Chabod e l'idea di Europa
Chabod è uno degli storici più importanti del Novecento e che ha più preso a cuore il tema, l'idea di Europa. Per Chabod l’Europa è un esempio positivo di civiltà, di governo moderato, di rispetto dell'individuo, di mancanza di fanatismo; si riferisce chiaramente all'ideale d'Europa, poiché consapevole di come questa, in realtà, sia ancora lontana dal suo immaginario. Al centro del suo interesse vi è in particolare lo sviluppo di una corrente di pensiero che, con il passare dei secoli, era giunta alla consapevolezza che l'Europa si trattasse di un sistema di modi di essere, costumi e principi politici caratteristici del Vecchio Mondo quali l'interdipendenza degli Stati nei rapporti internazionali, la condanna del dispotismo, la libertà politica e civile, la promozione dell'iniziativa privata, l'elevato sviluppo civile e tecnologico e la comunanza negli usi e nella cultura.
Già negli anni in cui Chabod si faceva portavoce di questa idea di civiltà europea, però, la prima e la seconda guerra mondiale avevano minato e scoraggiato la validità, la plausibilità di questo stesso ideale, anche considerando l’emergere in quegli anni di nuove potenze quali gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone. Oggi, la situazione è mutata in termini ancora più profondi per via delle difficoltà di creare un'identità europea forte e condivisa dagli stati membri e delle ambiguità ed esitazioni nel processo di unificazione, per cui ci si chiede se l'Europa abbia effettivamente la capacità di costituirsi come soggetto politico in grado di agire in maniera unitaria su scala internazionale e dotarsi di un sistema politico efficace e condiviso da tutti i membri.
La civiltà europea
Le origini
Nel saggio Medioevo: interpretazioni storiografiche a confronto, Chabod si concentra sulla confutazione della tesi rinascimentale settecentesca che vedeva il Medioevo come un’età buia e di decadenza. Chabod si oppone a questa tesi sottolineando come nel corso dell'Ottocento gli studiosi hanno cominciato a rendersi conto che esistevano degli stretti legami tra Medioevo ed età classica, inoltre perduravano elementi giuridici, economici e culturali che impedivano di fatto al Medioevo di presentarsi come una fase decadente delle arti e delle istituzioni.
Successivamente però Chabod insiste sulla discontinuità tra medioevo ed età moderna da una parte e, dall'altra, tre medioevo ed età antica, criticando in particolare la tesi di Alfons Dopsch e Henri Pirenne, ossia i due massimi rappresentanti di una storiografia che si caratterizzava per il fatto di evidenziare la continuità e la lunga durata delle strutture economiche e sociali nel corso dei secoli. Chabod si oppone alle loro argomentazioni in quanto, pur accogliendo favorevolmente la rivalutazione positiva del medioevo, non intendeva considerare assunti che potessero in qualche modo ridimensionare il fattore di novità rappresentato dall’età rinascimentale.
L’intento di Chabod è in sostanza quello di cogliere il carattere originario di ogni momento storico; in questo senso, egli intendeva evidenziare soprattutto la coscienza spirituale e morale di un'epoca, cioè l'autoconsapevolezza di sé stessa che ogni epoca, ogni civiltà raggiunge nelle sue espressioni artistiche e culturali.
Il carattere del Rinascimento
Nel saggio Il carattere del Rinascimento: arti e libertà nella civiltà italiana, Chabod sottolinea la discontinuità tra Rinascimento e medioevo e in particolare il carattere originale dell'età rinascimentale vista come superamento del medioevo e inizio di un nuovo rapporto tra cultura e benefici della vita civile e della libertà politica sulle arti. L’origine di questa svolta rinascimentale è fatta risalire da Chabod al carattere repubblicano-comunale della vita politica italiana. Sotto questa prospettiva egli arriva a contestare anche la tesi di Burckhardt non solo perché quest’ultimo opponeva in maniera troppo radicale l’epoca rinascimentale e medievale ma soprattutto perché lo storico di Basilea sbagliava, a suo giudizio, nell'individuare il contesto storico-politico che avrebbe prodotto la rinascita delle arti e delle lettere.
Burckhardt associa infatti questa rinascita all'emergere di nuove forme di governo basate sull’intervento e sul potere di una sola persona, chiamate a quel tempo “tirannide” e “signoria”. Dunque, mentre quest’ultimo lo stato politico moderno compare per la prima volta proprio in queste forme politiche, secondo Chabod invece il vero trapasso politico e culturale dal Medioevo all'età moderna avviene con la nascita dei comuni e delle repubbliche. In tal senso, egli guarda soprattutto alle repubbliche italiane, a Firenze e a Venezia.
La civiltà europea di fronte ai Nuovi Mondi
Nel saggio La civiltà europea di fronte ai Nuovi Mondi emerge l'importanza che le navigazioni e le scoperte geografiche hanno avuto per la formazione della civiltà moderna, permettendo al vecchio continente di confutare la presunta superiorità degli antichi e di inaugurare una rivoluzione delle idee, aprendosi al futuro. La svolta epocale sulla quale Chabod insiste è dunque rappresentata dal volgere della mentalità occidentale al senso del moderno, del progresso. Egli, in tal senso, fa leva sull'ammirazione dei viaggiatori europei nei confronti dello sviluppo tecnologico, urbanistico e civile delle culture con cui entravano in contatto: tutta questa letteratura immetteva infatti in Europa nuovi gusti, nuovi interessi.
Tramite il confronto con civiltà fino ad allora sconosciute, l'uomo del XVI secolo cominciava a modificare le proprie idee, il proprio modo di pensare, guardando se stesso con una consapevolezza via via maggiore e rendendosi conto della distanza che lo separava dal punto. Questo confronto tra Europei e Nuovo Mondo non viene però rappresentato da Chabod in modo unilaterale e ad esclusivo vantaggio della civiltà europea; al contrario, egli sottolinea più volte la posizione di Montaigne che rovesciava la rappresentazione della civiltà europea come più avanzata. Chabod inoltre stigmatizza l'atteggiamento di intolleranza e disprezzo che alcuni osservatori avevano nei confronti delle nuove popolazioni, così come le violenze commesse su questi popoli.
Il suo intento principale era però insistere sul ruolo fondamentale che la scoperta del Nuovo Mondo ebbe nell'apertura della mentalità europea che fu spinta ad abbandonare lo spirito classico, l'imitazione degli antichi. Esemplificativa in questo senso è la sua analisi dei giornali di viaggio di Cristoforo Colombo e le considerazioni di Botero sul Nuovo Mondo. Tramite il resoconto del primo viaggio di Colombo, Chabod sottolinea lo stupore e l'attrazione dell’esploratore italiano verso queste popolazioni che si contrapponeva al disprezzo che i conquistadores mostravano nei loro confronti.
Il grande affresco
Nel saggio Guizot storico e la sua concezione della civiltà europea, Chabod focalizza la sua attenzione sul pensiero di Guizot, occupandosi dei rapporti civili e politici tra gli Stati che formavano l'Europa. Egli, in particolare, sottolinea due aspetti della ricostruzione di Guizot a proposito della civiltà europea: prima di tutto, il recupero del passato e la sua integrazione al presente in una visione non di rottura ma di sviluppo. A differenza di Voltaire, Guizot era infatti riuscito a colmare la distanza tra medioevo e antichità classica.
L’evoluzione storica che si ebbe dal V al XII secolo rappresentava per Guizot il periodo delle origini, della formazione dell'Europa; questa evoluzione, inoltre, si sviluppò all'interno del vecchio continente e non al di fuori di esso: sotto questa prospettiva, Chabod era in linea con il pensiero di Guizot, secondo cui le origini del sistema politico europeo non andavano ricercate nel modello greco, bensì nella tradizione storica e civile dei popoli che avevano abitato il Vecchio continente.
Il secondo aspetto dell’analisi di Guizot che Chabod evidenzia è invece relativo all'approdo finale dell'Europa che lo storico francese descrive come un sistema composito ma unitario, non statico, bensì al contrario articolato, dinamico e coerente. In questo sistema descritto da Guizot, Chabod trova finalmente la teorizzazione di un accordo tra l'idea di nazione e l'idea di Europa, ossia tra il generale e il particolare, tra ciò che deve essere comune e ciò che deve restare specifico di ogni popolo.
Invece di pensare che un francese, un inglese, un italiano o un russo fossero tutti lo stesso uomo, per Guizot ciascuno di essi conservava la propria specificità, ma allo stesso tempo presentava un fondo comune di appartenenza civile con gli altri uomini. In questo saggio Chabod non insiste però sul ruolo di "magistero dell'Europa" che Guizot attribuiva alla Francia, in quanto sottolineare questo aspetto indicava mettere a rischio la plausibilità stessa di questo sistema elaborato da Guizot: era difficile infatti pensare alla guida di una sola nazione sulle altre senza alimentare contemporaneamente il rischio di uno sfogo degli orgogli nazionali e di dispute su quale Stato, di volta in volta, dovesse porsi a capo dell'Europa. Il ragionamento di Chabod è in tal senso volto a illustrare soprattutto in che modo e in quali circostanze questa visione dell'Europa come unità nella diversità si era trasformata in azione politica.
Pensare e agire le nazioni nell’Europa
Nazione ed Europa nel pensiero e nell’azione politica di Mazzini
Nel saggio Chabod chiarisce l’idea di nazione che per Mazzini non è già data, oggettiva, basata cioè su elementi etnici, geografici o linguistici; si tratta invece piuttosto di spirito, coscienza morale, o meglio di una tradizione storica riconosciuta. A partire da questa premessa, il secondo elemento centrale della riflessione politica mazziniana che Chabod evidenzia è la connessione tra Europa e nazione.
Insieme ai grandi uomini della prima metà dell'Ottocento, Mazzini sarebbe stato in grado di conciliare il genio, la specificità delle singole nazioni con la vita comune interna alla civiltà europea e persino con l'idea dell'umanità come sistema sovranazionale. Sotto questo punto di vista, Chabod riduce la differenza tra Mazzini e Guizot a un giudizio di natura politica: infatti, mentre per Guizot la ricchezza di civiltà interna all'Europa rendeva inutile la costituzione in Stati di tutte le nazionalità, per Mazzini, invece, era necessario che nascesse un'Italia unita, cioè che una nazione libera dal dominio straniero potesse crearsi anche per mezzo dell'iniziativa rivoluzionaria.
In un altro saggio pubblicato postumo, Stato nazionale e ordinamento europeo secondo Mazzini e i moderati italiani, Chabod approfondisce questo punto. Da un lato, ribadisce che l'azione rivoluzionaria non è impresa da Mazzini come uno strumento per isolare l’Italia unita dal resto d'Europa, dall'altro lato egli evidenziava la possibilità di percorrere altre strade per giungere a una conciliazione tra l'Italia e l'Europa. Queste strade esulavano dal concetto di "guerra giusta necessaria", mentre insistevano sulle trattative, sulle riforme e sul progresso.
Questa stessa idea viene ripresa da Chabod anche alla fine del saggio, in relazione al problema del rapporto di Mazzini con il nazionalismo, cioè se egli avesse o meno favorito l’emergere del nazionalismo, con il suo insistere sulla nazione e su Roma. Chabod nega però questa ipotesi in quanto per Mazzini la nazione non è mai fine a se stessa, non era intesa come un nemico dell'umanità, ma come un fattore di sviluppo dell'umanità stessa: le singole nazioni, infatti, rivendicavano la propria libertà e indipendenza non contro le altre, ma come le altre e a vantaggio di tutta l'umanità.
Il liberalismo politico di Cavour negli anni '40
L'ultimo saggio, Il liberalismo politico di Cavour negli anni '40, è incentrato sull'azione e sul pensiero politico di Cavour che sono radicalmente diversi da quelli di Mazzini, del tutto privi di visioni fulminee o di slanci profetici. Il Cavour degli anni giovanili, però, è una persona altrettanto vivace, ribelle e passionale. Egli infatti è in contrasto con l'aristocrazia conservatrice torinese e con Carlo Alberto. Allo stesso tempo, Cavour è anche una persona coerente con se stessa e con i propri ideali politici: crede fermamente nella necessità di rinnovamento in Italia, ma non volendo aderire alle iniziative più estreme e radicali, sceglie di ritirarsi a vita privata, dedicandosi all’attività agricola.
In Cavour, Chabod trova una via alternativa e più concreta alla costruzione dell’Italia rispetto a quella di Mazzini: mentre per Mazzini la strada per costruire l'Italia è quella delle riforme più radicali, anche contro la politica e a costo della rivoluzione, per Cavour, invece, la strada è quella delle riforme attraverso la politica. Sotto questo aspetto, Chabod colloca il futuro primo ministro dell'Italia unita nell'ambito delle riforme in un liberale europeo, descrivendolo come un uomo in tutto e per tutto moderno e con una visione molto più reale e pragmatica rispetto a quella di Mazzini.
Le radici culturali dell’Europa moderna
L'originalità del Medioevo: interpretazioni storiografiche a confronto
La riabilitazione del Medioevo Nel saggio Medioevo: interpretazioni storiografiche a confronto, Chabod ci dà diversi esempi dell'uso strumentale della storia e parte da uno dei problemi principali della storiografia a partire dal Settecento: quello della continuità tra i popoli romani e quelli barbari. Egli, in particolare, si concentra sulla confutazione della tesi rinascimentale settecentesca che vedeva il Medioevo come un’età buia e di decadenza. Chabod si oppone a questa tesi sottolineando come nel corso dell'Ottocento gli studiosi hanno cominciato a rendersi conto che esistevano degli stretti legami tra Medioevo ed età classica, inoltre perduravano elementi giuridici, economici e culturali che impedivano di fatto al Medioevo di presentarsi come una fase decadente delle arti e delle istituzioni.
A questo proposito egli parte col delineare la tesi della discontinuità, facendo notare come Henri de Boulainvilliers affermi che i popoli liberi che non conoscono il dispotismo e la tirannia si oppongano all'impero romano per legittimare la monarchia in quel periodo storico. Nel farlo Boulainvilliers dà una delle prime nozioni di "stirpe", intesa come popolo etnico, e di come essa si sia ribellata al dispotismo.
In particolare, nel 1727 vengono pubblicate postume due sue opere: la Storia dell'antico governo della Francia e le Lettere sugli antichi Parlamenti di Francia denominati Stati generali. Boulainvilliers era ostile all'assolutismo monarchico di Luigi XIV ed era convinto che per ridare vigore alla Francia occorresse restaurare le leggi e gli ordinamenti propri della nazione che erano stati violati dalla monarchia.
Egli formula pertanto una sua personale dottrina, affermando che la conquista ad opera dei franchi nel V secolo aveva fatto tabula rasa nella Gallia romana, che le popolazioni gallo-romane erano state ridotte in schiavitù e che i loro diritti erano stati ceduti ai conquistatori, cioè ai progenitori della nobiltà francese, liberi persino dai loro capi, che venivano eletti indipendentemente dal principio ereditario e fortemente limitati, nella loro azione, dalle leggi fondamentali della nazione francese.
A questa tesi si oppone quella di Du Bos, il quale formula quindi un quadro completamente diverso: a differenza di Boulainvilliers, infatti, egli sostiene l'assolutismo monarchico e afferma che i franchi si erano insediati in Gallia con l'accordo dei romani; essi, inoltre, avevano mantenuto le istituzioni politiche sociali dei romani, mentre i diritti sulla Gallia erano stati ceduti, con atto solenne, dal re di Roma Giustiniano ai franchi, i quali erano da considerarsi pertanto i soli legittimi eredi dell'impero romano.
Nel momento in cui Boulainvilliers e Du Bos discutono tra loro, emerge un importante problema storiografico che si ricollega ad un problema politico attuale. Storia e politica diventano dunque facce di uno stesso problema. Il sistema di Du Bos, in particolare, è un sistema nuovo, in quanto non ha precedenti a parte l'idea, dominante nel medioevo, della translatio imperii, ossia la continuità di potere tra l'impero Romano e l’impero medievale; quello di Bouilainvilliers, invece, non è nuovo, in quanto riassume tutta una polemica di vecchia data.
Dal momento che il suo punto fondamentale era la libertà dei germani, la loro organizzazione politica fondata sul consenso del popolo all'elezione del re e sui limiti imposti a quest'ultimo, questo sistema non fa altro che riprendere e approfondire il motivo dominante della pubblicistica tedesca e in parte francese durante l'età della riforma e della controriforma. In quel periodo, infatti, da un lato Lutero e i suoi sostenitori conducevano un’aperta campagna contro la Roma cattolica, dall’altro lato i principi...
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