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John Stuart Mill: La libertà, l'utilitarismo, l'asservimento delle donne

Introduzione di Eugenio Lecaldano: L'utilitarismo liberale di John Stuart Mill

Nelle pagine che seguono, cercheremo di contestare le liquidazioni avanzate da coloro che leggono gli scritti di Mill come incoerenti, in quanto metterebbero insieme esigenze del tutto divergenti sul piano teorico, come quelle della ricerca – propria della tradizione utilitaristica – della felicità generale e della salvaguardia – propria del pensiero liberale – dell'autonomia individuale. Sosterremo invece che il nucleo del pensiero di Mill sta nella revisione ed estensione dell'utilitarismo messo a punto da Jeremy Bentham (1748-1832).

Con il suo utilitarismo riformato, Mill continua ad insistere sulla centralità del criterio della felicità generale, anche se le sue applicazioni sono rivolte a mostrare che tale obiettivo etico è irrealizzabile ove non si rispetti fino in fondo l'autonomia individuale. Mill, applicando i suoi principi utilitaristici, giunge a denunciare come immorali molte delle regole e consuetudini accettate al suo tempo, specialmente in quell'area della condotta umana che coinvolge le relazioni personali tra i sessi o le relazioni tra i differenti ceti o classi nella società.

La differenza principale tra l'utilitarismo di Mill e quello di Bentham sta proprio in questa attenzione per il piano delle relazioni personali e civili piuttosto che per quello delle leggi codificate. Inoltre, questa particolare sensibilità di Mill per le questioni etiche che nascondono nelle relazioni personali è proprio una delle ragioni che può spiegare la ripresa di attenzione nei confronti delle sue opere a cui assistiamo in quest'ultimo scorcio del XX secolo.

Un'altra ragione di questa ripresa della fortuna delle idee di Mill sta nel fatto che egli nei suoi scritti si impegna a risolvere le questioni etiche che affronta alla luce di una moralità liberale che non è caratterizzata dalla neutralità nei confronti di tutti i valori, ma piuttosto da una concezione sostantiva, o per così dire "comprensiva", della vita buona. La lettura di L'utilitarismo, La libertà e L'asservimento delle donne consente di cogliere con sufficiente chiarezza tutti gli aspetti centrali della teoria etica delineata da Mill.

1. Una riforma dell'utilitarismo

Ciò che conserva della concezione di Bentham è il riconoscimento della tesi che la felicità è l'unica cosa fornita di valore etico; tesi da cui deriva il principio utilitaristico secondo il quale l'unica condotta moralmente approvabile è quella che tende a promuovere o rendere massima la felicità. Mill, ovviamente, sottoscrive anche l'altra conclusione, che distingue radicalmente l'utilitarismo da qualsiasi forma di egoismo etico, ovvero la tesi della priorità della felicità generale quale bene rispetto a quella individuale.

Bentham aveva utilizzato una psicologia edonistica molto semplice, preoccupata di distinguere solo quantitativamente i piaceri e i dolori in gioco e di riuscire a trovare le opportune sanzioni e ricompense con l'aiuto delle quali gli individui potevano essere portati a uniformarsi a regole e norme che avrebbero garantito l'incremento della felicità generale.

Il giovane Mill, passando a denunciare i limiti della prospettiva di Bentham, prendeva, in primo luogo, le distanze dalla tendenza di questi a sottovalutare le differenze individuali di piacere e tutto quell'insieme di condizioni della felicità generale che avevano a che fare con le relazioni personali. La prima riforma da introdurre nell'utilitarismo, secondo Mill, consisteva nella trasformazione della concezione stessa della felicità da massimizzare. Non c'era nessuna ragione per cui l'utilitarismo dovesse guardare alla felicità dall'ottica dei piaceri più bassi ed elementari: occorreva però mirare ad un perfezionamento di questa felicità generale e dunque ad un miglioramento qualitativo delle vite individuali, più che con l'uso di sanzioni, attraverso l'educazione e l'emulazione tra individui liberi e creativi.

Attraverso questa diversa concezione della felicità l'utilitarismo, secondo Mill, sarebbe anche riuscito a rispondere alle critiche di riduzionismo e a mostrare tutta la sua superiorità rispetto alle altre etiche, non già negandole, quanto piuttosto accogliendo da esse le legittime esigenze di elevazione dell'umanità. La ricerca di una giustificazione adeguata del principio utilitaristico, la conciliazione tra utilitarismo e moralità di senso comune e la revisione della psicologia edonistica sono i temi centrali di L'utilitarismo. Quest'opera scritta da Mill nel corso degli anni cinquanta fu pubblicata per la prima volta nel 1861 nel Fraser's Magazine. Il Fraser's Magazine era un periodico che si rivolgeva ad un ampio pubblico e non solo a specialisti di filosofia, e questo può aiutare a spiegare la natura prevalentemente divulgativa di questo scritto.

I. Una giustificazione non scientifica del principio della felicità

Per quanto riguarda la giustificazione del criterio utilitaristico, già Bentham aveva spiegato che esso non può essere fondato, se con fondazione ci si riferisce ad un tentativo di ricavarne la validità da un principio più elevato. Il criterio utilitaristico della ricerca della massima felicità generale è in realtà primo e come tale in-derivabile. Bentham si era impegnato piuttosto a mostrare l'inaccettabilità di tutte le etiche avverse all'utilitarismo ricondotte sostanzialmente, da una parte, all'etica ascetica che privilegia la sofferenza più che il piacere, e dall'altra, alle etiche dell'ipse dixit, ovvero quelle concezioni che rendono del tutto vaghe e indecidibili le questioni morali facendole dipendere dalle intuizioni o da formule incontrollabili.

Una innovazione rispetto a Bentham c'è, invece, relativamente al tipo di giustificazione che può essere richiamato per mostrare la superiorità dell'utilitarismo rispetto alle altre etiche. Infatti il fondatore dell'utilitarismo considerava il modello su cui ricalcare la scienza della morale quello delle scienze deduttive. Bentham insisteva che il pregio dell'utilitarismo stava nella sua capacità di garantire calcoli precisi - pubblicamente controllabili. Bentham vantava poi con orgoglio che i suoi calcoli edonistici erano l'unica via per consentire una valutazione critica esterna e comune delle proposte avanzate.

Mill, invece, sulla base delle conclusioni epistemologiche raggiunte già nel 1843 nei due volumi del sistema di logica, aveva chiaramente denunciato come fallace il tentativo di ridurre la moralità ad una scienza sia empirica che deduttiva. La conclusione induttiva raggiunta attraverso una raccolta dei diversi casi di cui si ha esperienza è l'unica forma valida di ragionamento adottabile nelle scienze per giustificare i principi ed in definitiva anche la logica e la matematica sono riconducibili a questa fondazione. Mill chiariva poi che si doveva considerare una fallacia la pretesa di dare ai principi dell'etica la stessa fondazione delle conclusioni della scienza. Non bisogna confondere i concetti sostanzialmente distinti, seppure strettamente connessi, di scienza e arte. L'uno si occupa dei fatto e l'altro dei precetti. La scienza è una raccolta di verità; l'arte un insieme di regole, o istruzioni di condotta. Si tratta di una posizione costantemente sottoscritta da Mill e che ispira anche L'utilitarismo, tenuto conto che, come egli chiarisce fin dal primo capitolo, l'etica rientra infatti nel dominio delle Arti. Con l'etica come con tutte le Arti l'obbiettivo non è la conoscenza, ovvero una serie di conclusioni generali più o meno provate su ciò che accade, ma piuttosto la individuazione delle regole o delle norme con cui guidare ciò che si deve fare nella condotta. In questo senso i principi ultimi dell'etica, come quelli di qualsiasi altra Arte, non potranno mai essere provati o giustificati in modo conclusivo su base empirica.

Mill fornisce all'inizio del IV capitolo dell'Utilitarismo, una pagina tra le più controverse e dibattute dai lettori, e che confermerebbero come questi sia un pensatore superficiale e contraddittorio. L'errore consisterebbe nell'avere derivato il principio secondo il quale "la felicità è un bene" da un ragionamento che muove dalla costatazione che la gente desidera la propria felicità. Mill poi avrebbe completamente assimilato il significato presente in "desiderabile" con quello di parole come "udibile" e "visibile", nel tentativo di dimostrare che così come il fatto che un oggetto viene visto o udito prova che esso è visibile ed udibile, in modo identico il fatto che la felicità è desiderata prova che è desiderabile e dunque un bene. Mill sarebbe stato incapace di tenere distinto "desiderabile" nel senso di "ciò che può essere desiderato", dal ben diverso senso in gioco nell'etica quando con "desiderabile" si rinvia a "ciò che deve essere desiderato".

Una seconda critica alle argomentazioni presentate nella stessa controversa pagina di L'utilitarismo denuncia un'altra grave fallacia, quella detta di "composizione", in quanto Mill non avrebbe distinto tra la tesi che un certo numero di diversi individui cerca ciascuno la propria personale felicità e la ben diversa tesi che essi cercano tutti la felicità generale. Ma che Mill fosse pienamente consapevole della differenza tra essere e dovere, risulta chiaro in una serie di contesti, principalmente nel Sistema di logica. In realtà, una volta messo in chiaro che l'etica non può essere né una scienza dimostrativa né una scienza empirica, Mill vuol solo sviluppare un più debole tentativo di giustificazione del criterio di utilità che mette al centro della sua moralità, presentando argomenti plausibili ma non decisivi. Per quanto riguarda poi la presunta fallacia di composizione lo stesso Mill chiarirà, in una lettera del 1868, che non voleva in alcun modo sostenere che il bene generale debba essere fatto coincidere con un insieme di differenti concezioni del bene individuale: tutto quello che egli intendeva dire è che, poiché la felicità di ciascuna persona è un bene, allora la somma di tutti questi bene deve essere anch'esso un bene. Vi è una chiara presa di posizione di Mill nei suoi saggi su Comte, rivolti a mostrare tutta la distanza dalla concezione totalitaristica e univoca che il pensatore francese aveva del bene sociale.

II. Un utilitarismo riformato in accordo con la moralità di senso comune

Come è stato già rimarcato, è probabilmente erroneo vedere in Bentham un sostenitore di un utilitarismo dell'atto nettamente contrapposto a Mill come sostenitore dell'utilitarismo della regola: ovvero concludere che il primo applica il principio utilitaristico esclusivamente alle conseguenze delle singole azioni, mentre il secondo guarda alle regole o norme per valutarne le conseguenze alla luce delle esigenze di una realizzazione della felicità generale. Si tratta di forzature schematiche e di caricature antistoriche. È certo però che Bentham, specialmente nella sua Introduzione, si preoccupava quasi completamente di atti criminali da impedire con l'uso di norme e regole che specificano le sanzioni e le pene, invece l'attenzione di Mill si concentra in prevalenza sul ruolo delle regole nella vita morale.

Nel caso di Mill vi è un più consapevole uso dell'associazionismo filosofico ereditato dal padre James. La psicologia associazionistica permette a Mill di spiegare come sia del tutto naturale provare un senso di obbligatorietà per un'azione di sacrificio personale: un lungo susseguirsi di azioni che si giustificano in base alla felicità generale, e dunque anche personale, realizzata attraverso il compimento di azioni eroiche o di sacrificio, ha poi generato una spontanea inclinazione a compiere queste stesse azioni dando ad esse un valore intrinseco e senza avere più consapevolezza della motivazione utilitaristica che le giustificava.

Bentham aveva tanto insistito sulla natura sofistica della nozione di "diritti naturali fondamentali" e nel rifiutare le differenti "Dichiarazioni dei diritti" promulgate nel corso della Rivoluzione francese e americana. Nelle opere di Bentham vi è una riluttanza ad usare la nozione di diritti che Mill non condivide in alcun modo; anzi, come il lettore rileverà, il suo saggio La libertà si presenta come un sistematico tentativo di mostrare come la difesa dei diritti individuali di autonomia e libertà siano pienamente conciliabili con l'utilitarismo. Mill inoltre allarga l'ambito dell'uso adeguato della nozione di diritto fino ad ammettere che ci sono diritti morali. Potremmo poi considerare il capitolo V di L'utilitarismo come una risposta preventiva a molte delle obiezioni che nel corso della seconda metà del XX secolo saranno rivolte all'utilitarismo dai sostenitori di un'etica contrattualistica – come John Rawls – secondo le quali esso è incapace di avere a che fare con le esigenze di equità distributiva contenute nell'idea stessa di giustizia. Come il lettore potrà vedere, invece, Mill si impegna a sostenere che il nucleo adeguato di valore in gioco nella nozione di giustizia può benissimo essere salvaguardato dall'utilitarismo.

Mill si sforza anche, di distinguere le varie dimensioni riconoscibili nell'idea di giustizia, da quella distributiva ed economica a quella penale a quella eventualmente retributiva. L'utilitarismo è non solo in grado di fare chiarezza sugli equivoci che accompagnano la comprensione dei diversi lati di questa nozione, ma anche di liberarci da alcune indebite semplificazioni, come quelle dei fautori di un astratto egualitarismo.

III. Revisione della psicologia morale edonistica

Mill si spinge anche a rivedere le basi stesse dell'edonismo che aveva ereditato da Bentham. Gli esseri umani, come aveva già sostenuto Bentham, non sono mossi in definitiva da niente altro che dal piacere e dal dolore, che vanno considerati come degli stati mentali. Ma la concezione edonistica viene corretta da Mill principalmente in due direzioni. In primo luogo, Mill rileva che non è completamente vero che il piacere può solo essere considerato uno stato mentale finale connesso con il raggiungimento di un determinato esito delle nostre azioni. Sempre considerando il piacere come uno stato mentale, potremo infatti riconoscere come gli esseri umani siano capaci di provare piacere proprio nel fare delle particolari azioni. Mill rintraccia così una sorta di connessione intrinseca che si realizza tra lo svolgere certe attività e provare una soddisfazione peculiare che viene trasmessa nell'impegnarsi in esse.

In secondo luogo, la necessità per Mill di dare spazio a una differenza qualitativa tra i piaceri. Anche questa idea di una distinzione qualitativa tra i piaceri è stata strenuamente attaccata da quanti hanno rilevato che in questo Mill non riusciva più a soddisfare la condizione di unità nella sua teoria etica: se distinguiamo tra i differenti piaceri sulla base di una diversità qualitativa non disponiamo più di un unico criterio sicuro per risolvere non solo i conflitti tra piaceri di differente qualità, ma anche per risolverci quando dobbiamo scegliere tra una grande quantità di un piacere inferiore ed una minore quantità di un piacere superiore. Bentham indicava come obiettivo primario la revisione di quelle istituzioni – come il diritto o la politica – che chiamavano in causa bisogni primari dei cittadini, quali la sicurezza e le esigenze elementari di sussistenza. Mill invece si preoccupa piuttosto di favorire il miglioramento delle relazioni personali tra cittadini all'interno di sistemi informali come le società civili.

Mill manteneva la convinzione, che accompagna l'utilitarismo del XIX secolo, di un'oggettività dei valori: il confronto tra il piaceri di diversa qualità non può essere affidato esclusivamente a valutazioni relative e soggettive.

2. L'utilitarismo e l'autonomia individuale

Uno dei principali problemi che Mill cerca di risolvere nel proporre la sua riforma dell'utilitarismo è quello di conciliare questa concezione con il pieno riconoscimento dell'autonomia personale. Proprio questo è il centro del suo saggio La libertà ed è guardando principalmente a questo scritto che numerosi interpreti di Mill in questo secolo hanno parlato della sua etica come di una forma di utilitarismo liberale.

A sostegno della lettura di Mill come un liberale si richiamano tutte le pagine di La libertà in cui egli delinea l'ambito dei diritti negativi – ovvero della sfera di libertà individuale contro l'intervento pubblico – elaborando la distinzione tra azioni le cui conseguenze ricadono esclusivamente sulla persona e azioni che invece provocano un danno agli altri e dunque rientrano nell'ambito della condotta di pertinenza dello Stato e dell'opinione pubblica (Introduzione La libertà). Certo, se Mill si limitasse ad essere un teorico dei diritti negativi potrebbe essere integralmente ricondotto nell'alveo del liberalismo classico e visto come un erede di John Locke. Ma come il lettore attento vedrà, Mill non si ferma a questo punto, perché sottoscrive invece un ideale più ampio, che è quello...

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bertinosonia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Baldini Artemio Enzo.
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