè il piacere, il sentimento: ciò che mi piace, ciò che preferisco è fatto coincidere con il giusto (ritorna appunto la Tesi di Trasimaco). Ma queste non sono ragioni, solo opinioni.

La morale diviene quindi l’espressione di ciò che la classe dominante ritiene giusto in base alle proprie preferenze, e la si vuole applicare all’intero corpo sociale perché si ritiene che vi sia una coincidenza fra ciò che è giusto per noi e per gli altri (una coincidenza di interessi direbbe Berthrand Russel). La questione della morale potrebbe essere spinosa: problema, in questo senso, spesso dibattuto nella filosofia moderna, ha qui un collegamento diretto con la filosofia illuministica, filtrata da Fourier e Saint Simon fino a Bentham, da cui il problema è ripreso da Mill. Problema comune anche al Marxismo che formula una critica simile, poi ripresa anche dai marxisti successivi, come Antonio Gramsci nel suo Quaderno 22.

Ma c’è una eccezione a quanto detto: essa è rappresentata dai periodi di conflitti religiosi e di opinione che, una volta che volgono al termine vedono la parte sconfitta chiedere di essere riammessa col proprio culto o con le proprie opinioni. In questo caso chiaramente l’accettazione non è viziata dall’abitudine.

Ma attenzione dice Mill: la stessa tolleranza diviene poi foriera di abitudine e diviene solo di facciata. Una tolleranza indirizzata solamente verso chi è simile a noi (il problema della tolleranza viene ripreso da Mill nel capitolo II). L’Inghilterra, poi, è un caso a parte: qui c’è ancora l’abitudine a considerare gli interessi del governo e dei governati come discordi e non c’è accordo, non c’è un principio di legittimità governativa e tutto va in base alle preferenze.

Lo scopo del saggio: come fare?

Fatte queste premesse Mill riprende lo scopo del saggio e si chiede nuovamente come fare a porre un giusto limite all’azione della società sull’individuo. Secondo Mill l’uomo dovrebbe essere assolutamente libero di agire come crede (anche perché nelle sue questioni è il miglior arbitro di se stesso), fino a quando però non va, con le sue azioni, a coinvolgere gli altri e a danneggiarli. Solo a questo punto la società può intervenire: per autoprotezione.

Gli ambiti specifici della libertà umana

A questo punto, dice Mill, prima di addentrarsi nel cuore del saggio è necessario capire quali sono gli ambiti dell’azione umana. Essi sono tre:

  • Uno più riflessivo: legato alla libertà di pensiero, di parola, e di espressione. La sfera interiore.
  • Uno più pratico: legato all’agire, al fare (teknè), di gusto, di ricerca. Legato quindi alla libertà di progettare.
  • Uno che li raccoglie entrambi: la libertà di associazione.

Senza questi tre ambiti la società non può considerarsi libera.

Capitolo II – La libertà di pensiero e di discussione

Si tratta del capitolo più lungo del libro ed assieme al terzo ne rappresenta il cuore dell’opera. Qui si esplica l’importanza fondamentale della libertà di parola e di pensiero dovuta al fatto che ogni opinione contiene una verità parziale e che anzi, quelle minoritarie sono quelle che contengono spesso le verità più trascurate.

La difesa parte quindi dalla poliedricità dell’uomo e dalla sua fallacia: difatti solamente attraverso la discussione emergono le luci e le ombre di una posizione o di una dottrina e, tramite la loro sintesi, si può così giungere a un punto di equilibrio, un compromesso, fondamentale. Dunque, senza libertà di parola e pensiero attuate tramite la libera discussione non vi sarà progresso nella civiltà: è su questa base che si previene la dittatura sociale della maggioranza e su cui ruota l’intero capitolo.

Il capitolo è diviso in tre sezioni, ecco la prima:

Quando l’opinione che si cerca di sopprimere è considerata falsa

Il capitolo si apre con una difesa della libertà di opinione: sopprimere un’opinione rappresenta un crimine contro l’umanità. Difatti se da un lato l’opinione soppressa si rivelasse veritiera si sarebbe privata l’umanità di passare dal falso al vero; ma viceversa, se si rivelasse falsa si priverebbe l’umanità di avere una maggior chiara percezione della propria posizione giusta.

Inoltre non si può mai essere sicuri che l’opinione soppressa sia falsa (o vera), e farlo significa arrogarsi il diritto di scegliere per l’umanità intera, escludendo gli altri dalla possibilità di esaminare, quindi di attuare una dialettica. Ciò si baserebbe su una pretesa di infallibilità che farebbe coincidere la propria capacità di giudizio con quella universale, valida per tutti. Ma, dice Mill, molti si rendono conto della propria fallibilità, ma ben pochi fanno qualcosa per tutelarsi e tutelare gli altri dai propri errori e ancor meno son quelli disposti ad ammettere di aver sbagliato.

Piuttosto, fanno valere una pretesa di giusto universale ponendo la responsabilità sul loro “mondo”, cioè quella parte di società con cui entrano in contatto, con cui sono a proprio agio e che supporta e propugna le loro medesime idee: di fatto fanno valere l’autorità di un soggetto esterno. Questione a questa collegata è quella di ritenere che sia necessario credere che l’opinione che si porta avanti sia vera, in maniera quasi aprioristica.

Secondo Mill non è credendo, cioè appunto credere, non pensare ecc, che la nostra opinione risulterà vera e al riparo dagli attacchi. Piuttosto, esser disposti a mettere in discussione la propria opinione, ad ammettere che potrebbe essere fallibile, è un punto a favore di una sua possibile correttezza. Inoltre, l’uomo è un essere fallibile, ma ha come più grande qualità della sua mente quella di individuare gli errori e di correggerli. Dunque sarà sempre tenendo presente queste cose, e quindi gli strumenti, ed essendo sempre disposti alla dialettica che si potrà supporre la verità della propria opinione.

Problema ad esso collegato è quello del fatto che “oggi” le opinioni non vengono più difese attraverso una pretesa di verità, ma attraverso la loro utilità. In questo senso, ci dice Mill, gli uomini non saprebbero cosa fare senza le loro opinioni. Ma l’utilità di un’opinione è essa stessa un’opinione. Dunque, se non mi si permette di argomentarne l’utilità non mi si permetterà di argomentarne la verità, e viceversa.

In sostanza, ogni opinione in contrasto con la verità è inutile. E ciò riconferma la mia tesi del collegamento con la Tesi di Trasimaco del giusto è l’utile del più forte. Da qui fa degli esempi storici di presunzione di infallibilità: Socrate condannato per empietà e immoralità; Gesù, ed il più importante di tutti Marco Aurelio, stimato dall’autore come il più importante degli imperatori romani, se avesse capito che il cristianesimo era importante per Roma sarebbe stato meglio che perseguitarli.

In questo senso non è giusta quindi neanche l’opinione di chi sostiene che è giusto perseguitare la verità: da un lato è un crimine contro l’umanità, dall’altro si fa un’ingiustizia a chi compie uno dei più grandi servigi per l’umanità, dall’altro non è affatto detto che essa trionfi sempre: le persecuzioni possono anche riuscire bene. Collegato a questo è il ritenersi al riparo dal ritorno dell’intolleranza e del fanatismo. Fa un esempio di un uomo cui è stata rifiutata giustizia in tribunale di fronte a un ladro, perché ateo.

Riprendendo il tema della tolleranza di facciata, cioè rivolta solo verso chi è come noi, Mill sostiene che non è giusto non accettare la testimonianza di un ateo perché non crede nell’aldilà, perché così si invita a mentire, e nel frattempo si lascia un furfante a piede libero. Secondo questo ragionamento, i cristiani credono per utilità: per il timore di finire all’inferno, per non finirci. Rimprovera quindi all’Inghilterra la mancanza di libertà di discussione, caratterizzata da una dittatura dei costumi, che fa sì che si consolidino le stesse opinioni e basta. Non basta infatti che vi siano degli intellettuali ad illuminare la strada: fino a quando tutto il popolo intero non sarà intellettualmente attivo non vi sarà progresso.

Quando l’opinione che non può essere liberamente espressa è vera

Proseguendo il ragionamento, non è neanche giusto che la verità alberghi nel cuore delle persone passivamente, senza discussione e senza una reale conoscenza: sarebbe un’adesione, un albergare di facciata che fa perdere contatto con l’essenza dell’argomento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniele.1992 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Melilli Grazia.
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