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Le teorie economiche dello sviluppo

La nascita della teoria economica dello sviluppo risale all’inizio degli anni cinquanta, periodo in cui si assisteva a una divergenza tra livelli di reddito dei PS da un lato e dei PVS dall’altro. I primi economisti dello sviluppo sentirono l’influsso del pensiero keynesiano, come la teoria di Harrod Domar, il cui successo riguarda l’illusione che la ricostruzione postbellica e lo sviluppo che stavano vivendo i PS potesse avere successo anche per i PVS.

Modello di Harrod

Questo modello si prefigge un’analisi di lungo periodo, dove l’accumulazione di capitale conduce a una variazione della capacità produttiva, con un risparmio che eguaglia l’investimento, riportando il sistema proposto a un concetto di piena occupazione.

Esso si presenta come un modello ad un solo settore, un modello aggregato, all’interno del quale il bene prodotto può essere indifferentemente utilizzato sia per il consumo che per l’investimento.

Si definiscano:

  • Propensione al risparmio della collettività
  • Ammontare di risparmio
  • Reddito
  • Risparmio aggregato nel periodo t

L’equazione del risparmio aggregato nel periodo t sarà:

= ( Y - ) = s

Affinché l’equilibrio sia garantito nel lungo periodo, è necessario che le decisioni di risparmio coincidano con quelle di investimento: =

Le decisioni di investimento dipendono dalle variazioni future attese del livello di reddito. In base al principio dell’acceleratore è possibile scrivere:

=v(Y - ) dove v= rapporto capitale/prodotto

Affinché vi sia equilibrio è necessaria la relazione: Y =

Ovvero che le aspettative degli imprenditori per il periodo t+1 siano soddisfatte.

Quindi = ( Y - ) diventerà = ( – )

Chiamando con ΔY la variazione di reddito che intercorre tra periodo futuro e periodo presente, e utilizzando la prima e seconda relazione, otterremo: =

Dividendo i membri per vY otteniamo l’equazione di Harrod:

Dove è il saggio di crescita garantito.

Questa equazione esprime il fatto che mantenendo una data utilizzazione della capacità produttiva, il sistema economico cresce a un tasso pari al rapporto tra la propensione media al risparmio e il rapporto capitale/prodotto. Questo è un modello di crescita con equilibrio nella piena utilizzazione delle risorse.

Limiti

  • Modello di tipo normativo che descrive come il sistema economico si evolva nel tempo in equilibrio
  • Incapacità di riequilibrio del sistema. Al di fuori del sentiero di equilibrio:
  • L’economia si muoverà in un sentiero a priori sconosciuto con andamento esplosivo.
  • Paul Baran sostenne che era necessario analizzare se il tipo di investimento era in grado di favorire la crescita, cioè se il capitale veniva utilizzato per investimenti produttivi ai fini della crescita.
  • P. C. Mahalanobis sostiene inoltre che nello studio dei problemi dei PVS, l’economia non può essere vista come un tutto. Il capitale infatti sono è un fluido che può essere mosso nei vari settori all’istante.

L'economia dello sviluppo e i settori produttivi

I modelli a due settori riescono a evidenziare particolari caratteristiche dei PVS, essi sono semplici a livello teorico ed analitico e consentono di mettere a fuoco particolari fondamentali per la comprensione del fenomeno della transizione.

L’industrializzazione, l’urbanizzazione e la trasformazione del settore agricolo da sistema che produce per la sussistenza a efficiente sistema di produzione per il mercato, possono essere considerati il nucleo dell’analisi e contribuiscono ad una crescita economica moderna.

La struttura produttiva del sistema economico e il suo mutamento diventano dunque il centro dell’analisi della modellistica a due settori.

Con “struttura del sistema economico” si intende generalmente la conformazione per settori del sistema economico, ovvero la loro importanza relativa all’interno del processo di produzione del PIL; questa è di fondamentale importanza per comprendere l’arretratezza o lo sviluppo di un paese.

Il termine “mutamento strutturale” intende una modifica della struttura del paese, ovvero della composizione per settori produttivi, cioè una modifica della struttura della matrice input-output, che registra gli interscambi tra settori.

Le cause del mutamento strutturale sono fatte risalire agli effetti di accumulazione di capitale fisico e umano all’interno di alcuni settori produttivi, allo sviluppo dei mercati per merci che in precedenza erano di autoconsumo, al mutamento della domanda sia finale che intermedia.

Questi mutamenti costituiscono il nucleo dell’analisi teorica, la periferia è costituita da aspetti sociali.

Il problema di questo tipo di modellistica è di riuscire a identificare i canali attraverso i quali è possibile innescare un processo di mutamento strutturale e di verificare se tale processo sia in grado di auto sostenersi, sviluppandosi.

Modelli a due settori e sottoccupazione delle risorse

Una delle caratteristiche dei PVS è la presenza di disoccupazione e sottoccupazione del fattore lavoro. Una più razionale riallocazione delle risorse potrebbe favorire il processo di sviluppo. La cattiva allocazione delle risorse presente nei PVS riguarda anche il fattore terra, la cui proprietà si presenta altamente frazionata, generando uno spreco di risorse. Una razionalizzazione anche in questo ambito potrebbe mettere a disposizione ulteriori risorse impiegabili con una maggiore produttività all’interno di altri processi produttivi.

Se è possibile per il PVS ottenere risorse aggiuntive da impiegare assieme ai propri fattori, una cattiva allocazione iniziale può rivelarsi fonte di potenziale crescita economica.

Il lavoro

All’interno del processo produttivo agricolo di un tipico PVS, esiste una larga quota di “disoccupazione nascosta” (1936 Joan Robinson), termine sostituito in seguito con il concetto di produttività marginale nulla, che intende sottolineare la possibilità di sottrarre parte della forza lavoro dal processo produttivo del settore rurale senza ottenere una caduta del prodotto.

La disoccupazione all’interno del settore rurale in un PVS può essere fatta risalire ad un elevato costo opportunità del tempo libero secondo la teoria tradizionale; mentre secondo altri autori essa ha radici più profonde, ricercabili nei modi di produzione e soprattutto nel tipo di distribuzione del reddito all’interno delle economie meno sviluppate. Essa non costituisce un’anomalia; queste economie hanno caratteristiche che non si possono conciliare con la dottrina tradizionale.

L’obiettivo di un sistema rurale con eccedenza di forza lavoro viene identificato nell’obiettivo di massimizzazione del prodotto totale. Si consideri quindi data e costante la quantità di capitale (K) a disposizione dei lavoratori rurali; dato e costante il saggio di salario vigente nel mercato del settore non agricolo.

Asse y→ produttività marginale del lavoro

Asse x→ quantità di lavoro impegnato nel processo produttivo

Curva della produttività marginale del lavoro→ Tratto L* - lavoratori non in grado di aggiungere al prodotto un ammontare di produzione pari al proprio saggio di salario. Un’impresa massimizzatrice di profitti occuperebbe la quantità di lavoro OL* essendo essa in grado di rendere massimo il volume di profitti, rappresentato dall’area ADCB. Il prodotto sarà pari all’area OL*DCB. Un’impresa che viceversa è massimizzatrice di prodotto, spingerà l’impiego del fattore lavoro fino al punto O . Questo comportamento è irrazionale in quanto l’imprenditore produce utilizzando un numero di lavoratori (L* ) non in grado di aggiungere al prodotto un ammontare di produzione pari al proprio saggio di salario di mercato.

L’economia dello sviluppo deve di conseguenza individuare una nuova teoria della distribuzione del reddito per spiegare la presenza della disoccupazione nascosta. Il concetto di disoccupazione nascosta e la possibilità di un utilizzo più produttivo dei lavoratori è un concetto centrale nella modellistica dello sviluppo.

Relativamente al tema della disoccupazione nascosta è possibile suddividere la letteratura in tre filoni:

  • Neoclassico: la produttività del lavoro è sempre positiva e non è possibile che alcun lavoratore sia impegnato all’interno di un processo produttivo se la sua produttività marginale risulta inferiore al suo saggio di salario.
  • Classico: esiste una quota di lavoratori impegnato all’interno del processo produttivo che presentano una produttività marginale nulla.
  • Impostazione duttile dovuta ad Amartya Sen: secondo cui la produttività marginale nulla non è né condizione necessaria, né sufficiente per la presenza di disoccupazione nascosta; la sua presenza viene a dipendere da uno schema ottimizzante del comportamento non del singolo individuo ma dell’insieme di individui che compongono il nucleo decisionale, che nel settore agricolo può essere ben rappresentato dalla famiglia contadina.

La disoccupazione nascosta e la produttività marginale del lavoro

L'analisi di Sen

L’analisi di Sen si basa su un tipico PVS dove la produzione agricola è proveniente da produzioni di famiglie contadine che coltivano piccoli o piccolissimi appezzamenti di terreno. Si consideri una famiglia dove:

  • β= membri
  • α= membri che svolgono un lavoro all’interno dell’impresa agricola

Avremo quindi:

Se la famiglia produce per autoconsumo la sua funzione di produzione sarà: Q=F(K,T,L) dove:

  • K= capitale
  • T= terra
  • L= lavoro

Si ipotizzi ora che la funzione sia continua, crescente con derivata parziale prima continua non negativa e derivata parziale seconda continua e non positiva; dati K e T si ipotizzi che essi non possono essere incrementati, quindi la quantità prodotta diventerà funzione del fattore lavoro impiegato: Q= (L)

Data l’ipotesi di tradizionale funzione di produzione neoclassica dovrà risultare: Q’= ≥ 0 positiva Q’’= 0 negativa

Si ipotizzi inoltre che la funzione di produzione presenti un punto di massimo per una data quantità di lavoro L*: MaxQ(L) = Q(L*) = Q* con Q’(L*) = 0

Si ipotizzi inoltre che il lavoro comporti una disutilità per gli α membri e che sia crescente, in funzione della propria quota ore lavorata. Chiamando con ℓ la quota di lavoro che deve svolgere ogni individuo attivo all’interno del processo produttivo, la funzione di disutilità per il singolo può essere rappresentata con : Q’’ = ≤ 0 V(ℓ) con V’(ℓ)>0 e V’’(ℓ)>0

Se ipotizziamo che ogni membro lavoratore della famiglia abbia come obiettivo da massimizzare il benessere della sua collettività, la decisione della quantità di lavoro da offrire all’interno del processo produttivo dipenderà dal confronto tra la disutilità marginale delle ore lavorate da lui e dagli altri membri α e l’utilità marginale dei beni che possono consumare i singoli componenti della famiglia. Ipotizzando che tutti i membri della famiglia abbiano la stessa funzione di utilità e tutti i membri lavorativi abbiano la stessa funzione di disutilità, l’obiettivo sarà quello di rendere massima l’utilità complessiva dei membri della famiglia, al netto della disutilità del lavoro compiuto dai membri attivi della famiglia. Chiamando con q la quota di prodotto che viene consumata da ogni familiare, si ipotizzi che la funzione di utilità del singolo assuma la forma: U(q) con U’(q)>0 e U’’(q)<0 Dove si suppone assenza di sazietà locale. La funzione obiettivo da rendere massima sarà rappresentata dalla somma delle utilità dei membri della famiglia al netto della disutilità del lavoro complessiva. Chiamando con W la funzione del benessere della collettività si dovrà avere: maxW = EU = ( ) – Ev(ℓ∗)

Se si ipotizza che il carico delle ore lavorate sia equamente distribuito tra I membri lavoratori della famiglia, l’offerta complessiva di lavoro della famiglia sarà rappresentata dal numero di lavoratori moltiplicato per le ore lavorate: L = α∗ℓ

Il prodotto totale sarà definito come la quota di prodotto pro capite consumata volte il numero dei membri della famiglia: Q=β∗q

La funzione del benessere familiare sarà massima quando si annullerà la derivata prima della funzione W. È noto che l’utilità dei singoli individui è funzione della quantità consumata e che la quantità di beni che può essere consumata dipende dalla quantità di lavoro impiegata. La funzione di utilità è di conseguenza funzione della quantità di bene che può essere consumato, che a sua volta è funzione della quantità di lavoro. Applicando la regola di derivazione di funzione, per cercare il massimo della funzione del benessere familiare otteniamo: W’(.)=0 U’(q) Q’(L)=V’(ℓ)Q’(L)= =x dove x è costo reale del lavoro e rappresenta per il lavoratore, il saggio marginale di sostituzione indifferente tra lavoro e beni consumati, dagli appartenenti alla collettività considerata. Il risultato raggiunto si può ottenere solo se la produzione e il consumo vengono determinati dal “capo famiglia” il quale sceglierà quante ore il singolo lavoratore dovrà essere occupato. Esistono le funzioni inverse che ci permettono di esprimere la quantità di lavoro in funzione della produttività marginale e la quantità prodotta: L = Φ [Q’(ℓ)] = Φ (x) Q = φ[Q’(ℓ)] = φ (x) Le due funzioni sono decrescenti in x e questo comporta che un più elevato costo reale del lavoro implica una riduzione nella quantità offerta di lavoro e quindi una riduzione nella quantità di merci prodotta.

Secondo Sen un sistema produttivo è caratterizzato da eccesso di forza lavoro se è possibile rimuoverne una quantità senza ridurre la produzione totale. Se invece consideriamo il numero di ore lavorative e se è possibile sottrarre un certo numero di lavoratori incrementando il numero di ore lavorate in modo tale da non far variare il costo reale del lavoro, sarà possibile liberare forza lavoro dal settore agricolo per impegnarla in altri settori. Affinché il costo reale del lavoro rimanga costante, è necessario che il rapporto tra disutilità marginale del lavoro per singolo lavoratore e l’utilità marginale del lavoro per il membro della famiglia rimanga inalterato.

In accordo con la dottrina neoclassica, affinché ci sia presenza di disoccupazione nascosta è quindi necessario che il costo reale del lavoro rimanga inalterato, ovvero che il rapporto tra disutilità marginale delle ore lavorate per il singolo lavoratore e l’utilità marginale del prodotto per il singolo consumatore della famiglia, rimanga inalterato. Se ciò accade le ore lavorate potranno incrementarsi ed il prodotto complessivo rimanere inalterato. Si consideri un sistema produttivo dove: OA= numero di ore per lavoratore Con una fuoriuscita di forza lavoro dal settore produttivo la produttività marginale del singolo lavoratore aumenterà. OB= incremento ore di lavoro Data l’ipotesi di disutilità marginale e di utilità marginale costanti nel tratto significativo, il costo reale del lavoro rimarrà inalterato. In questo caso, nel sistema economico esisteva disoccupazione nascosta. Il prodotto per lavoratore si è incrementato passando da OC a OD.

Lo stesso ragionamento può essere ripetuto sia ipotizzando che parte della merce sia venduta all’interno del mercato, sia che tutta sia venduta all’interno del mercato. In questi due sottocasi, il sistema dei prezzi di mercato rappresenta un’altra variabile che influenza il costo reale del lavoro e dunque il livello di disoccupazione nascosta.

Nel primo caso avremo:

  • y= quota venduta sul mercato
  • (1-y)= quota auto consumata
  • C= bene acquistato in cambio della merce Q
  • q= quota di merce prodotta a disposizione del singolo lavoratore

La funzione di utilità del singolo componente della famiglia sarà quindi: U=U(c,q) Ipotizzando che non esistano punti di sazietà per i due beni e che per tale funzione risulti: ≤0; La quantità di merce prodotta, destinata all’autoconsumo dovrà soddisfare la relazione: Q(1-y)=βq Al contrario il valore della merce prodotta venduta sul mercato dovrà essere pari al valore della merce acquistata al suo interno. Assumendo il prezzo delle merci non prodotte dalla famiglia come numerario dovremo avere: C = Qyp = βq Dove p è il prezzo dell’unità di merce prodotta. Nel secondo caso ipotizziamo che l’intera produzione Q sia venduta al prezzo per ogni unità di merce in cambio di merce consumabile. La quantità C acquistata diviene funzione del rapporto tra i prezzi vigenti all’interno del mercato. Ipotizziamo l’esistenza di due soli beni ed assumiamo come numerario del sistema la merce acquistata dalla famiglia ( =1). La funzione di utilità del singolo membro sarà funzione unicamente della quota di merce acquistata di cui egli potrà disporre: U=U(c) con U’(c)>0 e U’’(c)≤0 La regola di allocazione ottima della quantità di lavoro si ricava tenendo conto del prezzo di mercato della propria merce: C= = Dove il membro di destra rappresenta il costo reale del lavoro. Se risulta che il prezzo di una unità di merce prodotta dalla famiglia è maggiore del prezzo di una unità di merce acquistata sul mercato, il costo reale del lavoro diminuisce e il contadino sarà disposto a offrire un maggior numero di...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e pratica dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Basile Elisabetta.
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