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CAP. 4 – 1750-1880: IMPERIALISMO, INDUTRIALIZZAZIONE E LIBERO COMMERCIO

Prima politica mondiale e rivoluzioni atlantiche

1.

Il 700 fu il secolo in cui alcuni economisti europei cominciarono a pensare al mondo come ad

uno spazio economico interdipendente. Fu anche il secolo di quella che gli storici definiscono

‹‹doppia rivoluzione››: quella industriale, cominciata in Inghilterra dal 1760 circa, e quella

francese del 1789 che segnò un nuovo inizio politico e sociale. È interessante notare come

entrambe abbiano prodotto effetti a livello mondiale solo molto lentamente, mentre la

precedente formazione degli stati-nazione e del colonialismo preindustriale diedero senz’altro

la spinta decisiva in termini di globalizzazione. Questa espansione fu resa possibile solo grazie

alla superiorità navale degli europei, che creò i presupposti del più dinamico settore

dell’economia settecentesca: il sistema di piantagioni caraibico-americano. Se nella prima età

moderna il settore militare della navigazione era subordinato a quello commerciale, nella

seconda metà del Settecento si emancipò totalmente andando a creare lo strumento politico di

espansione coloniale per eccellenza. La Gran Bretagna fu pioniere di questa nuova

concezione strategica, come dimostrano le vittorie della guerra dei Sette anni (1756-63 contro

i francesi scacciati da Canada, Antille, Senegal e India) e quella contro la potenza napoleonica

(1793-1815) che da un punto di vista strategico vide il passaggio delle migliori postazioni

costiere nelle mani inglesi (cioè di Gibilterra, Malta, Città del Capo e Singapore). Dopo la

guerra i britannici rinunciarono alla conquista militare dell’India e per la prima volta ricercarono

contatti diplomatici con la Cina. Nel 1788 l’Australia divenne nuova colonia britannica dopo

l’approvazione della costituzione di una nuova colonia penale per prigionieri ritenuti pericolosi.

Il dominio marittimo inglese lo si deve ad una organizzazione più razionale della politica fiscale

e del debito dello Stato. Anche Francia e Russia seguirono l’esempio anglosassone, così gli

imperi asiatici furono superati militarmente dall’Europa, che cominciò a considerare il mondo

intero come campo della propria azione. Il rafforzamento del controllo dell’Europa nello spazio

atlantico fu all’origine della secessione americana dalla madrepatria: nel 1776 tredici colonie

britanniche si ribellarono alla tassazione inglese, conducendo una battaglia che vide il termine

nel 1783 con la nascita degli Stati Uniti d’America. I principi rivoluzionari che agitarono i coloni

americani si diffusero poi in Francia e nelle sue colonie: nel 1791 inizia a Santo Domingo la

rivolta da parte di coltivatori mulatti e schiavi neri che porterà nel 1804 all’indipendenza di

Haiti, che fu prima Repubblica di colore della storia. Anche nelle colonie americane della

monarchia spagnola si diffusero i principi secessionisti, e dopo la sconfitta dettata dalle forze

napoleoniche nel 1808, crollò l’egemonia spagnola che si esaurì totalmente nel 1825. La “crisi

atlantica” che si ebbe nel periodo 1765-1825 ebbe conseguenze de-globalizzanti. Infatti

l’indipendenza di nuovi stati ruppe anche alcune relazioni economiche con l’Europa: il

commercio dello zucchero haitiano si separò dall’economia mondiale; gli USA spostarono il

centro d’interesse dall’Atlantico all’Occidente alla scoperta del loro continente e si posero

come modello universale di stato democratico; le ex colonie spagnole non volevano più

intrattenere rapporti con la Spagna mentre crearono nuove relazioni con la Gran Bretagna che

aspirava a diventare il principale attore della globalizzazione. Si ebbero inoltre nuove relazioni

economiche, sociali e culturali tra gli Stati Uniti e le isole britanniche, dove si stabilì quella

speciale relazione che sussiste ancora oggi. Una particolarità degli Stati Uniti era che,

nonostante lungo tutto l’800 si fossero tenuti piuttosto lontani dalle relazioni internazionali, sin

dall'inizio pretesero di rappresentare un modello per il resto del mondo, con una forza morale

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di persuasione di gran lunga superiore a quella della Francia rivoluzionaria che invece era

precipitata in breve tempo nella dittatura napoleonica. Gli unici effetti globalizzanti derivati da

Bonaparte furono l’invasione dell’Egitto del 1798, che sconvolse tutto il mondo islamico e la

decisione di imporre il blocco continentale alle navi inglesi che stimolarono i britannici ad

espandersi in Asia.

Effetti a distanza della rivoluzione industriale

2.

Il nuovo modo di produzione industriale nato in Inghilterra negli anni attorno al 1760 viene

definito rivoluzione industriale. Rivoluzione è un termine che rimanda a capovolgimenti violenti

e profondi che prendono le mosse dalle periferie, mentre quella industriale non fu un processo

globale che si espanse in modo uniforme, bensì un processo lento e frammentario. Dal punto

di vista della storia della globalizzazione sono di particolare interesse una serie di aspetti:

La rivoluzione industriale nasce in Inghilterra che era già un efficiente centro dello

1. sviluppo economico con ampie relazioni globali.

La rivoluzione parte dall’industria del cotone inglese. Proprio l’industria tessile inglese

2. dimostra infatti come ci fosse un sistema economico aperto. Per fronteggiare la

dinamica industria tessile indiana, quella inglese non fu altro che un effetto collaterale

degli scambi mondiali esistenti: nonostante dovesse importare dall’estero tutta la

materia prima, già agli inizi dell’800 i suoi prodotti tessili costituivano il 70% delle

esportazioni.

Fecero poi seguito numerosi processi di industrializzazione in ambito nazionale,

3. regionale e transazionale. Altre economie raggiunsero il benessere senza industrie e

per mezzo dell’esportazione agricola (come la Danimarca e la Nuova Zelanda) o

dell’estrazione del petrolio. Un terzo gruppo molto numeroso di paesi infine non poteva

permettersi di costituire in tempi prevedibili un'industria competitiva sul mercato

mondiale. L'industrializzazione, quindi, pur sollecitando la creazione di reti in altri

ambiti, non fu un processo che si sviluppò a macchia d'olio.

La diffusione del modo di produzione industriale non avvenne sotto forma di semplice

4. imitazione del modello inglese. Molte nazioni infatti seguirono il modello inglese

adattandolo creativamente alle proprie peculiarità. Ad esempio, ai paesi industrializzati

di seconda generazione (Belgio, Svizzera, Francia, Usa e Germania) mancavano alcuni

presupposti dello sviluppo inglese, come la rivoluzione nel campo dell'agricoltura, si

dovettero pertanto ricercare soluzioni originali. In Giappone, che insieme alla Russia

apparteneva alla terza generazione di paesi industrializzati, si erano invece formate già

nel XVII e XVIII secolo istituzioni completamente autonome dall'Occidente in grado di

favorire lo sviluppo.

Il modo industriale di produzione si affermò però lentamente. Solo dopo il 1820

5. l’industrializzazione si affermò in Inghilterra in quasi tutti gli ambiti. In Asia, invece, ad

eccezione del Giappone, nel 1900 vi erano alcune fabbriche, ma non esisteva un

sistema industriale integrato. La stessa cosa valeva anche per l’Africa, che a quel

tempo aveva qualche peso nell'economia mondiale solo grazie all’oro proveniente dal

sud Africa e all'estrazione dei diamanti.

Per la globalizzazione fu rilevante non solo la diffusione di beni di consumo sempre crescente

e sempre più economica, ma anche la produzione in massa di armi e cannoni che si diffusero

anche molto lontano dai centri industriali grazie alle efficienti reti commerciali e all’impiego di

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navi a vapore e ferrovie. I prodotti dell’industrializzazione si diffusero dunque in tutto il mondo

per tre motivi: per via della presenza di reti di commercio già consolidate; per via dell’impiego

della macchina a vapore e perché in molti centri urbani sorse, a poco a poco, la domanda di

beni di lusso da parte dei ceti agiati. Nel commercio delle armi si creò una diseguaglianza tra

chi poteva permettersi solo l’acquisto di armi leggere e chi di armi pesanti come navi da guerra

e cannoni. Solo l’ampia diffusione della pistola mitragliatrice inventata alla fine della Prima

guerra mondiale consentì quella che può essere definita una “ri-democratizzazione della

violenza”. Molto importante anche sul piano sociale fu l'industrializzazione dei trasporti, con

l’avvento della navigazione a vapore e della ferrovia. Per quanto riguarda l'impiego di navi a

vapore, a partire dagli anni 30 dell'800 furono intrapresi regolari trasporti attraverso l'Atlantico

e le prime navi a vapore fecero la loro comparsa anche in paesi non occidentali. Nel 1850 si

ebbe la prima tratta con nave a vapore Shanghai-Londra, mentre nel 1869 l’apertura del

Canale di Suez adatto alle navi a vapore favorì ancora di più gli scambi tra Inghilterra e l’Asia.

La costruzione ferroviaria cominciò invece in Europa attorno al 1840 e si diffuse poi in paesi

extra europei alla fine del secolo. La costa orientale americana fu collegata a quella

occidentale nel 1867 ampliando il raggio d’azione dei centri urbani fino alle zone più impervie.

Tra tutte le tecnologie dell’epoca il telegrafo fu sicuramente quello che produsse le

conseguenze più globalizzanti. Il primo telegrafo, brevettato da Samuel Morse, si ebbe nel

1839, mentre già nel 1880 un telegramma poteva essere spedito in ogni continente. La

velocità di trasmissione delle notizie aumentò di 10.000 volte. Allo stesso tempo la velocità di

trasmissione delle informazioni si rese indipendente da quella delle merci, inoltre aumentò

notevolmente anche il volume della corrispondenza postale.

Imperi e Stati nazionali

3.

Marxismo e liberalismo furono i due progetti politici che più esprimevano questa volontà

globalizzante. Il primo vedeva il capitalismo come la grande motrice globale superiore a Stati e

politiche, il secondo si fondava sull’idea del libero scambio, che avrebbe portato prosperità

ovunque. Nel 1846 con un atto unilaterale l’Inghilterra abolì i dazi più importanti, aprendo al

libero commercio in tutta l’Europa occidentale. L’Inghilterra introdusse il libero commercio

anche nelle sue colonie. Nelle relazioni commerciali con i grandi imperi d’Oriente, invece,

adottò l’uso della forza contro le iniziali resistenze di popolazioni culturalmente agli antipodi. In

Cina, Giappone, Siam e nell’impero ottomano fece ricorso alla coercizione militare. Dietro

questo imperialismo del libero commercio stava un programma che mirava all’integrazione

nell’economia mondiale delle tradizionali monarchie asiatiche. L’adozione del cristianesimo

rientrava nell’idea occidentale di integrazione. Tale imposizione indebolì di fatto la dottrina

liberale: l’intento dell’Europa e degli Stati uniti di esportare le loro istituzioni, in ottemperanza

della loro missione civilizzatrice, cominciò infatti a fallire. Solo dove le élites autoctone

recepirono tali modelli ci fu una effettiva omologazione delle istituzioni della madrepatria. A

livello extraeuropeo l’antesignano della modernizzazione fu il Giappone che si aprì al mondo

nella metà dell’800 con la restaurazione dei Meiji del 1868. Pur non diventando una vera e

propria democrazia, riformò le sue istituzioni mantenendo solide le sue radici orientali e

prendendo spunto, in alcuni aspetti come l’esercito, l’università e l’amministrazione, dalle

democrazie occidentali. In tal senso, diventò il primo Stato costituzionale dell’Asia.

Lo stimolo ad adattarsi al modello occidentale e in particolare inglese si fece sentire in tutto il

mondo nel corso del XIX secolo. In sostanza però, ogni società diventava, paragonata al

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Regno Unito, una seconda arrivata e una potenza imitatrice. Non poteva, del resto, essere

diversamente poiché in quel periodo la Gran Bretagna deteneva il dominio mondiale dei mari e

una capacità di intervento in tutto il mondo. La sua classe politica e letteraria rappresentava

inoltre la civiltà più progredita e maggiormente degna di essere presa come modello. E il fatto

che anche la Francia suscitasse a quel tempo un forte fascino in oriente per via del suo

raffinato modo di vivere, non fece altro che rafforzare l’orientamento del resto del mondo verso

l’Europa occidentale. Questa globalizzazione adattiva che in nessun caso fu imposta con la

forza determinò per la prima volta nella storia la tendenza all’unipolarismo culturale. Ogni

Stato sarebbe stato all’altezza delle nuove forze in gioco solo rincorrendo questo ideale, ma

per riuscirvi occorreva un’organizzazione razionale ed omogenea e capacità difensive. Il

cosmopolitismo diffusosi nell’illuminismo fu così spazzato via, in favore del nazionalismo e

della formazione degli stati nazionali. La scienza fu organizzata più rigidamente di un tempo

all’interno di sistemi universali nazionali. La storia del mondo sembrò ora indietreggiare

davanti alle varie storie nazionali. Dal 1851 furono perciò organizzate delle "esposizioni

universali", che avevano sempre luogo in Europa e negli Stati Uniti, dove venivano presentate

le conquiste materiali dei popoli sviluppati e di quelli primitivi. Sempre nel 1851, inoltre, Julius

Reuter fondò a Londra la prima agenzia di stampa. Il cablaggio del pianeta rese più piccole le

distanze e la stampa quotidiana, pubblicata in quantità sempre più crescente, forniva notizie

da tutto il mondo. In quest'epoca di predominio mondiale dell'Europa, però, il cristianesimo non

riuscì a diventare la religione dominante. Gli sforzi compiuti da migliaia di missionari e da varie

sette e ordini non ottennero infatti in nessuna parte dell'Asia il successo sperato. Gli stessi

risultati ebbe anche l'opera missionaria dell'Islam. In questo periodo, inoltre, si ebbe

l’affermarsi dell’inglese come lingua universale, per via dell'espansione demografica degli

americani anglofoni e dell’insediamento degli inglesi nelle colonie plurilinguistiche bisognose di

un mezzo di comunicazione che potesse essere utilizzato da tutti.

La nascita dell’economia mondiale

4.

Gli anni del libero commercio (1846-80) videro crescere le relazioni economiche emancipate

dal controllo statale. Sebbene in questo periodo non si possa ancora parlare di economia

mondiale come la intendiamo oggi, nell’800 è possibile comunque individuare delle novità:

Il volume del commercio mondiale crebbe infatti di 25 volte tra il 1800 e il 1913, anche

1. se principalmente nelle consuete aree di sviluppo policentriste, ovvero in Europa

occidentale, in Nord America e in Australia-Nuova Zelanda; tra le colonie invece solo

India e Sudafrica erano importanti centri commerciali.

Le grandi migrazioni furono un elemento fondante della globalizzazione perché

2. crearono legami transnazionali. Nel vecchio continente le aree di emigrazione erano

l'Europa meridionale, sudorientale e orientale, mentre le zone di maggiore

immigrazione erano la Germania, la Francia e la Svizzera. Per quanto riguarda invece

le migrazioni in altre parti del mondo, si registrano dati ben più clamorosi. Ad esempio,

è stato calcolato che tra il 1850 e il 1914, 45 milioni di europei si spostarono nelle

Americhe, a cui si aggiunsero 7 milioni di russi e 11 milioni tra indiani, cinesi e

giapponesi. Tra il 1811 e il 1867 quasi 3 milioni di africani furono venduti come schiavi

in America, nonostante la tratta degli schiavi fosse in continuo calo dopo la messa al

bando da parte del Parlamento britannico nel 1807. La maggior parte degli immigrati

non si trovava disorientata nel nuovo ambiente; al contrario, gli immigrati formavano

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comunità rafforzando in questo modo il carattere multietnico dei paesi di arrivo. Anche

dal punto di vista economico i migranti contribuivano all'integrazione globale. Essi infatti

lavoravano le terre di frontiera, compravano i prodotti provenienti dai loro paesi di

provenienza, contribuivano ad aumentare la produttività globale e spesso fondavano

essi stessi nuove imprese e settori commerciali.

Sempre nell’800, il progresso tecnologico dei trasporti favorì il commercio a grande

3. distanza che diveniva sempre meno esoso, trasformando così anche il mercato delle

derrate alimentari e introducendo una prima embrionale divisione del lavoro tra paesi

produttori e quelli importatori.

Infine, l’esistenza di una stretta interdipendenza globale determinò le formazioni di

4. movimenti congiunturali che ebbero conseguenze ed effetti in tutto il mondo, come ad

esempio la grande depressione del 1873 che fece crollare i prezzi delle merci su tutti i

mercati mondiali. 14

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CAP. 5 – CAPITALISMO MONDIALE E CRISI MONDIALI (1880-1945)

1. Esperienze globali, economia mondiale e politica mondiale alla svolta del secolo

Secondo gli interpreti della storia economica vi fu un periodo di estesa globalizzazione

precedente il primo conflitto mondiale, seguito da una fase di de-globalizzazione tra le due

guerre. A ben guardare, però la scissione tra le due fasi non fu così netta: la dimensione

globale del conflitto implicava cooperazione, il mondo veniva percepito come una realtà

interdipendente nel suo complesso. Alfabetizzazione e diffusione delle comunicazioni furono

gli elementi fondamentali di tale percezione. Gli Stati Uniti erano da sempre stati al primo

posto nelle statistiche sull'alfabetizzazione. Dopo il 1870 anche in tutt'Europa, persino nelle

zone più arretrate diminuì la percentuale di analfabeti sia tra gli uomini che tra le donne. Nelle

colonie e nelle zone più periferiche non vi fu invece un’alfabetizzazione capillare, ma le élites

locali colte erano comunque in grado di leggere le notizie provenienti da tutto il mondo e la

professione del giornalista ebbe in questo periodo grande diffusione. Agli inizi del XX secolo vi

fu una radicale trasformazione nell'esperienza dello spazio e del tempo:

Il sistema di computo del tempo in fusi orari, attivo in 25 Stati già dal 1884, si diffuse

1. universalmente su tutto il globo, assieme agli orologi da tasca.

Le misurazioni delle stazioni meteorologiche divennero sinotticamente osservabili e

2. permisero connessioni sistematiche dell’ambiente, come dimostrò la «crisi del legno» e

le relative preoccupazioni circa l’esauribilità delle risorse.

Anche la superabilità dello spazio divenne un'esperienza sempre più diffusa, sia in

3. grande, con i viaggi transcontinentali sulle navi a vapore, sia in piccolo, con i nuovi

mezzi come le biciclette, i tram, gli autobus e le automobili. In questo periodo finì anche

l'epoca delle scoperte geografiche europee. Gli esploratori europei riuscirono infatti a

cartografare l’intero pianeta, quando nel 1911 Roald Amundsen raggiunse il Polo Sud.

Con l’innovazione dei trasporti anche la percezione dello spazio cambiò. Si passò da

4. ciò che era immediatamente presente nell’attimo a processi simultanei estesi, portando

sia in politica che in economia ad un inizio di collaborazione internazionale o, più

facilmente, di concorrenzialità.

Tra 800 e 900, grazie all’estensione su scala globale del sistema economico e alla rete unitaria

delle connessioni che si venne a creare, per moltissime persone la globalizzazione divenne

un’esperienza quotidiana. L’economia mondiale di tale periodo può essere descritta come un

sistema multilaterale non riconducibile ad unità più piccole, in cui i flussi di uomini, capitali e

merci si influenzavano a vicenda. I capitali europei finanziavano l’economia mondiale,

includendo sempre più nuovi territori. Gli imprenditori investivano così il loro smercio in queste

zone con impianti produttivi, aprendo filiali all’estero e trasformandosi in complessi industriali

multinazionali. Gli investimenti privati in infrastrutture estere permettevano infatti l’aumento

dell’esportazione dei manufatti, l’allargamento dei territori interessati al commercio e l’equilibrio

della bilancia commerciale grazie all’aumento della domanda. Gli investimenti dei privati nella

costruzione di infrastrutture erano consistenti, ma solo grazie all’iniziativa concordata tra gli

Stati (ad esempio la politica monetaria ancorata al gold standard) la connessione sistematica

dell’economia poteva funzionare. Dagli anni settanta dell’800 tutte le più importanti valute

erano ancorate all’oro, in modo che tutte le transazioni commerciali e gli investimenti nazionali

potessero avvenire al riparo dalle oscillazioni monetarie e dai rischi di inflazione. 15

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Oltre al carattere multilaterale molto importanti erano le diverse forme di connessione

all’economia mondiale da parte delle zone periferiche e il permanere di “buchi nella rete”, cioè

zone non ancora servite perfettamente dai trasporti ferroviari e navali. Vi erano regioni che

entravano occasionalmente in contatto con l’economia mondiale, come la maggior parte

dell'Africa, le province interne della Cina e le aree non ancora collegate con le ferrovie o non

ancora raggiunte dalle rotte delle navi a vapore. In alcuni stati, come l’Argentina, quasi tutta

l’economia nazionale era volta all’esportazione di prodotti agricoli. Per tutte queste economie

deboli a causa delle oscillazioni della domanda e dei prezzi sul mercato mondiale, l’accesso

all’economia globale rappresentava non solo una fonte di guadagno ma soprattutto uno status

sociale e politico. L’Occidente industrializzato, infine, costituiva uno spazio di interazione

economica estremamente sviluppata, dove si sovrapponevano reti economiche regionali,

nazionali, internazionali e globali. In questo spazio si concentrava infatti la produzione di beni

di consumo e di mezzi di produzione che venivano esportati in tutto il mondo. Ad ogni modo, lo

sviluppo della globalizzazione avvenne parallelamente a quello della costruzione degli

Stati-nazione. La reazione di quella parte “sconfitta” della globalizzazione (ovvero i contadini

tedeschi che si opponevano alle importazioni a basso costo di cereali da oltreoceano, i farmer

americani contro il gold standard che manteneva costante anche il loro debito e gli immigrati di

prima generazione opposti a quelli della seconda) portò ad un maggior intervento dello Stato,

quindi al protezionismo invocato dal più ascoltato critico ante litteram della globalizzazione,

Friedrich List. Tuttavia, più che causare decrescita commerciale, il protezionismo diede nuova

forma al ruolo dei singoli stati: politicizzando il globalismo anche le scelte politiche ne venivano

influenzate, la legittimità politica era proporzionale alla priorità data agli interessi interni allo

Stato e il controllo politico sull’economia mondiale diventò il tramite per la politica di potenza

degli Stati nazionali.

2. Imperialismo e guerra mondiale

Con la diffusione delle reti di comunicazione e trasporto e con la formazione di reti produttive

che attraversavano tutto il mondo, quest'ultimo divenne uno spazio di interazione di stati

nazionali concorrenti tra loro. La competizione internazionale segnò il passaggio tra ’800 e

’900, secolo in cui prese sempre più forza l’idea che il futuro sarebbe stato dei popoli potenti,

sia a livello politico che commerciale. Il dominio del territorio implicava anche il suo

rimpicciolimento; negli ultimi 40 anni prima della Grande Guerra la popolazione raddoppiò,

passando da circa un miliardo nel 1870 a quasi due nel 1913. Questo portò alla nascita

dell’idea di “spazio vitale”, postulata dall’etnologo Friedrich Ratzel in campo biogeografico e

fatta propria dal politologo e orientalista tedesco Karl Haushofer in ambito geopolitico. In

questo senso, la percezione dei problemi demografici determinò un inasprimento delle “lotte

per la terra”, come la colonizzazione del west americano con la cacciata dei nativi

nordamericani. La crescente concorrenza internazionale condusse poi le potenze europea a

una spietata competizione per la spartizione delle aree non ancora colonizzate. L’imperialismo

aveva cause sia economiche che politiche e fece crollare i regimi politici non in linea con la

trasformazione economica mondiale, rafforzando i domini coloniali. Molti territori furono

pertanto sottoposti al controllo di potenze europee per ragioni strategiche e, quindi, a

protezione d’interessi imperiali e di linee di comunicazione già esistenti. Nel 1884 alla

Conferenza di Berlino sull’Africa, invece, la spartizione del continente avvenne in modo

“indolore”, decisa a tavolino e voluta principalmente dal cancelliere tedesco Bismarck. Anche

la Cina fu una potenziale candidata come obiettivo delle potenze europee, riuscì però a

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sottrarsi a questi piani poiché gli interessi degli stati che avevano mire su di essa risultarono in

un primo momento inconciliabili; inoltre, gli stessi cinesi volevano fare del proprio paese uno

Stato nazionale indipendente e potente.

A essere spartiti dovevano essere non soltanto i territori, ma anche le opportunità economiche

che si potevano ricavare. Le più importanti dal punto di vista economico e strategico erano le

linee di comunicazione ferroviaria che si rivelavano un ottimo affare anche per le esportazioni

dell'industria pesante. I grandi sistemi ferroviari, però, non raggiunsero mai la diffusione

planetaria che invece ebbe l'automobile a benzina. All’inizio del 900, l’accresciuta ambizione

europea e l’emergere di nuovi centri di potere, come gli Usa e il Giappone, resero sempre più

globalizzato il sistema internazionale. Le mire espansionistiche oltreoceano furono però

bloccate dalle rivalità intraeuropee: la minaccia tedesca portò la Gran Bretagna a ricercare

un’intesa con Usa, Francia e Russia rinunciando alle proprie rivendicazioni territoriali. Sorse

così un sistema globale di alleanze che rappresentò un esempio della dialettica tra

globalizzazione e frammentazione. L’aumentato timore di uno scontro globale tra potenze era

proporzionale all’aumentare di forme di cooperazione internazionale, quali: la Croce rossa,

attiva già dal 1863; il movimento per il suffragio femminile; il parlamento mondiale delle

religioni del 1893; il movimento socialista dei lavoratori; le Conferenze internazionali dell’Aia

sulla pace e il disarmo del 1899 e 1907. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale mostrò però

l’inconsistenza di queste organizzazioni alternative alle politica di potenza. Sarebbe riduttivo

interpretare la guerra come logica conseguenza della globalizzazione; furono in realtà le crisi

interne agli stati europei ancora poco integrati a far scoppiare il conflitto. L’elemento

globalizzante fu invece dato dalla partecipazione di stati extraeuropei. Con la guerra, però,

nonostante l’aumento esponenziale delle interazioni, molte delle relazioni già esistenti tra gli

stati si interruppero. La divisione mondiale del lavoro fu sospesa in seguito al crollo delle

esportazioni dall'Europa dei prodotti industriali, in quanto macchinari e materie prime servivano

alla produzione bellica. Ciò portò, nelle colonie europee, in America Latina e in Cina, alla

nascita di nuovi settori produttivi per coprire il fabbisogno soddisfatto in precedenza dalle

importazioni. Gran parte degli impianti all’estero fu liquidata per finanziare la guerra e anche il

sistema monetario del gold standard crollò. Durante il conflitto, la necessità di uomini al fronte

fece crescere nuove forme d’integrazione con i soldati provenienti dalle colonie africane

francesi, dall'India, dall'Australia, dalla Nuova Zelanda e, in seguito, dagli Stati Uniti. Generi

alimentari, macchinari e materie prime importanti per la guerra arrivarono così in Europa dalle

colonie. Fu proprio questa capacità di pianificare l'approvvigionamento delle risorse a livello

globale a favorire la vittoria degli alleati.

3. 1918-45: crisi e conflitti globali

La guerra segnò la fine del potere mondiale dell’Europa e scosse dalle fondamenta l’economia

internazionale. A livello internazionale l’ordine economico precedente alla guerra, fondato

sull'equilibrio tra le grandi potenze europee in concorrenza sullo scacchiere mondiale, ne uscì

compromesso. All'inizio sembrò potersi realizzare un nuovo ordine della politica mondiale

basato su “14 punti” del presidente americano Wilson, cioè sui principi di democrazia,

autodeterminazione nazionale, sicurezza collettiva e libero scambio. Nel 1919, alla

Conferenza di pace di Versailles, viene creata la società delle nazioni, mentre alla Conferenza

di Washington del 1921-22 tutte le più importanti potenze marittime, tra cui anche il Giappone,

raggiunsero un accordo sui limiti da porre allo sviluppo degli armamenti. Lo stato nazionale

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sovrano fu assunto come modello politico. Come risultato, nacquero una quantità di piccoli

Stati sottoposti ad un controllo quasi coloniale da parte di Gran Bretagna e Francia. La guerra

aveva tuttavia conferito ovunque al nazionalismo anticoloniale un impulso molto forte. Il

nazionalismo anticoloniale aveva come obiettivo l'istituzione di una forma di Stato

costituzionale senza sovrani coloniali. Da queste esigenze si formarono due esperimenti

politici: il Leninismo e il fascismo. Il primo, anche se poteva contare su di una discreta base di

potere e di forza internazionale grazie al Komintern, non riuscì a far decollare la rivoluzione

contro il capitalismo. Il secondo, comprendente anche il nazionalismo tedesco e giapponese,

mescolava sapientemente al suo interno autarchia, militarismo, statalismo e tecnologia

rendendosi così estremamente interessante, anche se non disponeva di un programma

globale. Un dato interessante è che dalla politicizzazione dell’economia di fine secolo, si passò

all’ideologizzazione della politica degli anni tra le due guerre mondiali, che assunse carattere

mondiale. In questo senso tra democratici, comunisti e fascisti si combatté una vera propria

guerra civile internazionale. Nel periodo tra le due guerre si registrò inoltre una straordinaria

eterogeneità del mondo degli Stati. Prima del 1914 vi erano essenzialmente le grandi potenze

imperialistiche, gli Stati più piccoli e le periferie non occidentali più o meno dipendenti. Ora,

invece, con la fine della Prima Guerra Mondiale finì anche l’egemonia europea, che non fu

intercettata né dagli USA, né dalla Lega delle Nazioni.

Ci si impegnò senza successo alla ricostruzione della situazione politica ed economica.

Dovevano però essere risolti una serie di problemi:

Tutti gli stati che avevano preso parte alla guerra erano notevolmente indebitati ad

1. eccezione degli USA, che viceversa diventarono il più importante Stato creditore ed

esportatore di capitali, proteggendo al tempo stesso i propri mercati con dazi elevati.

Il commercio internazionale cresceva con un ritmo decisamente inferiore rispetto a

2. quello di crescita della produzione. Si ebbe così una sovrapproduzione dell’offerta

mentre i prezzi sul mercato internazionale diminuirono.

Durante la guerra i governi degli stati belligeranti avevano assunto il controllo della

3. produzione, dei prezzi e della moneta. Lo Stato era direttamente responsabile del

benessere e dello sviluppo. I fenomeni di crisi economica dovevano, quindi, essere

gestiti dallo Stato. In questa situazione l’intervento statale per contrastare la crisi fu una

politica economica nazionale e protezionistica.

Fino agli anni 20 tutte le più importanti monete furono ancora ancorate all’oro. Dal

4. momento però che solo gli Stati Uniti disponevano di sufficienti riserve auree, il

commercio mondiale e i guadagni rimanevano bassi. Anche il riallacciamento al

sistema monetario del gold standard, sospeso durante la guerra a causa delle

impellenti necessità di denaro, si rivelò dunque un meccanismo di crisi. Infatti aumentò

la dipendenza di tutti i paesi nei confronti degli USA che, oltre ad assicurarsi il

pagamento dei debiti, riuscirono ad espandere la loro sfera d’influenza economica.

Il crollo della Borsa di New York nell’ottobre del ’29 che ebbe disastrose conseguenze

internazionali dimostra come i mercati fossero ormai integrati in un sistema globale, e come la

politica protezionistica americana abbia innescato la caduta della domanda e la recessione. Si

solidificò, quindi, il cosiddetto regionalismo dell’economia internazionale che vedeva il primato

della politica sull’interazione economica. L’unica valenza globalizzante di questa tendenza

autarchica consistette nel fatto che condusse alla seconda guerra mondiale, in cui gli USA

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diventeranno il punto di partenza delle tendenze alla globalizzazione economica, politica e

culturale del dopoguerra.

4. Il “secolo americano”

Il 900 è stato a ragione definito il "secolo americano", soprattutto per quanto riguarda la

seconda metà del secolo, per via delle due guerre mondiali e del particolare sviluppo

dell'economia e della società americane. Sin dal 1919, gli USA avevano raggiunto una

posizione rilevante nell'economia e nella politica internazionale grazie al loro rapido sviluppo

economico e all'auto-depotenziamento dell'Europa. Negli anni 20, prima della crisi economica,

esercitarono inoltre una grande influenza sul piano sociale e culturale. Le persone in tutto il

mondo vedevano infatti l'America come una terra di fortuna e speranza. L’americanismo

diventa dunque un fenomeno economico e culturale, e in Europa si guarda al taylorismo, al

fordismo, ma anche al cinema e alla musica jazz americani come a modelli da imitare. Ma fu

solo la Seconda Guerra Mondiale che fece degli USA il centro nevralgico postbellico chiamato

a codeterminare l’ordine mondiale contro il comunismo. Ciò si verificò in tre campi:

Fin dall’entrata in guerra gli Stati Uniti si erano posti come una potenza mondiale che

1. per un interesse nazionale era chiamata a determinare l’ordine mondiale e non poteva

più lasciare che regioni chiave dal punto di vista economico cadessero sotto il controllo

di stati nemici.

Le forti connotazioni ideologico-razziste della guerra mobilitarono lealtà che

2. superavano i confini nazionali, creando cruente guerre civili. Anche le SS tedesche

reclutarono gente in Europa che veniva poi considerata “nordica”, ma non c’era un

collegamento diretto tra questa obliterazione dei confini e un nuovo ordine

transnazionale, com’era invece implicito nei programmi americani.

Un ruolo decisivo nella vittoria degli Alleati fu il potenziamento produttivo dell’industria

3. americana che fornì le attrezzature militari e di trasporto a tutte le forze alleate.

L’industria americana poté invece continuare a sviluppare in modo significativo la

pianificazione della produzione di massa. Molti europei e molti giapponesi videro nella

razionalizzazione dell’economia, nella produzione di massa integrata a livello

internazionale e nella piena occupazione un modello per la rigenerazione dell’economia

e della società nei loro paesi. La fine della guerra nel 1945 rappresentò sotto questo

aspetto una data globale non solo perché sanciva la fine del conflitto, ma anche perché

da questo momento si creò nella volontà dei vincitori un nuovo ordine mondiale, volto

alla modernizzazione. 19

19

CAP. 6 – DAL 1945 ALLA META’ DEGLI ANNI SETTANTA: LA GLOBALIZZAZIONE

DIMEZZATA

1. Spazi del politico: blocchi di potere, Stati nazionali e movimenti transnazionali

Il secondo dopoguerra produsse profonde trasformazioni economico-culturali che andarono a

consolidare l’istituzionalizzazione di spazi d’interazione sovrastatali. La divisione del mondo in

due blocchi contrapposti dal punto di vista ideologico e politico condizionò la forma dei legami

internazionali, transnazionali e mondiali, così come la struttura degli spazi di interazione

economici e politici. In seguito alla sconfitta della Germania e del Giappone si crearono grandi

vuoti geopolitici di potere. Gli USA e l'Urss conseguirono invece un netto vantaggio in termini

di potere rispetto a tutti gli altri Stati. Gli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra

mondiale furono pertanto caratterizzati da un assetto geopolitico bipolare: l'Europa fu divisa

dalla "Cortina di ferro", mentre in Cina si affermavano i comunisti di Mao Zedong. Nella guerra

di Corea del 195053 (sostanzialmente una guerra tra gli Stati Uniti e la Repubblica popolare

cinese), si giunse infine a una situazione di stallo. Sia gli Stati Uniti che l'Urss si erano nel

frattempo dotate di armi nucleari, il cui uso costituiva una minaccia latente, fondata da

entrambe le parti sulla politica del “terrore”, generato appunto dalla minaccia di distruggere la

vita sulla terra. In questo senso, la politica del terrore fu elemento sia globalizzante, nel senso

che riguardava tutti, che di frammentazione, in quanto fu il movente del parziale scollamento

interno ai due blocchi, come ad esempio il debole sostegno dato agli Usa dagli alleati nella

guerra in Vietnam o la rinuncia all’alleanza con l’URSS di Cina e Jugoslavia, entrambe

mantenutesi comunque fedeli al comunismo.

Nel blocco occidentale l’obiettivo primario era contenere l’espansione del comunismo, e il

processo d’integrazione europea, favorito dagli USA, ne fu un effetto. Gli USA perseguivano

dunque l’obbiettivo di tenere sotto controllo il comunismo, di difendere l’economia mondiale

aperta e di promuovere la pacificazione dell’Europa occidentale. L'unico mezzo per conseguire

questi obiettivi era coordinare gli Stati nazionali economicamente avanzati e politicamente

stabili. Questo programma da un lato favorì la frammentazione, perché sanciva la priorità della

riorganizzazione interna dell'Occidente sul compromesso con l'Urss, incoraggiando in questo

modo la formazione dei blocchi contrapposti; dall'altro lato, però, produceva anche una spinta

all'integrazione regionale all'interno del blocco occidentale. Gli USA detenevano una posizione

egemonica soltanto in campo militare, mentre in tutti gli altri ambiti si ebbe un multilateralismo

associativo in cui Stati nazionali conservavano un notevole spazio d'azione.

Nel 1952 si forma la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, mentre nel 1957 la

CEE (Comunità economica europea), dove furono ceduti ambiti parziali di sovranità nazionale

a organismi sovra statali. Gli stati del blocco occidentale aderivano a numerose organizzazioni

con finalità essenzialmente economiche, che istituzionalizzavano la cooperazione riducendo

l’autonomia dei governi nazionali. Questo multilateralismo è stato visto come un processo di

limitazione del potere degli Stati nazionali, e molti sostenitori dell'idea d'Europa vedevano di

fatto il passaggio dalle nazioni agli "Stati Uniti d'Europa" come il fine ultimo dell'integrazione.

L'unificazione europea, però, era anche un obiettivo che gli Stati nazionali europei intendevano

perseguire sulla base di un proprio interesse. Il nuovo stato europeo si fondava su un ampio

consenso riguardo a due punti: 20

20


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Valja

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze dell'informazione editoriale, pubblica e sociale
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Chiantera Patricia.

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