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Riassunto esame Teorie Politiche, prof. Chiantera, libro consigliato Spazi Politici, Galli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Teorie Politiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Spazi Politici, Galli (cap. 4, 7)consigliato dalla docente Patricia Chiantera all'università degli studi di Bari.

Esame di Teorie politiche docente Prof. P. Chiantera

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CAP- 7 - LA GLOBALIZZAZIONE

La globalizzazione per Galli rappresenta l'esasperazione di alcuni di questi universali, primo fra

tutti quello economico. Per Galli infatti la globalizzazione riguarda principalmente l'economia e

l'informazione (in particolare la deregulation, la messa in crisi del capitalismo e lo sviluppo della

società dell'informazione). La globalizzazione fa sì che lo Stato diventi uno spazio liscio. Uno

spazio universale, liscio, è tale se vede tutti i soggetti presenti al suo interno come uguali. Questo

stato della globalizzazione non è però così uniforme, ma notevolmente contraddittorio perché

vengono creati fattori di disuguaglianza. Vi è a questo punto una fine del controllo politico sul

lavoro e sulla economia e la fine del Welfare state. La situazione attuale è quella di Stati in balia di

processi economici che sono incontrollabili. E anche la politica, per Galli, è diventata una politica

senza centro, senza coordinamenti a livello delle interazioni internazionali. Mentre la critica di

stampo marxista tende a interpretare la globalizzazione in maniera mono casuale, cioè come una

particolare fase dello sviluppo del sistema del capitale, altri autori, prevalentemente sociologi,

colgono gli elementi di discontinuità o di differenziazione e interpretano la globalizzazione come un

insieme di processi che derivano sì dalla modernizzazione ma che determinano dinamiche anche

al di fuori di se stessi. Galli analizza la globalizzazione in primo luogo focalizzandosi sui fattori di

contraddizione interna piuttosto che sugli elementi di integrazione e di inclusione; in secondo

luogo, poi, individua una nuova epocalità, dal punto di vista della spazialità politica; mentre in terza

battuta Galli ritiene che il venir meno dei vettori temporali e delle architetture spaziali della politica

moderna sia veicolato dall’impulso alla neutralizzazione tecnica del «politico» che governa tutta

l’epoca moderna, ma che tale compimento sia anche un rovesciamento e un superamento della

modernità.

1. Fenomenologia: gli sconfinamenti

Galli sottolinea anche come sia difficile tracciare una fenomenologia della globalizzazione dal

momento che quest'ultima determina sconfinamenti, posti appunto in essere dalla globalizzazione

rispetto alle tradizionali geometrie politiche, che si realizzano nell’ambito economico, politico e in

quello delle relazioni internazionali.

1.1 Economia

Uno dei principali indicatori della globalizzazione, oltre alla deregolamentazione dei mercati

internazionali del capitale, è anche quella nuova forma di capitalismo caratterizzata dal passaggio

dal fordismo al “toyotismo”, un termine che descrive tutta una serie di fenomeni relativi inizialmente

all'organizzazione tecnica interna della fabbrica: mentre la produzione in età fordista era

tendenzialmente illimitata ma interna alle grandi fabbriche nazionali, ora, invece, in seguito alla

presenza di nuovi vincoli del mercato (quali la saturazione, la concorrenza e i limiti ecologici), la

produzione viene resa flessibile sia come assunzione, formazione e mansionario dell'operaio, sia

come modo di produrre; in una seconda fase, poi, la produzione viene decentrata soprattutto verso

alcune aree del terzo mondo e infine finisce per certi versi per de territorializzarsi e

smaterializzarsi, finché il momento della produzione passa in secondo piano rispetto al consumo.

La nascita dell'impresa transnazionale determina così la fine del fordismo, della sua proiezione

multinazionale, della centralità sociale e politica delle organizzazioni operaie e dello Stato sociale.

L’economia travalica dunque lo spazio dei confini e delle forme vitali, e sostituisce il ruolo della

politica nel dare senso allo spazio, determinando quella che viene appunto definita geo-economia,

dove lo Stato costituisce soltanto una variabile del processo economico. il potere economico,

sottraendosi a quello politico, si organizza poi in maniera cybernetica, con una spazialità a rete, i

cui “nodi” costituiscono in realtà nuovi spazi: "economie regionali" e "città globali", cioè spazi

immediatamente esposti ai flussi e alle dinamiche dell'economia globale. Questa rete, però,

coesiste anche con profonde differenze in termini di ricchezza, immigrazione di manodopera e

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concentrazione di cervelli e tecnologie innovative, determinate non più della politica, ma appunto

dall’economia.

1.2 Politica

L’età della globalizzazione determina poi anche il superamento delle linee di conflitto di classe non

soltanto interne ma anche internazionali, fra nord e sud del mondo, fra primo e terzo mondo: una

volta scomparso il secondo mondo, il terzo entra infatti nel primo, e viceversa, determinando uno

scambio ancora una volta diseguale di investimenti di capitale e di "migrazioni di popoli". Lo spazio

politico dello Stato non è però soltanto sfidato e perforato da questi flussi materiali di persone e dai

flussi economici di merci e capitali; lo Stato, infatti, deve fare i conti anche con lo spazio virtuale del

Web. In ogni caso, attraverso questi scambi, questa compenetrazione di spazi, si realizza

concretamente, per la prima volta, l'unificazione del mondo, un mondo senza centro ma con molte

periferie, unificato ma non unitario. Questo determina profonde conseguenze sul piano politico. La

moderna centralità dello spazio dello Stato è infatti gravemente scossa, oltre che dal fenomeno

migratorio, dalla "dispersione" dell'economico; si ha quindi un restringimento dello spazio dello

Stato sociale, l'allentarsi della presa redistributiva dello Stato sulla società, e il conseguente

liberarsi della "mobilità" relativa al soggetto individuale e al suo produrre sociale. Ogni spazio

politico inizialmente chiuso e omogeneo diventa dunque ora potenzialmente un miscuglio etnico,

che dovrà far fronte al multiculturalismo e alle lotte per il riconoscimento che si manifestano

all'interno di Stati che non sono più spazi politici monoculturali. Tuttavia, le aperture dello spazio

politico moderno rese possibili dai flussi economici e di persone determinano anche fenomeni di

agorafobia, insorgenze locali e nuovi comunitarismi, si assiste cioè a una reazione da parte di

coloro che rifiutano la convivenza multietnica e perciò danno vita a nuove forme di esclusione

verso i nuovi venuti. Tramite questa costruzione di etnie e di culture, si realizza poi la disgiunzione

del nesso moderno tra Stato e nazione. Anche questa pluralità di culture però è problematica:

infatti, la tesi del multiculturalismo secondo cui il conflitto di culture rappresenta la nuova cifra del

presente, e che la vera questione politica di oggi consista nel permettere l'esistenza di una pluralità

di identità determinate culturalmente e qualificate all'interno di uno spazio politico libero da effetti di

monopolizzazione e di esclusione, non tiene conto né del fatto che queste "culture" sono a loro

volta tutt'altro che naturali, ma al contrario modificate dalle contraddizioni sociali che le

attraversano, né dell'evenienza che l'identità del singolo possa determinarsi contro di esse e non

grazie ad esse; e ciò renderebbe dunque ancora indispensabile che il singolo individuo faccia

ricorso a un insieme di norme derivate per forza di cose dallo Stato. Un altro indicatore della

globalizzazione è quindi la perdita di confini dell'agire quotidiano.

1.3 Relazioni internazionali

Per quanto riguarda invece le relazioni internazionali, la globalizzazione consiste nel fatto che la

politica più che internazionale diventa ora globale; è cioè uno spazio turbolento dove le linee di

conflitto si moltiplicano e dove si manifestano fenomeni contraddittori: da una parte, il policentrismo

dovuto alla permanenza di alcuni residui della forma-Stato o, secondo altri, alla crescita di

organizzazioni internazionali (quali l'Onu e i tribunali mondiali) e transnazionali (quali la Banca

mondiale, il Fmi e il Wto), oppure al nascere di una pluralità di "regimi regionali" (tra cui l'Europa) in

grado di configurare la distribuzione del potere globale; dall'altra parte, però, l'assenza di centro

dovuta al delinearsi su scala globale di un'unica superpotenza, non riesce a mettere in ordine il

mondo.

2. La contraddizione non resa sistema

La globalizzazione è quindi reale ma contraddittoria e non può essere letta come un processo

unidirezionale. La cosiddetta "età dell'individualismo” vede piuttosto il trionfo di una economia in

cui è difficile riconoscere il moderno universalismo dell'utile; vede inoltre il soggetto libero

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affermare la propria identità a prescindere dallo Stato, dalla nazione e dalla società, ma al

contempo lo vede anche essere distaccato non solo da ciò che produce ma anche dalla propria

cultura; lo vede così libero ma disorientato, attraversare tutti i confini ma allo stesso tempo lo vede

escluso dalla società multietnica. Allo stesso modo, i diversi scenari globali che si manifestano

sono una molteplicità di spazi privi però di una logica, di un orientamento. Volendo interpretare

questo processo nella maniera più ottimistica, la modernità viene vista come riflessiva, cioè in

grado di far interagire ininterrottamente il livello dell'azione con il livello della cultura è ciò può

offrire all'agire politico nuove opportunità, privandolo però di ogni certezza. La questione, in

sostanza, è che quello che nello spazio politico dello Stato sociale, nello spazio della democrazia,

costituiva il pluralismo degli interessi e delle ideologie, oggi, nello spazio globalizzato, è diventato

un processo altamente complesso. Questo insieme di universalizzazione e particolarizzazione, di

omogeneizzazione e differenziazione, di integrazione e di frammentazione, di aperture e di

chiusure, è dunque una contraddizione che non è però sistema; e non è neppure una

contraddizione semplice, immediata: infatti, il fatto che le geometrie politiche moderne siano ormai

obsolete, e le categorie spaziali del moderno non bastino più a descrivere la complessità della

globalizzazione contemporanea non significa che la spazialità artificiale della modernità sia stata

sostituita da un ritorno allo "stato di natura"; infatti, l'artificio è stato soppiantato dal virtuale, che

potrà essere lo spazio di nuove forme di libertà extraterritoriale, ma che per ora è soltanto l'ultimo

volto della tecnica; quest'ultima, a sua volta, sembra poi oggi volta in primo luogo ad escludere e a

far dimenticare agli utenti che possa esistere un mondo materiale, formato da mediazioni ancora

sotto il controllo di qualche soggettività.

3. La mobilitazione globale e il “glocalismo”

Lo spazio tipico della globalizzazione si configura come uno spazio amorfo e immediato nel senso

che la mediazione politica non ha più un ruolo rilevante nel determinare le forme della spazialità.

La spazialità universale e amorfa della globalizzazione non è però un'immediatezza semplice,

naturale, ma piuttosto l'immediatezza universale delle mediazioni, ovvero la mediazione universale

dequalificata, casuale: lo spazio globale è infatti universale ma non unitario. Lo spazio della

globalizzazione è poi caratterizzato in positivo dalla mobilità, da un moto perpetuo che crea una

polarizzazione tra "ricchi globalizzati", "turisti", per i quali lo spazio tende a scomparire, e "poveri

localizzati", intrappolati all'interno di spazi dequalificati e costretti a muoversi, o meglio a essere

vagabondi; si determina così una polarità tra l'individuo cosmopolita, colui che si sente ovunque a

casa propria, e chi invece si sente indesiderato e respinto ovunque. Nonostante la profonda

differenza che vi è tra queste figure, si manifesta però in esse un unico destino, una comune

mancanza di direzionalità, di orientamento: infatti, mentre il capitalismo di fine secolo stimola nei

ricchi desideri e aspirazioni e innesca nei poveri nuove migrazioni, tutti in realtà si muovono senza

una meta precisa, nell'incertezza e nell’ansia che caratterizzano il mondo globale. La mobilitazione

globale cancella in realtà ogni determinazione spaziale moderna in quanto conosce soltanto

energie di movimento. Questa sua caratteristica, tuttavia, non la rende affine alla mobilitazione

totalitaria. Il totalitarismo, infatti, rappresenta la degenerazione di spazi politici moderni e delle loro

dinamiche interne, sulla base di un'energia distruttiva prevalentemente politica, mentre la

globalizzazione conosce una mobilitazione in primo luogo economica; inoltre, il primo rappresenta

una fine, un'implosione, mentre la seconda, al contrario, è un inizio, un'esplosione. L'assenza di

spazialità politica moderna è inoltre testimoniata dal fatto che la mobilitazione globale non conosce

altra spazialità se non quella che si definisce attraverso il rapporto tra locale e globale. Un rapporto

che in realtà è indeterminato al punto da non significare nulla a parte l'estrema dequalificazione

dello spazio, che non ha più centro né periferia; inoltre, non si tratta di una vera opposizione, dal

momento che nessun luogo ha più la forza di opporsi alle logiche globali. Questo rapporto

significa, comunque, che ogni punto può essere esposto immediatamente alla totalità delle

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mediazioni immediate: non a caso, si parla a questo proposito di glocalizzazione. Questa

caratteristica dello spazio globale non significa però che tutti i punti sono uguali, ma che si è avuta

la perdita di ogni riferimento organizzativo dello spazio, che il mondo è in frammenti. La

mobilitazione globale significa insomma che ovunque può succedere di tutto, anche se in certi

luoghi un po' meno: l'Occidente, ad esempio, è oggi considerato più che l'ovest geografico e

storico, quella fascia settentrionale del mondo europeo e americano che, pur penetrata da quello

che una volta era il terzo mondo, ha minori probabilità di ospitare al suo interno guerre o dittature.

4. Risposte a sfida

Definiti i caratteri generali della globalizzazione, Galli prende poi in esame le principali risposte alla

sfida interpretativa che essa pone.

4.1 La democrazia fra globalità e rispazializzazione

In primo luogo vi sono coloro i quali interpretano il fenomeno come l’affermazione di “uno spazio

liscio”, cioè come il trionfo del liberalismo, sorretto da un’ideologia definita pensiero unico. Nella

dialettica fra particolare e universale, la globalizzazione coinciderebbe dunque per questi analisti

con la supremazia del primo sul secondo. Vi sono, poi, coloro i quali intendono il fenomeno in

modo più positivo, ovvero come l’opportunità di incrementare gli universalismi nati negli spazi

politici moderni e da sempre prigionieri delle geometrie politiche della modernità: ovvero gli

universalismi razionali, progressivi e dei diritti umani. Questa giuridificazione totale però da un lato

si pretende svincolata dallo Stato e, dall’altro, ne assume, come se fosse scontato, uno dei

principali effetti: l’esistenza cioè di una società su scala mondiale, alla quale applicare grazie

all’opera dei tribunali uno jus cogens, un diritto cogente, cioè le norme consuetudinarie che, nel

diritto internazionale, sono poste a tutela di valori considerati fondamentali e inderogabili.

Insomma: l’idea, dipendente per intero dalla concettualità moderna, è che la Weltpolitik possa

essere trasformata in Weltinnenpolitik, in politica interna mondiale. In questo modo, però, lo spazio

della globalizzazione risulterebbe un interno privo di esterno, un universale privo di particolare,

quindi in definitiva una cattiva universalità.

4.2 Libertà

Oltre a questi tentativi di “limitare i danni”, vi sono posizioni che si orientano ad accettare in tutta la

sua radicalità la sfida posta dalla globalizzazione, ovvero a pensare e fare politica prescindendo da

ogni chiusura dello spazio, sia esso globale, statale o tematico. In questa direzione si ipotizzano

soggettività nomadi che portano in sé un’identità che non coincide con la stabilità, con

l’identificazione nello Stato. Queste soggettività hanno il proprio modello nei migranti, ma, a

differenza di molti di questi, non chiederebbero integrazione e inclusione, quanto piuttosto mobilità,

possibilità di non adesione, di secessione, di lotta.

Ancor più radicale sembra essere la posizione di Nancy, il quale pensa a una politica il cui spazio

sia formato da soggetti che mettono in comune non ciò che hanno di universale (la ragione, nel

caso di politiche universalistiche, o anche la cittadinanza, nel caso di politiche statalistiche), ma la

propria irriducibile singolarità. In quest’ottica, la frontiera cessa di essere la rigida fissazione della

figura politica nello spazio, contorno di un’identità già data, e viene a indicare ciò che rende

possibile la contiguità e la prossimità; non è ciò che separa, ma ciò che unisce pur senza in realtà

unificare. Nancy cerca così di immaginare una dimensione politica diversa e ulteriore rispetto a

quella tipica della modernità: lo spazio politico della globalizzazione diventa così per lui una

comunità che realizza l’appropriazione della propria negatività, che non mette nulla di positivo in

comune, che non è comunità dell’Uno; ma è uno spazio politico non teatrale, non rappresentato,

costituito dal puro esserci contingente degli enti, dalla semplice umanità degli uomini, dal loro

realizzare immediatamente la rete dei loro rapporti, cioè del loro reciproco rapportarsi che li rende

appunto liberi. 8


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Valja

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze dell'informazione editoriale, pubblica e sociale
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Chiantera Patricia.

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