Un filo di Arianna nelle biblioteche del mondo
Biblioteconomia ed architettura, nonostante siano considerate discipline appartenenti a due ordini diversi, nella storia hanno sempre vissuto parallelamente. Infatti, anche l’aspetto fisico della biblioteca appartiene all’ambito della biblioteconomia. Il libro e la biblioteca possiedono una vocazione bibliografica, che la scienza dell’architettura deve saper interpretare. Infatti, l’edificio-biblioteca non può prescindere dai suoi contenuti documentativi, dalla tipologia dei suoi lettori, dalla propria mission e l’architetto deve farsi interprete del progetto biblioteconomico, e realizzare una perfetta corrispondenza tra quest’ultimo e la forma architettonica che la biblioteca andrà ad assumere, al fine di adempiere alla realizzazione delle cinque leggi della biblioteconomia, formulate dallo studioso indiano Shiyali Ramamrita Ranganathan nel 1928.
Le cinque leggi della biblioteconomia
Queste cinque leggi nascono dal desiderio di poter spiegare, in modo semplice ma efficace, la ragion d’essere più profonda della biblioteca, ovvero il soddisfacimento dei bisogni informativi del lettore. Esse enunciano in modo chiaro e preciso i principi relativi ai tre elementi base di una biblioteca: libri, lettori e personale. L’architettura, in quanto simbolo, non può esistere nella sua autonomia, ed ha un ruolo importante all’interno della conoscenza scritta trasmessa.
Il decalogo di Harry Faulkner-Brown
Secondo il celebre decalogo dell’architetto Harry Faulkner-Brown (1920-2008) sono dieci i requisiti che una biblioteca, per essere architettonicamente compiuta, deve avere:
- L’edificio deve essere flessibile.
- Compatto (i percorsi devono essere semplici e ridotti all’essenziale).
- Accessibile.
- Ampliabile.
- Variato (con offerta di spazi morfologicamente differenti tra loro).
- Organizzato.
- Confortevole.
- Sicuro.
- Economico (sia per costo di costruzione che per costo di gestione e manutenzione).
L'importanza della biblioteca
È enorme l’importanza che la biblioteca in quanto contenitore riveste per l’utente, soprattutto per la percezione che è capace di suscitare nella mente dell’individuo, attraverso la sua sola organizzazione spaziale ed architettonica. La biblioteca, che deve sempre garantire e mantenere la sua precipua funzione di recupero e conservazione dell’informazione, deve anche risultare nella mente dell’utente luogo di informazione piacevole ed accogliente.
Progetto e organizzazione della biblioteca
L’architettura della biblioteca, quindi, la realizzazione materiale e la suddivisione ed organizzazione dei suoi spazi fisici devono essere interpretati e considerati come chiave d’accesso per il sapere e per la conoscenza. Nel momento in cui si realizza il progetto di una biblioteca lo scopo principale infatti è quello di costruire al fine di soddisfare le esigenze informative degli utenti reali e potenziali. Ciò deve necessariamente accadere se si desidera che la biblioteca sia capace di garantire servizi ed accoglienza percepibili e recepibili dal pubblico in modo corretto e completo, infatti l’aspetto architettonico della biblioteca deve corrispondere alla sua funzione biblioteconomica.
Evoluzione storica delle biblioteche
Già nel passato le varie forme tipologiche della biblioteca si sovrapponevano. La tipologia dell’istituto librario, con il proprio aspetto fisico e quello biblioteconomico, è caratterizzato da 5 variabili principali: dalla forma dei supporti (tavolette argilla, rotoli, codici, libri, media elettronici); dalla natura mutevole dell’uso dei supporti; dalla massa sempre crescente di libri (a causa dello sviluppo storico e dei nuovi tipi di supporto); dai cambiamenti di ordini e stili architettonici; dallo sviluppo della tecnologia, sia edilizia che relativa ai supporti.
Il valore simbolico che viene ad assumere la struttura architettonica della biblioteca come risultante della civiltà e della realtà socio-culturale in cui si realizza è stato sin dai primi esempi strutturali una condizione irrinunciabile ed imprescindibile. Le biblioteche romane, per esempio, erano strettamente connesse a luoghi finalizzati a servizio pubblico quali i mercati, le terme, il foro, divenendo e risultando così luoghi di aggregazione e socializzazione, identificando attraverso gli stessi spazi architettonici la loro funzione pubblica.
La biblioteca rinascimentale
Totalmente differente è l’immagine strutturale della biblioteca rinascimentale. Essa deve essere identificabile dalla comunità dei fruitori come tempio del sapere in cui i libri sono conservati come “tesori”; l’architettura infatti appare simile a quella delle basiliche e delle chiese in genere, sottolineando in questo modo la sacralità del luogo-biblioteca. Inoltre, sempre nel Rinascimento, la biblioteca si fa manifestazione identificativa del singolo, sviluppandosi e realizzandosi in studioli privati, come lo Studiolo Montefeltro; in questo modo si ha una totale rispondenza del luogo alle necessità spaziali e bibliografiche dell’utente unico. La tendenza ad attribuire al luogo un’immagine che qualifichi il “gusto” e le esigenze del suo fruitore accompagnerà la biblioteca in tutta la sua evoluzione bibliografica ed architettonica.
Cambiamenti nel tempo
Le forme architettoniche sono cambiate nel tempo. In passato gli architetti concentravano l’attenzione sul senso di eternità di cui la biblioteca doveva essere metafora, mentre oggi, l’arte architettonica ridotta a design ha perso la valenza di metafora di eternità. La struttura portante, il riscaldamento, l’illuminazione, il formato dei libri, l’aspetto iconografico dell’edificio e l’assoluta necessità di proteggere i libri da eventuali danni, hanno condizionato in varia misura la forma delle biblioteche in tutti i Paesi del mondo e in ogni epoca storica. Si è tentato di vedere in tutto questo una evoluzione lineare, ma in realtà questa non si è mai verificata: la biblioteca è un’idea in continua evoluzione. Nel corso della storia sono comparse e rapidamente scomparse forme di continuo diverse, pur esistendo in ogni fase dei temi ricorrenti. Prima di iniziare un nuovo progetto gli architetti e bibliotecari hanno spesso visitato grandi biblioteche già esistenti.
Le origini delle biblioteche
Una primissima forma di biblioteca nasce in Mesopotamia, circa 3000 anni fa: consisteva in un archivio di documenti finanziari su tavolette d’argilla, conservati in previsione di eventuali verifiche dei pagamenti. La biblioteca di Ebla probabilmente non è la più antica del mondo, ma è quella meglio conservata che può darci un’idea dell’aspetto fisico delle biblioteche mesopotamiche. Si trattava di un locale di dimensioni modeste (3x4m), rivestito da scaffali su ogni lato; probabilmente l’edificio era privo di finestre. Adiacente a questo locale c’era un altro locale con panche che correvano lungo i lati, in cui si trovava un vaso con gli strumenti per scrivere; si presume pertanto che fosse la stanza dove lavoravano gli scribi. Per la prima volta si osserva una divisione tra gli spazi destinati all’immagazzinamento e quelli dedicati alla lettura e scrittura, che si svilupperà in seguito.
Gli scaffali in legno erano abbastanza grandi e spessi, ed arrivavano fino al soffitto. I libri, a differenza di quelli moderni, erano disposti con la faccia anteriore rivolta verso il lettore, come in uno schedario. I ripiani degli scaffali erano abbastanza distanziati, in modo da poter muovere le tavolette agilmente. Molte collezioni erano corredate di etichette in argilla, attaccate con una cordicella al bordo superiore della tavoletta.
La biblioteca di Assurbanipal, a Ninive, rappresenta il primo tentativo documentato di raccogliere sistematicamente tutta la conoscenza dell’epoca, anticipando di 3000 anni le ambizioni della biblioteca di Alessandria. Della struttura della biblioteca sappiamo poco, perché l’unica testimonianza rimasta sono le tavolette d’argilla conservate, trovate dall’archeologo Layard tra le rovine di piccoli magazzini posti all’ingresso principale del palazzo reale. Dopo la morte del re la biblioteca fu smantellata, e non si sa se queste stanze fossero la sua sede originaria, o venne collocata lì a posteriori.
Possiamo dedurre, dalle numerose collezioni ritrovate finora, che le biblioteche mesopotamiche erano costituite da piccoli depositi in cui erano custodite le tavolette d’argilla. Poiché “i libri” non erano esposti al pubblico, i depositi erano piuttosto spogli e disadorni. L’esistenza delle biblioteche nell’antica Mesopotamia è un fatto culturalmente interessante, ma i dati raccolti suggeriscono un loro scarso interesse dal punto di vista architettonico.
Biblioteche nell'antica Grecia
Nell’antica Grecia, intorno all’VIII a.C., si cominciò a diffondere l’alfabeto fenicio al posto della scrittura cuneiforme, la quale era più complicata da imparare. Con la diffusione dell’alfabeto fenicio, iniziò anche la diffusione delle scuole, con notevole aumento di alfabetizzazione della popolazione. I primi libri greci comparvero intorno al 500 a.C. sotto forma di rotoli di papiro provenienti dall’Egitto. Né immagini, né vestigia concrete delle biblioteche private dell’antica Grecia sono arrivate fino a noi. Le scarse vestigia di biblioteche greche appartengono all’età ellenistica, e tra le più significative c’è quella di Pergamo.
La biblioteca di Pergamo era da tutti ammirata per le sue dimensioni e l’importanza delle collezioni. La struttura ritrovata consisteva di quattro stanze, la più grande presentava alcune piattaforme di pietra spesse 90 cm. Un’ipotesi di utilizzo di queste piattaforme potrebbe essere che ospitavano dei divani e la stanza più grande non era altro che una stanza di lettura e per banchetti. Resta da chiarire l’utilizzo delle altre tre stanze, etichettate come “scaffalature”. Sembra che tutti questi locali si aprissero sul piano superiore di una stoà, dove si pensa avvenisse la lettura dei testi. Ma dalle rovine di Pergamo poco possiamo dedurre per quanto riguarda l’aspetto che doveva avere la biblioteca quando era ancora in vita, e per la biblioteca di Alessandria, a cui quella di Pergamo si ispirò, risulta addirittura più problematica.
La biblioteca di Alessandria
La biblioteca di Alessandria venne fondata nel III a.C. in uno stato egiziano governato da sovrani greci della dinastia tolemaica. L’istituzione creata dalla dinastia tolemaica puntava a possedere ogni libro nel mondo greco, ed il suo nucleo era costituito da una comunità di studiosi ed eruditi. I faraoni tolemaici andarono alla ricerca di libri in tutto il mondo allora conosciuto, cercando di procurarsi i testi “autentici”, quindi con il minor numero di errori di copiatura. Circa la sua esatta ubicazione e la disposizione planimetrica non sappiamo praticamente nulla. Secondo le rari descrizioni, i libri potevano essere conservati in una serie di magazzini o corridoi disposti intorno a cortili, dove venivano letti.
Anche della sua distruzione sappiamo poco: secondo alcune fonti essa fu distrutta da uno degli incendi accidentalmente appiccati da Giulio Cesare nel 48 a.C., secondo altre fu distrutta durante le battaglie di Aureliano nel III d.C., altre ancora dicono che furono gli arabi nel VII d.C. La ragione più probabile della scomparsa della biblioteca risiede nei materiali stessi con cui era trasmessa la conoscenza, cioè con i papiri. I papiri in condizioni normali tendono a marcire e non possono sopravvivere per otto secoli, soprattutto nell’atmosfera umida di Alessandria. Alla fine, quando l’Impero romano perse potere ed influenza, i finanziamenti che mantenevano in vita la preziosa istituzione iniziarono a prosciugarsi, lasciandola all’abbandono.
La biblioteca di Alessandria rappresenta ancora oggi un potente simbolo dello sforzo enciclopedico, di quel bisogno assolutamente umano di possedere la conoscenza raccogliendola tutta in uno stesso luogo. Si tratta di un tema ricorrente, che ancora oggi ha la stessa validità.
Le biblioteche romane
I romani furono i primi a concepire l’idea di biblioteche per uso pubblico, anche se si trattava di un “pubblico” piuttosto limitato. La biblioteca di Alessandria era una biblioteca reale, e mirava a raccogliere copie di ogni opera appartenente alla letteratura greca, ma non per metterle a disposizione del grande pubblico. E non è chiaro neppure quanto le altre biblioteche, come quella di Pergamo, fossero consultabili. Il più bell’esempio di biblioteca romana è la biblioteca di Celso, ad Efeso. Nel corso dei secoli l’edificio fu vittima di molti terremoti, ma gli scavi hanno permesso una ricostruzione secondo il processo dell’anastilosi, perché i frammenti dell’edificio originale erano rimasti esattamente dove erano caduti.
La forma della biblioteca di Celso è costituita da un unico ambiente rettangolare di 16x11 circa; guardando la facciata si ha l’impressione che sia uno spazio unico, con due balconate e un’alta piattaforma che correva lungo le pareti, in cui si aprivano tante nicchie, e si pensa che la grande nicchia sul fondo ospitasse la statua di Celso. La sala centrale rappresentava un elemento di fondamentale importanza, perché allora la lettura non era un’abilità comune, e perciò c’era la necessità di una grande sala per le letture in pubblico.
Gli studiosi concordano nell’affermare che le biblioteche romane erano sdoppiate, disponevano cioè di uno spazio per i volumi greci ed uno per i volumi latini, ma questa disposizione non era riproposta universalmente. A Roma la lingua greca aveva la stessa importanza che avrebbe avuto il latino in Europa fino alla fine del XIX secolo, era un idioma che tutti i colti dovevano saper leggere.
L’altra caratteristica generalmente associata alle biblioteche romane è la combinazione di una piattaforma di pietra rialzata e di una serie di nicchie nelle pareti retrostanti, come nella biblioteca di Pergamo e di Efeso. Si pensa che la piattaforma avesse lo scopo di separare il pubblico dai libri, che venivano recuperati da uno schiavo con mansioni di bibliotecario. Si ritiene che i libri, cioè i rotoli di papiro di 25-33 cm di lunghezza, fossero conservati in armadi di legno provvisti di porte, e collocati nelle nicchie. Data la lunghezza dei rotoli, le nicchie adatte ad ospitare gli armaria dovevano avere una profondità di almeno 60 cm. Il rivestimento in legno delle nicchie era indispensabile per preservare i fragili rotoli dall’umidità delle pareti. Le porte degli armaria avrebbero avuto il duplice compito di proteggere i libri dai furti e tenere lontani gli insetti. In questa biblioteca, l’architettura risolve i problemi di umidità, adottando soluzioni come la doppia parete, il corridoio esterno che divide le pareti con nicchie ed armaria dalla parete esterna, dal contro terra o dalle pareti nord e sud che confinavano con altri edifici. La necessità di isolare le pareti avviene solo dove ci sono le nicchie, ovvero dove sono custoditi i libri; nella nicchia maggiore in cui era conservata la statua, il corridoio non c’è. Indicazioni su come costruire una biblioteca e il suo più opportuno orientamento sono date da Vitruvio, architetto ed ingegnere romano del I secolo a.C., che segue la tradizione degli architetti greci del periodo classico, il quale raccomanda di orientare la biblioteca a levante, sia per permettere l’ingresso alla luce del mattino, durante le ore che al tempo erano dedicate normalmente alla lettura e allo studio, sia per scongiurare l’umidità e l’attacco ai papiri da parte di insetti e vermi. Ma il modo in cui le biblioteche romane fossero illuminate rimane ignoto. Se prendiamo come riferimento la biblioteca di Efeso sembra che fossero le finestre della facciata a fornire la maggior parte dell’illuminazione.
La maggior parte delle biblioteche è stata identificata grazie alle due peculiarità (sdoppiamento e piattaforma rialzata), specialmente se combinate. Ma in alcuni casi tale identificazione risulta alquanto discutibile.
Se le nicchie erano utilizzate per contenere i libri, allora le biblioteche romane dovevano essere incredibilmente inefficienti. Il fatto di disporre una limitata quantità di armadi su un’estesa superficie di muro vuoto potrebbe apparire strano ai nostri occhi; in realtà le biblioteche romane erano costruite in primo luogo per essere edifici di grande effetto, mentre lo “stoccaggio” dei rotoli era un aspetto secondario. Al suo ingresso in biblioteca il visitatore doveva rimanere impressionato dalla solennità degli spazi, e la presenza di armaria con porte permetteva che dopo la loro costruzione, anche in assenza di rotoli, non avrebbero mutato la solennità e bellezza complessiva dell’edificio. Gli autori latini riferiscono che si recavano in biblioteca per leggere, e da ciò deduciamo che fosse un luogo attrezzato per permettere la lettura anche al suo interno; inoltre vi si ascoltavano conferenze, perciò dovevano essere ampie per accogliere il pubblico.
La biblioteca Palatina
La biblioteca Palatina fu la prima biblioteca pubblica di Roma, costruita nel I secolo a.C., sul frammento ritrovato della Forma Urbis Romae sono evidenti due stanze affiancate. Il muro frontale di ciascuna è aperto da finestre, le pareti laterali dritte, mentre la parete in fondo curva, a forma absidale con al centro una nicchia contenente una statua. Attorno le pareti presentano altre nicchie, di fronte le quali è posta una piattaforma rialzata.
La biblioteca di Traiano
Nel II secolo d.C. sappiamo che Traiano aggiunse una biblioteca al nuovo Foro da lui fatto costruire. Dalle rovine risulta una stanza di 27x20 m, con una piattaforma rialzata lungo i tre lati, a cui si accedeva tramite tre scalini. Due nicchie sul fondo erano affiancate ad una grande nicchia centrale che conteneva una statua. Una delle domande irrisolte riguardo questo edificio è quanto fosse alto e come fosse illuminato. È la prima biblioteca “pubblica” integrata con la città, ciò vuol dire che nel I d.C la biblioteca era diventata un luogo di elaborazione e di discussione, che poteva essere utilizzato da un pubblico più ampio.
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