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Il tema della visione nell'esperienza umana

“L’esperienza è ciò che ti accade, che ti urta, che ti sconvolge, che ti trasforma”. (Heidegger) Il tema principale affrontato in questo volume è il seguente: il tema della visione all’interno dell’esperienza del vedere compiuta dal soggetto umano. Questi vede sempre secondo l’ordine della propria esperienza, nella quale la luminosità e la visibilità divengono visione e sguardo.

All’interno del volume incontriamo diverse espressioni come “occhi che dicono sì e occhi che dicono no”, “occhi torvi e sospettosi”, “sguardo doloroso”. Queste espressioni non denunciano solo una determinata sensibilità poetico-sentimentale di un soggetto nei confronti della realtà, ma rivelano la struttura più intima dello stesso modo di essere del soggetto che nella visione si colloca sempre nella realtà.

Il fenomeno dell'invidia

Da questo punto di vista ci si sofferma sul fenomeno dell’invidia, che non viene però interrogata nella sua dinamica sociale, come passione sociale, ma come atto percettivo, come una passione oculare che definisce sempre un modo specifico di esperire il vedere. Infatti, nell’invidia si fa esperienza del dolore nel vedere: si tratta di un tema legato al vedere, all’intersoggettività, alla relazione, alla parola e che si esprime come sofferenza che si prova nel vedere il bene altrui.

“Invidia” significa innanzitutto “vedere di traverso” e ha a che fare con il tema dell’immagine. L’immagine è la copia di qualcosa, la sua rappresentazione, non è la cosa in sé, presenta una dualità in quanto rappresenta l’oggetto (genitivo oggettivo) e il soggetto (genitivo soggettivo). La foto di un albero, ad esempio, parla dell’albero (oggetto) e al tempo stesso parla di me, del soggetto che l’ha realizzata, che si mette in scena attraverso quell’immagine.

Vedere e guardare

L’immagine è sempre il frutto, l’esito, il prodotto di uno sguardo. Qui bisogna evidenziare la differenza tra vedere e guardare: vedere è un semplice atto passivo, mentre guardare implica un venir fuori, un prendersi cura, un prestare attenzione e un giudizio nel senso della speranza, del desiderio. L’organo del vedere è l’occhio, mentre l’organo del guardare, dello sguardo è il cuore, inteso secondo l’interpretazione biblica, ovvero come la totalità della persona. Quindi, si può vedere, ma non guardare e non vedere, ma guardare.

Al soggetto la totalità della persona, il cuore, sfugge, in quanto il soggetto è costituito da ragione e desiderio e quindi la totalità non è qualcosa di controllabile (“Al cuor non si comanda”). Molte discussioni non hanno fine non perché è la cosa che non va, ma sono i cuori che non vanno.

La scienza e l'esperienza

La scienza nasce con Galileo, con l’esperimento, le cui caratteristiche principali sono la misurabilità, la riproducibilità e l’intersoggettività, ovvero l’indipendenza dal soggetto. L’esperienza ha invece caratteristiche opposte all’esperimento, in quanto non è mai misurabile, mai riproducibile ed è sempre soggettiva. Ognuno vede secondo la propria esperienza.

L’uomo, infatti, non è solo situato fisicamente, ma anche emotivamente, pateticamente, è soggetto al desiderio e guarda alla vita in base alla propria esperienza. Ognuno di noi ha una doppia vita, pubblica e segreta, intima: la difficoltà è situata nella seconda, nel tema dell’esperienza perché tendiamo ad eliminare, nascondere, censurare le cose più dure, più aspre che ci accadono. È proprio al livello del desiderio che lo sguardo interviene: per comprendere lo sguardo dell’uomo bisognerebbe comprenderne innanzitutto il desiderio, prova che risulta difficilissima perché la totalità del soggetto sfugge al soggetto stesso.

Desiderio e bisogno

Ciò che desideriamo non è mai riducibile al bisogno: cosa desideri? La felicità, essere amato, essere riconosciuto come tale. Cerchiamo sempre di determinare il desiderio in oggetto (ottica consumistica), ma l’oggetto non è mai all’altezza del desiderio dell’uomo. (“Ogni volta che ti fissi sull’oggetto, tu muori come uomo.”)

L'invidia come sentimento femminile

L’invidia è un sentimento prettamente femminile, in quanto il femminile è il luogo di una certa esperienza del tempo. L’esperienza del tempo fatta dal maschile è legata al tema del godimento, del presente, del carpe diem; al contrario, l’esperienza del tempo fatta dal femminile è legata alla storia, non si ferma al momento.

Il vantaggio del maschile sta nella capacità di sostituire l’attimo, finito un godimento può cercarne subito un altro. Ma lo svantaggio sta proprio nell’ottusità maschile. L’esperienza femminile del tempo è legata invece alla pazienza, all’attesa, al vedere legami laddove non ci sono, ad un’esistenza complicata.

Proprio all’interno di questo contesto è possibile capire che l’invidia è un sentimento prettamente femminile: l’invidia infatti ha a che fare con “non puoi più generare” (donna).

Esperienze letterarie

Molly e il 16 giugno 1904

Il 16 giugno 1904: data per l’azione dell’Ulisse. Giornata in cui non accade nulla di essenziale: tutto appare troppo carnale, troppo quotidiano, non romanzesco, assolutamente banale. Il quotidiano diventa letteratura grazie a Joyce. “Il 16 giugno 1904 non accade nulla di particolare se non il particolare accadere di questa stessa giornata” (Eliot su Ulisse).

Ripercorriamo gli ultimi due capitoli del libro: XVII, Itaca, e XVIII; Penelope. Alla fine della giornata, i personaggi principali del libro – Leopold Bloom (Ulisse), Stephen Dedalus e Molly (Penelope) – si ritrovano all’interno della stessa casa, ad Itaca. È notte avanzata: Molly dorme, Leopold invita Stephen in casa e gli offre una tazza di cioccolata. I due cercano di conoscersi meglio raccontandosi ambizioni e speranze: Bloom pensa alla propria situazione familiare, al figlio Rudy morto quando aveva 11 giorni e alla figlia Milly, ormai lontana. Leopold invita Stephen a fermarsi per la notte, quest’ultimo rifiuta e i due si fermano per qualche istante a guardare il cielo pieno di stelle. Leopold rientra in casa da solo e si corica vicino a Molly, nello stesso letto in cui lei lo aveva tradito nel pomeriggio con l’amante.

Stephen e Leopold sono due personaggi che vengono spesso messi di fronte, l’uno e l’altro, agli stessi luoghi e alle stesse idee:

  • Leopold: conosce se stesso per mezzo della realtà osservabile, è caratterizzato da un forte temperamento e da una generosa buona volontà. Specula sul corpo e ritiene che le questioni di spiritualità non possano essere poste e nemmeno trovare una risposta.
  • Stephen: conosce se stesso attraverso i libri e la riflessione, ha un carattere angoloso ed è un intellettuale. Riflette di metafisica, specula sull’anima ed è ossessionato dai diversi livelli di spiritualità e di sostanza nelle persone della Trinità.

Ora, concentriamoci su Leopold, marito di Molly. I motivi dell’interno della casa, ovvero universo/solitudine, casa/ordine, letto/sonno si intrecciano e si confermano tra loro. Dopo l’Odissea nella Dublino - mondo, Leopold rientra, nel letto, all’interno della casa, all’interno di Dublino, all’interno dell’Irlanda, all’interno del mondo, all’interno dell’universo…e riposa.

Leopold è un uomo buono, non un eroe, ma nemmeno un inetto, accetta la precarietà della vita, ma non per questo cade alla rassegnazione e all’accidia, guarda le stelle e “ha qualcosa dell’artista”, ma non è un uomo completo. Gli manca l’ultima parola, quella parola che è lasciata a Molly, la sua Penelope, ha bisogno della sua controfirma per l’eternità. Molly è il clou del libro: al di là dell’immagine di superficie che la vuole infedele, immorale e trasgressiva, Molly conferma i temi dell’interno, della casa e del letto.

Molly è una comune donna di Dublino, la sua vita non è particolarmente interessante, tradisce ed è tradita, ama e soffre, sogna e fantastica, è una donna fallita, alla quale la vita non è andata, è insoddisfatta e passa i giorni della sua vita sul letto, dove mangia, dorme e tradisce il marito con l’amante. Il letto sembra essere il suo solo mondo, dove compie le sue uniche due azioni di un certo rilievo: il tradimento con l’amante Boylan e l’ultimo monologo interiore. Questo monologo costituisce l’ultimo capitolo dell’Ulisse, privo di punteggiatura e articolato in 8 ampie sezioni:

  • Prime quattro sezioni: Molly matura (33 anni)
  • Ultime quattro sezioni: Molly giovane (15-18 anni)

Nel monologo Molly ricorda, fantastica, si sfoga, pensa all’amante, al proprio corpo, al marito e ai diversi rapporti che ad esso lo legano. Il tema della femminilità, legato al corpo, al piacere, al godimento, al marito, è ripreso più volte e spesso attraverso il confronto con altre donne: Molly non è soggetta all’invidia, ma vuole diventare oggetto d’invidia per quelle altre donne che sono senza passione e non sanno nulla della vita e degli uomini. Molly non è una “casalinga disperata”, non fugge dalla vita, non la subisce, non la domina, ma la vive, la abita, si rilancia con quello che ha, con il proprio corpo.

Una conferma della sua femminilità giunge dalla natura, dall’ordine naturale: le mestruazioni. “Non è finita” per lei: ricorda Gibilterra, il luogo dell’infanzia, dei primi amori, delle sue prime esperienze sessuali. Qui, ci troviamo di fronte ad una certa inquietudine, ad un rilancio che le impediscono di abbandonarsi all’oblio del sonno, alla tranquillità della notte all’interno della sicurezza. Molly non dorme, ma non si tratta di insonnia, ma di veglia: decide di stare sveglia, in guardia, di prestare attenzione alla vita.

Il tema della fine è anche il tema del tempo, soprattutto dei tempi verbali, attraverso cui lo stesso monologo giunge alla fine. Il flusso di ricordi del passato e di fantasticherie sul futuro si interrompe, si ferma e firma, si rilancia ancora una volta verso la vicina e concreta figura del marito: “I’ll just give him one more chance”. “Non sono finita”, afferma Molly, dice sì alla vita, il suo tempo non è più quello di Leopold: il flusso dei ricordi si interrompe e passa alla definizione delle concrete condizioni di possibilità della nuova occasione, del futuro.

“Non è ancora finita perché è stato possibile e quindi potrà esserlo ancora”: se in un passato portò tra i capelli una rosa bianca, ci sarà un tempo, il futuro, in cui porterà una rosa rossa tra quegli stessi capelli. Così Molly si mette a filare la possibile concretezza del domani per rinviare la fine, per firmare e impedire che la sua veglia si trasformi in semplice insonnia e non svanire mai nella semplice quotidianità.

Molly dice sì alla vita, decide per quella casa e per quel marito: la sua grandezza sta nella sua grande determinazione e generosità; la sua firma è sì.

Gertrude e i Promessi sposi

La figura del letto, nell’Ulisse immagine del ciclo vitale dell’esistenza, è l’ultima similitudine che chiude la storia dei Promessi sposi. Anche in questo caso è un’immagine forte, non scelta a caso, segno dell’unione della casa, del tempo, dell’intimità del luogo familiare e in più generale come luogo dello svolgersi di molteplici esistenze, metafora delle possibilità e difficoltà della vita.

L’uomo, per Manzoni, è un infermo che si trova sempre su un letto scomodo e vede attorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori: l’uomo, fin dal momento in cui nasce, si trova sempre scomodo nella vita e guardando la vita degli altri, apparentemente liscia e perfetta, si accorge che è come la propria, “piena di lische, bernoccoli e pieghe”. Anche Leopardi ritiene che ognuno di noi, nel momento in cui nasce, si corica su un letto, ma in questo caso esso è anche duro e disagiato e quindi l’uomo continua a cambiare posizione per prendere un po’ di sonno su di esso. Il letto duro è quindi metafora della vita: il rivoltarsi continuamente è il cercare piaceri e felicità in modo vano e quel credere un momento di addormentarsi è un’illusione atroce.

Ritornando ai Promessi Sposi, sono molti i letti “duri e disagiati” e molti i sonni caratterizzati da un’“agitazione perenne dell’animo”. Possiamo ricordare, ad esempio, i sonni – letto di Don Abbondio, di Renzo, di Don Rodrigo, di Lucia, dell’Innominato. Ma soprattutto, ritornando al paragone con Molly e all’idea manzoniana dell’infermo, di colui che è fermo, rinchiuso, imprigionato su un letto che non può mutare e che vede attorno a sé letti preferibili, è bene ricordare il sonno di Gertrude.

Gertrude è una nobile, una signora, una donna fallita come Molly, ma che risponde alla vita in modo diverso. Gertrude non è solo espressione del “guazzabuglio del cuore umano”, ma del vero e proprio “abisso del cuore umano” pascaliano. Il letto di Gertrude è, come direbbe Molly, un sick-bed, il letto di un ammalato, di dolore, ma ciò che caratterizza Gertrude ha soprattutto a che fare con la vista di altri letti, di altri luoghi, di altri mondi, verso i quali prova rancore, rabbia, invidia e infine odio.

Gertrude non guarda mai diritto, ma sempre attraverso gli occhi di qualcuno, prima attraverso gli occhi del padre e poi attraverso gli occhi di Egidio. Nel primo tempo del dramma dello sguardo Gertrude vede il padre, lo sguardo del padre su di sé: è dominata da lui ed è oggetto del suo sguardo. Questo sguardo paterno non è semplicemente cattivo o malvagio: il padre sa quello che vuole, sa quale è il suo compito, ed è questo sapere, più che la pura cattiveria, a condizionare il suo agire e a definire la sua morale. Lo sguardo del padre segna il destino della figlia, uno sguardo che viene a dire direttamente ciò che la sua voce non dice: Gertrude conosce quello sguardo, non ha dubbi sulla loquacità e il senso di quegli occhi, cede, abbassa lo sguardo, si lascia guidare e infine dominare da esso.

Nel secondo tempo del dramma dello sguardo che impegna Gertrude coinvolge un’altra espressione del padre: gli occhi del padre non giungono a lei solo tramite il padre, ma giungono sopra di lei prima dal fratello e poi da Egidio. Tramite l’incontro con Egidio Gertrude torna ad essere totalmente sotto gli occhi del padre: Egidio è colui che guarda, che prende di mira, è un “profanatore del tempio” attraverso lo sguardo e Gertrude fugge e si ritira, china lo sguardo e al tempo stesso mette in modo l’incessante attività di pensiero tipica delle sue fughe repentine.

Gertrude agisce, reagisce, ma sempre e solo nella misura in cui corrisponde a quegli occhi che la guardano dall’alto: il dramma dello sguardo matura così in una tragedia della non-azione e della non-volontà che condizionano l’agire di Gertrude. Quindi Gertrude firma, risponde, dice sì, ma questo sì non è l’espressione di una volontà realizzatasi, ma umiliata, non apre, ma chiude, costringendola anche fisicamente in un luogo chiuso, ed è causa ed effetto di uno sguardo abbassato, di un cedimento, è un compimento della rinuncia. Il sì di Gertrude non rilancia, ma rinuncia, non afferma, ma si lascia travolgere: questo sì è una vera negazione al suo desiderio e un no sarebbe stato una vera affermazione, un vero sì alla vita. “Alla fine fu fatta la sua volontà” perché cede al suo desiderio.

La rinuncia al proprio desiderio comporta due esiti a livello dell’azione:

  • La chiusura in una cella di convento (esito del senso di colpa).
  • L’omicidio nel chiuso di quella cella, la vendetta (esito dell’invidia).

Possiamo evidenziare quindi due inversioni che mostrano il capovolgimento del sì in no, in cui l’assenso di Gertrude si rivela essere solo rinuncia e cedimento:

  • La rinuncia al proprio desiderio fa sorgere in Gertrude il senso di colpa e l’entrare in monastero viene interpretato da lei come espiazione della propria colpa: il sorgere del senso di colpa provoca, come sempre, una mutazione nella percezione del reale e il convento non è più una prigione, ma è l’asilo, il rifugio tranquillo. Il “chiuso” non potendo essere aperto, viene elevato a valore positivo e quindi trasvalutato in “oggetto desiderabile”.
  • La rinuncia al proprio desiderio fa sorgere in Gertrude il sentimento dell’invidia: Gertrude voleva essere soggetto dell’invidia, ma lei diviene soggetta all’invidia e accecata dall’odio. L’esperienza dell’invidia è sempre legata al tema della femminilità: la vista stessa di qualunque donna, in qualunque condizione, che potesse liberamente godersi i beni del mondo provoca in lei dolore, sofferenza, invidia, odio. La vera invidia è verso la possibilità che ha perso e in ognuna delle donne soggetta all’invidia si rivela questo dramma.
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ibiscorosso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Petrosino Silvano.
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