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la libertà di movimento e di espressione del singolo. “Non sempre però la libertà coincide con un senso di

benessere, mai come nel brulichìo della città ci si può sentire soli e abbandonati. Alla crescente libertà, fa

da contrappeso una crescente dipendenza dal mondo di istituzioni, tecniche e apparati della società”.

Lo spirito oggettivo è per S. la cultura oggettivata nei prodotti dell’uomo ad es. la cultura depositata nelle

enciclopedie, nelle realizzazioni delle tecniche, nella rete elettrica che permette la vita nella città, nei

invece, è quello che il soggetto sa per averlo vissuto,

macchinari di una fabbrica. Lo spirito soggettivo,

imparato personalmente. La cultura dei soggetti dipende da quella oggettiva ma ne è anche ben diversa, non

esiste infatti se non all’interno di un individuo concreto; un aspetto specifico della tragedia della modernità

consiste per Simmel proprio nella sproporzione che viene a crearsi fra questi due poli dello spirito. Si

sviluppa sempre più una divaricazione tra la cultura oggettiva insita nelle cose che cresce a dismisura e la

cultura soggettiva degli uomini che non può tenere il passo. La società moderna dispone di un sapere che

sovrasta le capacità di elaborazione del singolo individuo. In ciò esiste una dissonanza specifica della

modernità

Diversamente da Durkheim, Simmel non pone la sociologia al di sopra delle altre scienze dell’uomo e si

limita a definirne la specificità. Egli non ritiene che la società sia superiore all’individuo perché individuo e

società esistono parimenti, è la prospettiva con cui guarda l’osservatore che fa vedere ora l’uno, ora l’altra.

Tra società ed individuo ci sono, però, delle tensioni non eliminabili di cui S. discute nella sua opera “La

differenziazione sociale”:

− la società tende ad imporsi sul singolo richiedendogli di espletare alcuni compiti necessari per la

sopravvivenza della società stessa vincolando, così, la libertà individuale (es. se tutti gli uomini

facessero i barbieri e nessuno l’agricoltore, avremmo una collettività di uomini ben rasati ma che

morirebbero di fame in pochi giorni).

− L’individuo, a sua volta, può ritenere che il suo fine sia di realizzare obiettivi propri piuttosto che

cooperare per il benessere generale.

Tale dissidio si realizza in modo esplicito e generalizzato solo nell’epoca moderna. Questa tensione è dovuta

all’enfatizzazione della società moderna per la libertà di ognuno, della sua unicità, della sua responsabilità

sul proprio destino e sulla sua realizzazione. È la società complessa con una forte differenziazione che pone

le basi per questo individualismo. Ora come mai la tensione tra individuo e società si fa cosi marcata.

Simmel prendendo spunto da Burckhardt, affermava che gli individui sono sì, simili da un punto di vista

legale, conquista ottenuta in particolare nel ‘700 perché fino ad allora gli individui si caratterizzavano per

differenze di nascita ma allo stesso tempo sono diversi, pensiero sviluppato nell’800, per quanto concerne la

loro interiorità in quanto il compito di ognuno consiste nell’esprimere e realizzare la propria unicità, Simmel

o individualismo della differenza.

parla di individualismo qualitativo

“La moda”

Nella moda, tematica affrontata nel saggio del 1905, si esprime in modo perfetto il concetto di

individualismo. Nella moda si manifesta la compenetrazione di due spinte contraddittorie:

1. La distinzione dagli altri che esprime l’esigenza di differenziarsi rispetto agli altri;

2. L’imitazione degli altri che esprime il bisogno di affermare la nostra partecipazione ad una cerchia

sociale che riconosciamo autorevole in termini di stile.

Seguire una moda significa volersi distinguere da chi non la segue ma voler assomigliare a chi la segue.

Nella società moderna, la differenziazione sociale non è più un fatto di nascita ma di capacità di farsi valere.

In una società come quella contemporanea, la moda consiste in un processo di mobilità sociale apparente:

imitando i gruppi più prestigiosi, chi è più in basso cerca di scalare la società mostrando di farne parte. Il

paradosso della moda però è che esprime da un lato autonomia e obbedienza ma è anche l’espressione di

qualcosa di estremamente tipico della modernità in particolare per ciò che riguarda la percezione del tempo.

Essa è praticata solo da alcuni individui, mentre la massa cerca di raggiungerla, quando la moda arriva alla

diffusione tra tutti, smette di essere moda.

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Per Simmel:

La sociologia assume al suo interno la riflessione sui procedimenti conoscitivi che la

contraddistinguono rinunciando al paradigma positivista per cui ogni scienza è un rispecchiamento

della realtà;

Ogni fenomeno dipende da cause molteplici e a sua volta è causa di altri fenomeni. <Il mondo è una

rete di fenomeni che si influenzano reciprocamente>;

Le interazioni come elemento essenziale per studiare le relazioni. Il pensiero di Simmel è infatti

relazionale;

La sociologia inizia ad indagare la vita quotidiana. La sociologia è per Simmel un sociologia delle

forme ma anche degli sfondi.

Tutto ciò rende il pensiero di Simmel estremamente attuale.

I tratti più caratteristici di Simmel sono:

- Da un lato il suo concentrarsi sulle interazioni e sulle influenze reciproche che legano i diversi

individui e i diversi fenomeni;

- La sua capacità di cogliere l’ambivalenza di ciascun elemento della realtà sociale, particolarmente

evidente in testi come quello sulle metropoli. La grande libertà e il forte vincolo che propone la

metropoli, è espressione dell’individualità e contemporaneamente dell’incapacità di percepire le

differenze. Questo studio sull’ambivalenza insieme allo studio della continua reciprocità e

interazione tra individui e fenomeni, fa sì che Simmel non prenda posizioni od emetta giudizi.

Simmel non critica e non indica soluzioni, si limita a registrare la contraddittorietà e ambivalenza

della società moderna.

Cap. 6 Max Weber

Introduzione

Weber è probabilmente lo studioso che più influenzò la sociologia del XX secolo. Tedesco di una famiglia

dell’alta borghesia ha una formazione economica che sarà centrale nel suo pensiero. Egli è stato una

personalità complessa, un momento importante infatti è stato costituito da un esaurimento nervoso che lo

costrinse ad abbandonare ogni attività intellettuale. Gran parte del suo pensiero non è comprensibile se non

con uno sforzo teso a riprendere i problemi formulati da Marx sulla genesi e le caratteristiche del modo di

produzione capitalistico, e a proporne soluzioni teoriche parzialmente differenti, entro un atteggiamento

politico radicalmente differente. Weber si è occupato principalmente di tre questioni:

1. Il metodo della sociologia, e dei rapporti tra sapere scientifico e giudizi di valore;

2. le caratteristiche essenziali delle origini, e il destino della civiltà occidentale moderna;

3. definizione sistematica e coerente dei concetti della sociologia.

La sociologia come scienza comprendente

In “Economia e società” (postumo 1922) Weber definisce cos’è per lui la sociologia: una scienza che

interpreta l’agire sociale e quindi li spiega causalmente nel suo corso e nei suoi effetti. Weber intende la

sociologia come una scienza comprendente, cioè che cerca di comprendere l’agire sociale. Il termine

comprendere è differente dallo spiegare, in quanto la spiegazione viene dopo l’interpretazione. Dunque

comprendere un’azione significa intenderne il senso, cioè interpretare il significato che quell’azione ha agli

occhi di chi la compie. L’agire sociale, oggetto della sociologia, infatti, è un agire dotato di senso. A questo

proposito, un agire è tale se e in quanto vi è connesso un senso; il senso soggettivo è quindi il significato che

chi compie l’azione da all’agire stesso.

Con questo pensiero Weber segna una frattura con l’impostazione precedente della scienza. Prima il modello

scientifico per eccellenza era quello delle scienze naturali e le scienze umane dovevano man mano

adeguarvisi, ma per Weber questo è sbagliato proprio perché l’atto della comprensione differenzia le scienze

dell’uomo da quelle naturali. Se studio una pietra che cade, posso descriverne il moto e cercare dei modelli

delle leggi superiori che governano quell’accadimento. Non devo chiedermi qual è il senso per la pietra del

cadere, poiché la pietra non ha coscienza. Se invece studio un uomo che tira una pietra, devo capire

innanzitutto perché lo fa: per svago, perché fa una gara di lancio, per ferire qualcuno, se non colgo queste

differenze il gesto rimane oscuro.

Tutte le scienze che riguardano l’uomo sono scienze comprendenti, tuttavia ci sono delle differenze. La

storia ad esempio si occupa di eventi che sono accaduti una sola volta e non si interessa alla regolarità dei

fenomeni. La sociologia invece studia le azioni sociali degli uomini in quello che hanno di tipico e

ricorrente; da infinite azioni singole si cercano caratteristiche comuni e si producono delle tipologie di

fenomeni. Non a caso, la costruzione di tipi ideali è lo strumento principale della sociologia. Dopo aver

compreso l’agire, il secondo passo è quello dello spiegare casualmente l’agire. In questo si procede in

maniera simile allo scienziato naturale, che cerca le cause dei fenomeni. La molteplicità dei fattori che si

combinano nel mondo umano e sociale, sono però così complessi che una spiegazione unica e definitiva non

è pensabile. Per ogni causa che trovo ad un fenomeno potrei non aver preso in considerazione altri fenomeni

che ne creano comunque le condizioni perché accada, quindi non si può mai essere sicuri di aver esaurito la

ricerca di cause. Dunque l’obiettivo del sociologo è più modestamente cercare in modo rigoroso di

rintracciare le condizioni che sono sempre presenti all’accadere di un fenomeno. Infatti, Weber più che di

cause parla di condizioni o influenze o insieme di fattori.

Appare chiara la vicinanza di Weber con il pensiero di Simmel.

Il concetto di “idealtipo” e i fondamenti dell’agire sociale

La sociologia non si occupa di tutto l’agire degli uomini, ma solo dell’agire sociale. L’agire sociale è il

compere un’azione che è orientata verso gli altri, per esempio, non è sociale aprire un ombrello se piove, ma

è sociale insegnare in un’aula. L’agire sociale può essere di diversi tipi. Per Weber i tipi ideali o idealtipi

sono costruzioni del pensiero dello scienziato, che fa una sintesi delle infinite varietà di azioni per ridurle ad

un numero maneggevole di categorie, quindi è uno strumento di studio. L’agire sociale si può dividere

principalmente i 4 tipi ideali diversi, che dipendono dal senso che l’azione ha per il soggetto:

1. Agire razionale rispetto allo scopo, il soggetto agisce con lo scopo di raggiungere un fine. Calcola i

suoi sforzi in modo razionale e utilizza i mezzi a sua disposizione per conseguirlo, ha una visione

chiara dell’obiettivo. (es. uno scienziato che vuole verificare un’ipotesi con esperimenti, un generale

che vuole riportare una vittoria, un imprenditore che vuole ricavare un profitto).

2. Agire razionale rispetto al valore, il soggetto agisce perché all’azione in sé da un valore. È un’azione

che a prescindere dalle conseguenze che può portare, va fatta per la sua importanza. (es. un capitano

che affonda con la nave, un uomo che accetta un duello per onore, un martire che si sacrifica, ecc.)

3. Agire affettivo, il senso dell’agire è legato a emozioni o sentimenti (es. un innamorato, un adirato, un

intimorito)

4. Agire tradizionale, è l’agire in base ad un’abitudine, ad una consuetudine acquisita (es. salutarsi in

un certo modo, farsi il segno della croce in chiesa, ecc.)

La diagnosi della società moderna a cui giunge Weber mostra il consolidamento dell’agire razionale rispetto

allo scopo, dove si va affievolendo quello rispetto al valore, e va decrescendo il peso dell’agire affettivo e

tradizionale. Un risultato simile è quello di Tonnies che parlava di comunità basata su atteggiamenti emotivi

e tradizionalistici e società con atteggiamenti riflessivi e strumentali, e quello di Simmel che parlava della

progressiva intellettualizzazione nel mondo moderno. Nei termini di Weber, il crescente predominio di forme

d’agire di tipo razionale rispetto allo scopo corrisponde allo sviluppo di un processo di razionalizzazione.

Il concetto di “capitalismo”

L’organizzazione economica della società occidentale moderna ha il suo perno nel capitalismo, quindi

definire il capitalismo significa definire un aspetto essenziale di questa società. Il punto di partenza è la

definizione dell’ agire economico di tipo capitalistico, che si ha quando l’agire economico è orientato a

perseguire un profitto in modo sistematico, continuo e pacifico. Non è quindi uguale al desiderio di

accumulare semplicemente denaro né è uguale ad una rapina; è un agire specificatamente orientato

all’aumento costante di capitale. Il tipico soggetto dell’agire capitalistico è il proprietario d’impresa, che

dispone di un capitale e mira ad accrescerlo mediante continui profitti che normalmente reinveste per

procurare nuovi profitti. Solo questo non basta a definire il capitalismo moderno, perché con questa

definizione si rintracciano altri sistemi capitalistici nel passato e in altri paesi del mondo. La specificità del

capitalismo occidentale moderno è l’organizzazione razionale del lavoro formalmente libero, mediante cioè

l’utilizzo di lavoratori salariati, giuridicamente liberi per svolgere le attività dell’impresa. Questo è un tipo di

capitalismo mai sviluppatosi prima.

Diversamente da Marx non appare la parola sfruttamento, in quanto per Weber è un aspetto di critica morale

al capitalismo che non ha niente a che vedere con la definizione scientifica di capitalismo. Anche il concetto

di razionalità è nuovo e decisivo per Weber. Si richiama a questo proposito all’agire razionale rispetto allo

scopo. Perché il capitalismo occidentale potesse svilupparsi sono stati necessari vari fattori storici:

• disponibilità di lavoro libero (fine della schiavitù e dei servi)

• sviluppo di mercati aperti (relazioni commerciali vaste)

• separazione tra famiglia e impresa

• sviluppo di un diritto scritto che permetta leggi stabili e non continuamente soggette a mutamenti che

renderebbe impossibile fare calcoli sul successo delle proprie attività la loro contemporanea

combinazione si è sviluppata solo nell’occidente nel periodo moderno.

Il capitalismo inoltre viene caratterizzato da una mentalità specifica che permette di attribuire un senso

diffuso all’agire capitalistico, ciò che Weber chiama “lo spirito”.

Lo spirito del capitalismo e le sue origini nell’etica protestante

Una volta definito il capitalismo, Weber si chiede: quali sono le condizioni che ne hanno determinato il suo

sorgere? Non si può risalire ad una sola causa, ma a una pluralità di fattori; uno dei più importanti per Weber

è una peculiare attitudine razionalistica che caratterizza la civiltà occidentale moderna. Lo “spirito del

capitalismo” è l’ethos razionale che lo anima. Quindi bisogna cercare di spiegare il perché di questa capacità

a sviluppare modi di agire pratico-razionali. Weber si occupa di questa disposizione nel saggio “L’etica

protestante e lo spirito del capitalismo”. Questa disposizione è di origine culturale e va quindi ricercata nelle

forme specifiche della cultura europea cioè le forme religiose. A questo proposito, il protestantesimo, e in

particolare il calvinismo, pone l’accento sull’individualità e sulla vita mondana. Dunque, non sono più

importanti i doveri ascetici rispetto a quelli profani, mondani e i compiti professionali di ciascuno hanno un

carattere sacro. Occuparsi dei compiti connessi alla propria posizione nel mondo ha una dimensione

religiosa. Infatti con il termine Beruf, (professione, vocazione) intendono questo aspetto sacro del lavoro.

Inoltre vi è la concezione che il volere divino sia deciso a prescindere dalle azioni dell’uomo, quindi on si

può guadagnare la propria salvezza con le proprie azioni, ma da esse si possono cercare i segni della propria

salvazione o dannazione. L’uomo rispetta il volere di Dio occupandosi della sua creazione, cioè il mondo, e

si vieta qualsiasi indulgenza nei piaceri che il mondo offre ma, che come tentazioni, sono segno della propria

dannazione. La condotta di vita è quindi metodica, e indulgere nel peccato è atto gravissimo e non riparabile,

mentre il lavoro diventa strumento per evitare le tentazioni e per glorificare Dio. Questo atteggiamento è

chiamato da Weber ascesi intramondana, cioè fusione di presenza attiva nel mondo e rinuncia al suo

godimento. Ciò è affine allo spirito capitalistico, dove ci si dedica in modo sistematico e razionale alla

propria professione ma si rinuncia a utilizzare i guadagni per goderne ma vengono reinvestiti. L’etica

protestante favorisce quindi le basi, il senso dello spirito capitalistico. Non significa però che sia l’unico

fattore, Weber infatti mostra il paradosso che questa etica produce: l’etica protestante produce ricchezza, ma

la ricchezza favorisce le tentazioni. Quindi mentre si sviluppa il capitalismo, esso perde i suoi fondamenti

culturali. Una volta innescato continua meccanicamente come una valanga anche senza l’etica che lo ha

creato. Il carattere “tragico” del capitalismo è che tende a distruggere le forze che hanno contribuito a farlo

nascere.

L’impostazione weberiana del problema delle origini del capitalismo è radicata in un ampio dibattito a lui

contemporaneo, in cui è particolarmente rilevante la figura di Werner Sombart. Egli, diversamente da Weber,

individua diverse costellazioni di “mentalità” che avrebbero cooperato. Osserva che caratteristica dei primi

imprenditori dovette essere una certa “marginalità” nell’ambito della cultura tradizionale, infatti di concentra

sulle figure degli ebrei, degli eretici e in generale degli stranieri in ogni contesto sociale. Ciò perché la

marginalità corrisponde a una non dipendenza dai vincoli della tradizione, e dunque a una condizione

favorevole a comportamenti innovativi.

L’ “avalutatività” delle scienze sociali

I “valori” sono orientamenti culturali di fondo che motivano le nostre condotte. Weber fa distinzione tra:

• riferimento di valore, i valori a cui un soggetto si riferisce quando compie le proprie azioni.

• giudizio di valore, un’affermazione di tipo “è bene” o “è male”.

I valori essendo parte del senso in base a cui gli uomini agiscono, devono essere parte del campo di indagine

di un sociologo. Lo scienziato stesso si riferisce a dei valori essendo un uomo inserito in un ambiente sociale

e che giudica la realtà che vive, gli orientamenti personali lo porteranno a vedere e studiare certi fenomeni

meglio degli altri. Nessuna spiegazione può essere quindi esaustiva (per Weber la realtà, infatti, è infinita). Il

lavoro del sociologo può essere comunque oggettivo nel momento in cui egli, consapevole dei propri

orientamenti, li metta da parte, evitando giudizi di valore. L’oggettività è frutto dell’avalutatività. Dunque, la

sociologia non valuta ma cerca di comprendere e spiegare.

Alcune categorie della sociologia weberiana

C’è una relazione sociale quando il senso dell’agire di un individuo si riferisce all’atteggiamento dell’altro

così che le azioni sono reciprocamente orientate. Individui costantemente in relazione tra loro possono

formare comunità o società. La comunità poggia su un agire sociale dettato dal comune senso di

appartenenza sentito dai membri, le relazioni sociali hanno una forte dimensione affettiva, mentre la società

poggia da un agire sociale dettato da una convergenza di interessi motivati razionalmente. Per Weber

comunità e società sono tipi ideali di relazioni sociali (idealtipi), cioè sono concetti astratti in quanto nella

realtà una comunità può sviluppare fini razionali condivisi dall’interesse di tutti, e le società possono

sviluppare legami affettivi che vanno oltre lo scopo prefissato. Comunità e società sono si basano

sull’integrazione dei membri del gruppo, ma ci sono relazioni sociali opposte: le lotte, che sono relazioni

sociali in cui l’uno mira alla sopraffazione dell’altro. Weber osserva la presenza ricorrente delle forme di

lotta, non enfatizza come invece faceva Durkheim, l’ordine e la coesione, né pensava che i conflitti

portassero la storia verso nuove sintesi come pensava Marx. Piuttosto la lotta è una delle possibilità

dell’agire umano.

Le relazioni possono essere infine aperte (chiunque può accedervi) o chiuse (solo persone con determinati

requisiti ne possono far parte). Una relazione sociale chiusa diventa raggruppamento sociale quando a far

rispettare le leggi c’è un gruppo di persone predisposte a questo (un capo o un governo e eventuale apparato

amministrativo). Un raggruppamento sociale si definisce infine in base all’occupazione di un dato territorio e

se nella sua organizzazione è presente la minaccia dell’utilizzo della forza fisica per far rispettare le leggi, si

chiamerà allora raggruppamento politico. Lo Stato, ad esempio, è il raggruppamento politico che dispone

della violenza legittima su un determinato territorio.

Le forme di legittimazione del potere

La validità dell’autorità che la impone, può rendere la violenza legittima. L’autorità è l’espressione di un

potere legittimo. Weber distingue i termini potenza e potere:

• Potenza, è la capacità di far valere la propria volontà anche di fronte ad un’opposizione. Chi subisce

la potenza è costretto ad obbedire.

• Potere, è la capacità di dare un comando che trovi obbedienza presso certe persone. Chi obbedisce al

potere lo ritiene legittimo a comandare.

Definito il concetto di potere bisogna capire secondo quale senso l’obbedienza è accordata e come un

comando possa essere legittimo. Weber vede tre tipi ideali di legittimazione del potere:

1. potere legittimo di carattere tradizionale, poggia sulla sacralità di tradizioni che vengono dal

passato. (es. obbedienza al re, o al padre).

2. potere legittimo di carattere carismatico, poggia sulla dedizione alla forza eroica o al valore

esemplare di un uomo particolare. Per carisma si intende “segno di elezione”. (es. grandi profeti e

condottieri). Il potere carismatico ha la potenzialità di produrre mutamento; un uomo in grado di

dire: “si è sempre fatto così ma io vi dico che…”può creare una grande forza rivoluzionaria. È legato

però ad una sola persona e dopo la sua scomparsa, normalmente svanisce il potere (routinizzazione

del carisma).

3. potere legittimo di carattere razional-legale, si basa sulla credenza nella legalità degli statuti e nel

diritto di chi è chiamato a esercitare il potere su quelle basi. Le leggi sono legittime non perché

provengono dal passato, ma perché sono prodotte in modo razionale sulla base di discussioni

pacifiche. Questo tipo di potere favorisce un mutamento sociale in quanto le leggi prevedono leggi

atte a cambiarle, ma in questo modo il mutamento è in qualche modo “regolato”. Tuttavia l’esistenza

di un potere legittimo non significa che il ricorso alla forza scompaia. Significa soltanto che la forza

è monopolizzata dal potere in virtù della sua legittimazione. Laddove il numero o la forza di coloro

che vi si oppongono sopravanzino quelli che sostengono la legittimità del potere dato, emergono

conflitti dai quali potrà eventualmente scaturire un nuovo potere, che a sua volta potrà assumere i

caratteri di una mera imposizione o ispirarsi a nuovi criteri di legittimità. Il potere politico, infatti,

secondo Weber, è intrinsecamente instabile, è tanto più stabile quanto più diffuse e radicate sono le

credenze riguardanti la sua legittimità.

La burocrazia

Ad ogni forma di potere corrisponde un tipo di apparato amministrativo. La forma tipica di apparato

amministrativo del potere razional-legale è la burocrazia. Essa consiste in un apparato di individui

organizzato per espletare i compiti amministrativi, gli individui sono chiamati funzionari che esercitano le

funzioni relative alla loro carica in base a procedure standardizzate e obbediscono ad un’autorità

impersonale.

La burocrazia dello Stato moderno si fonda sui seguenti principi:

• i servizi e le competenze sono definiti da leggi

• una gerarchia delle funzioni

• separazione tra funzione e l’uomo che la svolge (criterio della non proprietà della carica)

• reclutamento dei funzionari in base alla loro formazione e ad esami

• la retribuzione è con salario erogato dallo Stato.

L’accesso di individui alle funzioni amministrative è fatto in base a procedure regolate da leggi e le stesse

funzioni vanno eseguite a prescindere dalla persona che le svolge. La burocrazia è un sistema di

amministrazione che è più efficace rispetto ad altri sistemi per amministrare società ampie e complesse. Il

fatto che la burocrazia sia basata sulla spersonalizzazione, favorisce anche la deresponsabilizzazione dei

funzionari in quanto fondata su procedure standardizzate, sfavorisce l’innovazione; si possono sviluppare

interessi propri particolaristici di gruppi amministrativi, rappresentano tutti degli svantaggi. Infine, il

controllo degli apparati burocratici è uno dei problemi fondamentali delle democrazie moderne.

La stratificazione sociale

In sociologia la stratificazione sociale è il modo in cui gli individui e i gruppi si differenziano e si ordinano

gerarchicamente in una società. Per Weber, in ogni società coesistono vari ordinamenti, che dipendono dai

diversi “punti di vista” da cui si considera la società stessa:

• stratificazione economica, un insieme di individui che condivide le stesse possibilità economiche

appartengono alla medesima classe. Stessa classe, stessi interessi economici.

• stratificazione culturale: un insieme di individui che condividono lo stesso “status” sociale. Si

appartiene ad uno status o ceto in base al privilegio positivo o negativo nella considerazione sociale.

Esso può derivare dalla condotta di vita, dal prestigio (o disprezzo), dall’educazione ricevuta.

• stratificazione politica: si realizza tramite gli apparati politici o amministrativi nelle cariche che si

possono ricoprire, o nella possibilità che un gruppo prevalga sull’altro.

Razionalizzazione e disincanto del mondo

In una conferenza del 1918, la scienza come professione, ai suoi studenti, Weber parla del processo di

razionalizzazione che è tipico della modernità, e del conseguente disincanto del mondo. Il processo di

razionalizzazione corrisponde al crescente predominio della fiducia nel fatto che tutte le cose possono essere

spiegate con la ragione, sostenuto da uno straordinario sviluppo delle capacità tecniche e scientifiche. Questa

fiducia porta un disincanto del mondo, cioè gli uomini progressivamente perdono i riferimenti a spiegazioni

e comportamenti magici o religiosi. L’uomo moderno tende a sostituire all’antico senso del mistero, e della

complicità con la natura, sostituendolo con un atteggiamento razionale e strumentale verso la natura. La

stessa fiducia che la ragione possa dominare ogni cosa però, è di per sé una fiducia non giustificata

razionalmente. La scienza, inoltre, risponde a domande su come dominare tecnicamente il mondo ma non se

sia giusto o sbagliato. Il mondo dei valori è extrascientifico. La scissione tra razionalità e valori è

caratteristico dell’era moderna. Per Weber allora, è la responsabilità personale che deve essere il fondamento

dell’etica.

Osservazioni

Weber ha influenzato enormemente la sociologia del Novecento. Il lessico che utilizzava è diventato oggi per

la maggior parte il lessico della sociologia. Il suo approccio alla sociologia si può considerare individualista

(cioè parte dall’individuo sociale e non dalla società nel suo insieme per i suoi studi) o conflittuale (cioè

osserva i ricorrenti conflitti fra individui e fra gruppi). Importantissime sono state le sue osservazioni sulla

stratificazione sociale e sulla sociologia politica, dove da una definizione della sfera politica come

competizione per il potere e la trasformazione del politico in professionista della politica, cioè un individuo

che non vive per la politica ma della politica, come fonte di reddito. Anche l’analisi sulla burocrazia è stata la

base per molti studi successivi tra cui quello sul clientelismo, dove la burocrazia mantiene il suo aspetto

formale ma è stravolta nella sua sostanza: il clientelismo è una forma di relazione sociale dove c’è uno

scambio di favori tra un patrono e uno o più clienti. Le pratiche di ufficio si trasformano in favori e la logica

impersonale e standardizzata della burocrazia si trasforma in logica personalistica e aperta a variazioni caso

per caso. Lo si rileva oggi in molti paesi del mondo tra cui l'Italia.

Cap. 7 “Le origini della sociologia americana”

INTRODUZIONE

Già a partire dal 1890, la sociologia fu insegnata regolarmente nelle università degli Stati Uniti. Qui la

sociologia è piuttosto dipendente da quella britannica, soprattutto dalla figura di Spencer. In “Costumi di

gruppo” (1906), Sumner mette a punto il concetto di etnocentrismo cioè il privilegiamento da parte di un

gruppo dei propri costumi e valori, con la relativa svalutazione di quelli degli altri. Nel 1899 Veblen

proporne il concetto di consumo vistoso cioè il consumo non finalizzato al soddisfacimento di bisogni

materiali quanto all’ostentazione della ricchezza.

La società nordamericana a cavallo del secolo è contraddistinta da una immigrazione dai ritmi elevatissimi;

differenti lingue, tradizioni e costumi diedero luogo a problemi di integrazione. L’industrializzazione corre e

le aree urbane si ingigantiscono. Il capitalismo americano fino alla crisi del ’29 avrà un forte dinamismo che

creerà forti disuguaglianze ma che non porteranno a lotte di classe perché non si riuscirà a creare coesione tra

lavoratori così diversi per cultura e provenienza. All’attenzione dei sociologi si pone quindi il problema

dell’immigrazione, dei conflitti interetnici, della disgregazione e devianza sociale: è proprio di questa

tematica che si occuperanno i sociologie della “scuola di Chicago”.

“La scuola di Chicago”

Il primo dipartimento di sociologia venne istituito nell’università di Chicago nel 1892. Il primo direttore del

dipartimento fu Albion Small che nel 1895 fondò l’American Journal of Sociology, la prima rivista

americana di sociologia. Gli autori che contribuirono di più al suo sviluppo furono William Thomas

(1863-1947) e Robert Park (1864-1944). Thomas scrisse “Il contadino polacco in Europa e in America”

(1918_1920), uno studio sulle condizioni degli immigrati polacchi a Chicago. Il pensiero che ne emerge è

che non si può comprendere il comportamento degli immigrati senza fare riferimento alla loro storia, al paese

da cui provengono e ai motivi dell’emigrazione; egli individuava nella formazione di istituzioni capaci di

permettere l’integrazione progressiva degli immigrati nel nuovo ambiente la chiave per evitare processi di

disgregazione sociale e conflitti interetnici. Con questo studio Thomas diede inizio all’uso dei metodi

qualitativi nella ricerca sociologica, si tratta di uno studio sistematico della corrispondenza degli immigrati e

sulla ricostruzione della storia personale di molti di essi. Anche per Thomas come Weber, non si può non

tener conto del significato che gli individui attribuiscono al loro comportamento e alle situazioni in cui si

trovano: “se gli uomini definiscono reale una situazione, essa è reale nelle sue conseguenze”; ritenere che

esistano le streghe può essere falso ma le conseguenze sono reali perché alcune donne vengono bruciate sul

rogo. Per capire questi significati attribuiti da ognuno al proprio agire, il sociologo deve registrare le voci, le

storie delle persone e individuarne le differenze qualitative quindi non possono essere adatti metodi

quantitavi. Dopo Thomas divenne direttore Robert Park ed è proprio grazie a quest’ultimo che si formò una

vera e propria scuola cioè un gruppo di insegnanti e studenti interessati alla ricerca sociologica, con metodi

di ricerca comuni e in stretta collaborazione tra loro. La scuola di Chicago ha una propensione per la ricerca

empirica. Il più originale metodo di ricerca utilizzato è noto come osservazione partecipante cioè la parziale

immersione del ricercatore per un lungo periodo di tempo nella vita del gruppo che studia. Così la sociologia

esce dalle aule e dalle scrivanie perché il campo di ricerca diventa la città. Gli studi sono ricchi di vita,

popolati da delinquenti, prostitute, immigrati, gioco d'azzardo, sale da ballo. Chicago è il loro laboratorio. Il

loro approccio è detto anche ecologico nel senso che concepisce il comportamento dei gruppi nello spazio

urbano sulla base di un modello naturalistico ma anche perché presta particolare attenzione ai contesti fisici

entro cui si esplica il comportamento.

nato come giornalista, ha un talento nel cogliere i dettagli della vita urbana. Ha attenzione per i

Park,

processi comunicativi e per la stampa quotidiana che è per lui una fonte di controllo sociale ma anche mezzo

di creazione dell'opinione pubblica e quindi critica democratica del governo. Studiò anche in Germania e da

Simmel riprese la concezione di ‘città’ come luogo dei processi fondamentali della vita moderna. La teoria

sociologica si pone come il tentativo di passare dai frammenti all’insieme cioè individuare i processi che

sottostanno a ciò di cui l’individuo ha notizia e che rendono conto del suo manifestarsi.

“La città”

La parola chiave della città moderna è mobilità:

Da un lato si trova la mobilità geografica, (caratterizzata da flussi migratori);

Dall’altro lato una mobilità sociale (possibilità per un individuo o un gruppo di ascendere o

discendere socialmente).

Mobilità è esposizione a qualcosa di nuovo e quindi apertura. Più si è mobili più si è inclini al mutamento.

Per Alessandro Pizzorno, La città è sia frutto della mobilità perché senza mobilità non si sarebbe potuto

costituire concentrazione su un territorio, sia la massima fonte di mobilità perché la densità di popolazione

moltiplica gli stimoli, gli incontri, le possibilità di porsi fini nuovi. Questi processi, come insegnava Simmel,

portano sia ad un possibile sviluppo delle facoltà individuali sia un aumento della disorganizzazione sociale.

Secondo Park la disorganizzazione è in qualche modo endemica in ogni processo di mutamento perché

preannuncia una nuova organizzazione. Il suo stabilizzarsi, quando avviene, corrisponde a qualcosa che

somiglia a ciò che Durkheim intendeva con il termine “anomia” cioè un’incapacità dell’ambiente sociale di

fornire agli individui risorse per soddisfare efficacemente i propri bisogni. Uno dei concetti tipici di Park è la

“distanza sociale”cioè il sentimento dei membri di un gruppo di essere distinti ed estranei rispetto ai membri

di altri gruppi (pregiudizio nei confronti degli altri). La distanza sociale si manifesta anche in distanza

territoriale cioè sul territorio di una città, i gruppi diversi tendono a collocarsi in aree distinte; è questa la

base della teoria delle “aree naturali” cioè le aree geografiche dove la popolazione di una città tende a

distribuirsi. A Chicago, dove Park studia, è più facile accorgersi di queste aree perché quella città è cresciuta

con ondate successive di immigrazione. Secondo Park ogni città moderna tende a svilupparsi secondo uno

schema generale secondo il quale una città si estende radialmente a partire dal quartiere:

I. Il centro;

II. Intorno al centro cittadino si trova normalmente un’area di transizione che viene occupata da

imprese commerciali e da piccole industrie;

III. Una terza area è abitata dagli operai dell’industria che sono sfuggiti dall’area di deterioramento

(II);

IV. Vi è anche l’area residenziale occupata da edifici con appartamenti di lusso o da quartieri

privilegiati e chiusi;

V. Al di là dei confini della città vi è la zona dei lavoratori pendolari, costituita da aree suburbane o

città satelliti e situata a mezz’ora/un’ora di viaggio dal quartiere centrale.

Lo stesso Park avverte però, che nessuna città concreta vi corrisponde perfettamente ma l’idea che lo spazio

di ogni città tenda a suddividersi in aree socialmente e funzionalmente dissimili è tuttora valida. Perciò la

tendenza di tutte le città è quella di dividersi in zone in base alle proprie esigenze e in base alla vicinanza al

proprio gruppo di appartenenza. La mobilità delle famiglie che periodicamente si spostano per migliorare i

propri bisogni fa sì che la stessa area possa essere occupata in fasi successive da diversi gruppi.

“George H. Mead (1863-1931)”

Fu un filosofo e psicologo sociale. Non scrisse mai libri, solo saggi su riviste e lezioni all'università molto

seguite tanto da influenzare in modo vastissimo le scienze sociali. Il volume più celebre è “Mente, sé e

società”, si tratta di una trascrizione delle sue lezioni pubblicata dagli allievi nel 1934. Mead è stato chiamato

il padre dell’”interazionismo simbolico in quanto l’idea di interazione è fondamentale nel suo pensiero. Egli

collocava se stesso nel pragmatismo.

L'elemento delle ricerche di Mead è la formazione del sé, che è qualcosa che emerge e si realizza nel corso

dell'interazione sociale. Il sé è il soggetto umano che diventa oggetto a se stesso mediante un'attività

autoriflessiva. Questa attività è specifica dell'essere umano, solo l'uomo è capace di guardare se stesso.

Specifico dell'uomo è anche il linguaggio cioè un insieme di segni a cui è dato un significato condiviso da

più soggetti. Ma come si può riflettere su sé stessi? Guardandosi come dal di fuori, tematizzandosi come un

me. Riflettendo, mi sdoppio e divento contemporaneamente “io”, soggetto dell’azione riflettere, e “me”, il

suo complemento oggetto, oggetto della riflessione, ciò su cui si esercita l’azione di riflettere. Io e Me sono i

due poli del sé: il primo è il soggetto in quanto fonte dell’azione, il secondo è lo stesso soggetto nel momento

in cui diventa oggetto a se stesso. Riflettendo su di me mi guardo, mi descrivo e mi nomino; mi nomino

usando il linguaggio. Ma quali parole userò per nominare me? Quelle che ho imparato per descrivere gli altri

e quelle con cui gli altri descrivono me. Ma se il linguaggio è la condizione perche emerga un sé, ciò

significa che la condizione perché un sé possa emergere è sociale. L’individuo è sociale nella misura in cui

ha un sé, la cui forma è resa possibile dalla sua immersione in un linguaggio comune.

Il concetto di socializzazione è cruciale in quanto indica il processo attraverso cui ciascuno di noi, a partire

dalla prima infanzia, ci si confronta prima con il me che emerge nei discorsi degli altri e interiorizza poi

questo me come una descrizione di sé. Attraverso il discorso dell’altro generalizzato cioè la somma di tutti

gli altri che parlano di me, il soggetto può giungere a quello della personalità organizzata attorno alla propria

singolarità.

Cap. 8 La sociologia in Italia agli inizi del XX secolo (solo Gramsci)

Egli fu membro di spicco del partito comunista, fu ispiratore di una delle più grandi insurrezioni operaie in

Italia. Nel 1926 venne arrestato e passò il resto della sua vita in carcere. Qui scrisse i suoi Quaderni del

carcere.

Anche se non era sociologo, Gramsci fece un'importante rielaborazione del marxismo e definì alcuni

concetti oggi molto usati.

• il fordismo, in riferimento alle trasformazioni del modo di produzione introdotto da Ford nelle sue

fabbriche che diventa per lui un modo di descrivere gli sviluppi del capitalismo. Questi sviluppi

riguardavano sia la produzione, la razionalizzazione della produzione aveva aumentato la produzione

complessiva, sia l'aumento dei salari, che serviva sia a ricompensare i lavoratori per la disciplina a

cui si sottoponevano, ma anche per allargare il mercato per i beni prodotti, facendo diventare gli

operai i nuovi consumatori che accedono al mercato e all'aumento di benessere. In questo modo la

spinta rivoluzionaria si affievolisce e lo sviluppo della “coscienza di classe” si dovrà spostare sul

piano della lotta ideologica con l'egemonia.

• l'egemonia, all'interno della società capitalistica le classi dominanti esercitano il loro potere con la

coercizione ma anche egemonizzando gli atteggiamenti delle classi subalterne, cioè imponendo i loro

valori e le loro logiche come facenti parte del “senso comune” presentandoli come se fossero quelli

della cultura di tutti. Rovesciare il potere per la classe operaia significa allora sostituire all'egemonia

capitalistica un'egemonia alternativa, sempre partendo dal piano della cultura, lavorando nelle

scuole, nei circoli, nell'editoria, nella vita quotidiana, in tutta la società civile.

• la società civile è composta da chiese, scuole, sindacati, associazioni ecc, ed è l'insieme delle

organizzazioni a cui il cittadino in quanto tale partecipa. Attraverso queste istituzioni la classe

dominante esercita la propria egemonia sulla società ed è tramite queste stesse istituzioni che può

venire contrastata.

Gramsci era piuttosto ostile alla sociologia in senso stretto, infatti chiamava la propria teoria della società

“filosofia della prassi”. Tuttavia egli viene legittimamente compreso nella storia della sociologia, perché di

fatto ha praticato un’analisi della realtà sociale estremamente accurata.

Cap. 10 - La scuola di Francoforte

Introduzione

La scuola prende il nome dall’istituto per la ricerca sociale fondato nel 1923. I membri più noti della scuola

furono Adorno, Marcuse, Fromm e Benjamin ma colui che più contribuì al suo sviluppo fu Marx

Horkheimer il quale ne assunse la direzione dal 1931. Anche se questo gruppo di studiosi non ha formazione

omogenea perché filosofi, psicoanalisti, economisti, ecc. quello che li accumunò fu l’intento di rinnovare la

ricerca sociale di Marx alla luce delle trasformazioni più recenti del capitalismo e delle sue nuove

contraddizioni dando origine ad una teoria critica della società rivalutandone le origini del pensiero

hegeliano e integrandovi diversi elementi della psicoanalisi freudiana.

Nel 1933, dopo la presa di potere in Germania dei nazionalsocialisti, l’Istituto venne chiuso per tendenze

ostili allo Stato e così i suoi membri si trasferirono a New York. Solo nel 1950 l’istituto venne riaperto a

Francoforte e gli studi che erano stati portati avanti negli Stati Uniti, in un primo momento sconosciuti,

divennero di grande rilevanza. La teoria critica è sia una ricostruzione della genesi storica dei fenomeni

sociali quanto una esplicitazione delle possibilità di emancipazione che di volta in volta vi sono contenute.

“Le origini marxiste”

Marx è il primo dei grandi riferimenti della scuola di Francoforte. Punto di partenza è che nella società

capitalistica il fine dell'esistenza degli uomini diventa produrre, la vita è lavoro, consumo e di nuovo lavoro.

La vita diventa quindi un'appendice della produzione e non il suo fine. La riflessione è sullo sviluppo delle

forze produttive e i rapporti sociali. Bisogna rinnovare la teoria marxista in particolar modo facendo ricorso

alla psicoanalisi freudiana comportando una maggiore attenzione alla nozione di alienazione di Marx a

scapito degli altri concetti; tutto ciò per capire perché la rivoluzione non è avvenuta come affermava Marx.

Nei paesi europei più sviluppati sembra addirittura che la classe operaia abbia rinunciato alla vocazione

rivoluzionaria che Marx le attribuiva. La rivoluzione che prevedeva Marx dovrà essere, nei termini di

Marcuse, una rivoluzione totale quindi non solo politica o solo nei termini della produzione. Nel corso degli

anni ’30, la fiducia marxista dei membri dell’Istituto viene meno in quanto già con l’esperienza del

totalitarismo stalinista si rende difficile identificare la rivoluzione di cui parlava Marx con il comunismo. La

critica della scuola di Francoforte diventa una critica senza soggetto, allontanandosi sempre di più dal

marxismo, intendendo se stessa non come espressione degli interessi di una classe ma come un richiamo

disperato e fondato solo sulla speranza, alle possibilità di emancipazione di cui si conserva il ricordo: come

scriveranno Adorno e Horkheimer, è un messaggio nella bottiglia.

“L’integrazione della psicoanalisi e le ricerche sulla famiglia e sulla personalità”

Ci si chiede allora come si realizzano i meccanismi psichici che fanno sì che le tensioni sociali restino allo

stato latente che la situazione economica invece spingerebbe al conflitto. Si trattava di comprendere

l'integrazione della classe operaia nel capitalismo. Appellarsi alla falsa coscienza non è sufficiente, bisogna

indagare come la coscienza si formi per questo ci si serve della psicoanalisi.

Erich Fromm fu il primo ad integrare il pensiero marxista con il pensiero di Freud, utilizzandolo in maggior

modo negli studi “Sull’autorità e la famiglia” per spiegare i processi di socializzazione dell'individuo. La

famiglia è la cerniera che collega la struttura sociale con la coscienza del singolo, il luogo dove il singolo

impara ad adattarsi.

Nel passaggio dalla borghesia classica al tardo capitalismo, la famiglia tende a indebolire la sua capacità di

formare individui autoresponsabili e inizia, invece, a favorire lo sviluppo di persone con carattere autoritario.

Questo è il carattere tipico di chi reprime in se stesso la tensione a soddisfare gli impulsi libidici e scarica

aggressivamente sugli altri la frustrazione che accumula non riuscendo a soddisfare questi impulsi. Incapace

di sviluppare un “IO” in grado di assumersi le responsabilità di se stesso, è particolarmente incline ad

affidarsi irrazionalmente ad un leader che promette di soddisfare i loro bisogni, così l’individuo è portato ad

accettare regimi autoritari e forme di socializzazione “di massa”. Tende a sfuggire all'analisi della realtà, in

particolare, sfugge alla ricerca dei fattori sociali che in un dato momento provocano disagio (come nei

periodi di inflazione), inoltre, ha paura di criticare il proprio governo e il sistema in cui vive e scarica la

colpa del disagio su un “capro espiatorio” di solito gruppi minoritari e impotenti, come le minoranze etniche

o gli animali.

Si tratta di meccanismi inconsci e come diceva Freud, “ciò che è inconscio è tutt'altro che inerte”.

Con la psicoanalisi la ricerca sociale si arricchisce di nuove dimensioni precedentemente sconosciute: le

forme di socializzazione e la costruzione del carattere, spiegano ciò che le teorie economiciste non possono

spiegare.

Marcuse usa la psicoanalisi nella sua opera “Eros e civiltà” per effettuare una critica del capitalismo. Parte

dall'osservazione di Freud che la civilizzazione ha portato ad un forte controllo degli impulsi libidici che ha

permesso uno sviluppo del dominio dell'uomo sulla natura. Con Il capitalismo, lo sviluppo delle forze

produttive, permette una relativa riduzione di questo controllo comportando lo sviluppo di un'umanità capace

di conciliarsi con la natura. Questo è ciò che chiama edonismo, cioè la capacità degli uomini di godere della

propria vita, di essere felici entro i limiti che la vita stessa pone, all’interno di un quadro sociale sgombrato

dall’ingiustizia.

“La critica della razionalizzazione”

Adorno e Horkheimer usano la teoria freudiana per fare una critica della razionalità che essi affrontarono in

particolar modo nell’opera “Dialettica del’illuminismo”.

Partendo da Simmel con la differenza tra ragione e intelletto e da Weber con il processo di razionalizzazione

caratteristico del mondo moderno rappresentato da uno sviluppo della razionalità strumentale, possiamo

affermare che la razionalizzazione è uno sviluppo dell'intelletto cioè della capacità di commisurare

logicamente i mezzi ai fini, di calcolare adeguatamente i costi e i benefici di ogni azione. Ora, il processo di

razionalizzazione descritto da Weber viene ricompreso dalla Scuola di Francoforte come una riduzione della

ragione a intelletto: gli uomini moderni sono sempre più capaci di fare calcoli tecnici ma sempre meno di

usare le facoltà critiche in cui si dispiega la ragione propriamente detta.

Nell’opera “Eclissi della ragione”, questo processo è individuato da Horkheimer, nel passaggio

dall'illuminismo al positivismo. Le valenze critiche che il richiamo alla ragione propone nel primo, vengono

abbandonate nel secondo che appiattisce la ragione a strumento di descrizione dei fatti. Viene abbandonato

ciò che è valore e fine e non si ha più la ragione come guida per la ricerca di un mondo più giusto e libero,

rimane solo la razionalità ridotta a criterio formale, la ragione diventa mero intelletto. Nella “Dialettica

dell'illuminismo” anche l'illuminismo stesso sarà oggetto di critica, in quanto corrisponde ad un progetto di

rischiaramento assoluto del mondo che da un lato nega cittadinanza a tutto ciò che trascende le possibilità di

una spiegazione razionale e dall’altro si esprime concretamente in una logica di domino sulla natura: o Commento [a1]: Illuminismo: tutto con

la spiegazione razionale ed elimina tutto ciò

che razionalmente non può essere spiegato.

1. Il primo aspetto di questa critica corrisponde a una rivalutazione della validità del pensiero magico e Dominare con la ragione significa anche

ridurre la natura a mero oggetto di

religioso. Già negli anni ’30, Horkheimer osservò che nei movimenti religiosi popolari ci fosse una osservazione

carica critica nei confronti delle istituzioni vigenti, al contrario della religione come “oppio dei

popoli”a cui Marx l’aveva ridotta. Nel pensiero magico e in quello religioso, si conserva il

riconoscimento di qualcosa che il disincantato pensiero razionalistico tende a non riconoscere più e

cioè che non tutto è dominabile con la ragione.

2. Il secondo aspetto della critica dell’illuminismo, corrisponde al riconoscimento di un nesso tra

ragione e logica del dominio. Dalle prime pagine della “Dialettica dell'illuminismo”, troviamo

un’espressione che ci permette di comprendere questo punto: “l’illuminismo si rapporta alle cose

come il dittatore agli uomini che conosce in quanto è in grado di manipolarli”. Ora la parola

illuminismo diventa la denominazione di tutta la civiltà occidentale come un unico progetto di

razionalizzazione, un progetto di dominio sul mondo. Si tratta di comprendere il mondo per

conquistarlo, per piegare la natura alle manipolazioni dell’uomo. In questo processo però l'uomo si

estrania dalla natura stessa: il pensiero razionale si separa dalla natura e vi si contrappone. Questo

atteggiamento ha portato ad uno sviluppo del sapere tecnico, che però annulla ogni senso della vita

che non corrisponde al mero dominio tecnico su di essa. Emblematica di questo processo è la storia

di Ulisse e delle sirene narrata nell’Odissea e che Horkheimer e Adorno ripropongono nella prima

parte della Dialettica dell’Illuminismo: Ulisse teme il fascino del canto delle sirene e costringe i suoi

compagni a remare con le orecchie tappate per non farsi coinvolgere. Egli, invece, vuole conoscere

il canto e resta a orecchie aperte ma, per non esserne assuefatto, si fa legare all’albero maestro. In

ciò sta il carattere emblematico cioè per conoscere ciò che lo affascina senza farsene coinvolgere,

Ulisse lega se stesso cioè si reprime. La conoscenza razionale è inseparabile dal dominio su di sé e

serve il soggiogamento delle forze ancestrali della natura, la cui complicità con il desiderio è negata.

Intesa così, La ragione comprende il mondo solo per trasformarlo in un oggetto di dominio. Questa

visione è legata all'esperienza della persecuzione degli ebrei e dell’Olocausto della seconda guerra

mondiale: la società moderna tende ad allontanare da sé l'idea della barbarie, ma in realtà, la

amministra solo più efficacemente. Dice Adorno: “Cosa c'è di più efficacemente amministrato dello

sterminio degli ebrei con le camere a gas?”. Non bisogna intendere questo ragionamento, però,

come la negazione di ogni valore della ragione. L'illuminismo non deve essere sostituito

all’irrazionalismo ma affiancato ad una continua critica che ne mostri le contraddizioni e

l’unilateralità.

Nonostante il processo di razionalizzazione si sia dispiegato dentro le nostre coscienze e per quanto ci siamo

sforzati di adattarci ad una vita estraniata dalla natura, c'è sempre in ognuno di noi il ricordo di qualcosa che

resiste alla razionalizzazione e all’adattamento, è il ricordo del desiderio di felicità che dà speranza per il

futuro.

“L'industria culturale”

L’aspirazione alla felicità è anche ciò a cui si riferisce l’industria culturale. Per industria culturale Adorno e

Horkheimer intendono l’amministrazione dello svago che fornisce ai lavoratori un compenso temporaneo per

i sacrifici a cui si sottopongono ma alla fine dello svago, il lavoratore ritorna alla solita routine produttiva.

All’industria culturale che comprende cinema, radio, rotocalchi, e, dopo la guerra, la televisione, Adorno e

Horkheimer dedicano una delle tre sezioni in cui è suddivisa la Dialettica dell’illuminismo. L’industria

culturale porta la cultura alle masse: sotto questa apparenza si nascondono uno svuotamento della nozione

stessa di cultura cioè che essa non è più luogo privilegiato dell’elaborazione del senso ma luogo di

intrattenimento e meccanismo di promozione dell’adattamento di ciascuno al sistema sociale esistente e

inoltre è un progetto di manipolazione insito nella logica della comunicazione di massa la quale è

unidirezionale. Commento [a2]: Riepilogo concetto

L’industria culturale porta la cultura

alle masse, che però viene svuotata del

La democraticità che dovrebbe permettere che l’informazione sia disponibile per tutti, è negata dal fatto che suo senso. Non è più un luogo

privilegiato di elaborazione del

gli utenti non è previsto che siano “emittenti” ma solo “riceventi”. La comunicazione di massa è simile alla pensiero, ma luogo di intrattenimento e

produzione di massa, cioè i prodotti, così come i programmi, tendono a standardizzarsi, si somigliano l’un soprattutto mezzo per promuovere

l’adattamento di ognuno al sistema

l’altro e tutti i settori (radio, cinema…) sono armonizzati tra loro. sociale esistente. La manipolazione è

insita nella comunicazione di massa. La

La funzione della comunicazione di massa è: comunicazione di massa è

• “unidirezionale”.

promuovere l’adattamento al sistema sociale;

• sostenere il mercato invitando ognuno al consumo, tramite la pubblicità che è il cuore della

comunicazione. La cultura diventa essa stessa merce. “Tutto ha valore in quanto si può scambiare,

non in quanto è di per sé qualcosa”.

“Crisi dell’esperienza e semicultura”

A parte lo studio di Adorno e Horkheimer, chi più si occupò della critica di massa nella scuola di Francoforte

fu Lowenthal. Egli fece una serie di ricerche sulla letteratura di largo consumo sottolineandone la funzione di

promuovere la sottomissione del singolo alle gerarchie esistenti. L’individuo, scaricando nell’immaginario i

desideri frustrati, rinuncia a prendere atto nella realtà della divergenza tra la libertà cui aspira e la società in

cui è immerso.

Più complessi gli studi di Benjamin, critico letterario. I contributi principali furono “L’Opera d’arte

nell’epoca della sua riproducibilità” (1936) e “Di alcuni motivi in Baudelaire” (1939). Il secondo è una

parte di un lavoro molto più vasto sulla critica della modernità che è stato pubblicato, incompiuto, negli anni

’80 con il titolo di “Parigi, capitale del XIX secolo”. Nel primo testo parla della perdita di quell’”aura” di

unicità di un’opera d’arte, dovuto alla sua possibilità di riproduzione. Nell’epoca moderna, grazie ad esempio

alla fotografia o al magnetofono, si può ammirare un dipinto o ascoltare una sinfonia senza muoversi da casa.

Questo aumenta la fruizione dell’opera ma nello stesso tempo cambia perché recarsi davanti ad una statua o

ascoltare una sinfonia in teatro pongono il soggetto di fronte alla sensazione di qualcosa di unico ma vedere

la statua in fotografia o ascoltare il concerto in un registratore, è fruire di eventi riprodotti, si perde così il

carattere di unicità dell’opera d’arte che può dare l’andare a teatro ad ascoltare la sinfonia o trovarsi davvero

davanti al quadro. Diversamente da Adorno, Benjamin non era completamente contrario a queste

trasformazioni. Le stesse idee di “autenticità” e “originalità” erano concetti quasi inafferrabili quando non

esistevano le copie. Ora, la riproducibilità rischia di far sparire il senso di originale (non ha senso per es.

parlare di originale della pellicola di un film) ma diventerà un concetto estremamente diffuso.

Nel saggio su Baudelaire, Benjamin parla di una teoria della “crisi dell’esperienze” nella modernità. Egli

riprende il concetto di “intellettualizzazione” di Simmel (la vita moderna è una successione infinita di stimoli

che richiede, per essere affrontata, una forte accentuazione della dimensione psichica a scapito di quella

emotiva) e osserva che più una coscienza è continuamente all’erta per difendersi dagli stimoli esterni, e tanto

più ha successo, tanto meno le impressioni penetrano nella coscienza. In altre parole, la “crisi

dell’esperienza” è data dal fatto che le condizioni della vita moderna ci costringono a tenere le impressioni ai

margini della nostra vita psichica, le padroneggiano intellettualmente ma non le lasciano sedimentare nel

profondo. Ciò che non sedimenta, ed è trattato solo in modo intellettuale, è <sterilizzato> cioè non può più

essere elaborato dalla memoria, è come se ci limitassimo ai segni di ciò che potrebbe essere vissuto. Un

esempio potrebbe essere quello di un viaggiatore che invece di visitare i posti guarda solo le cartoline: le

emozioni che una esperienza potrebbe generare, sono annullate o rese uniformi. L'esperienza, secondo

Benjamin, è una sorta di tradizione che il soggetto costruisce entro se stesso, è un accumulo dei materiali

vissuti durante la propria vita, è l’espressione di una continuità del soggetto che, nel riappropriarsi di ciò che

ha vissuto, diventa capace di raccontare a se stesso la propria storia. La sterilizzazione delle impressioni della

vita moderna, corrisponde, al contrario, all’incapacità di percepirsi come dotati di una continuità interiore: i

materiali della nostra esistenza rimangono frammenti e non si uniscono più per formare la storia individuale,

c’è una crisi

elementi slegati di un vissuto che non riesce più a farsi storia. Anche nelle attività produttive

dell’esperienza: l’operaio non impara più dal proprio lavoro che è frammentato, ripetitivo, sempre uguale a

se stesso e la pratica non aumenta l’esperienza, ma insegna solo all’operaio a trasformarsi in automa. Sul

lato della cultura, la crisi dell’esperienza corrisponde ad una preferenza per le informazioni, a scapito delle

storie. Le informazioni però sono slegate tra loro, effimere ed in ogni momento possono essere sostituite da

informazioni successive. Questa è ciò che Adorno chiama “semicultura” per descrivere la cultura

contemporanea, una cultura degradata a patrimonio di informazioni, una cultura che ha perso la sua

funzione. I beni simbolici di cui la cultura è costituita, prodotti da un’industria specializzata, vengono

consumati per svago o per essere usati come segni di prestigio sociale. Sganciati dall’esperienza, non

servono più per”illuminare”. È come se la vita scorresse senza essere compresa, senza che la cultura aiuti

l’uomo a chiedersi il senso del proprio essere storico e del proprio posto nel mondo.

Alcune osservazioni

La scuola di Francoforte, pur insegnando sociologia diffidava di questa e di tutte le altre scienze

accademiche, perché, secondo i membri, la realtà è una totalità di uomini immersi nella natura ed ogni

disciplina è intrinsecamente collegata a tutte le altre. Soprattutto diffidavano della sociologia positivistica,

che vedeva la realtà come un insieme di dati da osservare e registrare. Per la scuola, la scienza non deve solo

“duplicare” la realtà ma essere critica, senza separare ragione e valori. Fare questa distinzione sarebbe una

negazione della responsabilità che il pensare comporta. Sembra che pensare sia un po’ fuori moda. La

scienza sociale a cui pensano i francofortesi, è un tipo di ricerca che da un lato cerca di penetrare le

mediazioni che collegano ogni singolo fenomeno al processo storico e alle tendenze della società nel suo

insieme e dunque rifiuta di considerare i fatti isolati ma dall’altro considera ogni suo oggetto per la carica di

possibilità a cui fa segno.

È chiaro che gli studi dei francofortesi abbiano suscitato CRITICHE e reazioni ma c’è anche qualche

ragione da parte loro:

Essi vengono accusati di un atteggiamento “elitario”, ma in un periodo in cui le masse popolari

sottoscrivono il fascismo, dichiarare di aspirare alla libertà è molto più democratico di chi afferma

che la verità sta sempre dalla parte della maggioranza.

Vengono accusati di soggettivismo ma laddove l’amministrazione del dominio si serve

dell’oggettività della scienza per rendere più efficiente la propria logica, è possibile che nella

soggettività di chi non accetta di scomporre sentimenti e ragione vi sia qualcosa di valido.

Altre critiche riguardano la posizione dei membri della scuola a favore della possibilità di una pratica

politica concreta. Questa critica è stata fatta soprattutto dai membri della seconda generazione della

scuola, guidati da Habermas. Le tesi contenute nella prima parte della “Dialettica dell’illuminismo”

sembrano escludere ogni possibilità di usare la ragione per costruire un’alternativa a ciò che la

cultura occidentale ha edificato. Tutta la ragione sembra basarsi solo sulla logia della razionalità

strumentale ma non è proprio così. Secondo Adorno e Horkheimer, alla ragione rimane la possibilità

della critica ma questa critica si può esercitare solo in negativo perché cercando di farsi affermativa,

si condannerebbe a cadere in una logica di dominio. La conseguenza è che davvero H. e A. non Commento [a3]: Horkheimer e Adorno

riescono più ad attribuire alcun ruolo alla lotta politica organizzata. Nel tentativo di riconquistare la

possibilità di una pratica politica alternativa, gli studiosi della seconda generazione della scuola si

rivolgono, allora, all’opera di alcuni dei collaboratori che H. e A. emarginarono e cioè a Neumann e

Kirchheimer che negli anni ’30 elaborarono una teoria dello Stato e del Capitalismo meno radicale di

quella di H. e A. Questa teoria riconosceva il carattere eminentemente plurale della società moderna.

In questa società, gruppi diversi competono per il potere e per la possibilità di definire i valori che

devono orientare l’azione, in un processo che vede più la formazione di compromessi e di situazioni

di potere temporanee che non quella di un sistema di dominio monolitico.

Vengono criticati anche perché attribuiscono troppo potere all’industria culturale e alle

comunicazioni di massa. Paul Lazarsfeld uno studioso tedesco che aveva inizialmente collaborato

con l’Istituto per la Ricerca sociale, porta avanti degli studi empirici proprio su questo campo ed

osserva che i risultati contrastavano con quello che affermavano Adorno e Horkheimer. Il grado in

cui la pubblicità e la propaganda hanno effetto sulle coscienze dipende dal contesto in cui si trovano

le persone stesse. Un individuo molto isolato viene influenzato maggiormente dai contenuti

trasmessi; una persona invece che è inserita in una comunità o nella società, tende a mediare i

contenuti trasmessi con le convinzioni del suo gruppo e ne è perciò meno dipendente. Le ricerche di

Lazarsfeld erano molto accurate e facevano apparire le teorie dei francofortesi delle semplici

intuizioni. Il potere di costruzione e dell’adattamento dei membri alla società e quello di persuasione,

vengono in pratica ridimensionati. Lazarsfeld pubblicò anche un'interessante ricerca sugli effetti

psicologici della disoccupazione. Egli, in seguito, si trasferì negli Stati Uniti, dove divenne uno dei

maggiori rappresentanti della ricerca sulle comunicazioni di massa e dell'opinione pubblica.

Il limite vero dei discorsi dei francofortesi è che le loro analisi spesso impediscono di vedere la

complessa ricchezza e le potenzialità della cultura popolare che non è sempre e solo riducibile alla

nozione di una cultura di massa colonizzata dall’industria dell’intrattenimento: gli esempi più noti di

questo limite sono l’incomprensione di Adorno per il jazz e la sua svalutazione del cinema (ma

Benjamin non condivide lo stesso atteggiamento).

La scuola di Francoforte comunque non volle mai creare un sistema teorico (non credendo nelle scienze

accademiche) ma le loro ricerche e i loro scritti partivano da spunti della vita quotidiana da cui derivavano le

loro riflessioni. I loro scritti erano perlopiù raccolte di saggi, raccolte di aforismi o citazioni commentate

(Dialettica dell’Illuminismo ha infatti per sottotitolo “ Frammenti filosofici”). Per la scuola, è attraverso il

pensiero che la vita viene mediata e si trasforma finalmente in esperienza, cioè un vissuto compreso che

invita ad agire per modificare lo stato di cose esistente.

Jürgen Habermas (1929-?) (non spiegato)

È il principale esponente di quella che venne chiamata la “seconda generazione della scuola di Francoforte”.

La sua opera più importante è “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1962) che riguarda il concetto di

<sfera pubblica> dalla nascita alle sue trasformazioni recenti. La sfera pubblica è uno spazio di discorsi e di

pratiche discorsive pubblicamente accessibili; perciò non si riferisce a ciò che è pubblico in senso

istituzionale ma a uno spazio in cui i privati cittadini si incontrano, si informano e discutono liberamente,

razionalmente e tra pari di ciò che più li interessa ad esempio di politica controllando e affiancando le azioni

dei propri governi. La sfera pubblica è dunque il luogo in cui si forma l’opinione pubblica come risultato di

discussioni aperte, razionali e informate. Si tratta di uno spazio critico sorto grazie alla borghesia nei circoli e

nei caffè del ‘700 ma che successivamente, a causa dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, si è

trasformato. In questo modo, secondo Habermas, la sfera pubblica perde le sue caratteristiche.

Il ragionamento di Habermas viene però sottoposto a critiche:

La sfera pubblica borghese ha escluso le donne per molto tempo;

Classi diverse della borghesia hanno sviluppato proprie forme di discorso pubblico;

I mass media non impediscono necessariamente il dialogo.

Tra i lavori successivi come: “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo”, “Teoria dell’agire

comunicativo” e “Fatti e norme”, egli si discosta molto dagli autori della prima scuola di Francoforte.

Habermas ora dà importanza ai risultati delle ricerche di linguistica e di filosofia del linguaggio. Egli

riconosce che gli uomini sono sempre legati gli uni agli altri dalla ricerca di una comprensione reciproca che

si realizza mediante la lingua. E’ proprio su queste basi che accusa il marxismo di riduzionismo cioè se la

vita dell’essere umano è caratterizzata dal linguaggio e dalla ricerca di una comprensione reciproca, la

società non può essere analizzata basandosi esclusivamente sul lavoro. In “Teoria dell’agire comunicativo”,

Habermas associa al lavoro, la razionalità strumentale che si evolve accumulando saperi di tipo tecnico e

all’interazione linguistica, la razionalità comunicativa che si evolve attraverso l’emancipazione progressiva

dei vincoli che impediscono la comunicazione libera, auto consapevole e responsabile fra gli uomini. La

contraddizione della società moderna consiste nel fatto che essa ha prodotto le condizioni per lo sviluppo

delle forme dell’agire orientato alla comprensione reciproca ma allo stesso tempo ha bloccato queste

potenzialità tramite un’estensione delle forme dell’agire strumentale e attraverso la manipolazione dei

processi comunicativi da parte dei poteri politici, economici e militari. La modernità è per Habermas un

progetto incompiuto; nonostante la realizzazione di tale progetto sia impedita da forme di sopraffazione,

resta un ideale a cui i soggetti possono ancora ispirarsi. Modernità è l’ideale di una società libera dalla

penuria e dalla discriminazione in cui l’autorità sia trasparente e in cui ogni cittadino abbia il diritto di

partecipare al confronto pubblico su ciò che è bene per la collettività.

Norbert Elias (Germania 1897- Olanda 1994) (non spiegato)

Elias, studioso tedesco, non appartiene alla scuola di Francoforte ma la sua riflessione ha qualche affinità con

l’Istituto per la ricerca sociale. Il suo studio più famoso è “Il processo di civilizzazione” (1939), in cui,

ispirandosi a Simmel, Weber, Freud, ricostruisce i processi che hanno dato luogo alla formazione della

configurazione sociale costituita dal mondo moderno. Gran parte dell’opera è un esame delle trasformazioni

della società feudale: la nobiltà europea avrebbe sviluppato, a partire dal XV secolo, un raffinamento dei

propri costumi i quali sarebbero entrati a far parte della cultura moderna. Alla divisione weberiana tra

razionalità di scopo e razionalità di valore, trova una razionalità intermedia che adottarono i cortigiani: le

spese superiori al proprio patrimonio si basano sull’idea del prestigio che è connesso all’ostentazione del

lusso, ma che servivano anche a raggiungere o difendere uno status che permetteva l’acquisizione di nuovi

beni; si tratta di una strumentalizzazione del prestigio che costituisce appunto un passaggio intermedio tra

razionalità orientata al valore e quella orientata allo scopo. Questa ipotesi si affianca anche a quella di Weber

che vedeva nella religione protestante l’origine della società moderna.

Il punto fondamentale del pensiero di Elias è, però, il rapporto tra civilizzazione e violenza. Dopo le

guerre di religione che ci furono in Europa tra il XVI e XVII secolo, si arrivò ad una progressiva

pacificazione della vita sociale. Per conformarsi agli standard di una vita civile della società moderna, gli

individui devono imparare a controllare i propri impulsi. Il processo di civilizzazione riguarda sia il mondo

esterno come la formazione degli Stati e la stabilizzazione di un diritto formale, sia il mondo interno come la

costituzione psichica degli individui. Si creano le nuove “buone maniere” moderne che corrispondono ad un

occultamento delle passioni, si innalza il senso del pudore e dell’autocontrollo, più di quanto si facesse in età

premoderna. È, però, un processo a due facce: in quanto Esseri civilizzati, ci identifichiamo molto più

facilmente negli altri (il dolore altrui non è più qualcosa di cui godere), ma contemporaneamente tendiamo

ad allontanare dalla coscienza cose naturali come la morte e quindi il moribondo viene isolato proprio nel

momento in cui è più difficile stare da soli e nello stesso momento in cui la vita si allunga grazie ai progressi

della medicina. Nel Medioevo era più frequente morire, ma la solitudine non era così marcata. La

deritualizzazione della vita sociale moderna, che Elias chiama <informalizzazione> e che si accompagna al

processo di civilizzazione, aumenta le difficoltà di ciascuno in quanto abbandona alla creatività individuale

l’elaborazione del lutto cioè la gestione della crisi di senso e non tutti gli uomini sono all’altezza di un

compito del genere.

Elias fu un sociologo che non concepì mai la sociologia separata dalla storia. Un atteggiamento che nel XX

secolo diventa sempre più raro ma a cui non bisognerebbe rinunciare.

Cap. 11

La sociologia americana negli anni dello struttural_funzionalismo

La sociologia americana dopo Chicago

Negli anni Venti e Trenta la sociologia americana era stata influenzata dalla scuola di Chicago. Tra il 1930 e

il 1960, invece la figura dominante sarà quella di Parsons, ma il panorama americano è comunque ricco e

variegato, tanto da essere in quegli anni, il cuore della sociologia del XX secolo. Con la ricerca empirica, in

America si portarono avanti importanti studi sulle comunità, ad esempio quello dei coniugi Lynd, che con

Middletown (1929), espressero le proprie posizioni su una cittadina media americana con la sua

stratificazione sociale, stili di vita e comportamenti. Inoltre, si svilupparono molto anche studi sul lavoro e le

organizzazioni, finanziate da compagnie che volevano avere ricerche sui fattori che influenzavano la

produttività dei dipendenti. Il risultato mostrò la grande importanza che avevano le relazioni umane

all'interno dell'azienda, e che a fianco dell'organizzazione formale, tende a svilupparsene una “informale”.

Anche le tecniche di ricerca quantitative si svilupparono molto, con procedure di tipo statistico (analisi

multivariata) che trovarono ampie applicazioni nella ricerca di mercato. Il grande interesse degli uomini

politici e delle imprese commerciali e militari per la propaganda, stimolarono e finanziarono la ricerca

sociale americana dove gli scienziati sono tuttora all'avanguardia. (Hoover fu il primo presidente eletto che

spese quasi tutto il suo budget per la propaganda elettorale). Furono portate avanti ricerche sulle motivazioni

e gli atteggiamenti dei soldati e dei reduci, un esempio è The American soldier (1949); e An American

Dilemma (1944), una ricerca sul razzismo tra bianchi e neri in America, che sottolineò il dilemma della

società americana, divisa tra i valori universali che vi si affermano e i pregiudizi che discriminano la gente di

penne nera. Charles Mills, portò avanti ricerche universitarie (non finanziate quindi da istituzioni esterne

all'università) sui nuovi ceti medi, ricordiamo Colletti bianchi (1951), e L'Elite del potere (1956) che

dimostrava come nonostante l'apparente mobilità della società americana, in realtà a dominare è una piccola

élite di persone legate tra loro che operano nella politica, nell'industria e nelle forze armate.

Talcott Parsons

Egli nacque a Colorado Springs nel 1902 e morì nel 1979. Dal 1927 iniziò ad insegnare ad Harvard e da lì

esercitò per trent'anni un'enorme influenza sulla sociologia americana ma anche europea del secondo

dopoguerra. Le sue opere principali furono La struttura dell'azione sociale (1937), Il sistema sociale (1951)

Famiglia e socializzazione (1955) e Sistemi e società (1971).

L'approccio di Parsons viene chiamato “struttural-funzionalista”, nel senso che si propone di individuare la

struttura di fondo della società e di comprenderla mostrando le funzioni che le sue parti assolvono. Si può

definire però anche un approccio “sistemico” cioè nelle ricerche di Parsons il sistema diviene il concetto

cruciale. Egli cerca di integrare le idee di Weber e Durkheim, ossia da un lato, cerca di capire in cosa

consista l'azione degli individui, mentre dall'altro, cerca di vedere come si inseriscano le azioni individuali in

un contesto di vincoli che sono al di sopra dell'individuo.

Azione sociale e sistema

Parsons considera l'azione, o meglio, l'atto, come l'unità elementare di cui si occupa la sociologia. La

descrizione di un'azione richiede:

• un attore , cioè colui che compie l'atto.

• un fine , cioè una situazione futura verso la quale è orientato l'atto.

• una situazione , più o meno differente da quella futura verso cui è orientato l'atto.

L’atto a sua volta si può analizzare in base a due elementi:

1. le condizioni , cioè gli elementi nei confronti dei quali l'attore non ha controllo

2. i mezzi , cioè quelli sopra il quale ha un controllo.

I primi possono essere definiti le “condizioni” dell’azione, mentre i “secondi” i mezzi.

• un orientamento normativo, i motivi al di sopra dell'individuo che fanno scegliere un mezzo piuttosto

che un altro.

Nel contesto della cultura americana, Parsons lottava contro il comportamentismo, cioè la tendenza a ridurre

l'azione umana ad un semplice meccanismo di risposta agli stimoli e contro l'utilitarismo, che riduceva ogni

azione ad un interesse. In questa lotta Parsons cerca con le sue definizioni a dare un peso alla libertà di scelta

dell'attore, e alle norme che ne vincolano e governano l'azione.

Le norme sono il collegamento tra la personalità e l'insieme sociale di cui l'individuo fa parte, esse a loro

volta sono l'espressione di un insieme di valori, cioè di una “cultura”. Affinchè un sistema sociale funzioni, è

necessario che i membri abbiano una personalità, che abbiano fatto propri i valori e le norme della cultura

comune. Il sistema sociale, così come ogni sistema è un insieme di parti che è capace di autoregolarsi, ogni

parte svolge una funzione, necessaria alla riproduzione del sistema stesso. In questo meccanismo si possono

osservare 4 funzioni, svolte nel sistema sociale, da altrettanti sottosistemi:

1. adattamento all'ambiente, compito del sottosistema economico

2. definizione degli obiettivi, compito del sottosistema politico

3. trasmissione e conservazione dei modelli di organizzazione, compito di famiglie e sistemi scolastici

4. integrazione delle varie parti e controllo dei membri, compito dei sottosistemi giuridico e religioso.

Parsons intende l'individuo come dotato di personalità, che gli permette di avere un ruolo nella società, dove

il ruolo è un sistema di comportamenti orientati ad una funzione, ad esempio il ruolo di madre, di insegnante,

di giudice. Esercitando il nostro ruolo in base alle norme, ognuno di noi entra in relazione con gli altri e

contribuisce alla riproduzione del sistema, comportandoci come gli altri si aspettano e a nostra volta

contribuiamo a rinforzare le norme stesse, con il fatto che vi aderiamo.

Famiglia e socializzazione

Che le nostre azioni siano in linea con le aspettative degli altri, è dato dal fatto che sia noi che gli altri

abbiamo interiorizzato i principi della cultura comune. L'interiorizzazione, è per Parsons, ripresa da Freud, la

formazione del “Super-io” che riproduce dentro di noi l'autorità che inizialmente ci è imposta dall'esterno.

L'interiorizzazione corrisponde con la socializzazione, e si realizza nella prima infanzia all'interno della

famiglia. La famiglia ha quindi un ruolo fondamentale. L'evoluzione della società comporta normalmente

una differenziazione (cioè un processo di moltiplicazione dei ruoli) e una specializzazione (cioè i ruoli

sempre più differenziati hanno compiti sempre più ristretti e quindi sempre più efficaci). Insieme

differenziazione e specializzazione comportano una maggiore complessità del sistema sociale. Non a caso, la

famiglia rispetto al passato perde alcuni compiti tradizionali come la cura della salute, la produzione

dell'autoconsumo, e si differenzia e specializza nello svolgimento del compito di aiutare la socializzazione

dei bambini e di stabilizzare la personalità degli adulti. La famiglia moderna oggi tende a presentarsi come

una famiglia “nucleare”, composta esclusivamente dalla coppia dei genitori e dai figli, che parallelamente

tende a separare i suoi membri dal resto della parentela e a portare la loro residenza in un’abitazione

indipendente. Al suo interno le funzioni dei genitori si differenziano ulteriormente: dal ruolo di

moglie/madre a cui spetta quello di casalinga e di leader espressiva, cioè dirige la dimensione affettiva; il

marito/padre è colui che procura il denaro e gestisce i rapporti della famiglia con l'esterno. La posizione della

famiglia all'interno della società dipende dalla professione del padre. I ruoli di madre e padre sono

complementari e sostengono uno la personalità dell'altro. I genitori cooperano alla socializzazione dei figli

attraverso il loro esempio, che i bambini osservano e apprendono. Questa descrizione è buona per la famiglia

media americana del tempo, ma non coincide perfettamente con quelle degli altri posti, ma visto che la

società americana viene considerata la più sviluppata, questa descrizione sarà ampliata alla “famiglia

moderna” in generale.

Alcune categorie analitiche

Parsons rivede e rielabora alcuni termini:

• le norme, sono dei modelli di condotta e chi non vi si adegua subisce delle sanzioni

• i valori, sono ciò a cui le norme si ispirano

• i ruoli , insieme di comportamenti regolati da norme. I ruoli sono complementari: marito/moglie,

insegnante/alunno, medico/paziente. L'insieme dei ruoli che un individuo ricopre, crea il suo status,

cioè la posizione che occupa all'interno della società

• le istituzioni, sono sottosistemi del sistema sociale (famiglia, scuola, ecc..)

• la socializzazione è il processo attraverso cui l'uomo interiorizza i valori e le norme.

Parsons provò anche a dare dei parametri (chiamati “variabili strutturali”) per distinguere società differenti.

In base a come gli individui si dispongono rispetto a questi parametri, permetterebbe di descrivere i caratteri

fondamentali di una società rispetto alle altre. Questi parametri sono:

• particolarismo e universalismo: il primo è ciò che si fa per una persona non si fa per altre (es.

comportamento verso un amico); il secondo: quello che si fa per uno vale per tutti (es.

comportamento di un giudice)

• specificità e diffusione: il primo: un funzionario si relaziona all'altro solo per quanto riguarda gli

aspetti specifici del suo ruolo (es. funzionario, utente), nel secondo ci si relaziona considerando vari

aspetti propri e dell'altro (es. amicizia)

• ascrizione e acquisizione : nel primo ci comportiamo nei confronti di una persona in base a tratti che

lo caratterizzano dalla nascita (es. colore, etnia, status della famiglia); il secondo, in base a cosa la

persona è stata capace di realizzare (es. status personale raggiunto o abilità particolari)

• affettività e neutralità affettiva: differenza tra la gratificazione affettiva nell'azione (es. in famiglia) o

assenza di gratificazione nell'azione (es. tra avvocato e cliente)

• interessi collettivi e interessi privati: nel primo l'azione è orientata per l'interesse di tutti (es. un

medico); nel secondo l'azione è per interesse privato (es. imprenditore).

Le società moderne tenderebbero all'universalità e acquisizione, mentre le tradizionali al particolarismo e

all'ascrizione.

Nei suoi ultimi studi, Parsons sviluppa l’idea che i diversi sistemi sociali possono essere diostribuiti lungo un

continuum. Egli vede l’evoluzione delle società come un susseguirsi di diversi stadi o “livelli”,

corrispondenti ciascuno all’emersione di un nuovo modello organizzativo che comporta il successo delle

società che lo adottano. Tali modelli risultano essere universali ed evolutivi, nel senso che producono un

adattamento all’ambiente migliore die quello che era possibile prima del loro avvento. Ad un primo livello,

corrispondente alle società primitive sono universali evolutivi lo sviluppo del linguaggio, della religione,

della parentela e della tecnologia. Mentre ad un secondo livello, corrispondente grosso modo alla rivoluzione

neolitica, con la nascita delle città e dell’agricoltura, sono universali evolutivi lo sviluppo di un sistema di

stratificazione sociale e quello di un sistema specificatamente deputato alla legittimazione dell’assetto

politico. Lo sviluppo della stratificazione sociale corrisponde, per Parsons, ad un miglioramento delle

prestazioni della società nel suo insieme; mentre lo sviluppo di un sistema deputato alla legittimazione

dell’assetto politico corrisponde alla necessità di tenere coesa una società stratificata.

Il livello successivo è caratterizzato da 4 nuovi universali evolutivi: lo sviluppo della burocrazia, del

mercato, di norme universalistiche generalizzate e della democrazia. Burocrazia e mercato rendono il sistema

sociale sempre più efficiente sul piano organizzativo e su quello economico; lo sviluppo di norme

universalistiche generalizzate libera l’azione di ciascun individuo dalle restrizioni imposte da appartenenze

ascrittive, e l’ordinamento democratico badato su leadership elettive e a suffragio esteso a tutti i membri

della società consente di mediare pacificamente gli interessi dei membri favorendo il preservarsi di un

consenso diffuso. Lo sviluppo di questi ultimi universali evolutivi corrisponde alla formazione della società

moderna.

Osservazioni

Parsons ebbe un enorme successo grazie al fatto che la sua sociologia forniva una grande teoria capace di

dare un punto di riferimento unitario alle ricerche empiriche. Per molti anni quello di Parsons fu il “pensiero

ortodosso” del pensiero sociale, ma fu bersaglio di molte critiche. Innanzitutto per quanto riguarda i limiti

del funzionalismo: concentrandosi solo su ciò che è funzionale al sistema sociale, non ne considera i

conflitti, visti solo come disfunzioni. Parsons infatti non riesce a dare una spiegazione chiara ai motivi del

mutamento sociale. Per molti Parsons ha creato uno specchio degli ideali della società americana del tempo.

Le teorie sulla modernizzazione parte dal fatto che tutte le società devono prima o poi conformarsi alle

società occidentali prese come modello e che quindi la modernizzazione sia sempre uguale. Questo

significherebbe anche che i paesi in via di sviluppo dovrebbero avere lo stesso percorso di quelli sviluppatisi

prima. La teoria della dipendenza, invece, basata su studi dei paesi dell'America latina, fa emergere che

questi paesi sono vincolati ai paesi più sviluppati che hanno puntato sullo sfruttamento, e rimangono ancora

oggi nella loro morsa. Valide rimangono invece le “variabili strutturali”, che una volta ripulite dalla visione

incentrata sugli stati uniti, possono essere applicate a studi sul campo rivelandosi ottimi strumenti per la

descrizione delle varie società. Di buono Parsons fece anche la constatazione che la famiglia è un nucleo

sempre in mutamento e in evoluzione nella storia. Ma la famiglia di Parsons assomiglia troppo a quella

americana, bianca, di ceto medio nordamericana. Le famiglie raramente nel mondo sono così. Forti critiche

gli vennero mosse dal femminismo in quanto Parsons relegava la donna a figura secondaria in quanto chi non

ha indipendenza economica è meno libero. Per lui, chi non è simile al suo modello, è “anormale”.

Infine Parsons parla di “azione” come se fosse una cosa, un qualcosa con un inizio e una fine, da scomporre

per descriverla, ma difficilmente si può dire quando un'azione veramente è iniziata o finita, siamo piuttosto

immersi in una catena di azioni. L'interpretazione dell'azione passa in secondo piano. Inoltre si limita alle

azioni razionali rispetto allo scopo. Comunque, proprio dalle critiche mosse a Parsons, sono nati alcuni degli

orientamenti contemporanei più interessanti, e lo sforzo teorico di Parsons è di un livello altamente

ambizioso.

Robert Merton

Egli insegnò sempre alla Columbus University di New York, si avvicinò a Parsons perché anche per lui il

concetto di funzione è centrale, ma ha differenze marcatissime. Innanzitutto Merton osserva che la sociologia

era divisa tra chi proponeva grandi teorie inverificabili e ricerche accurate ma irrilevanti. Diceva che i

sociologi sono o del tipo che afferma: “non so se quello che dico è vero, ma so che è importante” e quelli che

dicono “non so se quello che dico è importante ma so che è vero”. A questa divisione lui propone una via

intermedia, la “teoria a medio raggio” una serie di concetti logicamente collegati che possono illuminare le

ricerche senza dover essere considerati universali. Per Merton il concetto di funzione è uno strumento utile

alla ricerca, ma non è la chiave di volta di una teoria totale della sociologia. Merton infatti parla di analisi

funzionale, e critica invece il funzionalismo di Parsons. Critica innanzitutto che ogni elemento del sistema

debba essere considerato sempre e comunque funzionale a tutto il sistema. Ciò che può essere funzionale per

alcuni può non esserlo per altri. Inoltre Merton rifiuta l'idea che tutti gli elementi di un sistema sociale

debbano avere una funzione, e che ogni istituzione abbia una funzione indispensabile. In realtà la società ha

molti fenomeni che hanno perso la loro funzione, o devono ancora trovarla, o ne hanno più di una. Le stesse

funzioni poi, nel corso della storia, non state svolte da istituzioni diverse. Infine, Merton distingue tra

funzioni manifeste e funzioni latenti. Per spiegare questi concetti, parte dal lavoro di Veblen sul “consumo

vistoso”, in cui mostra che il fenomeno consumo può avere un significato diverso da quello apparente.

Consumare serve per soddisfare dei bisogni, ma può servire anche a scopi diversi come il prestigio sociale. Il

fenomeno è lo stesso, ma una funzione è manifesta, mentre l'altra è latente. A volte sfugge anche agli attori

stessi che non sono sempre coscienti degli scopi che perseguono. Stesso discorso è per le istituzioni, la

funzione della scuola, a parte quella manifesta, può a volte essere quella latente di alleggerire la pressione sul

mercato, “parcheggiando” i giovani prima del loro inserimento nel lavoro. Merton contribuisce in vari modi

alla sociologia. Conscio dell'importanza della tradizione e dell'eredità, estrae concetti da autori precedenti a

lui e li amplia e li sviluppa. Ad esempio, riprende il concetto importantissimo della “deprivazione relativa”

ripresa dal lavoro “American Soldier” di Stouffer. La deprivazione relativa indica in questo saggio,

l'insoddisfazione provata nei confronti della propria carriera da parte di militari che in realtà si trovano in una

posizione di prestigio. Il sentimento di essere “privati” non ha a che fare con la realtà oggettiva, ma con le

percezioni soggettive. Merton mostra che ogni individuo si rapporta con almeno due gruppi: il gruppo di

appartenenza e il gruppo di riferimento. Se il gruppo di riferimento propone bisogni che l'individuo non può

soddisfare nel proprio gruppo, egli si sente frustrato, a prescindere da quanto bene o male viva. Un'altra

rielaborazione di Merton, è sulla devianza e sull'anomia. Per lui la devianza si può riferire a varie cose:

• devianti rispetto agli scopi, prefiggendosi scopi non considerati “normali”

• devianti rispetto ai mezzi, scopi normali ma con mezzi che normalmente vengono sanzionati

Con queste basi si individuano almeno 4 tipi di devianti:

1. gli innovatori: si conformano agli scopi dominanti ma usando mezzi devianti

2. i ritualisti: rimangono fedeli ai mezzi ma si prefiggono scopi diversi che normalmente dovrebbero

essere raggiunti con quei mezzi

3. i rinunciatari: rifiutano sia i mezzi che gli scopi dominanti

4. i ribelli anche loro mettono in discussione mezzi e scopi, ma non si ritirano dalla scena sociale ma

lottano per affermare mezzi e scopi diversi.

In questo quadro, l'anomia, più che un'incertezza o assenza di norme, è una situazione in cui sono disgiunti

gli scopi proposti dalla cultura e le possibilità concrete di raggiungerli attraverso mezzi “normali”. Quando in

una società molti sono ostacolati in questo senso, si tendono a sviluppare comportamenti devianti e illegali.

Infine non va dimenticata la nozione di “profezia che si autoadempie”, in questo caso valorizza un’intuizione


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roxx86

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Moro Giuseppe.

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