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Teorie e pratiche dello sviluppo - teorie economiche dello sviluppo Appunti scolastici Premium

Appunti di Teorie e pratiche dello sviluppo per l’esame del professoressa Basile. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le teorie economiche dello sviluppo, la disoccupazione nascosta, i cambiamenti di produttività industriale e sviluppo equilibrato.

Esame di Teoria e pratica dello sviluppo dal corso del docente Prof. E. Basile

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LE TEORIE ECONOMICHE DELLO SVILUPPO

La nascita della teoria economica dello sviluppo, risale all’inizio degli anni cinquanta, periodo in cui si assisteva ad una

divergenza tra livelli di reddito dei PS da un lato e dei PVS dall’altro. I primi economisti dello sviluppo sentirono

l’influsso del pensiero keynesiano, come la teoria di Harrod Domar, il cui successo riguarda l’illusione che la

ricostruzione postbellica e lo sviluppo che stavano vivendo i PS, potesse avere successo anche per i PVS.

Modello di Harrod

Questo modello si prefigge un’analisi di lungo periodo, dove l’accumulazione di capitale conduce a una variazione

della capacità produttiva, con un risparmio che eguaglia l’investimento, riportando il sistema proposto a un concetto

di piena occupazione.

Esso si presenta come un modello ad un solo settore, un modello aggregato, all’interno del quale il bene prodotto può

essere indifferentemente utilizzato sia per il consumo che per l’investimento.

Si definiscano:

= propensione al risparmio della collettività

= ammontare di risparmio

= reddito

= risparmio aggregato nel periodo t

L’equazione del risparmio aggregato nel periodo t sarà:

= ( Y - ) = s

Affinché l’equilibrio sia garantito nel lungo periodo, è necessario che le decisioni di risparmio coincidano con quelle di

investimento: =

Le decisioni di investimento dipendono dalle variazioni future attese del livello di reddito. In base al principio

dell’acceleratore è possibile scrivere:

=v(Y - ) dove v= rapporto capitale/prodotto

Affinché vi sia equilibrio è necessaria la relazione: Y =

Ovvero che le aspettative degli imprenditori per il periodo t+1 siano soddisfatte.

Quindi = ( Y - ) diventerà = ( – )

Chiamando con ∆Y la variazione di reddito che intercorre tra periodo futuro e periodo presente, e utilizzando la prima

e seconda relazione, otterremo: =

dividendo i membri per vY otteniamo l’equazione di Harrod:

Dove è il saggio di crescita garantito.

Questa equazione esprime il fatto che mantenendo una data utilizzazione della capacità produttiva, il sistema

economico cresce a un tasso pari al rapporto tra la propensione media al risparmio e il rapporto capitale/prodotto.

Questo è un modello di crescita con equilibrio nella piena utilizzazione delle risorse.

Limiti:

- Modello di tipo normativo che descrive come il sistema economico si evolva nel tempo in equilibrio

- Incapacità di riequilibrio del sistema. Al di fuori del sentiero di equilibrio:

l’economia si muoverà in un sentiero a priori sconosciuto con andamento esplosivo.

- Paul Baran sostenne che era necessario analizzare se il tipo di investimento era in grado di favorire la crescita,

cioè se il capitale veniva utilizzato per investimenti produttivi ai fini della crescita.

- P. C. Mahalanobis sostiene inoltre che nello studio dei problemi dei PVS, l’economia non può essere vista

come un tutto. Il capitale infatti sono è un fluido che può essere mosso nei vari settori all’istante.

L’economia dello sviluppo e i settori produttivi

I modelli a due settori riescono a evidenziare particolari caratteristiche dei PVS, essi sono semplici a livello teorico ed

analitico e consentono di mettere a fuoco particolari fondamentali per la comprensione del fenomeno della

transizione.

L’industrializzazione, l’urbanizzazione e la trasformazione del settore agricolo da sistema che produce per la

sussistenza a efficiente sistema di produzione per il mercato, possono essere considerati il nucleo dell’analisi e

contribuiscono ad una crescita economica moderna.

La struttura produttiva del sistema economico e il suo mutamento diventano dunque il centro dell’analisi della

modellistica a due settori.

Con “struttura del sistema economico” si intende generalmente la conformazione per settori del sistema economico,

ovvero la loro importanza relativa all’interno del processo di produzione del PIL; questa è di fondamentale importanza

per comprendere l’arretratezza o lo sviluppo di un paese.

Il termine “mutamento strutturale” intende una modifica della struttura del paese, ovvero della composizione per

settori produttivi, cioè una modifica della struttura della matrice input-output, che registra gli interscambi tra settori.

Le cause del mutamento strutturale sono fatte risalire agli effetti di accumulazione di capitale fisico e umano

all’interno di alcuni settori produttivi, allo sviluppo dei mercati per merci che in precedenza erano di autoconsumo, al

mutamento della domanda sia finale che intermedia.

Questi mutamenti costituiscono il nucleo dell’analisi teorica, la periferia è costituita da aspetti sociali.

Il problema di questo tipo di modellistica è di riuscire a identificare i canali attraverso i quali è possibile innescare un

processo di mutamento strutturale e di verificare se tale processo sia in grado di auto sostenersi, sviluppandosi.

Modelli a due settori e sottoccupazione delle risorse

Una delle caratteristiche dei PVS è la presenza di disoccupazione e sottoccupazione del fattore lavoro. Una più

razionale riallocazione delle risorse potrebbe favorire il processo di sviluppo. La cattiva allocazione delle risorse

presente nei PVS riguarda anche il fattore terra, la cui proprietà si presenta altamente frazionata, generando uno

spreco di risorse. Una razionalizzazione anche in questo ambito potrebbe mettere a disposizione ulteriori risorse

impiegabili con una maggiore produttività all’interno di altri processi produttivi.

Se è possibile per il PVS ottenere risorse aggiuntive da impiegare assieme ai propri fattori, una cattiva allocazione

iniziale può rivelarsi fonte di potenziale crescita economica.

Il lavoro

All’interno del processo produttivo agricolo di un tipico PVS, esiste una larga quota di “disoccupazione nascosta” (1936

Joan Robinson), termine sostituito in seguito con il concetto di produttività marginale nulla, che intende sottolineare

la possibilità di sottrarre parte della forza lavoro dal processo produttivo del settore rurale senza ottenere una caduta

del prodotto.

La disoccupazione all’interno del settore rurale in un PVS può essere fatta risalire ad un elevato costo opportunità del

tempo libero secondo la teoria tradizionale; mentre secondo altri autori essa ha radici più profonde, ricercabili nei

modi di produzione e soprattutto nel tipo di distribuzione del reddito all’interno delle economie meno sviluppate. Essa

non costituisce un’anomalia; queste economie hanno caratteristiche che non si possono conciliare con la dottrina

tradizionale.

L’obiettivo di un sistema rurale con eccedenza di forza lavoro viene identificato nell’obiettivo di massimizzazione del

prodotto totale.

Si consideri quindi data e costante la quantità di capitale (K) a disposizione dei lavoratori rurali;

dato e costante il saggio di salario vigente nel mercato del settore non agricolo.

Asse y produttività marginale del lavoro

Asse x quantità di lavoro impegnato nel processo produttivo

Curva della produttività marginale del lavoro

Tratto L* - lavoratori non in grado di aggiungere al prodotto un ammontare di produzione pari al proprio saggio

di salario.

Un’impresa massimizzatrice di profitti occuperebbe la quantità di lavoro OL* essendo essa in grado di rendere

massimo il volume di profitti, rappresentato dall’area ADCB. Il prodotto sarà pari all’area OL*DCB. Un’impresa che

viceversa è massimizzatrice di prodotto, spingerà l’impiego del fattore lavoro fino al punto O . Questo

comportamento è irrazionale inquanto l’imprenditore produce utilizzando un numero di lavoratori (L* ) non in grado

di aggiungere al prodotto un ammontare di produzione pari al proprio saggio di salario di mercato.

L’economia dello sviluppo deve di conseguenza individuare una nuova teoria della distribuzione del reddito per

spiegare la presenza della disoccupazione nascosta.

Il concetto di disoccupazione nascosta e la possibilità di un utilizzo più produttivo dei lavoratori è un concetto centrale

nella modellistica dello sviluppo.

Relativamente al tema della disoccupazione nascosta è possibile suddividere la letteratura in tre filoni:

- Neoclassico la produttività del lavoro è sempre positiva e non è possibile che alcun lavoratore sia

impegnato all’interno di un processo produttivo se la sua produttività marginale risulta inferiore al suo saggio

di salario.

- Classico esiste una quota di lavoratori impegnato all’interno del processo produttivo che presentano una

produttività marginale nulla

- Impostazione duttile dovuta ad Amartya Sen secondo cui la produttività marginale nulla non è né

condizione necessaria, né sufficiente per la presenza di disoccupazione nascosta; la sua presenza viene a

dipendere da uno schema ottimizzante del comportamento non del singolo individuo ma dell’insieme di

individui che compongono il nucleo decisionale, che nel settore agricolo può essere ben rappresentato dalla

famiglia contadina.

LA DISOCCUPAZIONE NASCOSTA E LA PRODUTTIVITà MARGINALE DEL LAVORO

L’analisi di Sen

L’analisi di Sen si basa su un tipico PVS dove la produzione agricola è proveniente da produzioni di famiglie contadine

che coltivano piccoli o piccolissimi appezzamenti di terreno.

Si consideri una famiglia dove:

β= membri

α= membri che svolgono un lavoro all’interno dell’impresa agricola

Avremo quindi:

Se la famiglia produce per autoconsumo la sua funzione di produzione sarà:

Q=F(K,T,L) dove:

K= capitale

T= terra

L= lavoro

Si ipotizzi ora che la funzione sia continua, crescente con derivata parziale prima continua non negativa e derivata

parziale seconda continua e non positiva; dati K e T si ipotizzi che essi non possono essere incrementati, quindi la

quantità prodotta diventerà funzione del fattore lavoro impiegato:

Q= (L)

Data l’ipotesi di tradizionale funzione di produzione neoclassica dovrà risultare:

Q’= ≥ 0 positiva Q’’= 0 negativa

Si ipotizzi inoltre che la funzione di produzione presenti un punto di massimo per una data quantità di lavoro L*:

MaxQ(L) = Q(L*) = Q* con Q’(L*) = 0

Si ipotizzi inoltre che il lavoro comporti una disutilità per gli α membri e che sia crescente, in funzione della propria

quota ore lavorata.

Chiamando con ℓ la quota di lavoro che deve svolgere ogni individuo attivo all’interno del processo produttivo, la

funzione di disutilità per il singolo può essere rappresentata con :

Q’’ = ≤ 0

V(ℓ) con V’(ℓ)>0 e V’’(ℓ)>0

Se ipotizziamo che ogni membro lavoratore della famiglia abbia come obiettivo da massimizzare il benessere della sua

collettività, la decisione della quantità di lavoro da offrire all’interno del processo produttivo dipenderà dal confronto

tra la disutilità marginale delle ore lavorate da lui e dagli altri membri α e l’utilità marginale dei beni che possono

consumare i singoli componenti della famiglia.

Ipotizzando che tutti i membri della famiglia abbiano la stessa funzione di utilità e tutti i membri lavorativi abbiano la

stessa funzione di disutilità, l’obiettivo sarà quello di rendere massima l’utilità complessiva dei membri della famiglia,

al netto della disutilità del lavoro compiuto dai membri attivi della famiglia.

Chiamando con q la quota di prodotto che viene consumata da ogni familiare, si ipotizzi che la funzione di utilità del

singolo assuma la forma: U(q) con U’(q)>0 e U’’(q)<0

Dove si suppone assenza di sazietà locale.

La funzione obiettivo da rendere massima sarà rappresentata dalla somma delle utilità dei membri della famiglia al

netto della disutilità del lavoro complessiva. Chiamando con W la funzione del benessere della collettività si dovrà

avere: maxW = EU = ( ) – Ev(ℓ₁)

Se si ipotizza che il carico delle ore lavorate sia equamente distribuito tra I membri lavoratori della famiglia, l’offerta

complessiva di lavoro della famiglia sarà rappresentata dal numero di lavoratori moltiplicato per le ore lavorate:

L = α* ℓ

Il prodotto totale sarà definito come la quota di prodotto pro capite consumata volte il numero dei membri della

famiglia: Q=β*q

La funzione del benessere familiare sarà massima quando si annullerà la derivata prima della funzione W.

È noto che l’utilità dei singoli individui è funzione della quantità consumata e che la quantità di beni che può essere

consumata dipende dalla quantità di lavoro impiegata. La funzione di utilità è di conseguenza funzione della quantità

di bene che può essere consumato, che a sua volta è funzione della quantità di lavoro. Applicando la regola di

derivazione di funzione, per cercare il massimo della funzione del benessere familiare otteniamo:

W’(.)=0 U’(q) Q’(L)=V’(l)

Q’(L)= =x

dove x è costo reale del lavoro e rappresenta per il lavoratore, il saggio marginale di sostituzione indifferente tra

lavoro e beni consumati, dagli appartenenti alla collettività considerata.

Il risultato raggiunto si può ottenere solo se la produzione e il consumo vengono determinati dal “capo famiglia” il

quale sceglierà quante ore il singolo lavoratore dovrà essere occupato.

Esistono le funzioni inverse che ci permettono di esprimere la quantità di lavoro in funzione della produttività

marginale e la quantità prodotta: L = Φ [Q’(l)] = Φ (x)

Q = φ[Q’(l)] = φ (x)

Le due funzioni sono decrescenti in x e questo comporta che un più elevato costo reale del lavoro implica una

riduzione nella quantità offerta di lavoro e quindi una riduzione nella quantità di merci prodotta.

Secondo Sen un sistema produttivo è caratterizzato da eccesso di forza lavoro se è possibile rimuoverne una quantità

senza ridurre la produzione totale.

Se invece consideriamo il numero di ore lavorative e se è possibile sottrarre un certo numero di lavoratori

incrementando il numero di ore lavorate in modo tale da non far variare il costo reale del lavoro, sarà possibile

liberare forza lavoro dal settore agricolo per impegnarla in altri settori.

Affinché il costo reale del lavoro rimanga costante, è necessario che il rapporto tra disutilità marginale del lavoro per

singolo lavoratore e l’utilità marginale del lavoro per il membro della famiglia rimanga inalterato.

In accordo con la dottrina neoclassica, affinché ci sia presenza di disoccupazione nascosta è quindi necessario che il

costo reale del lavoro rimanga inalterato, ovvero che il rapporto tra disutilità marginale delle ore lavorate per il

singolo lavoratore e l’utilità marginale del prodotto per il singolo consumatore della famiglia, rimanga inalterato. Se

ciò accade le ore lavorate potranno incrementarsi ed il prodotto complessivo rimanere inalterato.

Si consideri un sistema produttivo dove:

OA= numero di ore per lavoratore

Con una fuoriuscita di forza lavoro dal settore produttivo la produttività marginale del singolo lavoratore aumenterà.

OB= incremento ore di lavoro

Data l’ipotesi di disutilità marginale e di utilità marginale costanti nel tratto significativo, il costo reale del lavoro

rimarrà inalterato.

In questo caso, nel sistema economico esisteva disoccupazione nascosta.

Il prodotto per lavoratore si è incrementato passando da OC a OD.

Lo stesso ragionamento può essere ripetuto sia ipotizzando che parte della merce sia venduta all’interno del mercato,

sia che tutta sia venduta all’interno del mercato.

In questi due sottocasi, il sistema dei prezzi di mercato rappresenta un’altra variabile che influenza il costo reale del

lavoro e dunque il livello di disoccupazione nascosta.

Nel primo caso avremo:

y= quota venduta sul mercato

(1-y)= quota auto consumata

C= bene acquistato in cambio della merce Q

q= quota di merce prodotta a disposizione del singolo lavoratore.

La funzione di utilità del singolo componente della famiglia sarà quindi:

U=U(c,q)

Ipotizzando che non esistano punti di sazietà per i due beni e che per tale funzione risulti:

≤0;

La quantità di merce prodotta, destinata all’autoconsumo dovrà soddisfare la relazione:

Q(1-y)=βq

Al contrario il valore della merce prodotta venduta sul mercato dovrà essere pari al valore della merce acquistata al

suo interno. Assumendo il prezzo delle merci non prodotte dalla famiglia come numerario dovremo avere:

C = Qyp = βq

Dove p è il prezzo dell’unità di merce prodotta.

Nel secondo caso ipotizziamo che l’intera produzione Q sia venduta al prezzo per ogni unità di merce in cambio di

merce consumabile. La quantità C acquistata diviene funzione del rapporto tra i prezzi vigenti all’interno del mercato.

Ipotizziamo l’esistenza di due soli beni ed assumiamo come numerario del sistema la merce acquistata dalla famiglia

( =1). La funzione di utilità del singolo memebro sarà funzione unicamente della quota di merce acquistata di cui egli

potrà disporre: U=U(c) con U’(c)>0 e U’’(c)≤0

La regola di allocazione ottima della quantità di lavoro si ricava tenendo conto del prezzo di mercato della propria

merce: C= =

Dove il membro di destra rappresenta il costo reale del lavoro.

Se risulta che il prezzo di una unità di merce prodotta dalla famiglia è maggiore del prezzo di una unità di merce

acquistata sul mercato, il costo reale del lavoro diminuisce e il contadino sarà disposto a offrire un maggior numero di

ore di lavoro: la quantità prodotta dalla famiglia aumenterà e di conseguenza anche l’offerta del bene Q nel mercato.

Ciò contribuirà a un riavvicinamento dei prezzi relativi a una condizione di equilibrio.

Per completare l’analisi sulla possibilità di sottrarre disoccupati nascosti dal settore agricolo è necessario fare un

quadro macroeconomico.

Per ottenere un risultato valido da un punto di vista aggregato saranno necessarie altre ipotesi aggiuntive:

- Le risorse diverse dal lavoro possono essere riallocate una volta che parte dei lavoratori sia fuoriuscita dalla

forza lavoro della famiglia

- I rendimenti della produzione sono costanti

- Le risorse diverse dal lavoro sono perfettamente divisibili

- Nell’economia esiste un numero elevato di famiglie contadine.

Secondo ciò ridefiniamo α il numero dei lavoratori complessivi del sistema contadino e β l’insieme dei membri

lavoratori e non, appartenenti al sistema agricolo, così che le due grandezze divengano perfettamente divisibili.

Si ipotizzi inoltre che quando un lavoratore esce dal settore agricolo contadino continui a mantenere la sua quota di

familiari, mantenendo costante il rapporto f-Va=k. Quindi quando un lavoratore esce dal sistema produttivo la famiglia

dispone di un lavoratore in meno e k unità consumatrici in meno. Considerando il differenziale di Q’L=

avremo:

Le variazioni della disutilità marginale delle ore lavorate e della utilità marginale della quota di bene al variare di α

saranno definite rispettivamente da:

A questo punto cercheremo di identificare l’elasticità della produzione rispetto al numero delle ore lavorate e rispetto

al numero delle unità lavorative, e evidenziarne le relazioni.

L’elasticità della produzione rispetto al numero di unità lavorative sarà rappresentata dalla relazione:

E =

Sarà necessario identificare una serie di grandezze che esplicitino la reazione degli individui all’aumentare delle ore

lavorate.

Elasticità dell’utilità marginale del reddito per il singolo componente della famiglia considerando il suo valore

assoluto m=

Elasticità della disutilità marginale del lavoro rispetto alle ore lavoro del singolo lavoratore n =

Elasticità della produzione rispetto alle ore lavorate G =

Elasticità in valore assoluto della produttività marginale del lavoro rispetto alle ore di lavoro g =

Algebricamente otterremo: E = G(

Ovvero la relazione tra elasticità della produzione rispetto al numero di ore lavorate ed elasticità della produzione

rispetto al numero dei lavoratori.

La produzione totale non varia al variare della quantità di lavoro impegnato all’interno del processo produttivo solo se

E = 0, ovvero n+m = 0

Importante è quando risulta: m =

caso in cui la riduzione della forza lavoro all’interno del settore agricolo determina una variazione sulla produttività

marginale del lavoro che viene compensata da un effetto positivo sulla funzione di utilità marginale del bene.

La reazione della produzione contadina al variare dei prezzi di mercato

Se parte della forza lavoro estratta dal settore agricolo viene impiegata all’interno del settore industriale, è probabile

che le ragioni di scambio si modifichino per effetto dell’aumento nella produzione di questo settore.

Consideriamo la relazione che esprime il costo reale del lavoro, quando l’intero prodotto della famiglia è venduto sul

mercato: Q’(L) =

Differenziando il costo reale del lavoro rispetto ai prezzi e risolvendo la relazione per si ottiene la relazione che

lega la variazione del numero dei lavoratori al prezzo del prodotto:

[ ] [ ]

Posto che:

- La variazione della disutilità marginale delle ore lavorate è positiva

- La variazione dell’utilità marginale è negativa

- La produttività marginale è negativa

- La produttività marginale delle ore complessivamente lavorate è positiva

- La variazione della produttività marginale delle ore complessivamente lavorate è negativa

- L’utilità marginale è positiva

Il denominatore della relazione è sicuramente positivo, quindi:

Se questa è soddisfatta, all’aumentare dei prezzi aumentano le ore di lavoro e la variazione della produzione al variare

del prezzo del prodotto sarà positiva:

Nel caso in cui parte del prodotto venga auto consumato la variazione del numero delle ore dipende anche dalla

forma della funzione di utilità e seguendo Sen si ipotizza la forma:

U = A(

Attraverso il processo di derivazione si ottiene una relazione sempre positiva tra prezzo del prodotto e lavoro

complessivamente impiegato e tra prezzo del prodotto e quantità complessivamente prodotta.

LE FASI DELLO SVILUPPO

Il processo di sviluppo di un paese si divide in generale in tre fasi:

- Prima fase caratterizzata dalla presenza del solo settore agricolo, dominante nei PVS che ancora non hanno

intrapreso la via dello sviluppo. In questo stadio vi è stagnazione economica e produzione per la sussistenza

ed il paese non sembra in grado di decollare autonomamente.

- Secondo stadio caratterizzato dalla presenza di un secondo settore produttivo, quello industriale, in grado

di generare un sovrappiù, fonte di accumulazione di capitale ed unica via per eliminare la disoccupazione

nascosta.

- Terza fase definita di maturità economica, è caratterizzata dall’eliminazione della disoccupazione nascosta.

Nel sistema non esistono più le caratteristiche di un PVS.

Nella prima fase quindi se sappiamo che esiste lavoro eccedente, dobbiamo stabilire, tramite la produttività marginale

nulla, l’ammontare di lavoro che potrà essere sottratto.

Comunque l’esistenza di disoccupazione nascosta è relativa al problema generale della popolazione nei paesi

interessati. L’aumento demografico, soprattutto nei PVS, è da ricondurre poi all’effetto diseguale dell’impatto

dell’occidentalizzazione, che ha fatto cadere il tasso di mortalità, senza poter nulla contro l’elevata natalità.

Parallelamente a questo le opportunità di lavoro alternative diminuiscono per effetto del declino dell’artigianato

locale, dovuto alla concorrenza delle importazioni, aumentando la pressione sulle restanti risorse. Inoltre l’alto tasso

di crescita della popolazione nel settore agricolo porta al problema della frammentazione delle proprietà.

La disoccupazione nascosta agricola, in zone densamente popolate, può assumere due forme:

- Sottoccupazione dei contadini coltivatori dovuta alla frammentazione degli appezzamenti

- Disoccupazione nascosta nata dalla frammentazione delle aziende individuali.

Affinché il lavoro possa essere sottratto al settore agricolo, senza avere effetti nella riduzione dell’output, sarà quindi

necessario eliminare la frammentazione e consolidare le aziende agricole.

Il sistema dei salari nei paesi arretrati è molto diverso rispetto all’occidente. La condizione di produzione prevalente è

la piccola proprietà contadina. Il salario dei lavoratori consiste nell’ottenere una parte di prodotto per il proprio

consumo. Se il prodotto medio percepito dai singoli è poco più di una sussistenza, avremo una rigida pianificazione del

tasso di crescita della popolazione rurale, secondo la legge maltusiana.

Nelle economie che i nostri modelli analizzano, il fattore lavoro può essere considerato abbondante e riprendendo

questa impostazione (classica) i dualisti sottolineano come la produzione agricola sia legata al concetto di sussistenza.

Dovremo in questo caso adottare una curva di offerta di lavoro con un primo tratto caratterizzato da un’elasticità

infinita:

Supponiamo che ci sia una semplice accumulazione di capitale nel tempo e di partire con una quantità di esso pari a

al tempo . Il tratto orizzontale della curva di domanda di lavoro può essere spiegato supponendo che esista una

tecnica ottimale per la quale la produttività del lavoro è massima, utilizzando una quantità di lavoro pari a . La curva

di offerta di lavoro marginalista ha andamento crescente a tasso crescente, per via della diminuzione dell’utilità

marginale del salario e della crescita della disutilità marginale del lavoro. La curva di offerta di lavoro dei modelli

dualistici può essere spezzata in due parti, la prima WsLe’, rappresenta le sussistenze (tratto classico della curva), e in

questo tratto abbiamo disoccupazione nascosta. La parte Le’Ls, rappresenta la parte di lavoro che può essere

considerata socialmente necessaria nel settore agricolo e potrà essere offerta nel settore industriale solo a salari

crescenti.

La curva di offerta di lavoro di tipo tradizionale è rappresentata da WsLs’, dove l’imprenditore marginalista occuperà

una quantità di lavoro M, mentre l’imprenditore dualista occuperà una quantità di lavoro pari a .

In termini di benessere per lo sviluppo di un paese, la quantità di lavoro che sarà occupata secondo i dualisti sarà

maggiore, e mentre per i marginalisti il monte salari sarà ed il monte profitti sarà , peri i dualisti

saranno rispettivamente e .

Nelle ipotesi dualiste, il monte profitti risulta essere maggiore dando la possibilità di una maggiore accumulazione,

inoltre per l’imprenditore dualista ci sarà un maggiore incentivo ad investire.

Nel tempo la curva della produttività marginale del lavoro si sposterà parallelamente a se stessa verso destra, in

funzione della maggiore dotazione di capitale. Per le ipotesi marginaliste il saggio di salario continuerà ad aumentare

generando un più basso saggio di profitto e quindi un minore incentivo ad investire; la conseguenza diretta sarà che

l’imprenditore marginalista si troverà di fronte ad una minore possibilità di investimento, nonché un minore incentivo.

In termini di moltiplicatore keynesiano avremo:

Il beneficio complessivo sarà quello di avere, all’interno della frazione, un numeratore maggiore e un denominatore

minore, ovvero un livello di variazione del reddito più elevato.

Il modello di Lewis

Il modello di Lewis propone uno sviluppo basato su un processo di riallocazione della forza lavoro da un settore a

bassa produttività verso un settore ad alta produttività. Questo si articola in 2 fasi:

- La prima analizza lo sviluppo ipotizzando una economia chiusa

- La seconda mostra gli ulteriori problemi che possono verificarsi in una economia aperta.

Secondo Lewis possiamo dire che in un paese in via di sviluppo esiste disponibilità illimitata di manodopera, nel senso

che l’offerta di lavoro ai livelli della sussistenza è maggiore della domanda, e che nella realtà in questi paesi ogni

individuo ricco assume il maggiore numero possibile di manodopera per un salario di sussistenza secondo un codice

etico.

Secondo Lewis i canali di disponibilità dell’offerta di forza lavoro sono:

- L’utilizzo a scopo industriale della manodopera esistente

- Un tasso di crescita della popolazione positivo (mortalità decrescente, natalità costante)

- Un esercito industriale di riserva (Marx) determinato da un effetto negativo sui piccoli artigiani della

concorrenzialità del settore industriale.

Ipotizziamo ora che nel paese considerato l’imprenditore assuma esattamente una quantità di manodopera per la

quale la produttività marginale del lavoro risulti pari al saggio di salario di sussistenza, data la disponibilità di capitale.

Nella realtà, nel settore industriale i salari sono più elevati rispetto alle sussistenze. Posti:

= salario percepibile nel settore industriale

= salario percepibile nel settore agricolo

T= premio alla migrazione

Possiamo scrivere: . In questo caso la manodopera assorbita dal settore industriale sarà leggermente

inferiore.

Secondo Lewis la chiave del processo di decollo è rappresentata dall’impiego che si fa dell’eccedenza capitalistica. Se

questa viene reinvestita e non consumata si avrà accumulazione di capitale che potrà essere utilizzato per occupare la

manodopera in eccesso, l’eccedenza sarà sempre maggiore e il processo di accumulazione porterà alla scomparsa

della manodopera in eccesso. Questo è detto punto di svolta, dopo questo il sistema seguirà schemi di tipo

marginalista.

La presenza di progresso tecnico è in grado di incrementare la produttività di lavoro e capitale nella stessa

proporzione. Se abbiamo una funzione di produzione del tipo Cobb-Douglas possiamo illustrare il progresso tecnico

neutrale con:

Anche con progresso tecnico di tipo labour saving, con sufficiente accumulazione, l’effetto complessivo sarà un

accrescimento della popolazione industriale. Lewis inoltre nota che nelle economie con forte innovazione tecnologica,

si ha una maggiore accumulazione di capitale.

In conclusione il nodo centrale dello sviluppo economico è l’accumulazione di capitale, che presuppone risparmio.

Nei paesi arretrati quindi, il vero problema è l’assenza di una vera classe capitalista, il che può essere risolto

inizialmente, con l’importazione di questi o con la creazione di una classe di capitalisti di Stato, ma la creazione di una

classe di capitalisti locali è fondamentale e può essere incoraggiata favorendo loro l’accesso al credito.

Nel nostro sistema, un incremento del credito comporterà un incremento di reddito reale. Supponiamo che i

capitalisti si finanziano presso le banche e che utilizzino i fondi per impiegare lavoratori del settore agricolo. Se la

quantità del prodotto agricolo non cambia, questi nuovi lavoratori acquisteranno le sussistenze sul mercato con la

moneta del sistema bancario; se prima il sistema era in equilibrio, ora si avrà un eccesso di domanda che farà

incrementare il livello dei prezzi. Nel nostro modello la produzione di beni di consumo non diminuisce, c’è solo un

effetto di redistribuzione forzata del consumo, che avrà termine quando i risparmi generati durante il processo di

accumulazione, raggiungeranno il livello dei nuovi investimenti.

Possiamo confrontare gli effetti di un’espansione monetaria sul modello marginalista e sul nostro modello classico

“modificato”, ricorrendo alla teoria quantitativa della moneta. In un modello prettamente marginalista, il reddito reale

che si genera nel sistema è compatibile con la piena occupazione delle risorse: se supponiamo date le abitudini

monetarie, possiamo considerare come dato la velocità di circolazione della moneta: MV=PY.

In questo caso un’espansione monetaria potrà portare unicamente a un’espansione dei prezzi, lasciando inalterato

l’equilibrio in termini reali. Se invece c’è disoccupazione nascosta, un’espansione monetaria può far crescere il reddito

reale del sistema. Se è vero, è vero anche che il saggio di salario non si può contrarre. Ma i salari nel

nostro modello si contrarranno solo per brevi periodi e la maggiore accumulazione generata dal credito darà vita a un

incremento del prodotto sociale e dei consumi, facendo riacquistare ai salari il loro originario potere d’acquisto

(l’inflazione si distrugge da sola).

È molto facile però che tali tipi di politiche generino i così detti cicli economici (espansione e depressione), effetto che

non si ha quando il nuovo capitale è finanziato tramite i prodotti, perché gli investimenti si distribuiscono in modo

uniforme nel tempo.

Dove la dotazione di capitale è molto bassa, è possibile, con il solo impiego di forza lavoro, produrre una buona

dotazione di capitale, in questo caso il governo si può finanziare inizialmente tramite un processo inflazionistico, se

tutto il denaro investito torna sotto forma di tasse, i prezzi aumenteranno di poco, nel caso contrario si assisterà ad

una crescita dei prezzi finché l’investimento produttivo del governo porterà ad un aumento della produzione. Durante

questo processo crescerà anche la parte di reddito del governo (sotto forma di tasse) e l’inflazione si spegnerà nel

momento in cui il governo avrà raggiunto l’ammontare di prodotto che intendeva ottenere.

In questa ottica, un altro problema dei PVS è la riscossione delle imposte, a sua volta legato alla difficoltà di

misurazione dei redditi ed ai tipi di imposizione. Inoltre gli effetti dell’inflazione non sono uguali su tutti i tipi di

reddito.

Considerando i rapporti esistenti tra accumulazione di capitale e produzione, dovrebbero essere favoriti quei tipi di

investimento nel campo agricolo a costo contenuto, ma con beneficio elevato nel breve termine (ritorno di prodotto).

Per quanto riguarda gli effetti dell’accumulazione di capitale sullo sviluppo del sistema. Lewis identifica un processo di

decollo e la possibilità di arresto prematuro di tale processo. In presenza di un offerta di lavoro illimitata e di un salario

costante, l’accumulazione darà luogo ad una crescita di plusvalore e di conseguenza a una maggiore accumulazione e

maggiore impiego di forza lavoro. Il processo si fermerà a decollo avvenuto, quando l’accumulazione di capitale avrà

assorbito tutta la manodopera in eccesso disponibile; oppure prima, a causa di frizioni all’interno del sistema per le

quali se in un settore cresce l’accumulazione di capitale al di sopra del tasso di crescita della popolazione, si viene a

generare un salario crescente. Inoltre gli imprenditori potrebbero decidere di consumare i propri profitti senza

reinvestirli.

ECONOMIA APERTA

In un’economia aperta, dove non vi è più eccedenza di lavoro, si può procedere all’accumulazione, ricorrendo

all’immigrazione di forza lavoro a buon mercato da altri PVS che ne hanno in eccedenza. Un’altra alternativa è

l’esportazione di capitale sempre nei paesi dove vi è eccedenza del fattore lavoro. Essa farà diminuire la formazione di

capitale fisso in patria e ridurre la domanda di lavoro interna. Se c’è concorrenzialità nel mercato del lavoro interno ci

sarà una caduta dei saggi di salario interni. L’effetto complessivo sull’accumulazione di capitali all’interno ed

all’esterno del paese esportatore, dipenderà da molti fattori sovrapposti tra i quali:

- Lo stato della concorrenza

- Il tipo di beni prodotti ecc.

Seguendo Lewis supponiamo che ci sia assenza di concorrenza e di commercio tra due paesi A e B autosufficienti.

- In A aumenta il salario per effetto di una scarsità di manodopera

- In B c’è eccedenza di lavoro

- Gli imprenditori di A esporteranno capitali in B per continuare a impiegare manodopera a basso costo

- La bilancia dei pagamenti in A registrerà una fuoriuscita di capitale nel primo periodo ed una importazione di

dividendi nel secondo.

- Il salario in A non aumenterà più

- Il salario in B resterà fisso finché ci sarà eccesso di lavoro.

La disponibilità di altri fattori può avere effetti particolari sulla allocazione del capitale nei veri paesi. Per i paesi

arretrati questo implica che il capitale si dirigerà verso i paesi già industrializzati. La teoria della caduta tendenziale del

saggio di profitto ci dice che in un paese industrializzato la forte crescita del tasso di accumulazione di capitale porterà

a una progressiva caduta del saggio di profitto; questo secondo Lewis però è solo un mito popolare, ciò che invece può

accadere è la caduta del saggio di profitto all’interno di un settore produttivo, poiché un’industria si evolve seguendo

uno schema simile al ciclo del prodotto.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e pratica dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Basile Elisabetta.

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