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LOTTA DI RICONOSCIMENTO NELLO STATO DEMOCRATICO DI DIRITTO (Jurgen

Habermas)

Habermas rielabora il dibattito fra i liberali e i comunitaristi (appartenenti rispettivamente a ciò

che egli chiama primo e secondo modello di liberalismo) inserendosi al suo interno come

mediatore, riesaminando i due punti di vista.

“politica

1. La del riconoscimento” di Taylor

Habermas attacca Taylor, dichiarando che lui dà per scontato che la protezione delle identità

collettive entri in conflitto con il diritto alle pari libertà individuali, al punto tale da pretendere, in

“sui

riferimento all’esempio del Québec, di formare così una società generis”; cioè una società

che vuole tutelare localmente l’integrità delle sue forme di vita attraverso politiche restrittive.

Secondo Habermas questo rischia però di far perdere di vista quelle che sono le libertà

fondamentali. Dobbiamo dunque differenziare da un lato le libertà fondamentali, cioè quelle che

non dovrebbero mai essere violate, e dall’altro i privilegi che sono importanti ma possono essere

annullati per ragioni di interesse pubblico. Secondo Taylor il primo modello di liberalismo è quella

teoria secondo cui a tutti vengono garantiti, sotto forma di diritti fondamentali, eguali libertà

soggettive, e in caso di contesa i tribunali decidono quali diritti spettano e a chi. In questo modo,

secondo Taylor, il principio di eguale rispetto si esprimerebbe solo in quello della autonomia

giuridica, da Taylor questa viene considerata una lettura del sistema dei diritti che rimane

“paternalistica” che fa sminuire il concetto di autonomia. Per Habermas è invece chiaro che il

sistema dei diritti «non può essere cieco né verso le condizioni sociali diseguali né verso le

“nell’eccesso

differenze culturali». Habermas però sta attento a non cadere moralistico” della

proposta dei comunitaristi. Infatti la negatività che affligge la letteratura dei diritti, nel primo

modello di liberalismo scompare appena si capisce che le persone acquistano identità solo

tramite la socializzazione; una teoria dei diritti intesa in modo giusto richiederà dunque una

politica di riconoscimento che tuteli l’integrità dell’individuo, senza elaborare contromodelli che

partano da una diversa prospettiva normativa, come invece ha fatto Taylor. Secondo Habermas

il processo democratico deve quindi assicurare nello stesso tempo l’autonomia privata e

l’autonomia pubblica. Per Habermas una letteratura liberale che ignori questo nesso finirebbe

per fraintendere l’universalismo dei diritti nei termini di un astratto livello delle differenze,

differenze che invece devono essere valorizzate. Secondo Habermas inoltre non occorre

mettere in campo i due tipi di liberalismo evocati da Taylor se si considera seriamente il legame

interno tra stato di diritto e democrazia, ed è proprio in questo spazio di discussione pubblica

democratica che le richieste di riconoscimento avanzate come rimedio alla discriminazione

possono essere accolte sullo sfondo di una cultura civica e costituzionale da condividere.

Habermas è convinto che se ci poniamo in una visione di teoria di diritto, la questione sollevata

“neutralità

dal multiculturalismo è quella relativa alla etica” di diritto e politica. Quindi prendendo

spunto dal dibattito costituzionale canadese, Habermas prende in esame il bisogno liberale di

una neutralità etica del diritto, intesa nel senso che le questioni politiche di tipo etico, non

essendo suscettibili di regolazione giuridica imparziale, devono essere preliminarmente sottratte

al dibattito. In questo modo lo Stato, inteso nella prospettiva del primo modello di liberalismo,

non deve poter perseguire nessun fine collettivo che vada al di là della garanzia di libertà privata

di sicurezza individuale; in base al secondo modello di liberalismo invece lo stato deve

impegnarsi non solo a garantire i diritti fondamentali ma anche a far sopravvivere una

determinata nazione specifica con culture e religioni diverse. Il fatto che la teoria dei diritti affermi

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un’assoluta superiorità dei diritti individuali rispetto a quelli collettivi è assolutamente vero, ciò

però non basta per Habermas a provare che la teoria comunitarista di Taylor (cioè la questione

secondo cui il sistema dei diritti dovrebbe essere cieco di fronte alle tutele di forme di vita culturali

e di identità collettive) dica la verità. Bisogna invece considerare che lo sviluppo democratico

del sistema dei diritti introduce il perseguimento non solo di obiettivi generali politici, ma anche

di quei fini che si muovono nelle lotte di riconoscimento. Ogni ordinamento giuridico è infatti

anche manifestazione di una forma di vita particolare, e non riproduce solo il contenuto

universale dei diritti fondamentali. Le questioni etico politiche sono inoltre necessarie alla politica

e le loro normative manifestano l’identità collettiva della nazione. In questo contesto è

interessante notare come questi provvedimenti eticopolitici dipendano da una particolare

composizione sociale della nazione. I confini sociali derivano da circostanze storiche estranee

al sistema dei diritti che determinano a loro volta l’insieme demografico delle persone che

condividono un certo territorio; consapevoli di questo fatto le minoranze nazionali pretendono

“distinctive

uno Stato proprio oppure chiedono di essere riconosciute come society” (come nel

progetto costituzionale del lago Meech).

Non appena quindi una determinata comunità ha la consapevolezza della propria identità, il

raggiungimento della sovranità statale la fa elevare a un livello superiore di riconoscimento, cioè

a un livello che prima gli era ostacolato perché vista solo come una comunità prepolitica di tipo

linguistico o etnico. Il bisogno di riconoscimento come nazione statalmente autonoma si fortifica

poi nei periodi di crisi quando la popolazione tende ad attaccarsi alle caratteristiche di una

identità collettiva fatta rinascere piano piano; in questo caso però l’indipendenza nazionale può

essere raggiunta solo al prezzo di guerre civili. Diversa è invece la situazione del Canada dove

viene perseguita una soluzione federalista che senza compromettere l’identità dello Stato, dà

garanzia all’autonomia culturale di una sua porzione, tramite la decentralizzazione delle

competenze amministrative. In questo modo, vengono sì modificati gli insiemi demografici dei

cittadini partecipanti alle decisioni politiche ma non i principi democratici.

Immigrazione, cittadinanza e identità nazionale

Estremamente interessante poi è nel testo la distinzione che Habermas fa dei diversi gradi di

“assimilazione” possibili tra stranieri e società che li accolgono. Si tratta di spiegare un

universalismo estremamente sensibile alle differenze; in tal senso, la questione che dobbiamo

porci è soprattutto quella del problema degli immigrati che logicamente modificano la

composizione sociale della popolazione anche sotto l’aspetto etico culturale. A questo è lecito

chiedersi fino a che punto uno stato democratico può pretendere, al fine di salvaguardare

l’integrità culturale dei suoi cittadini, che l’immigrato si assimili. A questo punto, Habermas

“assimilazione”,

chiarisce il concetto di visto come:

1. Approvazione dei principi costituzionali, che significa un’assimilazione alle

modalità con cui una società accogliente istituzionalizza l’autonomia civica e

pratica;

2. Disponibilità all’acculturazione, cioè cercare di adottare pratiche e abitudini della

cultura straniera all’interno della cultura dominante.

Lo stato democratico di diritto può legittimamente pretendere dagli immigrati solo la prima

socializzazione politica, poiché in tal modo lo stato democratico può salvaguardare l’identità

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della comunità dominante. Secondo questo progetto assimilativo, quindi solo l’altro, lo straniero,

deve cambiare e lasciarsi assorbire o meglio include nella cultura ospitante adattandosi a essa.

“inclusione”

Habermas infatti preferisce il termine che non è assimilazione.

Politica di asilo nella Germania unificata

Habermas elabora una dura presa di posizione contro la politica della Germania in relazione al

diritto d’asilo. Egli infatti non considera giustificabile normativamente il compromesso sull'asilo

politico negoziato in Germania tra governo e opposizione, entrato in vigore nella primavera del

1993, sottolineando tre difetti principali di questo negoziato:

1. Come prima istanza, le nuove disposizioni si limitano, a suo giudizio, a regolare l'asilo

politico, cioè a stabilire misure che impediscano il suo abuso. In questo modo però viene

ignorato il bisogno che la Germania ha di mettere a disposizione degli immigrati anche

altre opzioni giuridiche. Ad esempio chi separa le questioni dell'asilo politico dalle

questioni dell'immigrazione per povertà, si sottrae implicitamente all'obbligo morale

dell'Europa verso i profughi che provengono dalle regioni povere del mondo. In

compenso, si dichiara disposto a tollerare tacitamente una immigrazione illegale e

incontrollata che in qualsiasi momento può essere denunciata come "abuso" del diritto

d'asilo.

2. La modifica alla costituzione tedesca negoziata dai partiti il 15 gennaio 1993 finisce

invece con lo svuotare il contenuto essenziale del diritto individuale di asilo politico.

Infatti, i profughi giunti in uno stato politicamente sicuro possono essere immediatamente

espulsi senza possibilità di appello. In questo modo però si finisce con lo scaricare il

problema dell'immigrazione nei paesi dell'Europa orientale, come la Polonia, la

Repubblica ceca, la Slovacchia, l'Ungheria o la Austria che non hanno ancora i mezzi

per affrontare questo problema.

3. Il terzo difetto di questo compromesso sull'asilo consiste poi nel fatto che esso, invece di

facilitare l'integrazione agli stranieri che sono da tempo residenti in Germania, rifiuta ogni

modifica alla legge sulla naturalizzazione. Ai lavoratori ospiti viene infatti negata la doppia

cittadinanza e neppure ai loro figli nati su suolo tedesco viene concesso

automaticamente questo diritto. Anche gli stranieri disposti a rinunciare alla loro

cittadinanza originaria devono aspettare almeno 15 anni prima di poter essere

naturalizzati. Al contrario, i cosiddetti tedeschi di etnia (soprattutto polacchi e russi in

grado di certificare antenati tedeschi) godono del diritto di naturalizzazione garantito dalla

costituzione tedesca.

4. La politica tedesca di asilo si basa inoltre sulla premessa che la Germania federale non

sia un paese di immigrazione. In realtà, nel corso dell'ultimo secolo la Germania è stata

anch'essa caratterizzata da grandi movimenti di immigrazione. Fino alla prima guerra

mondiale sono infatti entrati nel paese più di 1 milione di immigranti in cerca di lavoro; a

partire dal 1955 fino al 1973, la Germania cominciò a poi reclutare da paesi del sud e del

sud est europeo forza lavoro maschile poco costosa e senza familiari al seguito. E oggi,

proprio le famiglie e i discendenti di questi Gasterbeiter (lavoratori ospiti) che non hanno

più voluto far ritorno nei loro paesi di origine si trovano costretti a vivere in una situazione

paradossale: sono infatti immigrati a cui non è concesso il diritto di cittadinanza, sono

cioè tedeschi con passaporto straniero. Alla luce di questo, Habermas rivolge un appello

ai suoi connazionali, cioè quello di sforzarsi di modificare la propria auto comprensione

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Valja

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze dell'informazione editoriale, pubblica e sociale
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Chiantera Patricia.

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