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Storia delle biblioteche in Italia - Traniello

Le biblioteche come eredità nazionale

L'Italia appena uscita dal processo di unificazione si presentava come un paese ricco di monumenti storici. Questa presenza della memoria del proprio passato aveva costituito uno dei motivi di fondo dell'idea risorgimentale, come spunto di riflessione e incitamento per il ritorno a una dignità politica. Tra i monumenti illustri erano da comprendere le biblioteche il cui insieme numerico e la cui ricchezza storico-documentaria poteva reggere il confronto con quella dei maggiori paesi stranieri.

  • Durante il Medioevo ci furono istituzioni di carattere ecclesiastico.
  • Durante il Rinascimento anche ad opera delle signorie regionali e di comunità locali.
  • Nel corso del XVII e XVIII secolo, a iniziativa di eruditi laici ed ecclesiastici, poi di sovrani illuminati, si era determinato un accumulo tra i più considerevoli presso strutture bibliotecarie di varia natura di manoscritti di una quantità di esemplari dei primi secoli della stampa.

Il primo riflesso sul terreno bibliotecario della coscienza propria degli uomini del Risorgimento di avere acquisito per via ereditaria un grande patrimonio capace di attestare sul terreno storico la realtà della cultura italiana è consistito nell'attribuzione ad alcune delle principali biblioteche del titolo di nazionale.

Questa scelta si è determinata con riferimento alla Biblioteca Reale borbonica di Napoli e alla reale di Palermo, entrambe le quali il titolo è stato attribuito nel 1860. Un decreto del dicembre del 1861 del ministro dell'Istruzione Francesco De Sanctis disponeva la riunione della Biblioteca Magliabechiana con la Palatina in Firenze, attribuendo al nuovo istituto la denominazione di Biblioteca Nazionale.

Per biblioteca nazionale si intende un istituto che possiede carattere di centralità nell'ambito di uno Stato, in quanto vengono a esso domandate funzioni capaci di interessare quell'ambito territoriale.

L'origine delle biblioteche nazionali italiane

Per l'origine delle biblioteche nazionali italiane concorrono motivi diversi e complessi:

  • Si pensa a un'eredità ricevuta dal nuovo stato italiano per una sorta di diritto di successione rispetto agli Stati preunitari. Così le biblioteche reali di Napoli e di Palermo sono state chiamate ad assumere questo ruolo nella nuova realtà nazionale italiana.
  • Diverso è il caso della Nazionale di Firenze. Essa verrà istituita nel 1861 ex novo. La Nazionale di Firenze otterrà il ruolo di Biblioteca Centrale dello Stato, che condividerà fino ad oggi con la Nazionale di Roma. L'unificazione di 32 biblioteche non avrà luogo che dopo il trasferimento della capitale a Firenze.

La creazione nel 1861 di una terza Biblioteca Nazionale a Firenze dopo quella di Napoli e Palermo non ha potuto che corrispondere a criteri piuttosto generici:

  • Il riconoscimento del ruolo fondamentale di Firenze nella storia italiana.
  • La ricchezza delle istituzioni culturali.
  • Un riequilibrio dell'egemonia che il gruppo napoletano, al quale faceva parte lo stesso De Sanctis, aveva assunto nell'organizzazione della vita e delle istituzioni culturali subito dopo l'unificazione.

Biblioteche dette nazionali erano state istituite in Italia nelle repubbliche nate in conseguenza della campagna d'Italia del Bonaparte:

  • A Reggio Emilia nel 1796, la Repubblica Reggiana provvede a istituire una Libreria Nazionale.
  • La Civica di Brescia e l’Universitaria di Bologna nel 1797 vengono dichiarate nazionali.
  • A Milano, la Braidense nel 1802 avrà il titolo di nazionale insieme alla biblioteca Parmense.

Il termine Biblioteca Nazionale aveva finito per significare nel primo periodo della rivoluzione francese “biblioteca pubblica di appartenenza nazionale” e in questo senso il termine sembra essere stato ripreso dell'Italia post risorgimentale.

Lo Stato italiano veniva avvertito come nazionale nel senso che era la realizzazione politica della realtà storica e culturale della nazione, ma anche che la nazione non avrebbe potuto entrare nel mondo della realtà fattuale se non facendosi concretamente Stato. Ciò ha comportato un ulteriore spostamento semantico nel senso di fare avvertire le due espressioni “Biblioteca Nazionale” e “Biblioteca Statale” come coincidenti.

L'idea di Biblioteca Nazionale ha potuto comportare la proposta di un'impostazione dell'organizzazione bibliotecaria più articolata e più capace di far leva sulle autonomie locali. Nella relazione della commissione presieduta da Luigi Cibrario del luglio 1869 per esprimere un parere di tipo consultivo sul decreto di riordino che verrà emanato in quello stesso anno, il primo quesito concerneva la questione di quale biblioteca si dovessero chiamare nazionali e se si potesse convertire qualcuna delle grandi biblioteche in una grande biblioteca universale o centrale. L'idea era quella della coincidenza delle biblioteche nazionali e delle biblioteche statali aperte al pubblico e finanziate dal governo.

La proposta di riorganizzazione

La proposta era:

  • Di ridurre a non più di una decina il numero delle biblioteche.
  • Di concentrare su di esse i finanziamenti reso possibile dalle risorse finanziarie dello Stato.
  • Di rinunciare all'idea di una biblioteca centrale.

Nel 1863 il numero delle biblioteche pubbliche era 133, di queste 33 erano governative, 100 di appartenenza locale. In seguito a un'analisi statistica emersero dei dati:

  • L'esistenza di un numero elevato di biblioteche di piccole dimensioni a fronte dei non molti istituti dotati di raccolte di grandezza considerevole.
  • La disomogenea distribuzione delle biblioteche nelle diverse aree regionali.
  • Le librerie sono celebri per la ricchezza da autori antichi ma sono scarse di opere moderne, vi abbondano collezioni ecclesiastiche e poco le scientifiche.

Il governo italiano doveva provvedere con un unico stanziamento in bilancio a mantenere direttamente una trentina di biblioteche, ciascuna di esse riceveva somme irrisorie e quindi non si poté parlare di un aggiornamento delle raccolte. Ne derivò la prospettiva di diminuire le biblioteche a carico dello Stato.

L'insufficienza del servizio offerto dal complesso delle biblioteche italiane risulta da una considerazione di carattere più generale che riguarda il mutamento nei comportamenti di lettura che nel periodo della Restaurazione hanno interessato la porzione che si andava estendendo. Si trattava di gruppi ristretti sul totale della popolazione italiana coincidenti con i ceti borghesi.

Nuove iniziative e conclusioni

Non è mancato, durante la fase conclusiva del processo di unificazione nazionale, l'esempio di una biblioteca di grande città costituita ex novo sulla base di un diretto intervento comunale: si tratta della realizzazione della Biblioteca Comunale di Torino avvenuta nel 1869. Si trattava di un progetto che prevedeva di destinare all'uso pubblico un insieme di raccolta e variamente costituite.

Lo scorcio degli anni '60 del XIX secolo è caratterizzato da una serie di riflessioni che analizzavano con notevole lucidità i principali temi relativi all'assetto delle biblioteche italiane. Tra le principali questioni organizzative che si presentavano già allora con estrema evidenza ci fu la considerazione iniziale da cui il cielo vi prendeva le mosse e concerneva la suddivisione di competenze tra le varie strutture amministrative statali che si occupavano allora di biblioteche.

Il Chilovi propone l'istituzione di una rete di biblioteche per la prima gioventù. Quanto ai servizi bibliotecari locali distingue le biblioteche comunali e quelle civiche e provinciali. Le prime avrebbero dovuto possedere carattere popolare e circolante; le seconde avrebbero dovuto essere destinate agli studi più elevati ed essere sostenute dalle province e dal governo.

Il lamento sul numero troppo elevato di biblioteche governative in Italia ricorre come un ritornello nelle discussioni parlamentari. Il 14 maggio del 1873 il prefetto di Mantova ricordava che da molto tempo il governo aveva dovuto riconoscere la necessità di cedere a Comuni e Province alcune istituzioni locali.

La storia amministrativa italiana appare segnata di più dal tema dell'autonomia che da quello del decentramento. La tradizione risorgimentale aveva elaborato teorie improntate al federalismo e al regionalismo. L'impostazione democratico federativa di Cattaneo non troverà spazio di realizzazione del nuovo stato italiano. Il tema delle Regioni sarà al centro del dibattito sull’assetto amministrativo dopo la realizzazione dell'unità. La proposta regionalista verrà ripresa in senso molto più direttamente legato all'organizzazione della società civile tra il 1869 e il '70 da Stefano Jacini.

La legge del '65 riconosceva ai comuni e alle province autonomia politica e anche una certa autonomia finanziaria. Si ammetteva che il Comune potesse istituire e mantenere biblioteche, archivi, musei. Ma tutto ciò rientrava tra le attività e le spese facoltative.

Le scelte operate dallo Stato negli anni della Destra nei confronti dei servizi bibliotecari hanno avuto andamento del tutto opposto a quello che sarebbe servito per permettere un effettivo alleggerimento degli oneri di gestione da parte dell'amministrazione centrale. Si è fatto ricorso a un semplice incremento quantitativo del patrimonio librario e a un aumento numerico delle biblioteche censibili in Italia.

Numerose furono le soppressioni in seguito alla legge del 29 maggio 1855 che aveva soppresso la personalità giuridica delle comunità religiose non dedite ad attività educative o di assistenza. Le raccolte librarie appartenenti alle biblioteche delle congregazioni soppresse venivano devolute alle biblioteche pubbliche delle rispettive province. Nella seconda metà dell'Ottocento, una classe politica consapevole del carattere antiquato alle esigenze moderne del materiale contenuto nelle biblioteche italiane, propugnavano la laicizzazione della cultura italiana.

L'avere preteso che biblioteche destinate ad un pubblico locale nascessero e si sviluppassero principalmente sulla base di fondi che avevano problemi di conservazione e di ricognizione storica ha comportato una esplicita proposta di identificazione tra servizio bibliotecario e semplice possesso di beni librari. Questo ha permesso e favorito un atteggiamento di sostanziale indifferenza verso l'offerta di un reale servizio bibliotecario moderno.

Ne è derivata la tendenza a riservare l'uso di tali biblioteche soprattutto a un'utenza costituita nel migliore dei casi da più o meno valenti studiosi di storia locale.

La seconda metà del XIX secolo vede la nascita in Europa, precisamente in Gran Bretagna, di un modello di biblioteca destinato a mutare profondamente tutto l'affetto del servizio pubblico moderno in questo settore. Si parla della Public Library: una legge di autorizzazione nei confronti di enti locali a imporre ai propri contribuenti che avessero approvato il provvedimento una sovrattassa per l'istruzione e il mantenimento di una biblioteca pubblica.

Profondamente diversa appariva la fisionomia della società italiana, la notevole disomogeneità economica e culturale, caratterizzava in senso agricolo il Sistema Bibliotecario esistente e restava destinato a una borghesia in via di formazione. Quanto alle biblioteche universitarie, la loro utenza non poteva che essere in larga prevalenza quella che gravitava intorno alle rispettive università.

È indubbiamente vero che il primo e più radicale ostacolo alla comunicazione scritta era costituito nell'Italia postunitaria dall'analfabetismo. Il problema dell'offerta di servizi di lettura ai ceti popolari troverà in Italia nel corso dell'Ottocento e del Novecento tentativi di soluzione perlopiù slegati dall'intervento diretto delle amministrazioni pubbliche centrali.

Si sviluppa in quegli stessi anni la più nota realizzazione italiana nel campo delle biblioteche popolari nel secolo scorso: quella intrapresa a Prato nel 1861. Si trattava di una biblioteca concepita come integrativa della formazione scolastica di base. L'atteggiamento dell'amministrazione pubblica rispetto a queste iniziative fu sostanzialmente favorevole: furono promossi periodicamente dei premi alle biblioteche popolari che si distinguevano nel promuovere le buone letture. Le biblioteche ricevute in eredità dallo Stato sono restate più o meno nella situazione in cui erano al momento dell'unità.

L’età dei regolamenti

L'assetto delle biblioteche italiane sarà oggetto di uno sforzo di riordino sul piano normativo entro il quale si terranno a porre questioni di grande rilevanza. Lo strumento normativo adottato per la definizione dell'assetto istituzionale delle biblioteche non sarà di tipo legislativo. Si farà ricorso per il riordino del settore da prima a semplici decreti di iniziativa ministeriale e poi a regolamenti organici. I regolamenti organici che si susseguiranno dal 1876 al 1967 concernevano le sole biblioteche pubbliche statali.

Il decreto di riordino del 1869, intitolato “riordinamento delle biblioteche governative del Regno”, è stato preceduto dalla nomina da parte del ministro della Pubblica Istruzione Angelo Bargoni di una commissione di studio che prende il nome del suo presidente “Commissione Cibrario”.

Il quadro delle biblioteche statali delineato dal decreto di riordino è innanzitutto fondato sul principio del carattere pubblico. Il decreto del 1869 disattende le proposte della Commissione Cibrario: esso infatti riserva il titolo di nazionale alle sole biblioteche di Firenze, Napoli, Palermo, e suddividendo l'insieme delle governative in due classi. La differenza tra le due classi consisteva nel trattamento più elevato attribuito alla prima.

Il decreto Bargoni autorizzava l'apertura serale delle biblioteche governative perché avvenisse in locali separati e con libri anticipatamente preparati allo scopo.

Nella seduta della Camera del 21 aprile 1870, Correnti aggiungeva la proposta di porre a carico dei Comuni in cui le biblioteche pubbliche governative avevano sede la metà della somma occorrente per gli stipendi al personale. Binghi si oppose alla proposta del Correnti per diversi motivi: la non completa coincidenza tra gli interessi dei Comuni e quelli delle biblioteche statali; la non ammissibilità del principio che spese comunali in questo campo venissero decise solo dal governo; il pericolo che una mancata collaborazione tra autorità centrali e locali finisse per nuocere al buon andamento del servizio.

Al momento in cui mi veniva la nuova capitale del Regno, Roma poteva dirsi ricca di biblioteche: Vaticana, Angelica, Casanatese, Corsiniana, Universitaria Alessandrina. Esistevano a Roma molte biblioteche ricche di manoscritti e di opere a stampa di grande interesse storico, appartenenti a ordini, congregazioni e altri enti religiosi. Questo ingente patrimonio librario non poteva non interessare lo Stato italiano, nell'ottica di appropriazione dei beni culturali ecclesiastici. Tuttavia, l'articolo 5 della legge sanciva nel testo definitivo che i palazzi apostolici Vaticano e Lateranense erano esenti da espropriazione per causa di utilità pubblica. La legge non prevedeva l'istituzione a Roma di una nuova biblioteca, ma il trasferimento dei fondi delle biblioteche conventuali presso uno o più istituti laici. Sarebbe stato arduo individuare nella Roma di allora una biblioteca che presentasse i caratteri della laicità e potesse essere ritenuta adatta allo scopo.

Nel 1872, Narducci avanza una proposta in una lettera a Francesco Grispigni in cui propone di creare a Roma, a carico del Comune, una “Biblioteca Patria” nella quale raccogliere materiale di ogni genere. Nella prima formulazione della proposta Narducci non faceva parola di eventuali assegnazioni a questa biblioteca da lui immaginata di raccolte librarie provenienti dalle soppressioni ecclesiastiche. Solo due anni dopo, Narducci prospetterà l'opportunità di raccogliere nella Biblioteca Comunale da lui proposta i libri di interesse romano provenienti dai conventi soppressi. Toccherà comunque al Bonghi condurre a soluzione il problema della destinazione di queste raccolte, mediante l'istituzione a Roma di una nuova biblioteca nazionale.

Ciò che è mancato al Bonghi su questo punto è stata una sufficiente coerenza politica e un adeguato rigore culturale. Di vere e proprie biblioteche nazionali, secondo il ministro Bonghi, in Italia se ne potrebbero avere due o tre: a Napoli, Firenze e Roma. Si voleva far sorgere a Roma una nuova nazionale sulla base delle raccolte di provenienza ecclesiastica, l'idea non era nuova, era già stata proposta nel 1871 da Narducci.

Nel giugno del '75, Bonghi si faceva promotore del decreto istitutivo della nazionale romana emanato il 13 di quello stesso mese, preceduto da una sua relazione al sovrano. L'esame di questa relazione è interessante per cogliere lo spirito con cui la nuova biblioteca veniva realizzata.

Era improponibile il progetto esposto nella relazione sul campo pratico: si sarebbe trattato di raccogliere al Collegio Romano circa 350.000 volumi stampati e diverse migliaia di codici provenienti dai fondi ecclesiastici. La biblioteca ricevette entro l'inizio della '76 una prima provvisoria e del tutto inadeguata sistemazione, ma si trattava di una sistemazione provvisoria nella quale la collocazione aveva preceduto la catalogazione. Gli stessi spazi a disposizione del Collegio Romano non erano stati ristrutturati a ospitare una biblioteca moderna e in parecchi locali una massa ingente di libri e di carte stavano ancora disordinatamente ammucchiate al momento dell'inaugurazione.

Il discorso inaugurale del Bonghi poneva fortemente l'accento sul concetto di cultura moderna. La nuova nazionale ro

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lisaralin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bibliografia e biblioteconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof De Vecchis Chiara.
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