Introduzione
Lezioni di regia è il titolo di un libro del 1964 di Sergej M. Ejzenstejn che affronta
diversi problemi di regia e messa in scena, analizzando sequenze, immagini e grandi
classici. Riprendendo il titolo di una delle sue opere, vuole individuare quelle strutture
che si ripetono nel cinema e sono quindi modelli dominanti.
Capitolo 1 – LA CONVERSAZIONE
La conversazione è una delle sequenze più comuni al cinema. Il cinema classico ha
basato le scene di dialogo sull’uso del campo/controcampo. Il regista decide chi
mostrare alternatamente, immaginando di essere posizionato in uno spazio di 180° in
modo da tenere corretti i raccordi e la direzione dello sguardo.
Esempio: CASABLANCA di Michael Curtiz
Il film è ricco di campo/controcampo e di scene di conversazioni. Prendiamo la scena in
cui ci sono Rick(Humprey Bogart) e Ilsa(Ingrid Bergman). La scena dura 2.04. Ilsa
arriva per spiegare le sue ragioni, Rick è seduto al tavolo ricordando il suo amore finito
male e quasi non la ascolta. La sequenza si compone di 12 inquadrature: le prime 3
inquadrano entrambe, poi i singoli personaggi.
L’effetto generale è di forte chiaro scuro per dare tensione alla scena. Curtiz utilizza
inoltre un restringimento visivo per mostrare l’intensificarsi drammatico della
conversazione. Il modello classico vuole che il personaggio inquadrato sia perlopiù il
parlante.
Esempio: OMBRE ROSSE di John Ford
Nella scena iniziale quando Buck entra nell’ufficio dello sceriffo ha con lui un breve
dialogo. All’inizio vi è un piano d’insieme dell’ufficio (per mostrare allo spettatore un
ambiente che non conosce) poi entra in campo Buck che avvia l’intrigo. L’immagine è
fortemente segnata da linee diagonali che introducono una tensione visiva. Le
immagini ci mostrano due piani opposti ma complementari lo sceriffo dall’alto e Buck
dal basso.
Tutti parlano nel corso della scena ma solo questi due personaggi hanno una
rappresentazione privilegiata.
Esempio: Rapina a mano armata di Stanley Kubrick
Nella scena di dialogo tra l’umile cassiere Gorge Peatty e la fedifraga moglie Sherry. La
donna vuole strappare all’uomo un’informazione ovvero la data in cui avverrà la rapina
all’ippodromo, riesce ad ottenere l’informazione dicendo al marito che è stata
violentata da Johnny (parte della banda). Qui abbiamo un uso molto espressivo del
campo/controcampo. L’impennata finale della scena è contrassegnata dalla fine del
lungo piano d’insieme e l’improvvisa interruzione del campo/controcampo. Questa
chiusura della scena rappresenta il dolore di George nel sapere che la moglie è stata
violentata (cosa non vera). Attraverso il numero di inquadrature e la durata, la
posizione delle immagini viene creata la forza dell’immagine dell’uomo.
Esempio: Quarto Potere di Orson Welles
Il film ha letteralmente cambiato lo stile cinematografico, lo spazio ha acquisito
profondità, il montaggio è venuto a patti con i movimenti di macchina e i piani
sequenza.
Welles non rinuncia del tutto al campo/controcampo infatti nel film come in altri vi
sono delle scene così girate. Una di queste è quando assistiamo al dissolversi della
felicità coniugale fra Kane e Mary. La coppia ci viene mostrata durante la colazione,
agli opposti del tavolo. Nella prima i due hanno gli occhi pieni d’amore, nell’ultima
hanno un giornale tra le mani e quello che Mary legge è il quotidiano rivale a quello
del marito. Ma lo ritroviamo anche nell’orgoglio degli Amberson nella scena tra George
ed Eugene o in Otello. Tuttavia l’aspetto peculiare delle conversazioni in
campo/controcampo di Welles è il modo in cui queste si accompagnano a quegli effetti
così diffusi nello stile del regista come le angolazioni dal basso, le inquadrature oblique
ecc che ritroviamo soprattutto in Rapporto confidenziale.
Esempio: Rapporto confidenziale di Orson Welles
Nella scena di dialogo tra Mr. Arkadin (Welles) e Guay Van Stratten. Durante un
ricevimento Arkadin rivela a Van Statten che non riesce a ricordare niente della propria
vita prima del 1927 e lo incarica di ricostruire la sua vita in un rapporto confidenziale.
Il dialogo alterna inquadrature dell’uno e dell’altro in una conversazione che fa
crescere la drammaticità e in sintonia con i modelli classici. Il forte contrasto tra i due,
il fatto che MR Arkadin sia ripreso in modo più obliquo e più angolato conferisce alla
scena una certa eccentricità: innanzitutto viene contrapposto il semplice Van Stratten
con l’enigmatico Arkadin. Lo stesso equilibrio lo ritroviamo anche in altre scene dove i
piani di van Stratten sono contrapposti graficamente a quelli di Arkadin.
Quando Welles riprende i personaggi che camminano lo fa spesso con lunghe
carrellate come ne L’Orgoglio degli Amberson. Il modo in cui Welles muove la
macchina da presa può avvenire anche attraverso forme più composite e spazi chiusi
come in Quarto Potere come nella conversazione in long take dinamico tra Kane e
Tatcher suo collaboratore all’Inquirer. Vediamo come il regista pone in opposizione
frontalmente i due, Tacher è in piedi di spalle mentre Kane è seduto di faccia. Poi si
alza per dare enfasi alle sue parole e si vedono vicini ripresi di profilo. La
contrapposizione si gioca anche attraverso l’abbigliamento.
La modalità di rappresentazione che ricorre più frequentemente in Welles è la
profondità di campo, diventa il fulcro di una scena.
Il cinema giapponese si è caratterizzato per una realtà che ha saputo coniugare forme
classiche con forme di tradizione nipponica e lo ritroviamo soprattutto in alcuni registi:
OZU YASUJIRO in cui ricorre spesso la conversazione tra due personaggi che parlano
senza fare altro (fumare, bere ecc). Non rifiuta il campo/controcampo ma lo usa
sistematicamente aborrendo il ricorso ai movimenti di macchina o ai long take.
Le scene di dialogo giocano sull’alternanza dei piani di insieme e piani di un
personaggio come in Il gusto del Sake dove il padre Hirayama vuole che la figlia si
sposi. La particolarità è che Ozu non inquadra i personaggi di sbieco ponendo la
macchina da presa al di qua, ma la pone di faccia all’attore. Cosi sembra che i
personaggi guardino nella stessa direzione. La scelta di porre la macchina sotto
l’altezza standard colloca i personaggi in posizione elevata come se fossero sul
palcoscenico. Egli inoltre riduce al minimo le figure cinematografiche, limita il lessico
alla messa figura lontana (niente primo/primissimo piano) e riprende le donne un po’
più vicino rispetto agli uomini cosicché le figure siano in realtà sovrapponibili.
Il suo cinema dunque mira all’affinità e all’armonia.
MIZOGUCHI tende a optare per dialoghi fra personaggi in piedi o che comunque si
muovono contrassegnando gli sviluppi drammatici della scena. Preferisce scene di
dialogo che giocano sul conflitto, contrappone i personaggi (bene/male
vittima/carnefice) e ricorre a lunghe inquadrature che riprendono in figura intera i
personaggi che si muovono accompagnati dalla mdp. Sceglie di riprenderli con
un’angolazione dall’alto spesso tesa a sottolineare la condizione di oppressione della
vittima. In Vita di O-Haru donna galante, si raccontano le vicissitudini di una donna
O-Haru il cui padre cerca di convincerla a diventare la concubina di un potente signore
della terra.
La conversazione che avviene gioca la sua espressività sul movimento che crea una
stretta relazione tra il filmico e il pro filmico.
KUROSAWA è un regista più eclettico che si rifà maggiormente ai modelli occidentali,
in Kagemusha, l’ombra del guerriero racconta le guerre feudali per la conquista del
paese. Tra queste famiglie c’è la Shingen il cui anziano signore ha chiesto gli venga
trovato un sosia. Nella scena di dialogo abbiamo un piano sequenza privo di qualsiasi
movimento della mdp. Anche i personaggi sono statici e non si muovono. La loro
disposizione nello spazio, le scenografie e gli accessori sono da manuale di regia. Si
dedica al modularsi delle voci che si sostituiscono ai più convenzionali effetti di
montaggio.
Il cinema classico ha individuato nel campo/controcampo la forma rappresentativa
dominante per le conversazioni. Anche nella Nouvelles vague si è esplorata la
conversazione a 360°. Partiamo ad esempio da I quattrocento colpi di Truffaut: il
piccolo Doinel che si trova in un centro di osservazione minorile ha un dialogo con una
psicologa. Quello che noi vediamo in realtà è solo il bambino che ripercorre tutte le
contraddizione che hanno segnato la sua esistenza. La scena però porta due
originalità: il carattere improvvisato per l’uso della parola e il rifiuto del controcampo.
Infatti della psicologa noi udiamo solo la voce ma non la vediamo. Questa intimità che
si viene a creare, con le incertezze di Doinel appaiono vere e naturali. Il regista prende
le distanze dai modelli classici e introduce nel cinema di finzione una modalità di
rappresentazione di origine televisiva (le interviste).
Truffaut segmenta la conversazione con brevi dissolvenze incrociate che oltre a dare
l’idea dello scorrere del tempo consentono di eliminate i presumibili errori del piccolo.
Le parole di Antoine si mescolano ai rumori del riformatorio che mostrano la
condizione di prigioniero della vita.
In Pulp Fiction di Quentin Tarantino la scena si svolge un locale dove abbiamo Butch un
pugile non più giovane e un gangster Marsellus Wallace che sta comprando il suo
imminente match. Tarantino evita l’uso del campo/controcampo infatti vediamo di
faccia Butch e di spalle il gangster che è un uomo grosso con l’orecchino e i capelli
rasati. La sua immagine rappresenta qualcuno ma anche il potere.
Il cinema della Nouvelle Vague attua un doppio sfondamento in due direzioni: da una
parte il montaggio viene negato dall’altra invece c’è un uso eccessivo dello stesso.
In Questa è la mia vita di Godard durante una conversazione tra Nanà e Paul il suo
fidanzato, invece di ricorrere al campo controcampo il regista ci mostra le nuche dei
protagonisti seduti al bancone di un bar e i volti si riflettono leggermente nello
specchio posto dietro al bancone. Le due inquadrature si succedono attraverso un
rapporto d’angolazione che non ha più niente a che vedere con quello del cinema
classico, infatti le figure sono una di fianco ad altra.
Questa è una dichiarazione di messa in scena: i personaggi del film non sono sullo
schermo per lo spettatore ma vivono la loro vita che viene ripresa. Questo dona un
grande realismo.
In Muriel, il tempo del ritorno di Alain Resnais abbiamo una scena d’apertura in un
appartamento dove si trovano l’antiquaria Helene e una cliente. Rasnais punta su
un’estrema frammentazione della continuità scenica esasperando il montaggio ed
essendo trasgressivo. Vedremo raramente le due donne, ma solo un insieme di piani
ravvicinati (oggetti o parti del corpo).
Celebre è la scena di dialogo di Questa è la mia vita tra Nanà e Raoul che si svolge in
un caffè parigino. I due sono seduti di fronte, mentre parlano la macchina da presa si
sposta. Godard rifiuta il montaggio e affida ai movimenti della mdp il compito di
articolare la successione dei quadri. Approda così ad un effetto vicino ai modelli
classici attraverso una messa in risalto dell’espressività del volto di Nanà.
Come scrive Chion, il cinema è innanzitutto verbo centrico ovvero quando qualcuno
parla, tutto intorno a lui si subordina per garantire il primato alla parola.
Nella conclusione di Via col vento quando Rossella O’Hara pronuncia la promessa, la
musica che sino a quel momento era stata prorompente si affievolisce per dare peso
alle parole.
Il cinema della modernità ha messo in discussione, attraverso la presa diretta, il suono
poiché viene registrato insieme alle immagini. In una scena de Il disprezzo di Godard
notiamo come il vococentrismo assuma un ruolo radicale. La canzone e le musiche
vengono completamente azzerate quando uno dei personaggi parla (si trovano in un
teatro di Roma e la musica c’è dal vivo). Ovviamente tale scelta è di tipo provocatorio.
Nel cinema d’autore degli anni 60 prendiamo in analisi Persona di Ingmar Bergman:
Elizabeth è un’attrice malata e Alma è l’infermiere. Le due sono in un’isola disabitata
in vacanza e finiranno per assumere le reciproche inquietudini. La particolarità sta nel
fatto che le confessioni di Alma le ascoltiamo due volte, una volta vedendo il volto di
Elizabeth e una volta vedendo il suo volto. Al classico processo di selezione operato
dal campo/controcampo abbiamo la rappresentazione integrale che rende il volto
umano protagonista assoluto. Abbiamo una contrapposizione: Elizabeth che esprime
molto attraverso il suo volto e Alma invece più fredda. Il bianco e nero, l’illuminazione,
le scenografie spoglie ricreano un teatro di anime e corpi vuoti.
La musica enfatizza l’atto di accusa pronunciato da Alma (vediamo la faccia di
Elizabeth) nella serie invece dedicata ad Alma vediamo l’accostamento dei due volti
proprio per indicare l’assunzione dell’identità dell’altra. Tutto ciò spiega il perché della
scelta di Bergman di rappresentare questa scena di dialogo attraverso la logica della
successione.
Tra i registi che hanno segnato il cinema d’autore degli anni 60 c’è sicuramente
FEDERICO FELLINI. L’acceso simbolismo, la costruzione di un mondo in cui la realtà si
sovrappone con il ricordo, il sogno, il sovente stile barocco. Esempi sono La dolce vita,
ad esempio nella scena in cui Maddalena conduce Marcello nella stanza dei discorsi
seri, poi scappa si avvicina ad una nicchia che ospita una statua ai cui piedi si vede
una conca.
Parlandovi dentro Maddalena riesce a far sentire la sua voce a Marcello senza vedersi.
Nel dialogo Marcello confessa i suoi sentimenti ma sopraggiunge un uomo che dice a
Maddalena di tacere e la bacia. I due sono distanti quindi non possono vedersi e
questo mostra un epilogo amaro che frantuma la vita e ribadisce la vanità.
Nell’ultima festa, quando ormai Marcello è venduto, tutti corrono verso il mare ed egli
vede dall’altra parte della riva una ragazza Paolina che aveva incontrato tempo prima.
Lei parla ma lui non la sente bene a causa delle onde. Chion parla di intelligibilità della
parola teatro, lascia spazio ad una parola emanazione: il suono del mate è la coltre di
cinismo che ha ormai ammantato l’anima di Marcello.
In 8 ½ quando Guido il protagonista nelle terme dell’hotel intrattiene conversazioni a
senso unico con 4 personaggi (anche se egli tace). L’autore ce lo mostra con un
movimento di macchina ad aggancio, più personaggi si rivolgono ad uno solo.
Il cinema contemporaneo è spesso etichettato come postmoderno, questo tende a fare
proprio quello stimolo innovativo stilistico che aveva contrassegnato la modernità
attraverso due elementi: produrre immagini nuove che sappiano dialogare con il
pubblico e lo stretto rapporto che viene ad istaurarsi sul piano iconico con altre forme
audiovisive (spot, videogame…) di qui il gusto per un cinema ibrido e frammentario
che mette l’accento sul piacere fisico delle forme, dei colori, delle musiche.
Uno dei registi più tenaci in merito è Lars Von Trier che con Dogma ha posto l’accento
sugli aspetti formali di un film.
Anche Woody Allen ha fatto ampiamente uso della macchina a mano come in Mariti e
Mogli che racconta le vicissitudini sentimentali di due coppie: Sally e Jack, Judy e
Gabe. L’instabilità della mdp sembra echeggiare quella delle coppie.
Se Von Trier tendeva a spostare la mdp da una primissimo piano all’altro con
movimenti nervosi, Allen con calma tende a passare da mezzi primi piani di Sally da
dietro la nuca di Judy a mezzi primi piani di Judy ripresi da dietro Sally.
Allen usa la dinamicità della mdp e il montaggio per accentuare alcuni punti della
conversazione. Utilizza inoltre un Jump Cut per mettere in successione due immagini
dello stesso personaggio in momenti temporali diversi. Allen dimostra di appartenere a
quella schiera di registi che hanno abbandonato l’idea tradizionale di regia.
Appare inoltre fervente l’influenza di Godard, anche se Godard non punta la sua mdp
sul volto della protagonista ma sulla nuca, moltiplicando il numero di Jump Cut (fino
all’ultimo respiro).
I movimenti di mdp come sostituto degli stacchi campo/controcampo oggi è molto
diffuso anche in film come Unbreakable – il predestinato di Shyamalan.
Inoltre il campo/controcampo oggi è arricchito con alcuni effetti: movimento della mdp
è il più frequente.
In Fight Club di David Fincher durante la scena del confronto in albergo tra il
protagonista e Tyler Durben suo alter ego. Oltre ad usare il classico
campo/controcampo il regista ricorre a brevissimi flash che mostrano quello che il
protagonista ricorda e accentuano la dimensione soggettiva della sequenza, soluzioni
simili si trovano anche in Romeo+Giulietta di Luhrmann: nella scena del dialogo tra
Giulietta e Frate Lorenzo le immagini dei parlanti sono accompagnate da quelle
oggetto del loro pensiero: mentre nel film di Fincher questo avveniva tramite ricordo
qua invece le immagini appaiono alle spalle dei soggetti. Non vi è una sostituzione ma
una sovrapposizione. È una sorta di multi inquadratura.
Queste scene sembrano insufficienti a soddisfare i principi estetici e comunicativi della
postmodernità.
Altra tecnica utilizzata è lo split screen ovvero lo schermo diviso in più parti. Spesso
usato per rendere più spettacolari le scene di azione con protagonisti diversi
personaggi. Lo ritroviamo in molti film, Harry ti presento Sally, Un giorno per caso e
persin
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