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Il concetto di “idealtipo” e i fondamenti dell’agire sociale

L’oggetto della sociologia è dunque l’agire sociale, ossia un agire “orientato all’atteggiamento di altri”; non

tutti i tipi di azione sono dunque “sociali”.

L’agire sociale può essere di diversi tipi che W. chiama idealtipi o tipi ideali che sono delle sintesi, delle

astrazioni cui è utile ricorrere per ridurre l’infinita varietà di fenomeni sociali ad un insieme fruibile di

categorie. Hanno cioè il significato di “puro concetto ideale, a cui la realtà deve essere commisurata e

comparata”. In tutta l’opera di W. compare il concetto di “tipo ideale”, in 3 diverse specie:

17. ad un primo livello ci sono le formazioni storiche colte nella loro individualità (capitalismo occidentale)

18. ad un livello leggermente più astratto compaiono tipi di fenomeni che so possono presentare in

formazioni storiche diverse (la burocrazia)

19. ad un livello ancora più astratto, si hanno tipi generalissimi che sono un tentativo di rendere

interpretabile e confrontabile l’agire in un numero elevatissimo di casi.

A quest’ultimo livello corrispondono, per W., 4 tipi diversi di agire sociale:

- l’agire razionale rispetto allo scopo, per cui il soggetto ha una chiara visione del suo obiettivo e la sua

azione serve a conseguirlo, usando risorse e strumenti a disposizione secondo un calcolo;

- agire razionale rispetto al valore, per cui il senso dell’agire risiede nel valore in se dell’agire stesso. Tale

agire è comprensibile in riferimento ad un valore che è rilevante per il soggetto a pressscindere dalle

conseguenze che l’azione può comportare;

- agire affettivo, dettato dalle emozioni o dai sentimenti di chi agisce;

- agire tradizionale, dettato da un’abitudine acquisita.

Secondo W., nel mondo moderno, si assiste ad un crescente predominio dell’agire razionale rispetto allo

scopo ed a ciò corrisponde lo sviluppo di un processo di razionalizzazione.

Il concetto di capitalismo

Per quanto riguarda la sua organizzazione economica, la società occidentale moderna ha come perno il

capitalismo. La definizione di W. di capitalismo parte da quella di agire economico di tipo capitalistico, per

cui i soggetti agiscono al fine di conseguire un guadagno, in modo formalmente pacifico, sfruttando

abilmente le congiunture dello scambio. Altra caratteristica peculiare del capitalismo occidentale moderno è

l’organizzazione razionale del lavoro formalmente libero cioè l’uso di lavoratori salariati formalmente liberi

per lo svolgimento delle attività d’impresa.

Rispetto a Marx, in W. è assente il tema dello sfruttamento, in quanto W. lo considera una critica morale e

non è parte della definizione scientifica di capitalismo; inoltre in M. non c’è il riferimento al carattere

razionale dell’agire capitalistico. Per W. tale carattere è riferito al tipo ideale “agire razionale rispetto allo

scopo”, cioè alla razionalità formale del calcolo economico che vi è alla base e all’organizzazione razionale

del lavoro.

W. richiama inoltre l’attenzione su alcuni fattori che sono stati necessari perché il capitalismo occidentale

moderno potesse svilupparsi:

- la disponibilità di lavoro formalmente libero;

- lo sviluppo di mercati aperti;

- la separazione tra famiglia e impresa (ossia tra sfera domestica e sfera del lavoro);

- lo sviluppo di un diritto formalmente statuito, con norme stabili.

Per W., la combinazione di tali fattori si è prodotta solo nell’occidente moderno.

Lo spirito del capitalismo e le sue origini nell’etica protestante

Ciò che caratterizza soprattutto il capitalismo occidentale moderno è una mentalità specifica che W. chiama

“spirito”, cioè un’enfasi sull’importanza del lavoro e sull’importanza di reinvestire nell’impresa i proventi

delle attività economiche.

Per W. il principale fattore che ha determinato il sorgere del capitalismo è stata la peculiare attitudine

razionalistica che caratterizza la civiltà moderna.

Nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, W. si sforza di definire le origini di questa

disposizione che secondo lui vanno cercate nelle forme religiose, in particolare nel protestantesimo. Alcune

caratteristiche della dottrina protestante ( e in particolare quella calvinista) secondo W. hanno fondamentale

importanza nella nascita del capitalismo. Anzitutto l’enfasi che il protestantesimo pone sulla vita mondana,

per cui si instaura il concetto di “Beruf” che significa contemporaneamente “professione” e “vocazione”, per

cui i compiti profani ed in particolare professionali di ciascuno acquisiscono un carattere sacro. Poi l’assoluta

imperscrutabilità del volere divino e la sua totale indipendenza dalle azioni degli uomini, per cui l’uomo non

può nulla per influenzare ciò che solo la Grazia può concedere. E ancora alla dottrina calvinista è estranea la

credenza del perdono dei peccati.

Questo ha delle conseguenze psicologiche sul credente che cerca di scrutare ogni segno che gli riveli il suo 8

destino; la condotta di vita è scrupolosamente metodica: da un lato l’uomo rispetta il volere di Dio

compiendo con successo il proprio dovere professionale / vocazione, dall’altro fugge ogni piacere mondano

nel timore di scoprire la tentazione in tali piaceri, ossia il segno del proprio essere dannato.

Compimento del proprio “Beruf”, fuga da ogni tentazione rinunciando ad ogni godimento mondano, proprio

tale atteggiamento è profondamente affine a quanto richiesto dallo “spirito” del capitalismo, almeno ai suoi

inizi: si tratta di dedicarsi nel modo più razionale e sistematico possibile alla propria professione economica

e nel contempo rinunciare ad utilizzare i guadagni per goderne, bensì reinvestirli per la crescita della propria

produzione.

Lo sviluppo del capitalismo tende a perdere, nel suo corso, i propri fondamenti culturali legati all’etica

protestante, infatti la situazione che essa produce, dice W., è paradossale:favorisce la produzione di

ricchezza, ma la ricchezza, una volta prodotta, gioca contro gli impulsi religiosi originari, favorendo proprio

ciò che questi chiamavano tentazione. Quindi, una volta avviato, il capitalismo non ha più bisogno dell’aiuto

dell’etica. W. esprime la perplessità di fronte al carattere “contraddittorio” del capitalismo che sembra

distruggere proprio le forze che l’hanno fatto nascere.

L’”avalutatività” delle scienze sociali

La sociologia di W. è dichiaratamente avalutativa.

I valori sono orientamenti culturali di fondo che orientano le nostre condotte. E’ necessario distinguere tra

riferimento ad un valore e giudizio di valore. Il riferimento ad un valore è il soggettivo riferirsi nella propria

condotta a certi valori. Il giudizio di valore è un’affermazione che dichiara “è bene” o “è male” riguardo a

certi fenomeni. Lo scienziato sociale non può fare a meno di riferirsi ai valori, da un lato perché i valori sono

parte del senso che i soggetti danno al loro agire, dall’altro perché gli scienziati stessi sono uomini situati in

un contesto storico e sociale permeato di valori in base ai quali essi non possono fare a meno di esprimere

giudizi.

Ciò che garantisce l’oggettività dal lavoro dello scienziato sociale è che, nel corso della ricerca, egli si sforzi

di essere consapevole dei propri orientamenti soggettivi ed eviti di emettere giudizi di valore rispetto ai

fenomeni che studia. L’oggetttività è frutto di tale disciplina che si chiama avalutatività.

Alcune categorie della sociologia weberiana

La relazione sociale si ha quando, essendovi più attori sociali, il senso dell’azione di ciascuno si riferisce

all’atteggiamento dell’altro, in un modo tale che le azioni sono reciprocamente orientate tra loro.

Individui posti in relazione costante fra loro possono costituire

- comunità quando la relazione si basa sul sentimento di una comune appartenenza,

- società (o associazione) quando la relazione si basa su una convergenza di interessi.

Comunità e società sono per W. degli tipi ideali di relazioni sociali, forme di agire sociale in cui l’accento è

posto sull’integrazione dei membri del gruppo.

Esistono però anche relazioni sociali di tipo opposto: la lotta è un tipo di relazione sociale in cui ciascun

attore mira alla sopraffazione dell’altro. W. ne osserva la presenza ricorrente nel mondo umano. Il conflitto è

per lui una dimensione sempre inerente alle possibilità umane dell’agire.

Le relazioni sociali possono essere aperte se la partecipazione all’agire sociale reciproco è possibile a

chiunque, e chiuse se esiste un ordinamento che limita l’accesso solo a chi possiede determinati requisiti.

Una relazione sociale chiusa costituisce un raggruppamento sociale (Verband) quando esistono una forma

di governo ed eventualmente un apparato amministrativo alle sue dipendenze.

Un raggruppamento politico è un gruppo sociale definito attraverso l’occupazione di un territorio, la

nozione di continuità nel tempo e se è presente la possibilità di minacciare l’uso della forza fisica per

imporre il rispetto delle regole. In particolare lo Stato è un tipo di raggruppamento politico che dispone del

monopolio della violenza legittima su un determinato territorio

Le forme di legittimazione del potere

W. distingue tra “potenza” (Macht) quale qualsiasi possibilità di far valere la propria volontà, e “potere”

(Herrschaft) quale la possibilità che un comando possa ottenere obbedienza presso certe persone.

Chi subisce la potenza si vede costretto a seguire la volontà altrui, nel caso del potere, qualcuno obbedisce ad

un comando in quanto ritiene legittimo il potere che ha emanato tale comando.

W. distingue 3 tipi di legittimazione del potere:

- legittimazione di carattere tradizionale quando poggia sulla credenza nel carattere sacro di tradizioni

ritenute valide da sempre

- legittimazione di tipo carismatico quando poggia sulla dedizione al carattere sacro, alla forza eroica o al

valore esemplare di una persona e degli ordinamenti rivelati o creati da essa. Il potere che si basa sulla

legittimazione di tipo carismatico ha grandi possibilità di produrre mutamenti.

- legittimazione di carattere razional-legale quando poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti 9

statuiti; in tal caso l’obbedienza è prestata alle leggi che sono impersonali e derivano la loro legittimità dal

fatto di essere razionalmente statuite, cioè prodotte in modo razionale sulla base di una discussione

formalmente pacifica. Questa è la forma di legittimazione del potere più tipica delle società moderne.

La burocrazia

Ad ogni forma di potere legittimo corrispondono forme tipiche.

La burocrazia è la forma tipica di apparato amministrativo connessa al potere razional-legale. In rapporto

allo Stato moderno, essa consiste in un apparato di individui espressamente organizzato per espletare compiti

amministrativi; tali individui sono detti funzionari ed espletano le loro funzioni amministrative in base a

procedure standardizzate obbedendo ad un’autorità impersonale.

La burocrazia nello Stato moderno si fonda sui seguenti principi:

- esistenza si servizi e competenze rigorosamente definiti,

- gerarchia delle funzioni

- separazione tra la funzione e l’uomo che la svolge (= la carica non è di proprietà del funzionario)

- reclutamento dei funzionari sulla base del possesso di una formazione e sulla base di esami

- retribuzione del funzionario mediante un salario pagato dallo Stato

In quanto sistema di amministrazione, la burocrazia è più efficiente di altri sistemi, quando si tratti di

amministrare società ampie e complesse. D’altro canto, in quanto basata sulla spersonalizzazione, presenta lo

svantaggio di favorire la deresponsabilizzazione dei singoli funzionari; inoltre, in quanto basata su procedure

standardizzate, sfavorisce l’innovazione; e ancora i corpi amministrativi burocratizzati possono sviluppare

interessi particolaristici. Per cui il controllo dei corpi amministrativi burocratici è uno dei problemi

fondamentali del funzionamento delle democrazie contemporanee.

La stratificazione sociale

La stratificazione sociale è il modo in cui in una società gli individui e i raggruppamenti di individui sono

differenziati e ordinati gerarchicamente.

Per W. in ogni società coesistono diversi ordinamenti che corrispondono a diversi punti di vista da cui la

società può essere considerata. All’interno dei diversi ordinamenti la stratificazione si presenta secondo

criteri differenti; in particolare esistono:

- un ordinamento economico dal cui punto di vista la nozione di classe è centrale e per W. è un insieme di

individui che condivide analoghe possibilità di procurarsi beni economici ed hanno simili interessi

economici.

- un ordinamento culturale all’interno del quale la stratificazione si esprime nella nozione di ceto quale

insieme di individui che condividono un certo “status” socialmente riconosciuto

- la stratificazione politica si realizza nelle forme degli apparati politici e amministrativi di un gruppo

sociale.

Razionalizzazione e disincanto del mondo

La sintesi più alta del pensiero di W. è contenuta nella conferenza dal titolo La scienza come professione.

Qui il processo di razionalizzazione è inteso come l’elemento essenziale della vita moderna e corrisponde

alla conquista di una specifica efficienza e produttività delle procedure che sono applicate per dominare

tecnicamente i diversi aspetti dell’esistenza. Corrisponde anche alla crescente fiducia nel fatto che tutte le

cose possono, in linea di principio, essere dominate dalla ragione. Questo comporta un disincanto dal

mondo per cui vengono progressivamente espulse spiegazioni e comportamenti di tipo magico o religioso.

Il soggetto moderno promuove lo sviluppo delle capacità tecniche ma anche un disincanto e un

atteggiamento esclusivamente strumentale verso la natura.

Qui sta il paradosso della modernità: l’idea che la ragione possa in linea di principio dominare ogni cosa e

essa stessa una fiducia non giustificata razionalmente. Inoltre la scienza non dice e non può dire se sia giusto

o sbagliato dominare tecnicamente il mondo. C’è quindi una scissione tra razionalità e valori che, per W.,

comporta l’individuazione della responsabilità personale come fondamento dell’etica.

Osservazioni 10

Capitolo 7. Le origini della sociologia americana

Gli autori della prima grande scuola sociologica americana, la Scuola di Chicago, si dedicarono ai problemi

dell’immigrazione, dei conflitti interetnici, della disgregazione sociale e della devianza.

La scuola di Chicago

Fu il primo dipartimento specificamente dedicato agli studi sociologici, gli autori che maggiormente

contribuirono al suo sviluppo furono Thomas e Park.

T. diede inizio a quelli che poi saranno chiamati i metodi qualitativi della ricerca sociologica; T. ritiene che la

sociologia non può fare a meno di tener conto del significato che gli attori attribuiscono al proprio

comportamento e alle situazioni in cui si trovano. P. fece sì che si formasse una scuola vera e propria.

La SdC è caratterizzata da una fortissimaa propensione alla ricerca empirica, per cui la sociologia esce dalle

aule dell’università e cammina per le strade. Chicago è il laboratorio di ricerca. Per questo l’approccio della

SdC è detto ecologico, sia nel senso che concepisce il comportamento dei gruppi nello spazio urbano sulla

base di un modello naturalistico, sia nel senso che presta particolare attenzione ai contesti fisici entro cui si

esplicano i comportamenti.

La città

La nozione chiave per intendere l’essenza della città moderna è quella di mobilità. Nella terminologia della

SdC si tratta di una parola dai significati ampi: è sia lo spostamento geografico o sociale, sia la vivacità

spirituale che consegue a stimoli numerosi e vari. La città è frutto della mobilità. Ciò produce sì un maggiore

sviluppo delle facoltà intellettuali, ma anche una maggiore disorganizzazione. La disorganizzazione è

endemica nei processi di mutamento, ma preannuncia una nuova organizzazione. Lo stabilizzarsi della

disorganizzazione, è spiegato da Park come un’incapacità dell’ambiente sociale di fornire agli individui

risorse per soddisfare efficacemente i propri bisogni.

Altro concetto chiave della SdC è quello di distanza sociale cioè il sentimento dei membri di un gruppo di

essere distinti ed estranei ai membri di n altro gruppo. Tale distanza si esprime anche nell’occupazione di

territori differenti. Questo sta alla base della teoria delle aree naturali cioè le aree geografiche in cui la

popolazione di una città tende a distribuirsi. Secondo la SdC, ogni città moderna tende a svilupparsi secondo

uno schema generale, espandendosi radialmente dal centro dove risiede il quartiere commerciale; intorno al

centro c’è un’area di transizione occupata da piccole imprese commerciali e piccole industrie; uscendo

ancora si incontra un’area abitata dagli operai dell’industria sfuggiti dall’area di deterioramento, maa che

vogliono abitare vicini al luogo di lavoro; oltre vi è la zona residenziale con edifici di lusso e quartieri

privilegiati chiusi. Oltre i confini della città vi è la zona dei lavoratori pendolari, costituita da aree suburbane

o città satellite.

Questo modello risente dell’esperienza americana, ma è valida l’idea che lo spazio di ogni città tenda a

suddividersi in aree socialmente e funzionalmente differenti, così come quella secondo cui le diverse zone

possono essere occupate successivamente da gruppi diversi.

Georg H. Mead

M. fu filosofo e psicologo i cui concetti vennero incorporati nell’impostazione teorica dominante della SdC.

Il suo volume più celebre è Mente, sé e società. È stato chiamato padre dell’interazionismo simbolico in

quanto l’idea dell’interazione è fondamentale nel suo pensiero.

L’elemento delle sue ricerche che ha più influenzato la sociologia è quello che riguarda la formazione del sé.

Il sé è inteso da M. come qualcosa che emerge e si realizza nel corso dell’interazione sociale.

Il sé è il soggetto umano che diventa oggetto della sua stessa attività autoriflessiva (sé in inglese si dice self,

particella pronominale che esprime la possibilità di riferirsi a se stessi). Tale attività è spefifica dell’essere

umano che è l’unico animale capace di guardare a se stesso. Altra caratteristica peculiare dell’essere umano è

anche il linguaggio, quale insieme strutturato di segni ai quali è assegnato per convenzione un significato

condiviso da più soggetti.

Per riflettere su se stesso, l’uomo tematizza un “me”, ossia si guarda come “dal di fuori”. Riflettendo, cioè, si

sdoppia in un soggetto “io” che compie l’azione di riflettere e un complemento oggetto “me” su cui si 11

esercita l’azione di riflettere. “Io” e “me” sono i 2 poli del “sé”. Riflettendo, quindi, è come se mi guardassi

dal punto di vista di un altro, mi descrivo e mi nomino e per farlo devo fare uso del linguaggio, attraverso le

categorie, i concetti e le parole che ho imparato per descrivere gli altri e con cui gli altri descrivono me.

La condizione per cui emerga un sé è, quindi, ce il soggetto condivida un linguaggio con altri, essa è di

conseguenza una condizione sociale. Per M., quindi, l’individuo è sociale nella misura in cui ha un sé, la cui

forma è resa possibile dal suo condividere la partecipazione ad un linguaggio.

La socializzazione è il processo attraverso cui ciascuno di noi si confronta dapprima con il “me” che emerge

nei discorsi degli altri e interiorizza tale “me” come una descrizione di sé. Tale descrizione non è mai

totalmente adeguata né terminata, per cui l’io conserva la possibilità di distanziarsene.

Capitolo 8. La sociologia in Italia agli inizi del secolo

In Italia la sociologia comincia a svilupparsi negli ultimi decenni dell’800 dalla duplice matrice delle

inchieste sociali e del pensiero positivista. Nel 1896 venne fondata la prima rivista italiana di sociologia,

mentre negli anni venti la sociologia subì una battuta d’arresto, tuttavia gli anni a cavallo del secolo sono

quelli in cui dalla cultura italiana emergono le opere di alcuni autori che sono unanimemente considerati dei

classici del pensiero sociologico.

Vilfredo Pareto (1848-1923)

P. fu dapprima un economista; l’economia si occupa di azioni logiche, ma la vita degli uomini è ricca di

azioni che non sono affatto logiche: è dominata da passioni,sentimenti , abitudini, paure… La ociologia, per

P., è la scienza che deve spiegare ciò che l’economia non riesce ad afferrare, paradossalmente deve dare una

spiegazione logica a ciò che logico proprio non è.

L’idea più nota di P. è quella dei residui e delle derivazioni. Per P. i residuo sono fondamentali per l’uomo,

rappresentano ciò che rimane una volta che si sia scomposto il comportamento dell’uomo nelle sue

componenti elementari. P. ne riconosce di diversi tipi, dal bisogno di manifestare i sentimenti, alla socialità,

alla sessualità, ecc. Essi rappresentano il fondamento non-logico del comportamento, ossia sotto ogni

comportamento umano si cela la spinta più o meno forte di un qualche residuo. Gli uomini tendono tuttavia

ad auto ingannarsi per cui producono spiegazioni pseudorazionali ai comportamenti. P. chiama tali

giustificazioni derivazioni, ossia un sistema di rappresentazioni mentali che nasconde gli impulsi

fondamentali e cerca di legittimare il comportamento in termini che appaiano locici.

Le teorie delle élite

Èlite in sociologia è un termine utilizzato per indicare un gruppo in grado di esercitare un controllo o

un’influenza sulla società nel suo insieme. Il pensiero sociologico italiano a sviluppato, nei primi anni del

secolo, una riflessione sui caratteri e sul ruolo sociale delle élite. La teoria sulle élite è sostanzialmente una

critica al funzionamento reale della democrazia, la forma concreta che la democrazia ha assunto negli stati

moderni è la democrazia rappresentativa, per cui il popolo governa tramite dei rappresentanti che elegge

periodicamente. Gli “élitisti” sostengono che, nei fatti, sono sempre le minoranze a governare, infatti “una

minoranza organizzata, la quale agisce coordinatamente, trionfa sempre sopra una maggioranza

disorganizzata”. Mosca, uno degli autori di questa teoria, sostiene che un certo pluralismo dei poteri è il

caposaldo di un sistema politico liberale. Il problema è delineare come si producano le élite. Per gli élitisti, le

esse sono costituite da coloro che sono più atti a governare, essi mettono inoltre in evidenza come sia

necessario che le società mettano ai posti di comando, non solo individui atti a governare, ma individui i cui

interessi siano più consoni a sviluppare il benessere della società intera.

La legge di ferro dell’oligarchia di Michels, sostiene che ogni organizzazione complessa (come un partito

politico) tende a sviluppare al suo interno un’oligarchia di funzionari i cui interessi non corrispondono a

quelli di coloro che essi dovrebbero rappresentare, paradossalmente potrebbero essere molto più simili agli

interessi degli oligarchi di un’organizzazioni antagonista. 12

Il fascismo

Il termine “massa”, anche se usato con una valenza più positiva rispetto a quello di “folla”, conserva dei

connotati altrettanto problematici: rimanda all’idea di un insieme di persone confuso e indifferenziato, dove i

singoli appaiono privi di legami comunitari e in fondo anche di capacità di giudizio. In questi termini si

parlerà di “società di massa” nel tentativo di rendere conto dell’emergere del fascismo e del nazional-

socialismo.

Il fascismo in Italia, dopo un breve periodo di convivenza con le istituzioni parlamentari, diede luogo ad un

regime che abrogò la democrazia, mise fuori legge i partiti di opposizione, vietò la libertà di stampa e di

associazione e concentrò il potere legislativo nelle mani dell’esecutivo, ossia la gerarchia del partito fascista,

costituendosi come una dittatura.

Le dittature moderne si basano sì sulla violenza, ma anche sul consenso popolare, che viene ricercato

soprattutto attraverso l’instaurazione di un rapporto privilegiato tra il leader e le masse. Si tratta di un

rapporto emotivo che presuppone la disponibilità degli individui a proiettare sul leader una forte carica

emotiva. Tale disponibilità mette in gioco il concetto di massa, in quanto il leader, proponendosi ai suoi

sottoposti come referente unico, richiede loro una rinuncia all’individualità e al valore dei propri legami con

gli altri, ma questo corrisponde esattamente alla loro riduzione a membri di una massa. Il fascismo presuppo

no la massa e contemporaneamente la riproduce.

Un’ostilità congiunta ai principi liberali e al socialismo, l’uso sistematico della violenza nei confronti delle

opposizioni, l’appello del leader alle masse in nome di una rigenerazione nazionale sono elementi che

accomunano varie esperienze europee nel periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale, in cui

partiti di stampo fascista sono stati attivi in vari Paesi d’Europa quali Austria, Ungheria, Spagna e

naturalmente Germania.

Antonio Gramsci

Nonostante G. non fosse un sociologo, la sua opera è internazionalmente considerata come una delle più

significative nella storia della sociologia. Oltre alla rielaborazione del marxismo in chiave antidogmatica e

antideterministica, a G. si fa risalire la definizione di alcuni concetti oggi particolarmente usati come

fordismo, egemonia e società civile.

Nelle mani di G. il fordismo diventa una nozione utile a descrivere gli sviluppi del capitalismo riguardanti

due aspetti dell’organizzazione del lavoro: la “razionalizzazione” del lavoro nelle “catene di montaggio” e

l’aumento del livello dei salari finalizzato ad assicurare un mercato per i beni prodotti.

Per G. questo ha delle conseguenze rilevanti: il processo lavorativo è controllato più strettamente e la classe

operaia viene a partecipare, almeno in parte, al benessere che lo sviluppo delle forze produttive consente; in

questo modo, però, nello stesso momento in cui il controllo delle coscienze si fa più capillare, la disposizione

rivoluzionaria della classe operaia viene attenuata.

In questo modo le classi dominanti riescono a diffondere all’interno di tutta la società una cultura congruente

con i propri valori ed i propri interessi. G. definisce tale capacità egemonia. Nella società capitalistica, le

classi dominanti esercitano il proprio potere egemonizzando gli atteggiamenti delle classi subalterne, cioè

imponendo i propri valori e le proprie logiche come elementi della cultura diffusa.

Diventa così necessario sviluppare una coscienza di classe per cui le avanguardie operaie siano in grado di

proporre una cultura complessiva alternativa a quella del capitalismo.

La lotta sul terreno della cultura diventa cruciale. Tale lotta si dispiega nella società civile che, per G., è

composta da chiese, scuole sindacati, associazioni di imprenditori e associazioni culturali; è l’insieme delle

organizzazioni cui l’individuo partecipa in quanto cittadino. Attraverso queste istituzioni le classi dominanti

esercitano la propria egemonia sull’intera società, ma è in queste stesse istituzioni che tale egemonia può

essere rovesciata.

Quella di G. è una “sociologia dell’azione” cioè una sociologia nella quale è riconosciuto un ruolo cruciale al

soggetto storico. G. ha praticato un’analisi della realtà sociale estremamente accurata. 13

Capitolo 9. Vienna e dintorni

Introduzione

Non è azzardato affermare che il pensiero del ‘900 in buona parte non ha fatto altro che continuare a pensare

i problemi che la cultura viennese ha posto all’inizio del secolo.

La cultura europea nella seconda metà dell’800 aveva vissuto in un’euforia dettata dalla sensazione di un

progresso materiale e sociale inarrestabile. La prima guerra mondiale fa sì che nel cuore della civiltà si

scopra la barbarie; cominciava ad essere difficile vedere solo i lati positivi della modernità e soprattutto

essere sicuri di qualche cosa. Tutta la cultura europea stava cambiando, si stava trasformando il senso stesso

della realtà.

Per quanto riguarda la filosofia e le scienze sociali, questa trasformazione è vera particolarmente nei paesi di

lingua tedesca e Vienna ne è la capitale per eccellenza. Qui si concentrano alcune delle esperienze più

significative del tempo e vi si elaborano alcune delle teorie che influenzeranno più durevolmente il secolo.

La trasformazione in corso avviene nel segno della scoperta della molteplicità delle prospettive possibili a

proposito di ogni fenomeno per cui non è più possibile essere certi di una prospettiva soltanto. Quella che

viene meno è la certezza del nesso tra le parole e le cose: l’abitudine che le legava svela la sua arbitrarietà.

Non è più quindi plausibile l’idea di definire la realtà in modo univoco.

Questa trasformazione investe sia il mondo delle scienze naturali, ma anche quello delle scienze storico-

sociali, dove la evidente relatività delle concezioni del mondo presenti nelle varie epoche e nelle diverse

culture costringe a porsi il problema del relativismo. A ciò si aggiunge anche la crescente consapevolezza che

l’essere umano non è trasparente a se stesso. Ci si chiede con quali categorie sia possibile comprendere il

comportamento dell’uomo e in quali forme proporsi il problema della gestione di società che non possono

più affidarsi al potere vincolante di tradizioni date per certe.

Sigmund Freud e la nascita della psicoanalisi

F. è il creatore della psicoanalisi. Egli sviluppò un corpus di teorie molto articolato e molte delle sue opere

illuminano aspetti fondamentali della vita sociale.

Alcuni concetti fondamentali delle sue teorie:

F. formulò l’ipotesi che l’apparato psichico di ciascuno di noi ha la facoltà di rimuovere gli affetti e gli

eventi che costituiscono un trauma. Ciò che è rimosso non scompare, ma rimane in una memoria che sfugge

alla consapevolezza della coscienza. Questo processo, che si chiama rimozione, è caratteristico anche

dell’umanità nel suo complesso che non dimentica mai definitivamente le fasi precedenti che ha attraversato.

Ciò che viene rimosso ed è difficile da affrontare è il desiderio, ossia l’espressione dell’energia pulsionale

che si agita in noi, primo fra tutti il desiderio sessuale che F. intende come l’insieme delle pulsioni erotiche

che spingono ciascuno di noi verso delle mete attraverso il cui raggiungimento sono appagate le pulsioni.

Oltre le pulsioni erotiche ci sono quelle distruttive o “di morte”. Entrambe comportano aspetti di violenza e

aggressività: il mondo delle pulsioni infatti non sa distinguere tra bene e male, è l’espressione della tendenza

degli organismi a soddisfare se stessi ed è essenzialmente in contrasto con le esigenze morali necessarie alla

vita sociale.

Da questo contrasto tra pulsioni e morale, nasce il disagio di civiltà. Da un lato lo sviluppo della civiltà

comporta una coercizione relativa al controllo e alla negazione degli impulsi istintivi, dall’altro questi

impulsi rimangono latenti e minacciano costantemente di riemergere. La parziale sospensione delle norme

morali che la guerra produce, fa riemergere i fantasmi di una umanità primitiva, mai definitivamente

scomparsi.

Ciò che più caratterizza la psicoanalisi è la nozione di inconscio. Essa si configura nel pensiero di F. come

un luogo al cui interno vanno collocati i pensieri e i sentimenti rimossi, ma anche i meccanismi stessi di

rimozione e infine anche le pulsioni stesse. F. propose un modello di tripartizione dell’apparato psichico in 3

istanze in relazione dinamica tra loro: l’Es, l’Io e il Super-io; l’Es consiste nell’insieme delle pulsioni che

mirano alla propria soddisfazione, indifferenti tanto alle condizioni della realtà esterna, quanto ad ogni

morale; l’Io corrisponde alla coscienza che pensa e riflette, presiede all’esperienza del mondo, alla

consapevolezza e all’apprendimento; il Super-io è l’istanza delle norme morali, che rappresenta

l’interiorizzazione in ciascuno di noi delle regole e dei valori dell’autorità sociale. 14

Il cuore delle argomentazioni di F. sta nella negazione dell’idea che sia possibile intendere gli uomini solo

come esseri razionali; la ragione ha una parte molto modesta e alquanto precaria nelle vicende degli uomini.

Poiché è molto difficile comprendere i motivi reali del nostro agire, l’uomo tende ad auto ingannarsi; ciò che

è possibile fare è potenziare i processi dell’Io.

Il pensiero di F. si consolidò come una delle principali acquisizioni del pensiero del ‘900 ed è un elemento

imprescindibile della costellazione culturale della modernità. L’idea di soggetto, da qui in avanti, sarà l’idea

di un campo di forze, di una pluralità di tensioni.

Nella sociologia i primi autori a servirsene furono i membri della scuola di Francoforte e in America Parson.

Ludwig Wittgenstein (1889-1951) e la filosofia del linguaggio

W. scrisse un trattato di logica, il cui progetto è quello di fornire un impianto logico al linguaggio per cui sia

possibile individuare e successivamente escludere tutte le proposizioni che sono prive di significato

accertabile. Tale progetto presuppone la possibilità di una corrispondenza univoca tra ogni espressione

linguistica e il suo referente nella realtà. Proprio questo presupposto entra in crisi nel pensiero di W.

successivo a tale trattato: nel pensiero ordinario infatti le parole hanno significati diversi, che dipendono dal

contesto in cui di volta in volta sono utilizzati.

Nella lingua corrente il significato delle parole è definito dal loro uso in situazione e in cerchie sociali

concrete. Il significato delle parole fa sempre in riferimento al gioco linguistico in cui ci si trova e

comprenderle richiede di conoscere le regole che ne governano l’uso all’interno del gioco in cui ci troviamo.

Queste sono regole pratiche, così come il linguaggio stesso è una pratica intrecciata con tutte le altre attività

in cui siamo immersi. L’insieme di tutte le attività in cui un individuo è immerso come membro di una

determinata società è una forma di vita di cui il linguaggio è parte indissolubile. Utilizzare il gioco

linguistico vuol dire che quando parliamo seguiamo delle regole che permettono il gioco; le regole possono

anche venire sospese e soprattutto gli altri possono giocare altri giochi. Così, anche all’interno di una stessa

comunità linguistica, le parole stesse possono essere usate in giochi non solo diversi, ma anche relativamente

impermeabili uno all’altro.

Per le scienze sociali, le conseguenze sono essenzialmente due:

- il linguaggio assume un ruolo di primo piano nella società; è il linguaggio il mezzo attraverso cui gli

uomini esprimono la loro forma di vita, ma, allo stesso tempo, è anche quello attraverso cui la interpretano.

Gli scienziati sociali non possono prescindere da questa interpretazione, descrivere un mondo sociale

significa allora descrivere ciò che le persone interpretano come il proprio mondo. Questa rivalutazione del

ruolo del linguaggio si combinerà con altre correnti di pensiero dando luogo ad una vera e propria svolta

linguistica nelle scienze sociali.

- diventa assai problematico confrontare diverse culture in quanto non è scontato che gli stessi concetti che

hanno senso all’interno di una cultura siano adeguati a comprenderne un’altra. Gli esiti di questo possono

essere due: da un lato un relativismo radicale secondo cui ogni gioco linguistico è incomparabile con un

altro, dall’altro può essere visto come un invito a rivendicare la pari dignità di ogni gioco linguistico e di

ogni cultura.

Il problema è tutt’altro che semplice e ci si chiede se sia possibile definire dei concetti universali, tali cioè da

poter essere applicati in ogni contesto nelle scienze sociali.

Mannheim (1893-1947) e il problema del relativismo

Il posto di M. nella storia della sociologia è soprattutto legato alla sua formulazione di una “sociologia della

conoscenza”. Tale termine era già presente con il significato di un’analisi dei rapporti che sussistono tra i vari

tipi di conoscenza e i fattori sociali che determinano la situazione esistenziale degli uomini. M. sistematizza

tale analisi.

Per lui il problema cruciale consiste nel relativismo; il suo primo oggetto di riflessione è la compresenza in

una medesima società di visioni politiche concorrenti fra loro. Al concetto marxiano di ideologia

(=descrizione del mondo, da parte delle classi dominanti, fatta in modo da occultarne le contraddizioni in

modo da legittimare i privilegi acquisiti), M. affianca quello di utopia cioè la visione del mondo tipica di

coloro che non riescono a scorgere nella realtà se non gli elementi che vogliono negare e cercano quindi di

rovesciare i rapporti esistenti. Come l’ideologia, anche l’utopia è una parziale deformazione della realtà. 15

M. propone poi un allargamento del concetto di ideologia per intendere che ogni individuo, in quanto

appartenente ad un determinato gruppo sociale, tende a concepire la realtà secondo un punto di vista che

esprime gli interessi, la cultura, la sensibilità e le peculiari capacità di tale gruppo. Il modo in cui ciascuno di

noi vede la realtà è dunque connesso alla nostra situazione esistenziale. Da qui M. esprime la proposta

teorica del relazionismo, ossia la relazione originaria che lega ogni prodotto della cultura all’esistenza

concreta e determinata in cui è posto ciascun soggetto. La verità non viene negata, ma diventa un limite cui si

può solo tendere, avvicinandosi tanto più quanto si è in grado di prendere atto delle diverse prospettive

esistenti e di controllare le tendenze ideologizzanti che sono presenti in ciascuno di noi.

Secondo M. è fondamentale il ruolo degli intellettuali quale gruppo relativamente svincolato dalle

appartenenze sociali, con un orientamento e una formazione “avalutativi”.

Nel campo della lotta politica, l’idea della verità come limite favorisce il sospetto nei confronti di ogni

affermazione dogmatica.

Con la sociologia della conoscenza, la sociologia si avvia a diventare una scienza autoriflessiva.

Capitolo 10. La scuola di Francoforte

Introduzione

La scuola di F. nasce nel 1923 grazie ad un finanziamento privato, con l’intento iniziale di promuovere un

rinnovamento della ricerca sociale marxista, rendendo conto delle trasformazioni del capitalismo e delle

contraddizioni che ci emergevano. Del marxismo i sociologi di F. rivalutarono le origini nel pensiero

hegeliano, integrandovi vari elementi della psicoanalisi di Freud; ne derivò una teoria critica della società.

La teoria critica diventa uno dei principali riferimenti intellettuali per tutti coloro che non intendono

riconoscere al marxismo sovietico la statuto di unico rappresentante di un’alternativa al capitalismo, ma che

non si riconoscono nemmeno nelle tendenze dominanti della cultura del tempo.

Le origini marxiste

Adorno. Nella società che emerge dal capitalismo, il fine dell’esistenza degli uomini diventa il produrre. La

vita degli uomini è un’ appendice dalla produzione, invece che il suo fine. Fino agli anni ’30 la scuola si

interroga sul perché rimangano latenti le possibilità rivoluzionarie che il capitalismo invece dovrebbe

innescare. Questo necessita un rinnovamento della teoria marxista. Data la radicalità dello stravolgimento

della condizione dell’uomo operata dal capitalismo, altrettanto radicale dovrà esserne l’abolizione: la

rivoluzione prevista da Marx dovrà essere una rivoluzione totale. La critica della SdF intende essere un

richiamo costante alle possibilità di emancipazione.

L’integrazione della psicoanalisi e le ricerche sulla famiglia e sulla personalità

La SdF sente la necessità di integrare la teoria marxista con una teoria capace di rendere conto dei

meccanismi psichici per cui è possibile che rimangano latenti le tensioni sociali che la situazione economica

spingerebbe al conflitto. La SdF usa il pensiero di Freud per spiegare i processi di socializzazione

dell’individuo, per cui la famiglia è cerniera che collega la struttura sociale con la coscienza del singolo.

All’epoca del tardo capitalismo, la famiglia tende a favorire la genesi di persone dotate di un carattere

autoritario per cui l’uomo reprime i suoi impulsi libidici e scarica aggressivamente sugli altri la propria

frustrazione, si affida irrazionalmente all’autorità di leaders che promettono di soddisfarne i bisogni.

La SdF mette a punto anche il concetto di capro espiatorio per cui le colpe per i disagi vissuti vengono

scaricate sui gruppi minoritari e impotenti; evitando l’analisi razionale delle situazioni, l’uomo evita di

mettere in discussione il sistema in cui vive e si affida totalmente ai leaders.

Sono questi meccanismi inconsci ma tutt’altro che inerti.

La critica della razionalizzazione

I membri della SdF ricomprendono il processo di razionalizzazione descritto da Weber come un processo di

pervertimento della ragione, una riduzione della ragione ad intelletto. I membri della SdF, se da un lato

ammettono all’illuminismo l’aver reso la ragione strumento per opporre principi di libertà, uguaglianza e

tolleranza ai privilegi del feudalismo, dall’altro criticano il fatto che l’illuminismo nega cittadinanza a tutto

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teoria sociologica , basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Il mondo in questione", del sociologo Jedlowsky. I principali temi trattati sono: origini della sociologia, Karl Marx, Durkheim, Simmel, Weber, sociologia americana, sociologia in Italia, scuola di Francoforte.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione e pubbliche amministrazioni
SSD:
Università: Sassari - Uniss
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria sociologica e ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sassari - Uniss o del prof Deriu Romina.

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