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Cap. 1 – "Globalizzazione": delimitazione di un concetto

Diagnosi del presente e concetto di processo storico

Con il termine globalizzazione si indica un fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti. Questo termine, di uso recente, è stato utilizzato inizialmente dagli economisti per riferirsi prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e grandi aziende. Il fenomeno invece va inquadrato anche nel contesto dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici. Il termine "globalizzazione" sembrerebbe definire la nostra epoca in riferimento all’esperienza concreta di molte persone sia nell’ambito delle comunicazioni che in quello del consumo.

Dal punto di vista economico, inoltre, grazie alla liberazione del mercato dalla normativa statale e alle innovazioni tecnologiche nei settori dell'informazione e della comunicazione, si assiste al sorgere di mercati in cui domanda e offerta possono operare a livello mondiale. Contemporaneamente si afferma anche il senso forse più banale del concetto di globalizzazione, cioè che il mondo diventa sempre più piccolo, mentre aumentano sempre di più i legami con ciò che è lontano. Allo stesso tempo, però, il mondo diventa anche "più grande", in quanto l'uomo non è ancora in grado di dominare tutti i nuovi orizzonti che cominciano ad emergere.

Considerando invece il concetto di "globalizzazione" da una prospettiva storica, dal momento che il compito degli storici è riuscire a descrivere i fatti individuandone cause ed effetti, essi hanno interpretato le trasformazioni che hanno caratterizzato il mondo negli ultimi due secoli facendo riferimento a processi molto ampi, di lunga durata e con una portata trasformatrice considerevole, tra i quali: la razionalizzazione, l'industrializzazione, l'urbanizzazione, la burocratizzazione, la democratizzazione, l'alfabetizzazione e così via.

In questo senso, Osterhammel si pone la domanda se la globalizzazione sia o meno un concetto che ci possa aiutare a capire qualcosa in più del passato. Si tratta di uno storico tedesco particolare perché insieme a Schlogel è esponente di una corrente di pensiero di storici, secondo la quale questi ultimi devono prestare attenzione alla categorizzazione dello spazio. Gli storici, cioè, dovrebbero cominciare ad avere più coscienza del fatto che gli spazi sono costruiti storicamente, ovvero che le nostre azioni e i nostri pensieri vanno a costruire le nostre relazioni con lo spazio.

In base a questa nuova considerazione dello spazio, Osterhammel reinterpreta il concetto di globalizzazione: secondo lui la globalizzazione non è una storia di un settore specifico, ma una prospettiva della storia dell'umanità che guarda alle reti e alle interazioni, analizzando come queste vengono prodotte nella storia.

Significato essenziale e controversie

Il problema che la globalizzazione si pone è se il suo processo di intensificazione e accelerazione delle relazioni internazionali implichi il declino dello stato nazionale, l’omologazione culturale o l'attribuzione di un nuovo significato ai concetti di spazio e tempo. Dietro il dibattito su queste tre questioni è possibile inoltre distinguere due diverse posizioni: da un lato, quella dei sostenitori della globalizzazione, i quali celebrano l'inizio di una nuova era di crescita e benessere; dall'altro lato, i detrattori, i quali vedono al contrario nella globalizzazione il dominio del grande capitale dei paesi occidentali a scapito della democrazia, dei diritti dei lavoratori e dei paesi poveri in generale. I sostenitori e detrattori della globalizzazione sono però concordi nell’affermare che il rapporto di potere tra Stati nazionali e mercati volge a favore dei secondi.

In effetti, la globalizzazione conferisce più potere ai mercati e al libero commercio, dove le imprese multinazionali possono scegliere dove insediarsi, senza mantenere l’obbligo di fedeltà nei confronti della propria patria. Un altro elemento caratteristico della globalizzazione, su cui si è tutti d'accordo, è il fatto che questa grande rete globale tenda all’omogeneizzazione culturale, all’uniformità della cultura, in favore di quella occidentale-americana.

Vi è però anche la tendenza opposta di molti movimenti sociali volti a mantenere le culture tradizionali e le specificità locali, servendosi però delle nuove tecnologie e dei moderni mezzi di comunicazione, quindi proprio degli stessi mezzi che vorrebbero boicottare. A questo proposito, Roland Robertson parla di glocalizzazione, ossia un processo di ibridazione, in cui elementi culturali nuovi si mescolano con quelli tradizionali. Robertson introduce questo concetto, quindi, per sottolineare come le tendenze globali agiscono sempre a livello locale.

La velocità e la frequenza delle comunicazioni e degli spostamenti hanno poi indotto molti interpreti a descrivere la globalizzazione come una compressione spazio-temporale, cominciata già con la riduzione dei costi telefonici e con la diffusione della posta elettronica, che determina la creazione di una società in rete, cioè l'incremento delle relazioni sociali indipendentemente dal fattore distanza. Da questo processo derivano inoltre la deterritorializzazione e la sovraterritorialità, cioè la tendenza al dissolvimento della territorialità e statualità legata allo spazio.

Due dei maggior interpreti di questa linea di pensiero sono Martin Albrow (concetto di globalismo) e Manuel Castells (l’idea di società di rete). Albrow, in particolare, distingue quattro dimensioni del globalismo: le questioni ambientali si collocano nell'ambito dell'ecosistema globale; le armi di distruzione di massa recano con sé il rischio di distruzione per l'intero pianeta; i sistemi di comunicazione e i mercati si estendono sul mondo intero e infine il globalismo è diventato riflessivo, cioè per un numero sempre maggiore di persone conoscere le connessioni planetarie rappresenta il criterio di riferimento del loro agire e pensare.

Manuel Castells, descrivendo la globalizzazione come il sorgere della "società rete", afferma invece che la tecnologia informatica rende per la prima volta possibile l'attuazione di relazioni sociali indipendentemente dal fattore territorio. Secondo David Held, James N. Rosenau, Ian Clarke, invece, la globalizzazione è un processo in atto già da lungo tempo, che non dissolve la sovranità statale, ma la trasforma profondamente. Questi autori vedono la globalizzazione come un fenomeno del passato più recente, che si fonda comunque su processi politici, economici e militari di lunga storia.

A ciò non mancano gli scettici della globalizzazione, Paul Hirst e Grahame Thompson, che la interpretano come una copertura ideologica delle strategie americane per il controllo dell’economia mondiale.

Cap. 2 – Dimensioni della globalizzazione

Sistema-mondo, imperialismo, "global history"

L’uso del termine globalizzazione in senso stretto è cosa degli ultimi decenni; esso, però, è in realtà il risultato di un lungo processo che gli storici hanno analizzato riferendosi a fenomeni come le migrazioni, la comunicazione mondiale e gli scambi economici internazionali. Si sono dunque sviluppati degli ambiti di ricerca storica i cui risultati sono utili anche per la storia della globalizzazione:

  • Un primo ambito è la storia dell’economia mondiale, cioè la storia del commercio internazionale e dei gruppi industriali multinazionali.
  • Un altro ambito è la ricerca sulle migrazioni, interessata agli spostamenti degli esseri umani e in particolare alle motivazioni e alle circostanze dell'emigrazione; studia inoltre le esperienze degli immigrati nei paesi d'arrivo. Uno dei suoi principali campi di interesse riguarda le migrazioni oltre oceano e la tratta degli schiavi.
  • Un terzo ambito è la storia delle relazioni internazionali, cioè la storia delle relazioni bilaterali tra gli Stati oppure la storia degli sviluppi interni al sistema europeo delle grandi potenze.
  • Infine l'ultimo ambito che rappresenta una fonte particolarmente importante per la storia della globalizzazione è la storia dell'imperialismo e del colonialismo. In Germania, questo ambito di ricerca si è a lungo concentrato sulla storia delle colonie tedesche, mentre negli ultimi due decenni si è aperto ad altre questioni, come a quella della storia globale, attingendo spunti e sollecitazioni anche dalla etnologia e dalle critiche all’eurocentrismo.

Nessuno di questi quattro ambiti spiega però in modo chiaro la globalizzazione. Nei primi anni Novanta si sviluppa in Inghilterra un forte interesse per la storia globale. La differenza tra questo tipo di storia e la storia mondiale, in particolare, è che quest’ultima tende ad analizzare la storia delle diverse civiltà con particolare attenzione alla loro comparazione, mentre la storia globale fa una disamina sulla storia dei contatti e degli scambi tra queste civiltà non soltanto dal punto di vista politico ed economico.

La globalizzazione si tratta quindi di un ambito di ricerca specifica della storia globale, che comprende anche relazioni non direttamente connesse con la globalizzazione. Immanuel Wallerstein a partire dal 1974 ha introdotto nella letteratura storico-sociologica due concetti: il concetto di sistema-mondo e quello di centro-periferia. Egli cerca di capire come per descrivere i rapporti di potere nella politica non basti considerare i rapporti tra Stati occidentali, ma sia necessario guardare al mondo per capire quali rapporti ci sono tra nord e sud del mondo; per questo egli parla di centro-periferia e non di Stati. Egli, però, non parla solo di storia europea ma anche di altri continenti. Finora Wallerstein ha attuato il suo progetto di ricerca per il periodo che va dal 1500 al 1850. Non è ancora arrivato ai rapporti realmente globali, quindi, il suo approccio del sistema rimane un’interpretazione dell’espansione capitalistica europea.

Reti e spazi d’interazione

Un modo per avvicinarsi alla preistoria della globalizzazione senza adottare questo approccio “dall’alto” ci viene dato dagli studi antropologici, nei quali le storie parallele delle singole civiltà si intrecciano in una rete d’interazione grazie a politiche matrimoniali, legami religiosi e flussi finanziari. Anche in questo approccio, però, le reti relazionali non sono coincidenti (parti del tutto), è quindi preferibile studiare le connessioni mondiali sul terreno dell’agire individuale.

Nell’analisi economica mondiale dei primi del Novecento già si parlava di reti sociali, ogni rapporto sociale per non costituisce di per sé una rete, che per essere tale deve presupporre un certo grado di stabilità e di sostegno istituzionale. Secondo Castells, infatti, solo nell’epoca presente sono disponibili gli strumenti con cui costruire le strutture portanti e gerarchiche della vita economica e sociale, in cui il sistema di potere diventa meno visibile, ma più pervasivo, veicolando i modi del pensiero sociale, mentre, secondo “la teoria delle relazioni internazionali” di John W. Burton, i rapporti sociali sono strutturati come una “tela di ragno”, che prescinde dai poteri e dai confini politici.

Un limite nella nozione di rete consiste nel fatto che essa tende ad appiattire l’intensità delle interazioni sociali e a minimizzare gerarchie e differenze di potere. In questo caso la rete, intesa in senso lato, oltrepassa i confini esistenti, ma niente gli impedisce di crearne di nuovi. Su questo fronte l’insistenza di Wallerstein sulle contraddizioni tra centro e periferia agisce in senso correttivo: gli scambi, infatti, non si distribuiscono uniformemente su tutto il territorio ma si creano al contrario degli spazi d’interazione più intensa ed è in questi spazi che si fa la storia della globalizzazione.

L’immagine della rete non deve però suscitare l’idea banale che tutto sia dipendente da tutto. A volte non vi è infatti reciprocità negli scambi: per esempio il commercio transatlantico degli schiavi nella prima età moderna, anche se faceva parte di una rete transcontinentale, si svolgeva in un'unica direzione, dal momento che quasi nessuno degli africani deportati faceva ritorno nella sua terra di origine.

A determinare l’estensione degli scambi e la loro importanza è il fatto che alcuni paesi hanno preso parte alle emigrazioni d’oltreoceano dell’800-900 a scapito di altri paesi che, invece, si sono trovati privi di una consistente forza lavoro a causa della migrazione. L'estensione e l'importanza degli scambi devono poi essere valutate in rapporto reciproco: le reti locali, infatti, sono sempre esistite, ma con la globalizzazione aumenta l'importanza delle reti di grande estensione. Le reti si differenziano inoltre per intensità, velocità e per i canali che adottano. L'intensità e la velocità dipendono dai mezzi tecnici a disposizione e dalle condizioni organizzative indispensabili per utilizzare al meglio la tecnologia.

Per quanto riguarda invece i canali tramite cui avviene il collegamento in rete si distinguono altri due fattori rilevanti: la durata dell'interazione e la sua frequenza. In particolare, attraverso la ripetizione regolare, i singoli scambi possono trasformarsi in una rete stabile in cui tra i partecipanti si crea una stabile divisione internazionale del lavoro orientata ai bisogni economici e ai sistemi simbolico-culturali.

Periodizzazioni

Il processo della globalizzazione si estende lungo migliaia di anni. I processi storici, però, raramente procedono con regolarità: più spesso si strutturano nel tempo attraverso accelerazioni e rallentamenti, punti alti e punti bassi di sviluppo, mentre i confini tra le "epoche" appaiono ovvi solo nel caso in cui coincidano con date importanti della storia degli eventi politici e militari. Anche questi eventi, queste particolari svolte, però non necessariamente significano ulteriori cesure negli ambiti della vita.

Dal momento che la globalizzazione interessa alcuni di questi ambiti (come l’economia, la politica, la cultura e la tecnica) si intrecciano diverse periodizzazioni. È quindi molto difficile stabilire un ordine univoco della storia, di conseguenza ogni proposta di periodizzazione risulta sempre discutibile. Seguendo Wallerstein, Osterhammel sostiene che l’avvio della globalizzazione sia cominciato con la costruzione degli imperi coloniali portoghese e spagnolo a partire dal 1500 circa e quindi con la conseguente interdipendenza multilaterale.

Una intensificazione del processo si ebbe con la rivoluzione industriale che comportò la dissoluzione degli imperi coloniali in favore del libero commercio e dell’esportazione del modello istituzionale europeo. Successivamente, dopo il 1880, le volontà nazionali sviluppatesi in modo preponderante tenderanno a intendere l’economia mondiale in funzione della potenza nazionale, andando così ad incrinare il processo globalizzante almeno fino alla fine della II Guerra Mondiale, quando la ricerca di ricostruzione portò alla nascita dei due blocchi di potere alternativo.

Da un lato, nacquero le strutture all'interno delle quali si è sviluppata anche la globalizzazione che noi conosciamo. Dall'altro lato, invece, fece la sua comparsa un nuovo tipo di globalizzazione che vedeva il mondo come una comunità di destino di fronte alla possibilità del suo annientamento nucleare e al graduale affacciarsi sulla scena di problemi ambientali che oltrepassavano i confini nazionali.

Cap. 3 – Fino al 1750: costruzione e consolidamento dei legami mondiali

Commercio a distanza, grandi imperi, ecumeni

Il sistema-mondo di Wallerstein dette origine a delle critiche secondo le quali non fu il '500 il secolo dell’inizio della storia globalizzata. Infatti, secondo i detrattori, si può già parlare di sistemi-mondo per i secoli precedenti retrodatandoli addirittura a 5000 anni fa. Uno degli elementi per l’integrazione macro spaziale dei tempi antichi fu l’aggregazione di molti territori sotto l’egemonia di un impero. Nella formazione di simili imperi le unità politiche minori erano inglobate in un insieme più grande caratterizzato da una gerarchia di potere interamente imperiale, spesso con a capo un monarca; da un apparato militare e dalla pretesa del centro dell'impero di essere contemporaneamente il centro di tutta la civiltà conosciuta.

Altro elemento fu l’ecumene religiosa, che aveva un raggio di azione molto più ampio ma confini politici meno determinanti. Il grande impero e l’ecumene religiosa potevano più o meno coincidere, ma non era la regola. Coincidevano soprattutto in Cina, dove l'impero coincideva sostanzialmente con quel territorio il cui strato superiore si atteneva alla dottrina morale confuciana. Il confucianesimo si diffuse anche in un paese vicino come il Giappone, anche se esso non rientrò mai sotto il dominio cinese.

L’ecumene consisteva in numerose unità politiche che non necessariamente dovevano essere in buoni rapporti tra loro. Allo stesso modo, anche un impero non doveva necessariamente fondarsi su una religione universale. L'impero mongolico del XIII secolo, per esempio, esistette anche senza una religione "superiore". Fu però anche per questa ragione che ebbe una durata relativamente breve.

Per garantire una perfetta stabilità mancavano due elementi: l’assenza dei pellegrinaggi e il carattere obbligatorio di determinati rituali e della pratica di vita. Le ecumeni religiose inoltre furono spesso tenute assieme anche dallo studio delle sacre scritture.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Chiantera Patricia.
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