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Teorie e analisi di geo-storia letteraria

Geografia e storia della letteratura italiana (Carlo Dionisotti)

Prima della seconda guerra mondiale nasce il quesito se e fino a quale segno la storia d'Italia potesse dirsi unitaria. Benedetto Croce ribadisce la tesi secondo cui di una storia d'Italia anteriore al processo unitario del Risorgimento non fosse il caso di parlare, risolvendosi essa nella varia storia delle singole unità politiche, regionali o municipali in cui l'Italia era stata divisa per secoli. Si opponeva alla tesi secondo cui sotto la diversità innegabile degli eventi politici verificatesi in Italia durante il Medioevo e l'Età moderna fosse, tuttavia, riconoscibile la linea maestra di una tradizione e insieme di un'aspirazione unitaria dei costumi degli interessi economici, delle istituzioni giuridiche, del linguaggio, delle lettere, delle arti. Nell'immediato dopoguerra la discussione fu spostata sulla compattezza stessa dell'unificazione risorgimentale, facendosi la preoccupazione politica più acuta e maggiore la consapevolezza storica delle differenze che intercedono fra le varie parti d'Italia nel loro assetto attuale e nelle stratificazioni del passato.

Il problema che si è così posto nei suoi termini propri di storia politica invade per buon tatto la storia della letteratura. Occorre ricordare che su documenti letterari (da Dante a Manzoni) è principalmente fondata la tradizione unitaria in Italia, ma essa risulta anche da un ideale letterario, dal mito imposto dalla cultura rinascimentale di un'Italia risvegliatasi dal suo lungo e impotente sonno medievale. La cultura italiana si trovò tra il '600-'700 a dover difendere la legittimità dei suoi privilegi. Da questa difesa, nel contrasto con la superiore cultura francese e a riscontro dell'allora inizia "Histoire littéraire de la France", nasce nel '700, come organica costruzione, la storia della letteratura italiana.

Il Tiraboschi procedeva per una via diversa da quella che aveva condotto la cultura italiana del Rinascimento ad affermare il principato letterario dell'Italia. La giustificazione critica di una tale affermazione era stata ottenuta isolando tra le scenze la letteratura, e nella letteratura stessa una precisa coerenza e qualità stilistica, un canone rigoroso di scrittori classici, esemplari. Di qui, da una ragione poetica rigorosa, e per una tradizione semplice e unitaria, il principato letterario dell'Italia. Cultore della ragion poetica, era osservatissimo della verità e dell'esattezza (dote che si richiede ad uno storico), avendo assunto nell'opera il contrasto luce/ombra, età felici/età abiette, scrittori classici/scrittori vitandi, che il Rinascimento aveva escogitato per far esaltare la "luce", il Tiraboschi fu portato a fissare lo sguardo nell'ombra, a schiarirla nel fatto e nel giudizio, necessariamente attenuando e implicitamente distruggendo la validità storica del contrasto. L'Italia resta per lui un'espressione geografica: il che deve suonare elogio.

Si capisce che una cosiffatta storia della letteratura italiana non potesse piacere alle generazioni immediatamente successive, a uomini per i quali l'Italia non era un'espressione geografica, ma era o doveva essere una nazione degna di prender posto fra le moderne nazioni d'Europa. Fu rifiutato, del Tiraboschi, l'inflessibile ricerca del particolare vero ed esatto, l'amplissima conoscenza delle fonti, fu sostituita alla poetica del Rinascimento e dell'Arcadia dello stesso autore con la nuova poetica del Romanticismo, e con essa fu introdotto un nuovo canone di scrittore. Riapparve così anche nel quadro quel vivace contrasto luce/ombra.

La storia della letteratura italiana del De Sanctis è l'inquadramento entro uno schema storico-geografico unitario dei rari e indipendenti "mondi" poetici che la critica romantica era venuta scoprendo. Le grandi figure dell'inferno dantesco si incontravano, nel pensiero del De Sanctis, non con altre nel susseguente processo della poesia italiana, ma fuori d'Italia e a intervalli di secoli, con le grandi figure tragiche di Shakespeare. Questa stessa apertura crescente alla cultura europea doveva ribadire la legittimità e convenienza dello schema storico-geografico italiano.

In una storia che si apre ai primi del '200 (in quanto a tale data si hanno i primi documenti di un uso letterario della lingua nuova) il filo conduttore della tradizione linguistica si perde, e viene sostituito da quello della storia morale e politica italiana. La storia letteraria si inquadra nella vicenda di un popolo lentamente decaduto dalla fierezza comunale all'agio e alla preziosa mollezza signorile, di qui all'avvilimento della dominazione straniera, poi lentamente risorto e per gradi a indipendenza scientifica, morale e politica.

Negli ultimi decenni dell'800 vi è la necessità per la critica letteraria di vie nuove: rinnovamento del metodo della ricerca ampia e precisa, senza gioco di luci e ombre (=Tiraboschi); nei primi del '900 rinnovamento e recupero della pura ricerca estetica che sottostava alla storia del De Sanctis. Sono due diversi e successivi momenti della critica italiana che sintomaticamente corrispondo a due diversi e successivi momenti della storia d'Italia e d'Europa fra il 1870 e la prima guerra mondiale. Ma da entrambi quei momenti si arriva alla conclusione che ogni particolare problema ha per sé solo una sufficiente complessità e importanza, ha, come ogni uomo, una sua individua autonomia che non sopporta di essere imperativamente sottomessa e sacrificata a presunti problemi generali, qual è, per esempio, la storia letteraria di una nazione. La questione è stata dibattuta dalla moderna critica italiana: Croce afferma che la coordinazione di autonomi problemi in un quadro storico-geografico complessivo si giustifica solo come un espediente didattico.

Nella prima metà del '200 corre dalla Sicilia lungo la fascia tirrenica un flusso di nuova poesia che invade e dilaga in Toscana, supera l'Appennino pistoiese e si ingrossa ma si arresta a Bologna. Estranea resta in gran parte tutta la fascia adriatica e qui, fra Abruzzi e Marche, facendo centro nell'Umbria francescana, fiorisce una tutt'altra poesia e letteratura. Finalmente una terza zona a sua volta indipendente dalle prime due si disegna a nord della dorsale appenninica e del Po. A definire la situazione di frazionamento della cultura e della letteratura italiana del '200 è il "De vulgari eloquentia" di Dante, che afferma un'esigenza unitaria, di una idea unità linguistica letteraria, proposta e richiesta a una reale, frazionata varietà.

Letteratura toscana

  • La Commedia di Dante è l'opera di un esule, sorge dall'esperienza di lontane terre, procede, nel trapasso dall'inferno al purgatorio, una visione risolutamente più libera e ampia, ma mantiene fede sempre alla città originaria: Firenze.
  • Il Canzoniere di Petrarca nasce ovunque fuor che in Toscana, da un esule volontario cui senza rimpianto è ormai patria del mondo ma, tuttavia, nasce da uno sforzo di concentrazione intima su di una base linguistica e metrica fedele alla tradizione toscana.
  • Il Decameron di Boccaccio nasce a Firenze e vi si inquadra, ma nasce anche da un impeto narrativo, da un abbandono all'avventura amorosa e geniale che sono i segni dell'educazione e giovinezza napoletana dell'autore.
  • Nella seconda metà del '300 la stanchezza e assenza della grande poesia è un evento che lo storico registra ma non commenta. La grande poesia italiana del '300 viene meno nel 1374, anno della morte di Petrarca. Vi è l'avvento dei poeti medicei (Pulci, Lorenzo, Poliziano). Durante buona parte del secolo l'ambito della letteratura toscana si restringe e si municipalizza, ed è allora che si ha una letteratura dialettale nel senso vero e proprio della parola, fondata cioè sull'uso consapevole di un linguaggio di rango inferiore. L'avvio di questa tendenza è dato da Franco Sacchetti e dal Bruchiello, che ebbe durante il '400 una grande fortuna e inaugura una tradizione di poesia burlesca e maliziosamente aggressiva tipica toscana.

Letteratura piemontese e lombarda

Fenomeno tipico è il romanticismo. Per tutto il resto d'Italia il Romanticismo è merce d'importazione, fatta l'eccezione del Guerrazzi.

La questione meridionale che tante parti ha nella storia politica dell'Italia moderna e contemporanea, molte parti anche ha nella storia letteraria. Nel primo campo le province meridionali hanno dato con i loro uomini migliori il massimo contributo che per loro si potesse alla causa dell'unificazione, ma, nonostante tutto, rimasero, nel loro assetto economico e civile, ai margini di quella stessa unificazione. Nel campo letterario la questione si presenta in termini analoghi: da un lato al meridionale De Sanctis si deve la prima e sola celebrazione storica di tutto il nostro passato, e al meridionale Croce si deve una dottrina filosofica nella quale l'intera cultura italiana ha riconosciuto una guida attuale; d'altro lato, mentre una vigorosa poesia dialettale sembra aver voluto accompagnare e sottolineare il distacco nel nostro secolo dalla tradizione retorica della poesia italiana e dall'ultimo rappresentante (D'Annunzio), i romanzi di Verga sempre più si sono imposti come la prima e sola celebrazione poetica dell'umile contemporanea Italia, fantastica e sconsigliata, come i personaggi di quei personaggi sono, dura al lavoro e quasi mordente alle scaturigini di una vita amare, che pur vuol essere vissuta fino allo stremo.

La cultura letteraria delle regioni: una cultura "minore"? (Michele Dell'Aquila)

La dialettica "maggiore" / "minore" non investe solo gli autori all'interno / esterno di zone privilegiate dell'attività letteraria, oppure ancora il rapporto; tra opere diverse e diversi momenti creativi dello stesso autore, nel rapporto costituitosi e consolidato nella tradizione storiografica tra una letteratura "maggiore", "nazionale", e le letterature "minori", regionali o provinciali. Sì è parlato (Sipala) di un'ottica della provincia e di una possibile penalizzazione o valorizzazione dei "provinciali": sì è toccato il tema della "fuga dalla provincia" (Macrì), da parte di altri (Marti) si è richiamata opportunamente la possibilità, e quasi il dovere, di studio che la provincia, e l'operare in provincia, comportano. Qui si dovrebbe aggiungere alla problematica un altro aspetto: non la provincia ma la "regione storica": che è cosa, com'è noto, assai diversa.

Ma la relazione del collega Pieri, ha insinuato sospetti che una condizione di emarginazione per condizione di "minore" possa riguardare tutt'intera la nostra letteratura dopo il 1630 nei confronti di un'Europa vincente e dominante. L'accusa ricorrente di provincialismo di municipalismo di rozzezza e vitalità dialettali, di estraneità alla grande circolazione delle idee e delle forme, propria dei centri privilegiati. Quella linea polemico-esclusiva, venne poi scadendo nell'esclusivismo purista.

Dopo tanto contrastare quel disegno composito della storia e della cultura e della letteratura italiana riconoscibile nelle sintesi settecentesche ed ottocentesche, risulta costituito da una faticosa koiné dominata dai modelli di due o tre regioni storiche, compattamente ristretta sul nucleo toscano-fiorentino. Né dirò qual fosse la sorte, ancora più ingrata, di quelle altre forme e forze di aree culturali interne alle grandi regioni "storiche", soggette ad una duplice penalizzazione verificabile in particolare nel vasto Mezzogiorno, assimilato genericamente nel nome della cultura "napoletana": con mortificazione e livellamento di cospicue specificazione e originalità di culture residenziali di regioni interne, quali la Basilicata, l'Abruzzo, la Puglia, la Calabria.

La storia d'Italia venne svolgendosi, almeno dalla crisi dell'Impero romano e dalla rottura dell'unità seguita dall'invasione longorbarda, per evidenti articolazioni regionali, in un processo ininterrotto di frantumazione e di aggregazione politica. Con centri e capitali diverse, soggezioni ed enclaves straniere, senza peraltro mai, o quasi mai. O mai troppo a lungo, che si costituisse stabilmente una egemonia capace di unificare politicamente, e quindi anche linguisticamente e culturalmente, la penisola. Tale svolgimento risulti anche fortemente contrastato da un ininterrotto ideale unitario, certamente di natura retorico-letteraria. Ed, anzi, in un tale evidente contrasto e difformità si è venuto instaurando quasi un rapporto storico-dialettico, per cui il particolarismo e la frammentazione nella sfera pratica rafforzavano in quella etica ed ideale quel principio ed aspirazione di unità: e questa, nel momento stesso in cui veniva espressa da una minoranza di scrittori, poeti, pensatori, politici, risultava astrattamente asseverata e contraddetta dall'opera quotidiana di tutti e dallo svolgimento delle cose.

Sicché ad una aspirazione unitaria nella lingua e nella cultura, attraverso lo sforzo sovraregionale ed unitario dei dotti, dal Medioevo all'erudizione settecentesca, corrisponde nella storiografia letteraria un persistente disegno di tipo unificante, sovraregionale, inteso a concepire e descrivere lo svolgimento delle nostre lettere come se esse si fossero svolte in uno stato unitario, mentre esse, in realtà, erano, non potevano non essere, come la lingua stessa in cui si esprimevano, se non il rispecchiamento di una realtà regionale e provinciale e municipale. Un orientamento che trovò nuovo vigore nelle spinte risorgimentali rivolte piuttosto a comporre che a scomporre la visione particolare, ed a privilegiare sia nella lingua che nella letteratura le proposte unificanti.

In tal caso la Storia desanctisiana, scritta proprio nell'anno del compimento dell'Unità e di Roma capitale, con il suo schema unitario ed il sotteso progetto pedagogico e la fortissima tensione etica da cui risultava attraversata, si poneva come coerente opera di sintesi, terminale di una lunga aspirazione nazionalistica finalmente appagata, i cui frutti erano da consolidare e sviluppare nella consapevolezza della nostra natura e degli errori e nell'affinamento maniera, e quasi negli stessi anni, la Proposta Linguistica manzoniana, da un versante diverso, rispondeva in qualche modo alla stessa ragione unificante, che era stata il segno di tutta la generazione risorgimentale nelle diverse tendenze ed orientamenti ideologici, quando si escluda la concezione, in quegli anni perdente, di Cattaneo e dei suoi discepoli regionalisti e confederalisti.

Permaneva il rischio che in quella volontà di omologazione si deformasse e violentasse la vera storia e sanguigna della nostra vita e cultura regionale. Insomma che uscisse dal disegno una fisionomia idealizzante, esangue, priva di consistenza e di verità, con grave pregiudizio di recupero e giusta valutazione di larghissime e fertili zone culturali non rientranti in quello schema. Ma – per tornare ai canoni storiografici ed alle storie letterarie – non si vuol certo affermare che mancassero, fin in quelle settecentesche, considerazioni ed attenzioni verso fenomeni di letteratura e cultura regionali. Lo stesso De Sanctis almeno nella Letteratura italiana del sec. XIX se non nella Storia, si mostra attento, nella descrizione dei fenomeni meridionali, alle aree particolari di essi, quali la Calabria, per esempio, rispetto a Napoli. Ma in ogni caso l'operazione risultava mossa da una ragione integrativa o di restauro dell'antico disegno che, modificato qua e là, rimaneva rigidamente unitario.

Il fenomeno di emarginazione non riguardava soltanto la storiografia letteraria. Ma anche altre discipline e forme di attività, in particolare la lingua, forme scritte e del parlato, e faceva registrare nell'annosa questione forti tensioni nella direzione unitaria, vuoi di segno puristico-accademico, vuoi di segno popolar-manzoniano. Ma nonostante le violenze e compressione subite, la letteratura e la lingua in Italia rimanevano ancorate fortemente ad una articolazione regionale, in quanto regionale e in qualche caso comunale era stata la storia d'Italia. La geografia e la storia della letteratura, attraverso questa sempre più ricca messe di contributi, mostrano disposizione ad integrarsi nell'esplorazione di zone rimaste in ombra, nell'esigenza di un più persuasivo disegno d'insieme.

Letteratura italiana e culture regionali (Alfredo Stussi)

L'iniziativa di pubblicare nella "Critica" quella serie di monografie regionali era ben motivata dai personali interessi di Croce cultore di storia e di tradizioni locali; essa risulterà poi coerente con la tesi, nel 1936 "splendidamente ardita", della possibilità di parlare di storia d'Italia solo dopo l'epoca risorgimentale; è però anche notevole, e certo non causale, che l'iniziativa di Croce si concretizzi tra il primo e il secondo decennio del secolo, cioè in un'epoca che vede svilupparsi attenta e matura riflessione su alcuni problemi posti da una comunità nazionale culturalmente tanto variegata com'era il giovane regno d'Italia. Conviene rifarsi dunque a un punto quasi terminale, al libretto dall'aria dimessa che pubblicò nel 1914 Giovanni Crocioni col titolo Le regioni e la cultura nazionale dedicandolo a Benedetto Croce: con riferimento alla geografia, alla storia, alle arti figurative, alla letteratura, ecc. il Crocioni sollecita una presa di coscienza della situazione reale, tipica del nostro paese, sviluppando così una proposta avanzata almeno dieci anni prima e coerentemente orientata su un problema centrale, quello della scuola. Punto di partenza del progetto peda

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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