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Riassunto esame Teorie e Tecnologie della Traduzione, prof. Di Sparti, libro consigliato I Cocci di Babele, tra Metafore e Neurolinguistica Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Teorie e Tecnologie della Traduzione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo I Cocci di Babele, tra Metafore e Neurolinguistica consigliato dal docente Di Sparti all'università degli studi di Palermo, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in lingue moderne e traduzione per le relazioni internazionali.

Esame di Teorie e tecnologie della traduzione docente Prof. a. di sparti

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TIPOLOGIE TRADUTTIVE

di Cinzia Citarrella

La traduzione, come si è detto, è un processo naturale, nato da

un’esigenza comune a tutti gli uomini, la comunicazione. I

fattori che sono alla base di tale processo sono sempre stati e

continuano ad essere ancora oggi gli stessi in ogni luogo ed in

ogni contesto.

Nonostante il processo comune ad ogni traduzione e tutte le

costanti che da esso derivano, è innegabile che si possano

individuare diverse tipologie traduttive, ognuna delle quali

presenta delle caratteristiche proprie.

Non sarebbe opportuno usare gli stessi parametri in relazione

alla traduzione di un testo commerciale o amministrativo, di un

testo scientifico, letterario o religioso. Ogni tipologia testuale è

connessa ad esigenze proprie ed è destinata ad un pubblico

determinato: diverse sono sicuramente le esigenze funzionali e

le aspettative del pubblico in riferimento ad un testo

amministrativo o letterario e pertanto diverso dovrà essere

anche l’approccio del traduttore. Nell’eseguire una traduzione è,

infatti, fondamentale tenere in considerazione in primis le

esigenze funzionali del testo e conseguentemente anche le

aspettative dei destinatari.

Nel caso di un testo amministrativo e commerciale ciò che

riveste importanza fondamentale è il contenuto e non lo stile.

Chi si accinge a leggere un contratto o un trattato non è attento

allo stile quanto al contenuto: si presterà particolare attenzione

ai termini del contratto e si cercherà di comprendere al meglio il

testo, per evitare di accettare condizioni poco convenienti.

L’opera del traduttore di un testo di tal genere dovrà, dunque,

essere finalizzata soprattutto alla chiarezza espressiva. Non sarà

fondamentale una traduzione che miri a ricreare lo stile

dell’originale, quanto piuttosto una traduzione che ne renda al

meglio il significato senza nulla tralasciare e nulla aggiungere.

Diverso è il caso della traduzione di testi letterari. In riferimento

ad essi, infatti, non è importante soltanto il contenuto, ma

parimenti lo stile e soprattutto le particolari scelte lessicali da

operare, per rendere, per quanto possibile, le sottigliezze

espressive dell’originale. Nel caso della letteratura scientifica,

come per i testi amministrativi o commerciali, è il contenuto ad

avere un’importanza maggiore rispetto alla forma. In questi

casi, l’opera del traduttore può risultare particolarmente difficile

per diversi motivi quali la conoscenza dell’argomento trattato, la

scelta di uno stile chiaro ma scientifico, la necessità di creare un

lessico specialistico.

Ancora più complessa è risultata la traduzione dei testi sacri,

che se possono essere accomunati da alcuni punti di vista a

quelli letterari se ne differenziano per il valore di rivelazione

divina in essi insito. Prescindendo dalle varie posizioni assunte

dalle diverse religioni in riferimento alla traduzione dei propri

testi, per le quali si rimanda ai paragrafi successivi, ciò che è

comune a tutte le situazioni è il rispetto per la sacralità del testo

e il timore di un’erronea interpretazione, che potrebbe portare,

come nella storia è effettivamente successo, a divergenze tra

comunità diverse, parlanti lingue diverse.

Il contenuto è sicuramente fondamentale ma anche la forma lo

è. Se da un lato una traduzione parola per parola garantirebbe

la sicurezza di non omettere né aggiungere alcunché, da un

altro punto di vista questo metodo potrebbe favorire dei

fraintendimenti per l’impossibilità di una corrispondenza totale

tra una lingua ed un’altra. Di contro, una traduzione libera

rischierebbe di mettere in discussione la sacralità del testo.

La storia della traduzione, soprattutto nell’antichità, delle

diverse tipologie testuali chiarisce quanto detto illustrando le

differenze d’approccio e le difficoltà incontrate dai traduttori nei

diversi contesti per rendere nel modo più fedele e più

significativo possibile i testi di cui si sono occupati, nonché le

costanti del processo traduttivo e le problematiche ad esso

connesse.

1. Traduzione e acculturazione

1.1. Interculturalità e acculturazione

I contatti tra i popoli non sono mai stati e continuano a non

essere, fortunatamente, limitati a motivi di ordine pratico:

quando il contatto diviene più intenso è possibile, o meglio

verosimile, che anche la cultura ne venga influenzata. Si può

parlare di interculturalità già nel mondo antico, intendendo lo

scambio culturale tra popoli entrati in contatto tra loro. Il

concetto di interculturalità implica uno scambio abbastanza

paritetico: ogni popolo “offre” all’altro la propria cultura e le

conoscenze acquisite e in cambio acquisisce quanto dall’altro è

stato raggiunto in ogni ambito del sapere.

L’acculturazione, invece, non può essere definita uno scambio

alla pari: uno dei due gruppi è culturalmente superiore e

propone, e talvolta impone, all’altro tutto il suo sistema di

conoscenze. La cultura del popolo “più debole”, nella maggior

parte dei casi, non sarà trasmessa in alcuna misura all’altro

popolo. Molte culture sono nate dal contatto e dal confronto con

popoli culturalmente più avanzati: l’acculturazione è un

fenomeno che ha coinvolto popoli di ogni tempo e ogni luogo e

che ancora oggi avviene nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo da

parte del mondo occidentale.

L’acculturazione riguarda ogni ambito del sapere: non soltanto

le scoperte e le conoscenze scientifiche passano da una cultura

ad un’altra ma anche l’arte e quindi la letteratura. Nella

letteratura di molti paesi sia del passato che dei nostri giorni

sono presenti opere tradotte da originali scritti in lingue diverse.

Oggi è prassi consolidata che romanzi, poesie e ogni genere di

opera letteraria vengano tradotti o messi in scena in moltissime

lingue. Qualcosa di simile avveniva anche nel passato ma

spesso più che di una semplice traduzione si trattava di un vero

e proprio riadattamento culturale, che portava alla creazione, a

partire da una traduzione, di un’opera letteraria che avesse una

sua autonomia rispetto all’originale, pur non mancando, già

allora, le accuse di plagio. Per fare un esempio di ciò non serve

andare molto lontano, almeno da un punto di vista geografico:

la letteratura italiana, così come quella latina, nasce dal

desiderio di tradurre nella propria lingua opere scritte in lingua

straniera. È la lirica provenzale a dare l’input alla letteratura

italiana medioevale, dalla scuola poetica siciliana, ai rimatori

toscani, al Dolce Stil Novo, così come la letteratura latina è

fortemente debitrice di quella greca.

1.2. La traduzione scientifica

La letteratura scientifica è da sempre stata oggetto di

traduzione: numerose culture si sono sviluppate sulla base delle

conoscenze di un altro popolo, a partire dal mondo greco

debitore soprattutto della cultura egizia ma anche semitica. Nel

corso dei secoli la trasmissione culturale è avvenuta grazie

all’opera dei traduttori ed ancora oggi la traduzione è

fondamentale per la diffusione delle conoscenze.

L’importanza della traduzione per la trasmissione culturale è

testimoniata dalla nascita fin dall’antichità di vere e proprie

scuole di traduzione, il cui fine era raccogliere e tradurre nella

lingua del luogo quanto era stato scritto da altri fino ad allora e

integrarlo nel proprio sistema di conoscenze .

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Le caratteristiche di questo genere di traduzione sono rimaste

pressoché invariate nel tempo, per quanto nuovi strumenti e

supporti, fondamentalmente di tipo informatico, siano stati

introdotti e ampiamente utilizzati.

Nel caso della letteratura scientifica è il contenuto ad avere

un’importanza maggiore rispetto alla forma. Nella traduzione di

un testo di medicina, di astronomia, di filosofia o anche di un

semplice manuale, non è necessario utilizzare uno stile retorico

o particolarmente musicale. Tale situazione rende possibile

entro certi limiti una traduzione letterale, per quanto non

implichi che tale tecnica traduttiva sia sempre adeguata:

talvolta essa potrebbe portare a delle costruzioni nella lingua

d’arrivo tali da risultare, se non incomprensibili, certamente

fuorvianti. Tradurre un testo scientifico non è affatto facile: per

quanto non si debba prestare attenzione allo stile e per quanto

la sintassi possa non porre problemi nella resa, particolari

difficoltà derivano dal lessico. Spesso è necessario che il

traduttore abbia delle conoscenze nell’ambito dell’argomento

del testo su cui deve lavorare: è fondamentale che egli

comprenda i termini utilizzati nel testo di partenza per trovare i

corrispondenti più adatti nella lingua d’arrivo. Ancora più

complesso diventa il lavoro del traduttore qualora si trovi a

lavorare su un testo riguardante un argomento

precedentemente sconosciuto nella cultura d’arrivo. In questi

casi si rende necessaria la formazione di un lessico specialistico.

A chi spetta il compito di creare tale lessico, al traduttore, agli

esperti del settore o ai linguisti? È una domanda alla quale non

è facile rispondere: la cooperazione resta sempre la soluzione

migliore nella maggior parte dei casi.

Di contro, quando si traduce un testo scientifico concernente un

argomento ben noto in quanto già altri testi del genere sono

stati oggetto di traduzione da parte dello stesso o di altri

traduttori, l’uso di un lessico specialistico, e in quanto tale privo

di ambiguità, e la conseguente ricorsività di parti del testo e

soprattutto di espressioni tecniche rende più semplice il lavoro

del traduttore e particolarmente utile l’ausilio di strumenti

informatici. Per la traduzione di testi scientifici e di manuali di

vario genere, oggi si fa spesso ricorso alla traduzione

automatica, ma non sempre i risultati sono pienamente positivi:

l’intervento del traduttore resta sempre e comunque necessario

almeno in fase di revisione.

Traduzione scientifica e acculturazione in Cina

La traduzione di testi di carattere scientifico ha svolto un ruolo

fondamentale nel processo di acculturazione di diversi popoli e

in ogni situazione le conseguenze e le difficoltà incontrate non

sono state dissimili. Esemplificativo della natura,

dell’importanza e delle conseguenze di tale fenomeno è il

processo di acculturazione di cui è stata oggetto la Cina da

parte del mondo occidentale. Artefici, almeno nella fase iniziale,

di tale processo furono i missionari gesuiti, giunti in Cina verso

la fine del XVI secolo con il fine precipuo di evangelizzarla. Il loro

arrivo avrebbe avuto delle conseguenze molto più complesse:

come è avvenuto spesso in altri contesti, non fu soltanto la

religione cristiana che i missionari introdussero in Cina ma

anche e soprattutto la cultura del mondo occidentale da cui essi

provenivano .

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Le notevoli differenze linguistiche e soprattutto culturali

rendevano particolarmente difficoltosi i rapporti con le istituzioni

cinesi. I missionari, per facilitare la loro opera di

evangelizzazione soprattutto presso i ceti più colti di cui

facevano parte funzionari governativi e studiosi, non si

limitarono alla divulgazione della dottrina cristiana e alla

traduzione dei testi sacri, ma ritennero opportuno entrare

meglio in contatto con il mondo cinese e soprattutto avvicinarlo

al loro mondo facendogli conoscere la cultura occidentale. A tal

fine quale strumento poteva essere più valido della traduzione

in cinese dei più importanti testi tecnico-scientifici della

tradizione occidentale? Il mondo cinese, sotto diversi aspetti,

era molto arretrato rispetto a quello occidentale, per quanto vi

fosse già stato un primo contatto, se pure indiretto, con la

cultura d’occidente. A partire dal XIII sec., infatti, gli Arabi,

stabilitisi in Cina per motivi principalmente commerciali,

avevano portato con sé e iniziato a tradurre testi scientifici di

origine non soltanto araba ma anche occidentale riguardo vari

argomenti dalla matematica, alla medicina, dall’astronomia alla

filosofia, quali l’opera di Euclide, la Logica di Platone o

l’Almagesto di Tolomeo. In realtà queste traduzioni erano

rimaste destinate ad un pubblico molto ristretto e non avevano

favorito la divulgazione culturale e scientifica.

Le traduzioni dei missionari gesuiti, coadiuvati da parlanti colti

cinesi, ebbero invece un effetto molto diverso, in quanto non

soltanto favorirono la diffusione delle conoscenze occidentali,

ma furono da stimolo per gli studiosi cinesi, che non si

limitarono a leggere e talvolta, soprattutto più tardi, tradurre ma

fecero di questi testi il punto di partenza per le loro ricerche.

Il processo di acculturazione cinese non fu totalmente passivo,

in quanto molte traduzioni erano state richieste espressamente

dal governo e dagli studiosi imperiali per supportare alcune

iniziative: un grande interesse fu mostrato, per esempio, per le

opere di carattere astronomico, basandosi sulle quali venne

riformulato il calendario cinese.

Lo scambio culturale tra Occidente e Cina non fu neppure

totalmente univoco: la realizzazione e diffusione in Europa della

traduzione di alcuni testi della tradizione cinese fece sorgere un

interesse notevole da parte del mondo occidentale nei confronti

di un mondo e di una cultura tanto distante e diversa, ma

comunque ricca quale era quella cinese. La traduzione si

presenta quindi come mezzo non soltanto di acculturazione ma

anche di arricchimento culturale per un popolo, quale quello

europeo in questo caso, che era ritenuto e si riteneva

“culturalmente superiore”.

Il processo di acculturazione non terminò con la fine della

missione di evangelizzazione gesuita (1723): una nuova fase di

apertura al mondo occidentale tramite la traduzione ebbe inizio

quando gli Europei e soprattutto gli Inglesi iniziarono ad avere

mire espansionistiche in Cina (XIX sec.). Se precedentemente la

traduzione era stata utilizzata come mezzo per “conquistare

culturalmente” il mondo cinese, adesso essa diveniva una vera

e propria arma di difesa per la Cina. La ripresa dell’attività di

traduzione dei testi occidentali, infatti, si ebbe per iniziativa del

governo cinese, il cui obiettivo era di conoscere la cultura del

nemico per poterlo fronteggiare meglio: furono tradotti

soprattutto testi che riguardavano le leggi internazionali e

diverse faccende inerenti la Cina. Il compito fu affidato a

traduttori cinesi che si erano formati all’estero: non erano più i

missionari europei a proporre una mediazione culturale, ma lo

stesso impero cinese aveva capito l’importanza di comprendere

il mondo occidentale per non farsi sottomettere da esso.

Questa nuova apertura al mondo occidentale ebbe dei risvolti

positivi non soltanto in ambito militare in quanto favorì la

diffusione in Cina delle nuove scoperte scientifiche avvenute nel

XIX secolo. Per la traduzione dei testi scientifici gli studiosi

cinesi collaborarono con esperti stranieri che avevano appreso

la lingua cinese e conoscevano gli argomenti in questione. Da

dove nasce l’esigenza di questa collaborazione se ormai in Cina

vi erano valenti traduttori che avevano studiato e ben

conoscevano le principali lingue europee? La conoscenza delle

due lingue, per quanto buona, non era sufficiente per rendere

adeguatamente in cinese tale tipologia di testi. Per una valida

traduzione di un testo scientifico, come si è detto, è necessario

non soltanto conoscere la lingua ma anche l’argomento: se così

non fosse il testo tradotto, per quanto grammaticalmente

corretto, potrebbe stravolgere il significato dell’originale. Questi

principi non sono frutto della moderna traduttologia ma erano

già chiari allora: traduttore ed esperto devono cooperare per

ottenere un testo comprensibile nella lingua d’arrivo e corretto

in riferimento al contenuto.

Le difficoltà maggiori per traduttori cinesi ed esperti europei

derivarono dalla traduzione del linguaggio scientifico: fu

necessario creare un lessico specialistico, non esistendo nella

lingua cinese termini adatti ad esprimere molti concetti ed

elementi scientifici connessi alle più recenti scoperte. In molti

casi fu necessario ricorrere a prestiti o calchi: furono introdotti

nella lingua cinese termini delle lingue europee, soprattutto

dell’inglese, lasciandone la forma più o meno inalterata o

adattandoli al cinese.

Ancora una volta è possibile evidenziare il riproporsi delle stesse

situazioni per quanto diversi possano essere i contesti: le

difficoltà insite nella traduzione sono costanti nel tempo.

L’introduzione di prestiti da lingue straniere avviene spesso in

ambito scientifico anche oggi ogni qual volta si entri in contatto

con lingue e culture diverse dalla propria: unitamente ad una

scoperta o invenzione, viene fatto proprio anche il termine con

cui è stata originariamente designata. Traduttori di manuali o di

testi scientifici si trovano spesso di fronte al problema di rendere

nella lingua-obiettivo termini tecnici e spesso la scelta migliore si

rivela la non-traduzione, perché nessun altro termine sembra

adatto tanto quanto quello che con, e specificamente per,

l’oggetto stesso è stato creato.

L’ampia diffusione della pratica traduttiva portò, come è

naturale, alle prime teorizzazioni: le difficoltà incontrate furono

esplicitate nell’opera di John Fryer, studioso al servizio

dell’impero cinese, che aveva curato la traduzione di molti testi.

Egli sostenne, contrariamente ad altri, e dimostrò con il suo

lavoro che era possibile rendere in cinese il linguaggio tecnico,

in quanto la lingua cinese era in grado di esprimere qualsiasi

concetto come ogni altra lingua. Inoltre creò una sorta di

dizionario specialistico contenente i termini tecnici, in modo tale

che tutti i traduttori si rifacessero ad esso per il loro lavoro

facilitando in tal modo il loro compito ed evitando che vi fossero

incongruenze tra testi tradotti da persone diverse.

L’acculturazione occidentale non era ancora terminata: essa

continuò sebbene con modalità ed intensità diverse. Se fino a

quel momento erano state principalmente la religione e la

scienza ad essere importate in Cina, tra la fine del XVIII sec. e

l’inizio del XIX l’attenzione fu rivolta soprattutto a testi

concernenti la politica e la sociologia. Nonostante la ormai lunga

tradizione di opere di traduzione, le difficoltà restavano notevoli:

imparare le lingue europee, tanto diverse dal cinese, era molto

difficile e la formazione dei traduttori era molto lunga. Ciò non

impedì comunque l’arrivo di nuovi testi in Cina, grazie

soprattutto alla mediazione della cultura giapponese.

Culturalmente il Giappone era avanti almeno di un secolo

rispetto alla Cina ed imparare la lingua giapponese era più

semplice e rapido. Molti testi occidentali giunsero in Cina non

direttamente dal luogo d’origine, ma dal Giappone. Questa

procedura se da un lato rendeva più semplice l’opera di

traduzione dall’altro rischiava di favorire la diffusione di testi più

ricchi di fraintendimenti ed errori.

In questa nuova ondata di traduzioni emerse la personalità di

Yan Fu, la cui opera fu di notevole importanza sia nella

prospettiva della traduzione sia in quella politica. L’ampia

diffusione della pratica traduttiva dalle lingue più diverse al

cinese lo indusse a stabilire alcuni principi teorici che furono alla

base dell’attività di traduzione successiva: fedeltà,

comprensibilità, eleganza. Nonostante la fedeltà fosse

considerata da Yan Fu uno dei principi cardine dell’attività

traduttiva, non sempre i suoi lavori possono essere definiti pure

e semplici traduzioni, fedeli all’originale. Spesso egli introdusse

nei testi dei quali si occupava proprie notazioni, riflessioni ed

interpretazioni, che volevano essere per i suoi lettori cinesi un

monito. Yan Fu, per esempio, nel tradurre i testi sulla teoria

darwiniana di selezione della specie, diede ad essa anche un

significato politico, assente nell’originale: gli occidentali erano

culturalmente superiori ai Cinesi, che se non avessero resistito e

non si fossero opposti sarebbero stati inevitabilmente

sottomessi.

L’ampia diffusione della cultura europea e della pratica

traduttiva portò presto anche alle prime traduzioni, spesso vere

e proprie riscritture, di opere letterarie.

Il processo di acculturazione poteva considerarsi terminato, ma

non venne meno lo scambio culturale tra Europa e Cina: per

quanto si continuasse e si continua ancora oggi a tradurre in

cinese dalle principali lingue europee, aumentò notevolmente il

numero degli scritti in cinese tradotti, soprattutto nel periodo

della diffusione e affermazione in Cina dell’ideologia socialista.

La storia della traduzione in Cina ci offre un esempio del ruolo

fondamentale che la traduzione in genere ed in particolare

quella di testi di carattere scientifico può avere all’interno di una

civiltà. Per quanto il ruolo della Cina non fu pienamente passivo

ma in alcuni casi si trattò di una scelta deliberata, l’influsso sulla

civiltà cinese è stato determinante e ha reso possibile i contatti

e gli scambi attuali tra Occidente e Cina e soprattutto lo

sviluppo scientifico successivo e indipendente della Cina .

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1.3. La traduzione letteraria

La traduzione letteraria, ossia la traduzione di opere letterarie a

fini non pratici, quale potrebbe essere la didattica, ma

esclusivamente artistici, è sempre stata di importanza

fondamentale in ambito culturale. L’approccio alla traduzione di

tale tipologia ha delle prerogative proprie, che lo rendono

diverso dalle altre. La traduzione di un’opera letteraria, quale

può essere una poesia, un romanzo, una piece teatrale, nasce a

fini artistici. È destinata ad essere letta e apprezzata sotto ogni

suo aspetto anche da coloro che non conoscono la lingua in cui

originariamente è stata scritta.

Nel caso della traduzione letteraria, dunque, non basta trasferire

il significato, ma anche lo stile riveste un’importanza

determinante. Il lettore che si accinge a leggere un testo in

traduzione o lo spettatore di un’opera teatrale o

cinematografica si aspettano un testo che risulti piacevole nella

forma in cui lo fruiscono, a prescindere da quella che è la sua

versione originale. Per quanto la trama di un romanzo possa

essere interessante, se il testo non è ben scritto in una forma

non soltanto corretta grammaticalmente ma anche piacevole e

accattivante, il libro non risulterà particolarmente gradito ad un

pubblico straniero. Per chi ama la lingua, la sua musicalità, le

sue ambiguità, un testo in traduzione non potrà mai risultare

piacevole come il testo originale. Il traduttore, per quanto

valido, per quanto possa conoscere alla perfezione entrambe le

lingue, non potrà mai rendere tutti gli accenti e le particolarità

espressive dell’originale: questo perché non sarà mai possibile

attraverso la traduzione rendere tutti gli aspetti di un testo. È

certamente possibile che un traduttore particolarmente creativo

possa dare vita ad un testo molto ricco e forse più piacevole

dell’originale e pertanto diverso dal testo di partenza.

A maggior ragione se si parla di opere poetiche lo stile del testo

tradotto riveste un’importanza determinante. Nella poesia vi

sono innanzitutto due diversi livelli di lettura, denotativo e

connotativo: il significato non si esaurisce nel suo contenuto

informativo né è legato soltanto ai termini in sé, ma alla loro

posizione nel verso, alle relazioni fonetiche e sintattiche tra

l’uno e l’altro, al ritmo, alla musicalità. Sono tutti questi

elementi che rendono tale un testo poetico, differenziandolo

dalla prosa. Tradurre una poesia, più di qualsiasi altro testo

letterario, risulta dunque complesso e per certi versi

impossibile. Per quanto possa essere semplice rendere il

significato denotativo, tralasciando gli elementi stilistici,

seppure fondamentali nella fruizione e comprensione di un testo

poetico, non è altrettanto facile rendere il significato

connotativo: esso è legato al contesto storico, culturale e

personale dell’autore. Tradurre un testo poetico implica non

soltanto il trasferimento del significato denotativo, ma anche

degli aspetti connotativi. Ciò induce a scegliere, in diversi casi,

piuttosto che una vera e propria traduzione, un adattamento,

che può essere più o meno fedele all’originale. In alcuni casi la

traduzione non rispetta l’originale, ha una propria autonomia,

pur ricordando il testo da cui ha avuto origine. La traduzione di

un testo poetico, possibile entro certi limiti, necessita di una

buona dose di creatività nel traduttore, se vuole essa stessa

essere poesia e non una semplice parafrasi in una lingua

diversa dall’originale.

Le tecniche usate nella traduzione di un testo letterario, sia in

prosa che in versi, sono molto varie in relazione alle scelte del

traduttore e alle esigenze dei destinatari. La traduzione letterale

non è certamente il mezzo migliore per rendere la complessità

dei testi letterari non penalizzando l’aspetto stilistico. Si

ricorrerà alla riformulazione, all’equivalenza, all’esplicitazione,

alla compensazione e talvolta ad una vera e propria traduzione

libera.

La nascita della letteratura latina: un esempio di

traduzione-adattamento

La nascita e lo sviluppo della letteratura latina sono legati ad un

fenomeno di acculturazione e ad un’opera di traduzione e

adattamento culturale, durata per secoli. Una breve analisi dei

momenti fondamentali e dei risultati raggiunti è utile a chiarire

le diverse caratteristiche e le diverse tecniche in relazione alle

diverse finalità della traduzione di un testo letterario. Tradurre

uno stesso testo per diffondere e/o imporre una cultura diversa,

tradurre per innovare o equilibrare il proprio sistema letterario o

tradurre semplicemente per fare conoscere un’opera letteraria

al di fuori dei confini della nazione in cui è stata prodotta sono

processi molti diversi che implicano scelte tecniche molto

diverse.

Ciò che rende la letteratura latina un esempio perfetto di

“traduzione” è la coscienza della sua origine, che porta molto

presto ad una vera e propria teorizzazione. La letteratura latina

ha avuto origine da un adattamento, se non vera e propria

traduzione, degli originali greci: la nobilitas romana, la classe

socialmente e culturalmente più elevata, comprese che per

favorire l’ascesa culturale e politica di Roma doveva far sua la

cultura ellenistica, a quel tempo dominante, e creare su di essa

una propria cultura. Non è un caso che la tradizione abbia scelto

come data di nascita della letteratura latina l’anno in cui (240

a.C.) Livio Andronico mise in scena un’opera teatrale, secondo

l’uso che andava sempre più diffondendosi di rappresentare

tragedie e commedie, rifacimenti di opere greche. Andronico,

prima ancora di dedicarsi all’attività letteraria, era stato un

gramaticus, un maestro di scuola, che insegnava la lingua e la

letteratura greca a Roma. L’insegnamento del greco nasce da

finalità pratiche, la necessità di comunicare con il mondo greco

che Roma si avviava sempre più a conquistare, ma anche da fini

esclusivamente culturali e artistici, ossia leggere, comprendere,

fare proprie le opere letterarie greche e, in alcuni casi, dedicarsi

alla composizione di testi che potessero gareggiare con quelli

greci. Ad Andronico, che potremmo definire l’inventore della

traduzione artistica, l’interesse per la traduzione delle opere

greche deriva dalla volontà di divulgare la cultura greca, in

modo tale che anche coloro che non conoscevano bene o affatto

il greco potessero apprezzarne la produzione letteraria.

Soltanto in un secondo momento la traduzione si trasformò in

un riadattamento: essendosi sostituita all’esigenza puramente

didattica quella artistica e di intrattenimento, le opere non

venivano più tradotte alla lettera ma adattate alla cultura latina,

eliminando, non solo dal testo, ma dalla stessa struttura le parti,

quali quelle corali, che non avevano più valore nel mondo latino.

Lo stesso Andronico non si cimentò soltanto nella

traduzione-adattamento di opere teatrali, ma si dedicò anche ad

un’impresa ben più ardita, la composizione dell’Odusia,

traduzione o riadattamento dell’originale poema omerico?

Ricordando la sua attività di gramaticus è lecito pensare che,

almeno in una fase originaria, l’autore si sia accostato a tale

opera di traduzione con intenti meramente didattici, come

esercizio per i suoi studenti e come mezzo per diffondere l’opera

greca più ampiamente nel mondo latino. Ma perché la scelta

sarebbe caduta proprio sull’Odissea? L’opera di Andronico non

voleva essere una scarna traduzione per cui la scelta di

un’opera piuttosto che l’altra poteva essere indifferente.

Andronico voleva che la sua opera avesse una vita a sé, potesse

essere letta come un’opera d’arte in sé. La scelta del poema da

riadattare non è casuale: la trama dell’Odissea risultava più

pertinente alla tradizione latina, sia per la somiglianza tra il

peregrinare di Odisseo e di Enea, sia per la centralità del

legame con la patria e la famiglia, tematiche care alla cultura

latina.

Il compito di Andronico non dovette essere affatto facile: la

lingua latina era estremamente povera e priva di termini che

potessero rendere concetti raffinati ben diffusi nella cultura

greca. Andronico si scontrò, dunque, con quella che è la

difficoltà di ogni traduttore. Come rendere chiari in una lingua

diversa dall’originale determinati concetti, evitando di “tradire”,

ma limitandosi a tradurre il significato originario? Era

impossibile una traduzione letterale e, verosimilmente, non era

neppure ciò che l’autore voleva. Ma la traduzione da fare per

rendere l’opera pienamente adattabile alla cultura romana, non

era un’operazione puramente linguistica ma anche stilistica e

culturale. Non solo bisognava trovare termini adatti per tradurre

concetti, esperienze e sensazioni dell’opera originaria, ma era

necessario anche un riadattamento stilistico, sostituendo

all’esametro il saturnio di origine italica, e soprattutto culturale.

La cultura e la religione greca erano alquanto diverse da quelle

latine e così si cercava di creare paralleli, talora anche forzati,

tra divinità greche e latine o venivano eliminate o riadattate

espressioni incompatibili con la cultura romana: nessun mortale

a Roma, almeno a quel tempo, poteva essere definito “simile

agli dei”, espressione ampiamente utilizzata nella letteratura

greca.

Il problema che Livio Andronico, primo tra gli altri, dovette porsi

fu, dunque, quello del riadattamento culturale. Non volendosi

limitare ad un puro esercizio grammaticale, destinato a far

comprendere agli studenti la lingua greca, ma volendo fare delle

traduzioni delle opere letterarie degne di essere apprezzate a

prescindere dal loro legame con gli originali greci, l’autore

tentaò un riadattamento culturale dell’opera.

Ciò non è dissimile da quanto accade oggi su, quando per

lanciare sul mercato un prodotto, di varia tipologia, al di fuori

dell’area di progettazione e produzione, viene fatto un vero e

proprio adattamento culturale. Tale fenomeno oggi viene

definito localizzazione.

Ma torniamo agli antichi. Livio Andronico non fu l’unico a

dedicarsi all’adattamento di opere greche in latino: Ennio,

Nevio, Plauto, Stazio, Terenzio, per rimanere nell’ambito della

produzione teatrale, continuarono a mettere in scena opere

tratte da originali greci. È necessario sottolineare e ribadire che

non si tratta generalmente di traduzioni ma di adattamenti.

Famosa è la contaminatio plautina: le commedie di Plauto

derivano dalla mistione di più originali greci. Inoltre, egli

concedeva ampio spazio al proprio genio e alla propria

originalità: il ritmo musicale, l’umorismo tipicamente latino, le

espressioni metaforiche e le battute che riportano ad ambiti

esclusivamente romani, soprattutto militare. Anche Terenzio

tendeva a personalizzare le sue opere sia da un punto di vista

contenutistico che stilistico. Se per quanto concerne la lingua

Terenzio la ha impreziosita e ha riprodotto i testi dando loro una

maggiore sonorità, i contenuti, invece, risultano spogliati di ogni

particolare realistico a vantaggio di quanto vi è di umano. Tale

fu l’influsso della letteratura greca sul mondo latino che un

letterato e uomo politico quale Catone, per quanto avverso alla

cultura greca che considerava causa di degenerazione per i

costumi romani, non disdegnava di rifarsi ad essa, pur non

seguendone del tutto gli insegnamenti: eorum litteras

inspicere , non perdiscere, «guardare alla loro letteratura ma

non impararla a memoria» .

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Sarebbe estremamente lungo e poco pertinente alla trattazione

enumerare gli autori latini che in modo più o meno letterale, più

o meno artistico, per motivazione più o meno simili, si sono

occupati di rendere in latino opere letterarie greche. Nel corso di

due secoli l’attività di traduzione letteraria si era ampiamente

diffusa in tutto il mondo latino raggiungendo livelli artistici

notevoli. Non stupisce, dunque, che iniziassero a comparire le

prime teorizzazioni sulla traduzione, soprattutto da parte di chi di

traduzione si era occupato. Cicerone (I a.C.) ha introdotto nella

sua opera una lucida riflessione teorica sulla traduzione. Nel De

optimo genere oratorum (5, 14-15) ha affrontato il problema del

tipo di traduzione da prediligere tra quella letterale e quella

libera: si tratta di una sorta di introduzione alla traduzione, non si

sa se soltanto progettata o realmente effettuata, da parte di

Cicerone di due orazioni greche, Per la corona di Demostene e

Contro Ctesifonte di Eschine. Cicerone non si cimentava per la

prima volta nell’ambito della traduzione, ma si era dedicato ad

essa soprattutto negli anni della gioventù, anni cui risale, tra

l’altro, anche una traduzione poetica, quella dell’opera di Arato di

Soli, i Phenomena. La sua riflessione nasceva dunque

dall’esperienza diretta in riferimento a tipologie diverse di

traduzione, dalla poesia all’oratoria, generi che avevano in

comune la particolare attenzione da dedicare allo stile.

Cicerone affermava di non avere intenzione di verbo verbum

reddere, cioè di voler rendere ogni parola con l’equivalente

letterale, ma di mantenere il significato dell’originale greco,

utilizzando espressioni e forme proprie della lingua latina. Egli,

dunque, sceglieva di non fare una traduzione letterale, ma

artistica, che potesse risultare piacevole anche nella lingua

latina: tanto più ciò risulta, ancora oggi, valido se si considerano

i generi di cui Cicerone stesso si era occupato. Cicerone andava

oltre la semplice traduzione e lo sottolineava attraverso

l’opposizione tra interpres e orator: interpres è chi si limita ad

una traduzione quanto più possibile semplice e letterale,

l’interprete di oggi che si occupa di testi di carattere

amministrativo o pratico in generale; orator è chi interpreta e si

interessa anche all’aspetto culturale, non semplicemente il

traduttore di un’opera letteraria ma chi opera al fine non tanto e

non soltanto di trasmettere il valore artistico e culturale

originario, ma volendo dare una nuova stilizzazione e

contestualizzazione al testo originale rispondente alla cultura

d’arrivo :

38

Converti enim ex Atticis duorum eloquentissimorum

nobilissimam orationes inter seque contrarias, Heschini et

Demostheni; nec converti ut interpres, sed ut orator,

sententiis isdem et earum formis tamquam figuris, verbis ad

nostram consuetudinem aptis. In quibus non verbum pro

verbo necesse habui reddere, sed genus omne verborum

vimque servavi .

39

Il testo mostra la coscienza da parte di Cicerone, della diversità

operativa di tipologie e generi di traduzione. Nell’ambito della

traduzione bisogna distinguere tra semplice traduzione,

trasposizione letterale da una lingua all’altra, il cui fine è la

mera comunicazione e l’adattamento linguistico e culturale,

necessario per rendere fruibile il testo anche da un punto di

vista artistico. Ai tempi di Cicerone la letteratura latina aveva

già conosciuto numerose traduzioni artistiche, che avevano reso

letterati di ogni genere molto abili nel fondere originalità e

fedeltà agli originali.

Un’analoga riflessione si ritrova anche nell’opera di Orazio: egli

sottolineava l’importanza e la superiorità artistica

dell’adattamento rispetto alla traduzione letterale, consigliando a

chi volesse essere un interprete fedele di non preoccuparsi di

rendere ogni singola parola con una parola, badando piuttosto al

significato generale.

Nec verbum verbo curabis reddere fidus interpres 40

L’excursus proposto in riferimento alla letteratura latina mostra,

innanzitutto, l’importante ruolo che la traduzione può avere

nella formazione della cultura e della letteratura di un popolo.

Tale ruolo può essere di portata più o meno ampia, in relazione

al livello raggiunto tanto dalla cultura sorgente quanto da quella

di arrivo nel momento del contatto. Come è avvenuto nel II

secolo a.C. nel mondo latino, anche in altri tempi e in altri luoghi

la traduzione ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo

culturale di un popolo .

41

Dalla pratica e dall’esplicitazione dei principi teorici che erano

alla base dell’opera di traduzione presso i latini si evince che

differenziazioni, problematiche e parametri sono gli stessi di

quelli utilizzati oggi da coloro che si occupano di traduzione. Ciò

sta a significare che non soltanto la traduzione, in quanto

strumento di comunicazione, è un’esigenza naturale e quindi

una costante nell’attività dei popoli, ma che costanti e ricorrenti

sono anche gli approcci, le esigenze, le problematiche e le

tecniche utilizzate.

2. Traduzioni commerciali e amministrative nel mondo

antico

L’esigenza di tradurre ha origine dalla necessità di comunicare

con chi usa un codice diverso. Tra le motivazioni principali che

inducono due popoli culturalmente diversi ad entrare in contatto

tra loro vi sono sicuramente il commercio e le relazioni politiche.

In conseguenza di ciò non stupisce il fatto che le prime

testimonianze di traduzione riguardino l’ambito amministrativo

e commerciale. È da considerare anche che in tempi tanto

remoti la scrittura e soprattutto la conservazione dei testi era

destinata soltanto a ciò che era ritenuto di notevole importanza,

da cui consegue che difficilmente è possibile rintracciare

testimonianze di traduzione di altro genere, quali per esempio

contratti e mediazioni private che potevano avvenire anche

esclusivamente in modo orale alla presenza di testimoni.

2.1 La traduzione nel Vicino Oriente antico

La diffusione della pratica traduttiva nel Vicino Oriente antico è

attestata fin dalla fine del III millennio a.C. dalle tavolette di

origine eblaita ed accadica .

42

Sia la civiltà eblaita che quella accadica erano legate alla

cultura sumerica, dalla quale avevano appreso l’alfabeto

cuneiforme e, riadattandole, anche le tecniche amministrative.

Gli studiosi eblaiti ed accadici vennero in possesso delle liste di

termini che i Sumeri erano soliti compilare e ne fecero delle

traduzioni nelle loro lingue. Queste liste bilingui erano di

notevole utilità per coloro che per motivi politico-amministrativi

ma anche commerciali dovevano conoscere entrambe le lingue.

L’accadico fu per un lungo periodo (1400-1200 a.C) la lingua

della diplomazia e del commercio in un’area molto vasta,

comprendente anche l’Egitto e l’impero Ittita. Ciò fu possibile

anche grazie alla diffusione delle liste di oggetti sumerici e le liste

bilingui sumero-accadiche, cui furono aggiunte una terza e

perfino una quarta colonna.

La redazione di queste liste non dovette essere affatto facile: i

termini e le espressioni sumeriche erano resi nella lingua

obiettivo con parole o con brevi frasi, non essendo sempre

possibile trovare un sinonimo, considerate le notevoli differenze

tra le lingue. Le difficoltà dovevano essere tali che molte parole

sumeriche della lista sono state lasciate senza traduzione, sia

termini molto frequenti sia termini usati meno spesso.

Fin dall’inizio della diffusione dell’attività traduttiva si

presentano le medesime difficoltà di ogni tempo e

conseguentemente anche le tecniche utilizzate non sono

dissimili. Allora come oggi, la traduzione letterale non sempre è

possibile, è tanto meno necessaria. Sostituire un termine con

un’espressione che, pur non essendo pienamente

corrispondente, permetta comunque la comprensione del

significato generale è una tecnica valida ancora oggi e

sicuramente utilizzabile nella traduzione di un testo di carattere

amministrativo. Allo stesso modo ancora oggi di fronte a termini

che non hanno un equivalente nella lingua obiettivo, in quanto

ciò che designano non è presente nella cultura obiettivo, si

preferisce ricorrere ad un prestito: il termine, così come il

concetto cui esso rimanda, vengono “adottati” nella cultura di

destinazione quasi senza alcuna modificazione.

È da sottolineare, infine, l’importanza che la traduzione ebbe

nella formazione della cultura accadica ed eblaita: questi popoli,

infatti, non si limitarono a tradurre quanto elaborato dai Sumeri,

ma continuarono ad arricchire le conoscenze ereditate. La

cultura sumera, attraverso la traduzione, divenne la base di

partenza per la nascita di altre culture che avrebbero raggiunto

livelli notevoli e che avrebbero a loro volta influenzato altri

popoli.

2.2. Traduzione e multiculturalità: l’iscrizione persiana

trilingue

L’area medio-orientale è stata e continua ad essere un luogo di

incontro, e talvolta soprattutto anche di scontro, tra popoli di

razze, culture e lingue diverse, come testimoniano non soltanto

testi storici e letterari ma anche reperti archeologici. Tra questi

l’iscrizione ritrovata a Behistun, nell’Iran occidentale,

contenente tre serie di iscrizioni, volute da Dario I, re di Persia

(521-486 a.C.), che riproducevano lo stesso testo in tre differenti

scritture: cuneiforme persiana, elamitica e babilonese, i tre

sistemi di scrittura usati dalla dinastia achemenide (550-330

a.C.) per diffondere i decreti fra le tre popolazioni soggette. Il

testo era ripetuto parola per parola in ogni versione, cosa che si

rivelò di grande importanza soprattutto per la conoscenza della

lingua elamitica .

43

In riferimento alla storia della traduzione questa iscrizione è

un’ulteriore prova della notevole diffusione e importanza nei

tempi più antichi del plurilinguismo: l’identità linguistica dei

popoli veniva mantenuta e difesa nonostante la perdita

dell’indipendenza politica. Elamita e babilonese erano, infatti,

lingue che erano state parlate nei territori del regno persiano

prima che fossero annessi ad esso. Dario aveva costituito una

vasto impero multiculturale e multilinguistico assoggettando

popoli appartenenti ad etnie diverse. Era riuscito ad ottenere e

conservare il favore da parte dei popoli entrati a far parte del

suo regno grazie alla tolleranza e al rispetto da lui mostrato nei

confronti della loro cultura.

La traduzione risulta, quindi, non soltanto necessaria per

permettere la comunicazione all’interno di un impero vasto e

composito, ma diventa anche uno strumento politico, per

sottolineare il fatto che, nonostante la sottomissione

amministrativa e politica, l’identità linguistica e culturale dei

popoli assoggettati era salva, alla loro lingua veniva attribuita

importanza pari a quella dei regnanti, se veniva utilizzata

insieme ad essa nei decreti pubblici.

2.3. Le lamine di Pyrgi

L’esigenza plurilinguistica e quindi l’esistenza di una figura di

traduttore dovette essere molto forte anche nella civiltà

fenicio-punica, per via dei commerci di cui si occupava e che la

mettevano in contatto con moltissimi popoli del Mediterraneo e

non solo.

L’archeologia ancora una volta è un’utile alleata per

comprendere l’importanza che la traduzione ha avuto in

passato: sono state ritrovate a Santa Severa, cittadina che

sorge sull’antica Pyrgi, il porto di Caere (attuale Cerveteri), tre

lamine d’oro (VI-V a.C.), su una delle quali era inciso un testo in

lingua punica, mentre sulle altre due un testo etrusco.

Non è certo che l’etrusco costituisca una vera e propria

traduzione del testo punico, ma è certo che le due versioni

parlano dello stesso argomento, cioè di un trattato stipulato fra

Caere e Cartagine. È verosimile, secondo le ricostruzioni di

linguisti esperti nelle due lingue, che non si tratti di una

traduzione letterale per la difficoltà incontrata

dall’interprete-scriba, probabilmente di origine cartaginese, a

comprendere quanto scritto in etrusco e a renderlo nella propria

lingua . D’altra parte ciò che era importante dovevano essere i

44

termini generali del contratto e non sicuramente la perfetta

corrispondenza tra le singole parole.

2.4. La stele di Rosetta e altre iscrizioni greco-egizie

La diffusione della pratica traduttiva è attestata anche

nell’antico Egitto, soprattutto quando questo divenne parte

dell’impero di Alessandro Magno: se la lingua ufficiale da quel

momento fu il greco, la popolazione continuò a parlare l’egizio.

La convivenza delle due lingue, ancora molti anni dopo, è

testimoniata da alcune iscrizioni plurilingui greco-egizie che

sono state ritrovate in diverse località.

Uno dei primi ritrovamenti è stata la cosiddetta stele di Rosetta,

importante non soltanto nell’ambito della storia della

traduzione, ma anche e soprattutto perché ha permesso di

decifrare i geroglifici egiziani . La stele di Rosetta è una pietra

45

in granito scuro venuta alla luce nel 1799 che presenta tre

sezioni di scrittura: in geroglifico, in demotico, lingua corsiva

degli egizi già parzialmente nota al tempo del ritrovamento, e in

grafia maiuscola greca. Si tratta di un protocollo del collegio

sacerdotale di Menfi, datato al 196 a.C., che esaltava Tolomeo V

Epifane in occasione del primo anniversario della sua

incoronazione. Il testo riporta tutti i benefici resi al paese dal re,

le tasse da lui abrogate e la conseguente decisione del clero di

erigere in tutti i templi del paese una statua in suo onore e di

collocare, inoltre, statue d’oro accanto a quelle degli dei, nonché

di indire festeggiamenti in onore del re. Stabilisce inoltre che il

decreto sia pubblicato nella scrittura delle parole degli déi

(geroglifici), nella scrittura del popolo (demotico) e in greco .

46

In epoca tolemaica le funzioni di governo erano tutte affidate a

greci e greca era la lingua ufficiale, ma, nonostante ciò, gli atti

pubblici è evidente che fossero ancora pubblicati in entrambe le

lingue, egizio e greco. Infatti, benché ormai il greco fosse la

lingua ufficiale, buona parte della popolazione non lo conosceva

affatto o non era in grado di leggerlo. Volendo, forse anche per

motivi propagandistici, che tutto il popolo fosse a conoscenza

dell’operato del regnante, l’atto fu scritto in più lingue.

L’uso di trascrivere gli atti e le dediche nelle due lingue in uso è

confermato anche da altri ritrovamenti. Molto recentemente

(2004) un’altra stele trilingue recante iscrizioni in greco antico,

demotico e geroglifico come la stele di Rosetta è stata scoperta

a Tell Basta (Bubasti), una delle antiche capitali del Delta del

Nilo, copie della quale sono state trovate anche in altre quattro

zone dell’Egitto. Datata al 238 avanti Cristo, la stele riporta un

«decreto canubiano» del periodo (246-221) di Tolomeo III

Evergete che ne testimonia il potere ed il buon governo. Ancora

una volta la traduzione riveste un ruolo fondamentale per la

divulgazione di ideologie e quindi per la propaganda, soprattutto

in zone lontane dai luoghi del potere centrale. Alle stesse

esigenze dovevano certamente rispondere le iscrizioni bilingui

greco-egizie che compaiono su due piccoli obelischi rinvenuti

nell’isola di Philae nel 1815. Questa iscrizione risale ad un

periodo non molto lontano, essendovi inciso il nome di un altro

faraone Tolomeo Evergete VIII con la consorte Cleopatra III.

2.5. Osservazioni

Le testimonianze presentate chiariscono l’importanza della

traduzione a fini pratici fin dall’antichità. La scelta di portare

come esempio di tale tipologia traduttiva soltanto testimonianze

plurilingui del passato, non sta a significare che oggi non vi sia

più questa esigenza. Al contrario, la traduzione di testi

amministrativi e diplomatici è importante oggi più che mai

nell’epoca di globalizzazione che stiamo vivendo.

L’analisi delle caratteristiche delle testimonianze del passato ci

porta ad affermare che esigenze di oggi e di ieri coincidono, così

come coincidono le aspettative dei destinatari. Pertanto le

finalità dei traduttori e le tecniche cui si fa ricorso per

raggiungerle sono sempre le stesse.

Oggi come allora quando ci si trova di fronte ad un testo di tal

genere, il traduttore mira soprattutto a renderlo quanto più

possibile comprensibile senza alterarne il significato. La sua

traduzione non dovrà essere letterale e, come abbiamo visto,

spesso non lo è stato con grande disappunto degli storici della

lingua che talvolta, nonostante iscrizioni bilingui, non sono

riusciti a decifrare le lingue in esse usate.

Dagli antichi e dall’uso della traduzione da essi fatto

apprendiamo anche il rispetto per la cultura altrui fondamentale

in una cultura multietnica. Millenni fa grandi regnanti e

dominatori ordinavano di non annientare la cultura e quindi

anche la lingua dei popoli sottomessi. A maggior ragione oggi

che non si parla più di sottomissione bensì di integrazione non

deve mancare il rispetto per l’altro, da un punto di vista umano

ma anche culturale. La traduzione stessa a partire proprio dai

testi di pubblica utilità diventa indispensabile strumento di

integrazione.

3. La traduzione dei testi sacri

3.1. Tradurre o non tradurre?

La traduzione dei testi sacri occupa un posto di rilievo nella

storia non soltanto della pratica del tradurre, ma anche e

soprattutto dei popoli e delle civiltà.

Nel corso del tempo religioni diverse hanno affrontato

diversamente il problema della necessità o meno di tradurre i

propri testi sacri. In luoghi e momenti diversi e lontani tra loro

capi religiosi hanno dovuto fare una scelta di fondamentale

importanza per la sorte delle dottrine da essi sostenute. Si

poteva scegliere di tradurre i testi per permetterne la diffusione

e la divulgazione anche presso coloro che parlavano una lingua

diversa da quella in cui erano stati scritti originariamente. In

alternativa, era possibile scegliere di conservarli nella forma

originaria, limitandone conseguentemente la lettura e la

comprensione a chi conoscesse la lingua sacra, la lingua

originaria dei testi sacri o obbligando chi volesse seguire quella

religione ad impararne la lingua.

Tipologie di testi sacri

Per comprendere il problema della traduzione dei testi sacri è

necessario innanzitutto fare una distinzione tra le diverse

tipologie di testi sacri. È possibile semplificare distinguendo testi

liturgici o rituali e testi dottrinali.

I testi liturgici o rituali sono quelli contenenti frasi e preghiere

da recitare durante le cerimonie religiose. Essi, soprattutto

presso alcuni popoli, diventano dei veri e propri formulari

magici, una sorta di raccolta di preghiere o formule, ciascuna

delle quali ha una funzione specifica.

I testi dottrinali sono i libri contenenti la legge, i principi

fondamentali della religione. Generalmente si ritiene che siano

stati direttamente dettati o ispirati dal dio a colui che gli ha dato

una formulazione linguistica orale o scritta.

Perché tradurre i testi dottrinali

La scelta di tradurre o non tradurre è legata al tipo di religione,

agli obiettivi di diffusione e al rapporto tra classe sacerdotale e

fedeli.

La traduzione è necessaria per rendere i testi sacri comprensibili

a tutti, attuali in ogni tempo e permettere conseguentemente

una maggiore diffusione, nel tempo e nello spazio, della dottrina

in essi contenuta. Molti testi sacri su cui ancora oggi si basano

le principali dottrine religiose sono stati scritti molti secoli fa. La

lingua originaria in alcuni casi oggi non è più parlata o, se si è

mantenuta con le naturali evoluzioni, è conosciuta soltanto in

aree molto ristrette rispetto alle zone in cui la religione è

praticata. Se non fossero state fatte traduzioni di questi testi, è

ipotizzabile che la diffusione non sarebbe stata analoga? Per

quanto non tutti i rappresentanti religiosi siano concordi, la

risposta è sicuramente positiva. La traduzione rende possibile la

divulgazione in un’area più vasta e la comprensione da parte di

tutti coloro che vogliono seguire una dottrina religiosa.

Perché non tradurre i testi dottrinali

Se la traduzione favorisce la divulgazione, è spontaneo chiedersi

perché alcune religioni si sono opposte e continuano ad opporsi

alla traduzione dei propri testi sacri. Innanzitutto è da

evidenziare che non tutte le religioni mirano a divulgare la loro

dottrina. Alcune preferiscono che sia conosciuta e praticata

soltanto da un gruppo ristretto di adepti, in quanto non tutti

sono ritenuti degni di conoscere gli insegnamenti e soprattutto i

testi relativi. La scelta di una lingua di difficile comprensione, di

una lingua nota soltanto a pochi è mirata alla non diffusione

della dottrina e dei rituali praticati.

Inoltre, in alcuni casi non è ritenuto necessario un contatto

diretto con i testi sacri da parte dei fedeli. È sufficiente che i

sacerdoti conoscano la lingua d’origine dei testi sacri. Attraverso

la loro mediazione la dottrina giunge ai fedeli, che non leggendo

direttamente il testo sacro non rischiano di incorrere in

interpretazioni scorrette. I testi sacri in quanto tali sono

intoccabili e inviolabili. Una traduzione potrebbe far perdere

questo valore sacrale e potrebbe portare a fuorvianti

interpretazioni, possibile causa e origine di scismi e sette. È,

infatti, impossibile che una traduzione, sia assolutamente fedele

al testo originario non esistendo due lingue la cui semantica sia

perfettamente coincidente: essa è sempre soggettiva,

espressione, interpretazione e commento del traduttore, sia che

costui ne sia cosciente sia che non lo sia.

La traduzione dei testi liturgici

Ulteriori difficoltà sono sorte in relazione alla traduzione dei testi

liturgici. Se entrambe le tipologie di testi sono considerate

inviolabili e immodificabili, a quelli liturgici è attribuito in molti

casi un valore quasi magico. Non è ritenuta importante la

comprensione del testo, quanto la sua validità e la sua efficacia.

Non è un caso che anche religioni, quali quella cristiana che sin

dall’inizio ha ritenuto importante la comprensione dei testi sacri,

abbiano, al contrario, faticato molto a tradurre i riti. Nel caso del

Cristianesimo, i testi sacri, come si vedrà meglio più avanti,

erano stati tradotti dall’ebraico e dal greco in latino e da questa

versione anche nelle varie lingue parlate in Europa. Nonostante

ciò, per moltissimo tempo, fino alla metà del secolo scorso, la

liturgia continuava ad essere celebrata in latino. Soltanto

l’omelia, la predica del sacerdote che spiegava il significato dei

testi sacri letti in latino, era tenuta nella lingua comunemente

parlata. Esistevano comunque dei testi in cui accanto al testo

liturgico in latino veniva presentata la traduzione in italiano. Ciò

conferma che la difficoltà non era data dalla traduzione in sé,

ma dal timore della perdita del valore sacrale di un rito, ormai

cristallizzato in lingua latina, pur non essendo il latino la lingua

originaria sia delle scritture che di molte parti della liturgia

sacra.

Tipologie di traduzione

La scelta di tradurre implica un’ulteriore scelta. Come bisogna

tradurre? Rimanere quanto più possibile fedeli al testo originario

o evitare una traduzione letterale?

La traduzione letterale permette di rendere il testo tradotto in

una forma simile, stilisticamente e sintatticamente, al testo

originario. Questo talvolta può avvenire a scapito della

comprensibilità del testo stesso. Non è possibile una traduzione

parola per parola da una lingua ad un’altra, tanto più se le due

lingue sono molto diverse tra loro per struttura. Una traduzione

fedele spesso non è “bella”, né facilmente comprensibile.

La traduzione libera permette di ottenere una migliore resa del

testo nella lingua d’arrivo. Essa mira più alla fedeltà del

contenuto del messaggio che della forma.

In alcuni casi si è ovviato al problema della traduzione

ricorrendo a parafrasi. Il testo non viene tradotto, ma per

permetterne la comprensione viene parafrasato in una variante

linguistica più facilmente comprensibile ai fedeli. Il testo

parafrasato si allontana completamente dal testo originale, ma

generalmente non ha la pretesa di essere una traduzione, un

rifacimento del testo sacro: non si pone in alternativa

all’originale ma gli si accosta.

Per renderci facilmente conto di quanto sia stato e continui ad

essere difficile accettare l’idea di una traduzione dall’originale e

scegliere la tipologia di traduzione più adatta al fine di

preservare il significato originario dei testi, considereremo la

storia della traduzione dei testi sacri più diffusi, il Veda, il

canone buddhista, la Bibbia e il Corano.

3.2 Il Veda tra sacralità e diffusione

La sacralità e intangibilità dei testi religiosi è stata sentita molto

fortemente in India. Il Veda, l’insieme dei testi su cui si basa

l’Induismo, non è mai stato tradotto nella lingua del tempo,

almeno a fini sacrali, benché esso non abbia soltanto un

carattere sacrale e religioso, ma anche legislativo: per gli

Induisti tutta la vita, anche in ambito civile, è retta da norme

connesse alla religione. Ancora oggi, dopo più di 3000 anni, i

versi sono recitati nella loro lingua originaria, lingua sacra e

quindi immodificabile, perché attraverso essa è stata rivelata la

verità. Il Veda, infatti, secondo la religione induista, esiste da

sempre ed è una sorta di autorivelazione della Realtà assoluta.

L’attenzione nei confronti dell’immutabilità di tali testi è

confermata dalla mancanza di differenze tra le versioni giunte a

noi, per mezzo di tradizioni diverse.

I testi vedici, dopo una lunga fase di trasmissione orale (III-II

millennio a.C.), furono redatti nella lingua in seguito chiamata

sanscrito, uno dei dialetti parlati dagli Indoeuropei giunti in

India. La variante linguistica utilizzata non fu certamente quella

popolare, ma una forma letteraria estremamente curata, adatta

alla sacralità dei testi. Questa lingua si è conservata pressoché

immutata fino ad oggi, in quanto ad essa è legato il valore

sacrale degli stessi testi: un cambiamento, per quanto minimo,

avrebbe potuto inficiarne il valore e l’efficacia, soprattutto in

ambito rituale.

L’esigenza di non tradurre il Veda

Se la traduzione ha origine dall’esigenza naturale di comunicare

e garantire un’ampia diffusione a messaggi e ideologie, quanto

più questi siano ritenuti importanti, quali motivazioni sono alla

base dell’avversione dell’Induismo nei confronti della traduzione

dei propri testi sacri?

La sacralità

La traduzione dei testi vedici non è mai stata considerata

necessaria per tramandare, mantenere e diffondere dottrina e

riti, mentre ben più importante era mantenere e preservarne

l’intangibilità e quindi la sacralità. Secondo quanto si legge negli

stessi testi vedici quando si pronunciano inni, preghiere e

47

formule di vario genere è fondamentale evitare qualsiasi errore:

pronunciare una parola in modo errato o sbagliare un accento

ha il potere di inficiare il valore del rito. Le parole sono

assolutamente sacre, non possono essere modificate. Per

controllare che tutto durante i riti avvenga secondo le norme vi

è un sacerdote preposto, il brahman, cui spetta il compito di

controllare e rimediare ad eventuali errori con formule apposite.

In questa ottica, risulta assolutamente chiara l’impossibilità di

tradurre tali formule, in quanto avrebbero perso completamente

ogni valore.

Il rispetto e la preservazione della sacralità valgono anche per i

testi dottrinali. Il linguaggio usato è molto oscuro e ambiguo:

una traduzione per quanto rispettosa e fedele non potrebbe mai

rendere l’ambiguità e la ricchezza espressiva dell’originale.

I fedeli

Come possono i fedeli avere compreso in passato e ancora oggi

testi scritti in una lingua molto più antica rispetto a quella da

loro usata? È obbligatorio che tutti conoscano a tal punto il

sanscrito da poter comprendere appieno i contenuti vedici?

La comprensione dei testi recitati da parte di coloro che

partecipano alle cerimonie religiose non è fondamentale: la

partecipazione si basa su una fede assoluta. Gli unici conoscitori

della lingua sacra sono i brahmani, i sacerdoti, che ancora oggi

continuano ad usare tale lingua, almeno durante le pratiche

religiose. Per quanto concerne la dottrina questa viene appresa

tramite gli insegnamenti dei maestri, non attraverso la lettura

diretta dei testi.

Una traduzione dei testi sacri risulterebbe, dunque, inutile

nonché potenzialmente dannosa, per le ambiguità che

potrebbero scaturirne. Ambiguità e interpretazioni cui il Veda

non è in ogni modo riuscito a sottrarsi: pur mantenendo i testi

nella lingua sacra, vari maestri nel corso dei secoli hanno dato

le loro interpretazioni favorendo la nascita e la diffusione di

correnti diverse. Nello stesso momento in cui un sacerdote

spiega nella lingua corrente un passo ne fa una traduzione,

anche se soltanto orale e ne dà un’interpretazione.

La divulgazione

Un’altra motivazione che potrebbe spingere alla traduzione di un

testo sacro è, come si è detto, la volontà di diffonderlo, di farlo

conoscere oltre i confini linguistici del luogo in cui è stato scritto.

La divulgazione del Veda presso altri popoli non è mai stato

interesse precipuo della classe sacerdotale, che aveva il potere di

decidere riguardo un’eventuale traduzione o attualizzazione. Vi è

sempre stata una sorta di gelosia nei confronti delle proprie

tradizioni, fin dall’arrivo in India degli Indoeuropei, che

introdussero i testi più antichi del Veda. Essi, ritenendosi superiori

alle popolazioni indigene, si impegnarono per mantenere la loro

purezza linguistica e culturale, conferendo ai loro testi un

altissimo potere mistico e sacrale. Tale atteggiamento permase

nel corso dei secoli, tanto che non fu facile per gli Inglesi che

dominarono l’India nel XVIII secolo riuscire ad apprendere la

lingua sanscrita di cui, in quanto sacra, gli indiani esitavano a

favorire l’apprendimento da parte degli stranieri dominatori.

Risale alla metà del XIX secolo la prima traduzione di tali testi

sacri in lingua occidentale, una traduzione avente una funzione

meramente letteraria, nata dalla volontà degli Europei di

conoscere la letteratura, la cultura e la religione di questo

popolo .

48

3.3. Il Buddhismo e i suoi testi sacri

L’atteggiamento del Buddhismo nei confronti dei testi sacri e

conseguentemente della loro traduzione è totalmente opposto a

quello dell’Induismo: ciò è connesso alle sue stesse origini. Il

Buddhismo non è una vera e propria religione, in quanto non

prevede alcun tipo di culto ufficiale, ma ha piuttosto l’aspetto di

una filosofia di vita per il singolo. La dottrina buddhista è nata in

India nel VI secolo a.C. sulla base degli insegnamenti di

Siddhartha Gautama, detto il Buddha, “l’Illuminato, il

Risvegliato”. L’insegnamento buddhista si basa su alcuni

principi cardine anche dell’Induismo e di molte correnti religiose

indiane, ma nasce come critica ad alcuni principi fondamentali

dell’Induismo, come il valore dei sacrifici e l’autorità dei

brahmani e, di conseguenza, l’intero sistema delle caste .

49

Da questa critica nei confronti dell’autorità brahmanica e delle

prerogative esclusive di casta, deriva la divergenza tra Induisti e

Buddhisti in riferimento ai testi sacri. Quelli del Buddhismo

costituiscono, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle

parole del Buddha riguardo a vari argomenti dottrinali e

disciplinari, trasmesso dapprima in forma orale e poi redatto in

forma scritta intorno a I secolo a.C.. Benché siano considerati la

trascrizione delle parole dell’Illuminato, non vi è mai stato un

rifiuto di diffondere tali testi anche in altre lingue. Secondo la

dottrina del Buddha, infatti, i suoi insegnamenti devono essere

raggiungibili e fruibili facilmente da tutti senza alcuna

distinzione di casta, né di lingua. Fin dall’inizio il canone era

stato diffuso in più lingue quali il māghadhī e il pali, lingue

parlate dal popolo indiano, ma anche in sanscrito, lingua

letteraria e sacra per l’Induismo.

La traduzione, tanto avversata dall’ Induismo, è stata lo

strumento principale per la diffusione della dottrina buddhista.

D’altra parte non si poneva il problema della ritualità e della

perdita di efficacia di formule e preghiere, essendo i testi

buddhisti di carattere meramente dottrinale e non rituale.

La non intangibilità dei testi e della lingua originaria ne permise,

dunque, la traduzione e la diffusione innanzitutto in Cina

nonostante le notevoli difficoltà incontrate, che portarono

spesso ad una totale mancanza di fedeltà. Tali traduzioni,

inoltre, non ebbero importanza soltanto in ambito religioso, ma

permisero la trasmissione in Cina anche di diverse conoscenze

del patrimonio culturale indiano, soprattutto nel campo

dell’astronomia. Anche in questo caso, come per i testi di altre

religioni, la traduzione sacra diventa il punto di partenza per un

processo di acculturazione.

Difficoltà di traduzione

Per quanto la pratica traduttiva fosse ampiamente diffusa in

Cina da molti secoli , le traduzioni dei testi buddhisti

50

presentarono notevoli difficoltà non soltanto in ambito

linguistico ma anche metodologico. Fino ad allora in Cina ci si

era occupati della traduzione di testi soprattutto di carattere

amministrativo e politico, non certamente sacro. La traduzione

di testi sacri era qualcosa di nuovo che richiedeva un diverso

approccio ed una diversa metodologia. Stabilire dei principi

teorici validi in riferimento ai testi sacri non fu facile né

immediato, tanto che per lungo tempo si andò da traduzioni

assolutamente letterali a vere e proprie parafrasi: la teoria non

precede la pratica, ma da essa deriva. Le difficoltà

nell’approcciarsi alla traduzione di una diversa tipologia di testi,

nonché l’importanza attribuita dal Buddhismo alla traduzione

come efficace mezzo di diffusione, risultano evidenti se si

analizza la storia della traduzione di tali testi in Cina.

Le difficoltà incontrate e i pessimi risultati raggiunti, almeno in

un primo momento, non indussero mai i Buddhisti a rinunciare

ad avvalersi della traduzione per far conoscere la loro religione,

imponendo al contrario la conoscenza del sanscrito o delle altre

lingue indiane.

Notevoli problemi furono causati dalla mancanza di traduttori

che padroneggiassero bene sia il cinese che il sanscrito, in cui

era scritto il canone buddhista dal quale le traduzioni

generalmente furono fatte: i missionari che portarono in Cina i

testi sacri non parlavano bene il cinese e non vi erano cinesi che

conoscessero il sanscrito tanto da poterlo tradurre. Sanscrito e

cinese, inoltre, sono due lingue molto diverse tra loro a livello

grammaticale e semantico. Il cinese classico, in quanto lingua

isolante, si presentava molto denso, quasi telegrafico, e molto

versatile grammaticalmente in quanto lo stesso elemento

poteva essere usato come nome, aggettivo, verbo o avverbio.

Tutto ciò contribuiva a rendere particolarmente difficoltosa la

traduzione.

La mancanza di traduttori esperti portò ad un sistema di

traduzione molto articolato che diede pessimi risultati, non

garantendo affatto la fedeltà del testo e dando origine a

fraintendimenti, se non a veri e propri stravolgimenti

dell’originale. Il processo di traduzione non era unico, ma

avveniva in momenti diversi per mezzo di più persone: il

maestro che spiegava il testo in sanscrito, chi, conoscendo

entrambe le lingue anche se superficialmente, traduceva in

cinese la spiegazione ascoltata e chi dava una forma corretta al

testo in cinese. Il risultato di questa operazione era, dunque, un

testo in cinese corretto, chiaro e comprensibile, ma spesso per

niente fedele all’originale sanscrito.

Nonostante i pessimi risultati iniziali, i testi buddhisti si

continuarono a tradurre: la diffusione delle idee in essi

contenuta, se pure con numerosi fraintendimenti, era prioritaria

rispetto alla fedeltà e alla sacralità dei testi stessi.

Ciò non significa che fedeltà e sacralità non fossero considerate

importanti dai Buddhisti, tanto che rendendosi conto che la

metodologia fino ad allora utilizzata non garantiva buoni

risultati, il monaco Zhi Qian (II sec. a.C.) ricorse ad una

traduzione assolutamente letterale. Neppure questo metodo

portò a risultati positivi in quanto il tentativo di rimanere fedeli

al testo aveva, di contro, inficiato la comprensibilità. Da ciò

ebbe origine una lunga querelle su traduzione letterale o

traduzione libera. Non era facile mediare tra le due posizioni: un

traduzione letterale risultava praticamente incomprensibile ed

una libera, richiedendo un’opera di ripensamento e

ricostruzione, rischiava di stravolgere i contenuti originari.

Metodologie e principi

L’interesse per la traduzione di questi testi sacri portò nel IV

secolo d.C. alla fondazione di una Scuola Statale di Traduzione,

all’interno della quale il lavoro di traduzione fu gestito dalla

corte stessa in risposta al numero sempre maggiore di

esponenti del ceto alto che avevano aderito alle idee buddhiste.

Più tardi venne fondata anche un’altra scuola, quella di

Chang’an.

Superate le difficoltà date dalla mancanza di traduttori dal

sanscrito al cinese, rimaneva il problema della metodologia da

seguire. Il monaco indiano, Kumarajiva, coadiuvato da un buon

numero di assistenti, si occupò di una nuova traduzione dei

sutra. Egli, invero, non si limitò a realizzare una traduzione, ma

elaborò una vera e propria teoria della traduzione e creò una

sorta di lingua cinese-buddhista, che continuò ad essere usata

per diversi secoli. Innanzitutto si pose il problema se fosse più

importante mantenere la forma o rendere i testi comprensibili,

salvaguardando il significato originario. Dopo un’accurata

ricerca testuale, propose una traduzione libera, cercando, per

quanto possibile, di non stravolgere il significato del testo

originale. Accuratezza ed eleganza furono i criteri base della sua

traduzione, seguiti da molti traduttori della stessa scuola per

lungo tempo.

Con Kumarajiva all’attività di traduzione fu conferita dignità tale

che per la prima volta i traduttori apposero le loro firme ai testi

sui quali avevano lavorato. Ciò è indice dell’importanza

riconosciuta alla traduzione che, come già sottolineato, agiva da

mezzo di trasmissione culturale non soltanto in ambito religioso.

Il metodo di Kumarajiva, non era accettato unanimamente,

tanto che si continuò a proporre traduzioni alternative, tutte

molto diverse tra loro, che non contribuivano certamente a dare

unitarietà al Buddhismo.

I monaci buddhisti continuarono a lavorare alla traduzione dei

sutra anche al di fuori di questa scuola. Tra il VI e il VII secolo

d.C, principi guida per i traduttori di testi esclusivamente sacri

furono la fedeltà alla dottrina buddhista, essere utili a coloro che

leggevano i testi e praticavano il Buddhismo e concentrarsi

esclusivamente sulla traduzione senza andare alla ricerca di

gloria personale.

Sulla base dell’opera dei suoi predecessori, il monaco Xuan

Zang propose una traduzione fedele ma al tempo stesso

comprensibile al popolo, ricorrendo a delle tecniche, che per

secoli, dopo di lui continuarono e continuano ad essere

utilizzate: amplificazione, omissione, prestito di termini

equivalenti, etc .

51

Molteplicità di varianti e dottrine

La disponibilità del Buddhismo alla traduzione dei propri testi se

ha avuto il vantaggio di far diffondere ampiamente la dottrina in

essi contenuta, è anche stata causa della nascita di numerose

varianti dottrinali. Le traduzioni realizzate continuarono a

sopravvivere l’una accanto all’altra: di uno stesso testo spesso

esistevano più traduzioni anche molto diverse tra loro, riflesso

della difficoltà incontrate. Le traduzioni dal sanscrito al cinese

furono dunque varie e molteplici, tanto che oggi il Buddhismo,

che su questi testi si basa, non è una dottrina univoca, ma

raggruppa un insieme di indirizzi dottrinali, i nidāna, talvolta

anche in competizione ed opposizione tra loro. I contrasti tra

queste varie sette sono nati principalmente dalle differenti

traduzioni e conseguenti interpretazioni dei testi sacri: potenza

della traduzione!

3.4. Le traduzioni della Bibbia

La Bibbia, testo sacro dell’Ebraismo e del Cristianesimo, è il libro

più diffuso nel mondo: dall’avvento della stampa ne sono state

fatte almeno 6 miliardi di copie. È stato tradotto, integralmente

o parzialmente, in oltre 2000 idiomi, dalle lingue europee di più

antica tradizione letteraria a quelle dei popoli tribali dell’Africa e

dell’America latina, che spesso, grazie all’opera di

evangelizzazione dei missionari, hanno conosciuto con la

traduzione nella loro lingua dei libri biblici il primo testo scritto.

Così come è avvenuto in passato, ancora oggi nelle nazioni di

recente formazione le traduzioni della Bibbia nell’idioma locale

svolgono un ruolo fondamentale nella formazione delle

tradizioni culturali e linguistiche.

Nel corso del tempo, dalle prime traduzioni ad oggi, ci si è

avvalsi di metodi e approcci traduttivi diversi, in relazione alle

teorie in voga nei diversi momenti e soprattutto in accordo al

fine e ai destinatari dell’opera di traduzione: dalla traduzione

letteraria alla parafrasi, da traduzioni idiomatiche a traduzioni

basate sul significato o sull’equivalenza formale o dinamica .

52

Tra tutte le traduzioni bibliche la nostra attenzione si soffermerà

su quelle che rivestono particolare importanza da un punto di

vista religioso per le conseguenze causate o in relazione alla

cultura del luogo in cui sono state realizzate.

Se la Bibbia è stata tradotta in così tante lingue è perché, senza

mai perdere di vista la sacralità del testo, si è scelto di

permettere ai numerosi fedeli, sparsi in tutto il mondo, di fruire

del loro testo sacro liberamente e personalmente. La traduzione

ha avuto e ancora oggi continua ad avere un’importanza

fondamentale nell’opera di diffusione della dottrina, soprattutto

dopo la nascita del Cristianesimo, per quanto anche gli Ebrei

avevano compreso la necessità di rendere accessibile il testo ai

proseliti consentendone la traduzione in lingue diverse

dall’ebraico.

Una traduzione ante litteram

La Bibbia era ritenuta originariamente frutto di dettatura divina

e soltanto dopo molti secoli di studi si è arrivato ad accettare

che in realtà è, come molti altri testi antichi di carattere non

soltanto religioso, la fase conclusiva di un lungo processo che ha

inizio con una tradizione orale. Si potrebbe, dunque, parlare di

una iniziale traduzione ante litteram, avvenuta prima ancora

della redazione scritta: il testo sacro è espressione del

messaggio divino e non sarà stato facile dargli un’espressione

linguistica, considerando anche la povertà del lessico in un

tempo tanto antico. La scrittura del testo cominciò al tempo

della prima deportazione babilonese degli Ebrei (586 a.C),

quando la trasmissione, fino ad allora orale, rischiava di

disperdersi. In particolare si intrecciarono due tradizioni orali,

quelle del Nord e del Sud della Palestina, cui si aggiunse

l’influenza che dovettero avere sul testo ebraico le culture

orientali con cui entrarono in contatto i primi scrittori in terra

babilonese. Questa prima “traduzione” è già, dunque, un

adattamento alla cultura del luogo e del tempo in cui venne

realizzata la redazione scritta .

53

La prima traduzione: la Settanta

Permettere ai fedeli la comprensione del proprio testo sacro è

sempre stato importante nella religione ebraica, tanto più se si

considera che gli stessi testi sacri contenevano materiale

giuridico, motivo per cui i primi cinque libri vengono chiamati

dagli Ebrei Torah, «legge». Quando una buona parte degli Ebrei

iniziò a non comprendere più la lingua delle origini, si presentò

l’esigenza di una traduzione dei testi sacri. Nelle sinagoghe

iniziarono ad essere letti, oltre al testo in ebraico, anche testi

nelle altre lingue maggiormente diffuse, come l’aramaico e il

greco; lentamente in alcune città si diffuse anche l’uso di

celebrare i culti in lingua greca. Il greco, infatti, intorno al II

secolo a.C. era la lingua più parlata sia in Palestina, terra

d’origine degli Ebrei sia in Egitto, dove molti Ebrei si erano

trasferiti da tempo. Una delle prime traduzioni della Bibbia in

una lingua diversa dall’ebraico fu realizzata in lingua greca ad

Alessandria d’Egitto, all’interno della Biblioteca .

54

Nonostante l’apertura dell’Ebraismo alla divulgazione del

proprio testo sacro e alla sua traduzione, non fu mai perso di

vista il problema della sacralità del testo tradotto. Secondo la

tradizione, l’incarico di realizzare questa traduzione in greco,

nota come Bibbia dei Settanta, venne affidato a settanta o

settantadue uomini, provenienti dalle diverse tribù d’Israele, che

in settanta o settantadue giorni, pur avendo lavorato

separatamente, avrebbero, in modo a dir poco miracoloso,

presentato a Tolomeo II, che aveva proposto tale opera per

potere custodirne una copia nella sua Biblioteca, delle traduzioni

assolutamente uguali, segno che l’opera dei traduttori era stata

divinamente ispirata, come la versione originaria. Se così non

fosse stato, o non si fosse creduto che così stessero le cose, la

sacralità del testo sarebbe venuta meno. Per sancire tale

sacralità, il testo finale, secondo quanto si legge nella Lettera di

Aristea, sarebbe poi stato approvato dalla comunità ebraica di

Alessandria in una pubblica lettura. Anche le differenze tra testo

ebraico e greco furono considerate da Sant’Agostino

divinamente ispirate per permettere nuove letture .

55

Traduzioni in aramaico: i Targumim

Se il greco conosceva un’amplissima diffusione, molte zone

abitate da Ebrei erano caratterizzate da bilinguismo ed anche

trilinguismo. In particolar modo l’aramaico era la lingua parlata

abitualmente nelle scuole e nelle sinagoghe, in cui si studiava e

si custodiva la legge, ed anche dai ceti inferiori e da coloro che

rifiutavano la cultura greca. Nelle sinagoghe venivano letti,

come si è detto, anche testi in aramaico, i targumim, piuttosto

che traduzioni, reinterpretazioni del testo originario o vere e

proprie parafrasi: il traduttore spesso si allontanava

notevolmente e consapevolmente dal testo originario per

abbellirlo aggiungendovi anche materiale desunto non dai testi

sacri ma dalla letteratura haggadica, cioè narrativa .

56

Regole di traduzione

Il rispetto per la sacralità del testo e la consapevolezza del

pericolo insito nella traduzione non vennero mai meno, tanto da

sentire l’esigenza di comporre opere di riflessione sulla

traduzione stessa, come il Trattato Sopherim (10, 1) che

stabilisce le regole per tali traduzioni: il traduttore deve tradurre

la Torah un versetto alla volta; i profeti tre versetti alla volta.

Perché questa differenza e che cosa implica? Il traduttore, a

differenza del profeta, non è considerato ispirato: egli deve

limitarsi ad una traduzione quanto più possibile letterale, scevra

da ogni interpretazione personale. Il profeta, invece,

divinamente ispirato, può cimentarsi in una traduzione più

libera, in quanto nella sua opera non è guidato dal proprio

ingegno, ma da Dio stesso.

Fu la volontà di rispettare quanto più possibile l’originale che

portò a nuove traduzioni in greco. La Settanta non veniva affatto

sentita come una pura e semplice traduzione, ma una vera e

propria reinterpretazione. L’opera dei settanta traduttori non

doveva essere stata così tanto miracolosa se così presto i

fruitori si resero conto della libertà della traduzione. A ciò si

aggiunga una sostanziale diffidenza nei confronti della cultura

greca, che per quanto avesse esercitato un grande fascino sugli

Ebrei, finì per essere considerata fonte di pericoli, soprattutto

dopo che iniziarono a venir meno i contatti con la cultura

ellenistica. La traduzione di Aquila di Ponto, da molti preferita

alla Settanta stessa, cercò di garantire la massima fedeltà al

testo, riproducendo per quanto possibile anche le simmetrie e le

espressioni quasi “magiche” dell’originale . La sua traduzione

57

benché estremamente letterale fu apprezzata per la

scrupolosità e lo spirito critico mostrato in diversi passi,

soprattutto dall’ortodossia ebraica .

58

Nasce la filologia biblica

La continua preoccupazione di allontanarsi dai testi originali è

all’origine della filologia biblica. Origene (II-III d.C.), autore degli

Hexapla, dispose tutto l’Antico Testamento in sei colonne, nove

per i libri dei salmi, contenenti diverse traduzioni e versioni in

ebraico e in greco. Venivano segnalate le varianti tra le diverse

versioni e i passi mancanti al fine di verificare fino a che punto i

traduttori della Settanta fossero rimasti fedeli all’originale

ebraico .

59

La traduzione dei tesi sacri non risultava affatto facile, tanto che

la posizione dello stesso Origine in riferimento al tipo di

traduzione da adottare non risulta netta: egli, infatti, ritiene che

la traduzione letterale sia un passo indispensabile per una

corretta interpretazione del significato. Ma essa non è

sufficiente: bisogna collegare il testo che si sta traducendo con

altri passi delle Sacre Scritture e in particolar modo tutto

l’Antico Testamento deve essere letto e interpretato come

un’anticipazione simbolica del Nuovo Testamento.

L’esigenza di una traduzione in latino

La volontà e l’esigenza di diffondere il testo sacro divenne

ancora più forte dopo l’avvento del Cristianesimo: i Cristiani,

molto più degli Ebrei, miravano a diffondere la parola di Dio,

osservando quanto Gesù stesso aveva chiesto loro: «Andate in

tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco,

16,15). Il miracolo della Pentecoste (Atti, 2, 5-12), quando lo

Spirito Santo aveva permesso agli Apostoli inconsapevoli di

parlare molteplici lingue che mai prima di allora erano stati in

grado di usare, affidava loro la missione di divulgare la parola di

Dio in tutte le lingue del mondo e quindi, sia pure

indirettamente, li autorizzava a tradurre i testi sia

veterotestamentari che neotestamentari in altre lingue. Come

avrebbero potuto evangelizzare il mondo continuando ad usare

una lingua che molti non erano in grado di comprendere?

L’impero romano si era esteso notevolmente e

conseguentemente il latino era diventato la lingua più diffusa, la

nuova lingua franca che andava a svolgere il ruolo

precedentemente appartenuto alla koinè, la lingua greca

ellenistica in cui era stata scritta la Settanta. Fino al IV secolo, in

ogni caso, il greco continuò ad essere la lingua usata durante la

liturgia ma circolavano già versioni in latino dei testi sacri. In

modo del tutto disorganico, furono fatte le prime traduzioni dei

diversi libri da traduttori improvvisati che non avendo le

competenze tecnico-linguistiche necessarie compromettevano

la fedeltà all’originale e quindi il mantenimento della sacralità.

Nel III secolo d.C. circolavano già due versioni in latino della

Bibbia, l’Afra e l’Itala, entrambe non adeguate per motivi

diversi: la prima era priva di uniformità stilistica e di omogeneità

contenutistica e presentava molte imprecisioni, per non dire

errori, rilevati confrontandoli con il testo in greco e con gli

originali in ebraico ; la seconda in diversi passi risultava del

60

tutto incomprensibile essendo estremamente letterale, a tal

punto letterale che, pur di non allontanarsi dal testo, erano stati

introdotti molti grecismi sia lessicali che sintattici. La lingua

utilizzata era molto umile sia per una maggiore aderenza

all’umiltà della lingua originaria sia per la semplicità degli autori

e soprattutto del pubblico cui era rivolta.

La Vulgata di San Gerolamo

Per la disorganicità dei testi tradotti e per le difficoltà di

comprensione da parte dei fedeli il papa Damaso invitò San

Gerolamo ad un’accurata revisione dell’Itala rifacendosi

direttamente al testo ebraico per l’Antico Testamento.

Gerolamo era un traduttore di professione: prima ancora di

dedicarsi alla traduzione dei testi sacri, aveva gia lavorato su

testi non religiosi. Per quanto il compito affidatogli non fosse

affatto facile e sicuramente molto diverso da quello cui era

abituato, egli unì la sua professionalità e la sua fede per

realizzare un’opera fedele all’originale, ma anche adeguata

stilisticamente e linguisticamente al contenuto. Gerolamo,

infatti, non soltanto corresse gli errori più palesi, ma si

preoccupò di conferire una certa eleganza alla lingua, quasi del

tutto trascurata nelle versioni precedenti: la sua vasta cultura

classica e soprattutto la lettura di Cicerone gli avevano fornito

un lessico ampio e raffinato, che usò insieme a termini di latino

popolare propri della lingua delle antiche comunità cristiane. La

sua opera dunque, mirava ad essere più di una semplice

traduzione, un’opera che doveva avere una propria fisionomia

letteraria, senza mai allontanarsi troppo dall’originale e tradirne

la sacralità.

Per rispettare la sacralità del testo originario, soprattutto nella

traduzione dell’Antico Testamento, quando possibile, Gerolamo

mantenne anche l’ordine delle parole, che aveva secondo lui

una valenza sacrale, come in una formula magica, e poteva

contenere significati reconditi (et verborum ordo mysterium est,

«anche la disposizione delle parole è un mistero» ) benché, in

61

alcuni casi, preferì allontanarsi dal testo originale per dare un

colorito più latino al periodare semplice e paratattico dei Semiti.

Gerolamo non si limitò a tradurre, ma scrisse diversi

commentari al suo lavoro di traduttore non soltanto dei testi

biblici, tra cui l’epistola indirizzata a Pammacchio del 395 d.C.

costituisce un vero e proprio trattato teorico sulla traduzione,

De optimo generi interpretandi, «Sul miglior modo di tradurre».

Gerolamo si difende dall’accusa ricevuta da parte di Rufino

d’Aquileia di avere tradotto consapevolmente un testo dal greco

in modo talmente libero da stravolgerne il significato con

l’intento preciso di andare contro Origene e i suoi seguaci.

Gerolamo oltre a respingere l’accusa di tendenziosità, propone

la propria riflessione teorica sulla traduzione. Egli evidenzia il

fatto che una traduzione letterale e perfetta è impossibile e che

bisogna quindi optare ogni volta per una traduzione bella ma

distante dal testo originale o letterale ma brutta da un punto di

vista linguistico e spesso priva di significato o difficile da

comprendere. Prendendo come maestro Cicerone , Gerolamo

62

sceglie di tradurre in modo libero, pur mantenendo il significato

generale :

63

non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu 64

Compito del traduttore è di “impossessarsi” del significato del

testo originale per poi renderlo più o meno liberamente, ma

comunque in modo adeguato nella lingua d’arrivo. Per rendere il

suo concetto di traduzione san Gerolamo ricorre ad una

similitudine: il significato è fatto prigioniero dal traduttore.

Parzialmente diversa è la sua posizione nei confronti della

traduzione dei testi biblici: trattandosi di testi sacri, come già

detto, si temeva di inficiare la sacralità che era in ogni parola ed

anche nella posizione stessa delle parole. Bisogna, dunque,

rispettare quanto più possibile il testo originale senza incorrere

però in un eccesso di letteralità, dai cui effetti negativi era sorta

l’esigenza di una nuova traduzione in latino. A sostegno della

validità di una traduzione non letterale vi era l’opera degli

evangelisti che quando inserivano nei loro testi in greco

citazioni in traduzione di passi dell’Antico Testamento o

riportavano con la rispettiva traduzione espressioni in aramaico

usate da Gesù, non facevano traduzioni letterali ma ad

sensum .

65

Nuove traduzioni nelle parlate locali

Con la disgregazione dell’impero romano il latino perse il ruolo

di lingua franca e lentamente si affermarono le parlate locali:

soprattutto nei ceti più bassi il latino iniziò a non essere più

compreso, il che ebbe come conseguenza l’esigenza di leggere

e comprendere il testo biblico nelle varie parlate locali in tutte le

zone in cui la religione cristiana veniva praticata. Ciò avrebbe

potuto portare al sorgere di un numero sempre maggiore di testi

tradotti, che avrebbero rischiato di allontanarsi sempre più dai

testi originari, mettendo in pericolo l’ortodossia cristiana. La

scelta di tradurre i testi sacri ed usarne la traduzione durante le

liturgie creò dissidi all’interno della Chiesa Cattolica: la Chiesa

d’Oriente era a favore, la Chiesa d’Occidente tendenzialmente

era contraria sebbene non vi fosse pieno accordo. All’esigenza

di vari popoli di poter disporre di testi nella loro lingua, la Chiesa

rispondeva permettendo al massimo la realizzazione nelle

diverse parlate locali di commentari esplicativi, che potevano

accompagnare e spiegare i testi sacri ma non sostituirli. Le

uniche lingue in cui le Sacre Scritture potevano essere scritte

senza inficiarne la sacralità erano l’ebraico, il greco e il latino,

ossia le lingue in cui era stata scritta l’iscrizione posta sulla

croce di Gesù. La traduzione in varie lingue, implicando

un’opera di interpretazione non ispirata, avrebbe rischiato di

condurre ad nuova Babele, al caos. Inoltre, l’uso di un’unica

lingua, il latino, che ormai aveva sostituito completamente

ebraico e greco, oltre a garantire l’unicità di interpretazione,

costituiva una sorta di legame di fratellanza, al di là di ogni

nazionalismo.

Considerata la posizione della Chiesa, è naturale che ogni

traduzione che mirasse a sostituire quella canonica latina, fosse

considerata eretica. Non è un caso che una delle prime

traduzioni europee in una lingua diversa dal latino fu quella di

Ulfila, vescovo dei Goti, di tradizione ariana, in quanto non

accettava la dottrina della Trinità. La traduzione in gotico, così

come quella in slavo di Cirillo e Metodio, riveste un’importanza

fondamentale nella formazione culturale del popolo cui era

destinata. Ulfila, Cirillo e Metodio attraverso l’opera di

evangelizzazione contribuirono rispettivamente alla nascita

della lingua, letteratura e cultura gotica e slava, così come

ancora oggi fanno i missionari nelle zone più disagiate del

pianeta.

La traduzione gotica

L’opera di Ulfila può per certi versi essere considerata più che

una traduzione fedele un adattamento sia dal punto di vista

contenutistico che linguistico. Nonostante la coscienza di

tradurre un testo sacro e quindi l’esigenza di rispettarne il

valore sacrale, Ulfila volle rendere il testo biblico più

rispondente alle esigenze culturali del suo popolo, tanto da

eliminare un intero libro, il Libro dei Re, il cui contenuto era

considerato eccessivamente bellicoso. Ritenendo poco

opportuno che i Goti, popolo bellicoso per natura, leggessero

questo libro, che poteva incoraggiarli a fare guerra più che

dissuaderli, egli antepose, non soltanto in questa circostanza,

alla sacralità del testo l’esigenza di riadattamento culturale,

tanto che la sua traduzione non fu mai accettata dalla Chiesa.

La traduzione di Ulfila, come molte altre traduzioni in lingue

diverse realizzate in seguito, è importante più che per il suo

valore sacrale per quello culturale: costituisce il primo testo in

gotico, l’inizio della letteratura di un popolo. Con la sua opera

Ulfila riuscì pienamente a raggiungere il suo scopo: fare in modo

che almeno una parte dei suoi fedeli, soprattutto il clero,

potesse imparare a leggere e a scrivere. Allo stesso tempo egli

consentiva loro di avere un modello valido e stabile cui poter

attingere per l’insegnamento della parola di Dio.

L’opera di traduzione non dovette essere affatto un’impresa

facile. Innanzitutto, Ulfila dovette inventare un vero e proprio

alfabeto, l’alfabeto gotico: i caratteri runici esistenti non erano

adatti alla composizione di un’opera tanto ampia. Egli inventò

dei caratteri che erano simili per lo più a quelli greci, ma alcuni

si rifacevano a lettere latine e runiche.

La traduzione in gotico è un’importante testimonianza delle

notevoli difficoltà di adattamento sintattico e lessicale che si

incontrano soprattutto quando ci si accinge a tradurre in una

lingua non ricca, priva di una tradizione letteraria: le tecniche

cui Ulfila ricorse sono analoghe a quelle usate ancora oggi. Il

valore sacrale dell’opera contribuì ad aumentare le difficoltà di

traduzione. Notevoli furono le difficoltà a livello lessicale: era

necessario trovare dei termini per rendere concetti morali e

religiosi estranei alla cultura e lingua gotica. Ulfila estese il

vocabolario gotico ricorrendo a prestiti semantici, dando a

termini già esistenti nuovi significati: il termine gotico galga, per

esempio, che indicava semplicemente un palo, venne usato per

indicare la croce, non esistendo un termine più pertinente. Per

ampliare il vocabolario ricorse anche alla creazione di sostantivi

composti e derivati: per rendere l’equivalente di altare usò, per

esempio, il composto hunslasta s, che letteralmente significa

luogo del sacrificio. In altri casi, invece, non esistendo termini

simili li prese direttamente in prestito dal greco, come

aiwaggeljo per vangelo o praufetus per profeta.

Anche a livello sintattico, Ulfila si rifece molto alla sintassi greca,

tanto che dal punto di vista della storia della lingua gotica, i

testi biblici non sono per niente attendibili ai fini della

ricostruzione della sintassi originaria del gotico .

66

La traduzione in lingua slava

Come nel caso di altre lingue, anche la traduzione in slavo è di

notevole importanza non soltanto dal punto di vista

dell’evangelizzazione, ma anche e soprattutto per il suo valore

politico e culturale. L’esigenza di avvalersi di un testo scritto

nella propria lingua risulta consona con l’ideologia politica del

tempo (IX secolo): era stato fondato uno stato slavo

indipendente che voleva sottolineare questa indipendenza dal

mondo germanico anche da un punto di vista ecclesiastico. I

missionari inviati dalla Chiesa latino-germanica e rifiutati dagli

Slavi non avevano esclusivi intenti di evangelizzazione, ma il

loro compito includeva la preparazione di un ambiente ben

disposto nei confronti dei Germani. Gli Slavi della Moravia

desideravano un predicatore che potesse istruirli e svolgesse le

pratiche religiose in lingua slava anziché in latino, lingua che

essi non conoscevano. La Chiesa d’Oriente aveva inviato presso

di loro Cirillo e Metodio, due fratelli tessalonicesi, cui è attribuita

la traduzione dei Vangeli e degli altri libri liturgici cristiani in

lingua slava.

La traduzione realizzata non fu letterale: i due missionari, infatti,

non si limitarono a tradurre ma in alcuni casi apportarono delle

modifiche, volte a combattere alcune superstizioni, nonché

alcune deviazioni dalla morale evangelica. Ancora una volta al

rispetto della sacralità si antepone l’esigenza di raggiungere

determinati obiettivi formativi connessi fortemente

all’esperienza del popolo cui la traduzione è destinata. Le

devianze dall’originale furono dovute anche alle notevoli

difficoltà incontrate nel corso della traduzione: fu necessario

creare un alfabeto da utilizzare, nonché una lingua

comprensibile in tutto il mondo slavo. Benché secondo la

tradizione i due fratelli e soprattutto Cirillo inventarono un

nuovo alfabeto, il cirillico o il glacolitico, è verosimile che i

missionari non crearono ex novo l’alfabeto, ma diedero piuttosto

una forma definitiva alla scrittura slava, che si era formata già

da molto tempo nell’area bulgara.

La lingua utilizzata, l’antico slavo, è la prima lingua letteraria di

tutto il mondo slavo. Non esistendo uno slavo comune ma molti

dialetti diversi non venne utilizzata una lingua quotidiana, ma

una lingua letteraria creata ad hoc sulla base delle diverse

parlate locali, facilmente comprensibile da tutti gli slavi e

destinata ad influenzare la formazione delle lingue slave

moderne. Per “creare” questa lingua, essi dovettero entrare

pienamente nella cultura slava e per far sì che gli Slavi

comprendessero fino in fondo gli insegnamenti biblici dovettero

ricorrere ad immagini e concetti loro familiari come strumento

per introdurre nuovi concetti: fu questo il loro metodo di

catechesi.

Alla traduzione biblica è legata anche la nascita della cultura e

quindi della letteratura slava. Cirillo e Metodio furono portatori

non soltanto della fede, ma anche della cultura della Grecia

antica, continuata da Bisanzio. La loro opera di evangelizzazione

fu anche un’opera di acculturazione, volta a portare gli Slavi

all’integrazione nella cultura euro-mediterranea. I Vangeli più di

ogni altro libro della sacra scrittura, hanno influito sulla

letteratura slavo-ecclesiastica e sul folclore. Un gran numero di

proverbi, per esempio, si ispira ai vangeli, lasciando intuire

quanto la parola divina sia penetrata anche nella cultura

popolare.

La traduzione in slavo, forse molto più di altre, fu osteggiata

soprattutto dal clero latino-germanico: la Moravia si trovava in

una sfera d’influenza in bilico tra Chiesa d’Oriente e Chiesa

d’Occidente e quest’ultima temeva che la predicazione di Cirillo

e Metodio, provenienti dalla Macedonia, regione in cui lo scisma

era dominante, potesse avvicinare gli Slavi alla Chiesa

d’Oriente.

Nonostante ciò la loro opera ricevette la consacrazione

papale per quanto non sia certo se tali testi venissero

67

considerati soltanto una spiegazione del Vangelo, che continuò

comunque ad essere proclamato nella “lingua sacra”: la chiesa

d’Occidente, infatti, distingueva rigidamente la lingua della

liturgia dalla quella della predicazione.

La traduzione luterana

L’esigenza di traduzione dei testi sacri del Cristianesimo

divenne sempre più forte fino agli anni della Riforma protestante

e non soltanto per diffonderli e renderli comprensibili anche a

coloro che non conoscevano il latino. La decisione di Lutero di

scrivere una versione del Nuovo Testamento in tedesco non

nacque dall’esigenza di poter leggere i testi sacri direttamente

nella lingua parlata da lui e dal suo popolo: erano già state

scritte almeno diciassette versioni tedesche della Bibbia.

Perché, allora, una nuova traduzione in tedesco? Quale era la

finalità?

Come già sottolineato, le varie traduzioni nelle diverse lingue

non erano state facili: i traduttori avevano incontrato notevoli

difficoltà nel rendere nella loro lingua determinati concetti, a

volte perché stentavano a comprendere il testo da cui

traducevano, o lo interpretavano, consapevolmente e/o

inconsapevolmente, in modo scorretto, a volte per mancanza di

termini nella lingua d’arrivo che potessero rendere appieno il

significato originario del testo. A ciò si aggiunga il fatto che

raramente venivano effettuate traduzioni dal testo ebraico

originario, ma ci si rifaceva a traduzioni precedenti, il che

aggiungeva fraintendimenti a fraintendimenti, interpretazioni ad

interpretazioni.

Lutero intraprende il progetto di una nuova traduzione in

tedesco dalla Bibbia, partendo non dalla Vulgata di san

Gerolamo, ma dal testo greco ed ebraico proposto da Erasmo da

Rotterdam (1516), che riteneva maggiormente aderente al testo

originario: il fine di Lutero era, infatti, di eliminare

fraintendimenti e di tornare ad una versione originaria dei testi

sacri, eliminando quanto nel corso dei secoli era stato aggiunto,

tolto o reinterpretato. Per una maggiore aderenza ai testi

originari, inoltre, non vennero inclusi i libri deuterocanonici, non

presenti nella versione ebraica, ma aggiunti in quella greca. Per

portare a termine la sua opera in modo scientifico egli ricorse

all’aiuto dei più valenti filologi dell’epoca.

Ciò che distinse profondamente la traduzione luterana da tutte

quelle fatte in precedenza fu l’atteggiamento del traduttore nei

confronti del testo e del lettore: le versioni antecedenti quella

luterana erano sì state scritte per una diffusione ed una

comprensione maggiore del testo da parte dei fedeli, ma in

realtà nessuno si era posto il problema della chiarezza. Nella

scelta tra una traduzione letterale ed una più facilmente

comprensibile si propendeva per quella più fedele.

Lutero sceglie, parafrasando le sue stesse parole, di ridare

libertà alle parole e quindi propone una traduzione libera, se

pure all’interno di determinati limiti.

Ciò non è in contrasto con quanto precedentemente detto, ossia

che Lutero voleva fare una versione quanto più possibile vicina

all’originale del testo. Se da un lato, infatti, cerca di eliminare

quanto poteva essere stato modificato più o meno

volontariamente nel corso del tempo, dall’altro non vuole affatto

sacrificare la comprensione da parte dei lettori: usare espressioni

poco chiare, ma più letterali contribuiva soltanto a creare

ambiguità, non a restare fedeli all’originale. Egli sostenne la

necessità di mirare a rendere lo spirito dei testi più che tradurre

alla lettera. In alcuni casi, comunque, lo stesso Lutero ricorse ad

una traduzione parola per parola, laddove allontanarsi dal testo

avrebbe potuto mettere in discussione alcune “verità”

incontestabili.

Fu la scelta di concentrarsi più sul pubblico che sulla fedeltà al

testo, di rimanere fedele al principio di accettabilità più che a

quello di adeguatezza , per usare una terminologia moderna,

68

che valse a Lutero la scomunica papale.

La traduzione luterana ebbe anche un altro merito di carattere

non religioso. Essa può essere considerata il primo testo

letterario tedesco che svolse un ruolo determinante nella

formazione del tedesco moderno: la lingua utilizzata per

redigerla fu, infatti, una variante che tentava di unificare le

varie parlate locali diffuse a quei tempi.

Reazione della Chiesa Cattolica

L’edizione luterana della Bibbia conobbe un’amplissima

diffusione, grazie soprattutto alla stampa che proprio in quegli

anni iniziava a diffondersi.

Fu proprio l’enorme diffusione di questo testo che portò la

Chiesa Cattolica ad affrontare la questione sull’opportunità della


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lingue moderne e traduzione per le relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alissia88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecnologie della traduzione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof di sparti antonino.

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