Nascita e funzione dell'antropologia
È necessario riflettere sullo spazio ambivalente dell’antropologia all’interno della cultura occidentale, poiché essa appare prodotto, strumento dell’imperialismo, ma al tempo stesso coscienza degli Altri non occidentali che vogliono far sentire la propria voce, e anche autocritica dell’occidente.
L'antropologia culturale e fisica
Quando parliamo di antropologia facciamo riferimento a un discorso sull’uomo, e nello specifico a tutti quei campi del sapere, a dir poco ampi e diversificati, aventi l’uomo come oggetto di studio. Tra essi annoveriamo sia l’antropologia fisica che l’antropologia culturale o sociale, accomunate dal tentativo di spiegare la diversità umana. Ma se nel primo caso si mettono in luce differenze riguardanti caratteri fisici, fondando cioè delle premesse su biologia e natura, l’antropologia culturale guarda alle costruzioni sociali e fonda le sue premesse sulla storia.
Contesto storico dell'antropologia culturale
La nascita dell’antropologia culturale avviene in un determinato contesto storico e geografico. Con la scoperta dell’America, cui si fa convenzionalmente risalire l’inizio della modernità, nasce un nuovo campo discorsivo, nello specifico incentrato sull’indigeno/primitivo. Bisognerà tuttavia aspettare tre secoli per giungere alla nascita di una vera e propria disciplina, indirizzata e orientata troppo spesso da logiche di potere che ostacolano i buoni auspici di neutralità e imparzialità.
Alterità significa crollo di numerose certezze, una su tutte la concezione monocentrica degli occidentali, destinata comunque ad essere sostituita da quella eurocentrica/etnocentrica, ad essa strettamente connessa, con la sua caratteristica sopravvalutazione della propria cultura e svalutazione delle culture altrui.
Formazione dell'antropologia come disciplina
L’antropologia culturale si istituzionalizza con il contributo di Tylor, cioè con “Primitive Culture” e poi con la prima cattedra di antropologia che risale al 1896. Comincia a delinearsi una disciplina nel senso pieno del termine: si hanno a disposizione un oggetto, dei concetti per studiarlo e dei metodi per rendere possibile tale studio, cioè tutto ciò che crea e costituisce una unità discorsiva. In ogni caso l’apparizione di un nuovo campo di sapere è spesso il risultato di circostanze casuali e trova una sua collocazione soltanto a posteriori.
Miti e primitivi
I primi concetti di primitivo sono il frutto di un insieme di idee e contenuti tipicamente occidentali, dunque anche gli antropologi erano “socialmente costruiti” dalla loro società del tempo. Attorno alla figura dei primitivi si crea un mito, ricco di contenuti ambivalenti e dicotomici, cioè in parte riconducibili al celebre mito del “buon selvaggio”, in parte a un mito del “cattivo selvaggio”, idea di opposizione al progresso e alla modernità.
È doveroso citare in tal senso lo scritto di Ronald Meek, dal titolo indicativo “Il cattivo selvaggio”: il concetto di partenza è il modo di sussistenza, fattore chiave del processo di sviluppo, maturato proprio a seguito degli studi comparativi sulle popolazioni primitive.
Sviluppo delle società
L’idea di sviluppo delle società attraverso stadi successivi con tendenza ascendente (caccia - raccolta, pastorizia, civiltà agricole, commercio) si diffonde in Francia e Scozia attorno alla metà del Settecento, ma in realtà è ancorata a una concezione risalente a secoli addietro secondo cui le popolazioni primitive all’epoca conosciute rispecchiavano i primi abitanti del pianeta. Il passo successivo è l’elaborazione di una teoria materialista della storia, secondo cui le società si susseguono nel tempo con una tendenza naturale, identificando selvaggi - primitivi, barbari, agricoltori e infine i membri della società civile.
Questa teoria dei quattro stadi influisce sull’economia politica classica: gli economisti interpretarono gli stadi pre-commerciali e il loro sviluppo ricorrendo alle stesse categorie che hanno poi caratterizzato il capitalismo, ovvero divisione del lavoro, scambio di merci e capitali, intuendo che era l’incremento di quelle categorie a produrre progresso, e non l’adozione di metodi di sussistenza “superiori”.
Colombo e i conquistadores
Colombo e i viaggiatori a cavallo tra XV e XVI secolo riempiono le pagine di diari e giornali di bordo descrivendo con meraviglia le popolazioni incontrate, senza comunque abbandonare l’idea che è impossibile concepire l’Altro senza ricondurre le “scoperte” del Nuovo Mondo alle abitudini del Vecchio. È con i conquistadores che il rapporto con l’Altro cambia drasticamente, orientato ora verso fini esclusivamente pratici. Cortés e gli spagnoli riuscirono a imporsi grazie alla loro capacità di decifrare la cultura indigena e di interpretare i codici locali di comunicazione.
Se è rimasto poco o nulla della memoria dei vinti è perché la loro storia è stata narrata dai vincitori. L’“alternativa” ai conquistadores erano i missionari, in viaggio nel Nuovo mondo per diffondere il cristianesimo. Ma anche questa evangelizzazione delle popolazioni amerinde è stata una forma di acculturazione piuttosto violenta, poiché la cultura dei conquistatori fu imposta agli autoctoni distruggendone identità e tradizioni.
Il dibattito europeo
A seguito dei primi studi antropologici l’Europa dà vita a un dibattito (sempre e comunque funzionale a logiche di dominio e controllo) cercando di inserire le popolazioni dei nuovi territori in quella che era la visione del mondo all’epoca, sviluppatasi in un contesto molto più ristretto. L’obiettivo è inoltre anche quello di trovare per questi popoli una collocazione nei principi e nei valori di un’Europa cristiana. Dopo i teologi sono comunque i filosofi ad essere attratti dai selvaggi del Nuovo Mondo, e con Montaigne e Rousseau comincia a delinearsi quel mito del “buon selvaggio” cui abbiamo accennato: guardare ai propri costumi con occhio critico, rivalutare quelli altrui ed elaborare una riflessione filosofica sull’uomo a partire da una migliore conoscenza della sua diversità.
Rousseau ha inoltre il merito di aver posto il problema del rapporto tra natura e cultura, un rapporto controverso poiché la natura tende a uguagliare mentre la cultura a creare ed enfatizzare le differenze. Al momento della nascita gli uomini sono tutti uguali, poi con il tempo la civiltà li differenzia.
Transizione dal selvaggio al primitivo
Il passaggio dall’idea di selvaggio a quella di primitivo è graduale, avviene grazie all’influenza, anche in questa disciplina, dell’evoluzionismo, e ha notevole importanza: il termine selvaggio rimandava a un essere animalesco, mentre riferirsi all’Altro usando il concetto di primitivo significava porlo all’interno di uno stesso orizzonte di umanità e storia comune a tutti gli individui.
Sicuramente l’immediata associazione di idee quando si parla di evoluzionismo riporta al pensiero darwiniano, tuttavia l’antropologia culturale non è propriamente riconducibile alle tesi scientifiche del naturalista britannico. Ricorrendo alle idee di Spencer era infatti più semplice ribadire quella concezione della storia legata al progresso, e legittimare un primato dell’occidente sulla base del cambiamento, del passaggio da un’omogeneità indefinita e incoerente a una eterogeneità ben più coerente. La dottrina evoluzionista legittima comunque anche quelle peculiarità di sfruttamento e dominio rivelatesi finalità proprie di quel colonialismo che riceve una spinta importante dal concomitante avvento della rivoluzione industriale.
Spencer contro Darwin
Perché Spencer e non Darwin? Un’ulteriore valida motivazione a questa “scelta” dell’antropologia culturale si può intuire sulla base del pensiero di Michel Foucault. Secondo Foucault le scienze sono costruite dall’uomo, sono unità non discorsive in grado di trovare legittimità e ragion d’essere all’interno di istanze già esistenti; le discipline stesse, campi del sapere, non sono date né nascono come tali, sono prodotti storici, sono create per il controllo sociale, e paradossalmente non per emancipare l’uomo ma per assoggettarlo.
Si dimostra necessario, dunque, svolgere una archeologia del sapere: seguire un approccio decostruzionista per sciogliere il vincolo tra sapere e potere, disinnescare l’intreccio tra scrittura e sistema di potere, scavare per arrivare a una “archeologia della conoscenza”. Tutto questo perché il discorso si sviluppa anche e soprattutto con, e attorno a, istituzioni che non sono discorsive, ma di potere.
Innovazioni nella gestione coloniale
Con il tempo divengono necessarie due innovazioni, ovvero la gestione delle colonie attraverso un nuovo sistema di controllo, e un rapporto più diretto con l’oggetto di studio per garantire alla disciplina una legittimazione scientifica. Innanzitutto viene introdotto il sistema dell’indirect rule, l’abitudine di affidare agli stessi leader locali l’amministrazione di territori sempre più lontani a causa dell’espandersi dei confini coloniali, che garantisce un risparmio dal punto di vista economico e anche un impatto meno violento.
Per quanto riguarda la seconda questione, essa è connessa alla figura dei primi antropologi. Si tratta dei cosiddetti armchair anthropologists che si basano su scritti e resoconti di terze persone recatesi nei paesi oggetto di studio. Un approccio più diretto è quello la cui importanza viene sottolineata dal funzionalismo e dal ricorso al metodo etnografico. In tal senso una disciplina come l’antropologia troverà legittimità scientifica anche e soprattutto con il contributo del metodo etnografico di Bronislaw Malinowski.
Il cambiamento post-decolonizzazione
Una fondamentale inversione di tendenza per quanto concerne il punto di vista dell’antropologia si ha a partire dalla decolonizzazione, dagli anni del secondo dopoguerra. Il problema insito nell’antropologia stessa è rappresentato da una contraddizione: sebbene l’oggetto di studio non fosse un soggetto parlante, gli antropologi avevano la pretesa di raggiungere una conoscenza assoluta, quando in realtà, come già sottolineato, essi stessi erano già “costruiti”, socialmente e culturalmente parlando, dalla società che li aveva plasmati e nella quale agivano, e elaboravano una visione della realtà troppo parziale.
Il concetto di cultura come oggettivamente interpretabile è stato dunque messo in crisi, per cui il compito dell’intellettuale in particolare postcoloniale, ma dell’antropologo in futuro in generale, è quello di decostruire: bisogna cercare di svolgere un’archeologia del sapere antropologico per mettere in discussione particolari sistemi di rappresentazione e di classificazione che, incapaci di prescindere da logiche di potere e interessi affini, hanno reso soggetti subalterni muti o meglio, non incapaci.
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