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Le origini del pensiero sociologico

La sociologia è vista come disciplina autonoma, distinta dalla filosofia, dalla storia, dalla teologia e nasce nell’era moderna. Essa è una costruzione intellettuale del mondo moderno. Nei manuali di storia, l’età moderna si fa iniziare di solito dalla scoperta dell’America (1492) ma nella prospettiva dei sociologi il vero inizio dell’era moderna è segnato da due grandi rivoluzioni:

  • La prima rivoluzione industriale (essenzialmente economica e tecnologica) che si sviluppa in Inghilterra intorno alla seconda metà del 1700;
  • La rivoluzione francese (politica e istituzionale) che ebbe luogo alla fine del 1700.

Sono due momenti di svolta della storia europea, non solo dei paesi in cui hanno origine e rappresentano l’insieme dei processi attraverso i quali è sorta la modernità come la intendono i sociologi. Questi due momenti rappresentano un’accelerazione della storia, inaugurano una serie di trasformazioni sociali e materiali mai viste prima; anche chi ha vissuto in prima persona questi momenti epocali si è reso conto del mutamento radicale che stava avvenendo. Il mutamento dà una forte spinta al desiderio di studiare la vita sociale che muta rapidamente e in modo inarrestabile sorgendo così il bisogno di capire le ragioni e le direzioni di questo mutamento, per controllarlo, dirigerlo e non farsene travolgere.

Lo sviluppo della scienza e il pensiero sociologico

Un altro fattore concorre alla nascita della sociologia e cioè lo sviluppo della scienza cioè un insieme di strategie conoscitive in cui l’osservazione metodica, unita all’applicazione di procedimenti logici di tipo razionale, mira alla scoperta di regolarità universali che riguardano i fenomeni studiati. L’osservazione metodica è la via per la conoscenza. Fino all’ultimo medioevo si pensava che il sapere vero fosse assoluto ed eterno, conosciuto solo da Dio e potesse derivare solo dalla riflessione filosofica o religiosa, non dall’osservazione del mondo. Contrariamente Galilei affermava che “non c’è dubbio che il sapere vero è di Dio ma la natura è il suo libro più grande e leggendo questo, gli uomini possono accedere al suo stesso sapere”. Simile il pensiero di Newton che poco più tardi formulò i principi della fisica moderna. L’illuminismo francese e l’empirismo inglese proporranno, in seguito, di applicare i metodi empirici basati sull’osservazione anche ai fenomeni sociali. Quindi è dalla percezione del mutamento sociale e dall’idea moderna di scienza, che nasce il pensiero sociologico.

La rivoluzione industriale e la rivoluzione francese: un mondo in mutamento

Economia - Rivoluzione industriale

In Inghilterra nella seconda metà del 1700, inizia l’industrializzazione. L’industria è un sistema di produzione che associa al lavoro degli uomini l’utilizzo di macchine e di fonti di energia inanimata, grazie alle materie prime abbondanti e a un buon mercato, al controllo delle vie commerciali e coloniali, a grandi masse di lavoratori espulsi dalle campagne da utilizzare in fabbrica e a nuove tecnologie. Da lì, si diffonde in tutto il continente il sistema “capitalistico” (Marx) e dall’Europa nel resto del mondo. La produzione industriale ha una caratteristica non posseduta da nessun altro sistema precedente di produzione cioè l’aumento costante della produzione stessa, questo permette di sostentarsi ma anche di svilupparsi economicamente. Tutto ciò è alla base dell’idea di progresso. Da qui inizia a radicarsi l’idea che il domani (sociale e materiale) sarà diverso dall’oggi, concetto sconosciuto fino a quel momento.

Politica - Rivoluzione francese

La rivoluzione francese (fine 1700) è il culmine di un insieme di processi che portarono alla delegittimazione del potere feudale e dei privilegi aristocratici. Nasce il potere fondato sul consenso della società a leggi razionalmente stabilite e l’obbedienza a governanti liberamente eletti. Alle spalle della rivoluzione francese c’è una nuova classe di banchieri, commercianti professionisti che mirano a sostituirsi agli aristocratici e tendono a presentare le loro idee come le idee di tutta la società. La loro visione politica è: gli uomini sono tutti uguali, hanno pari diritti in quanto cittadini di uno stato e possono partecipare al governo con le elezioni. Il concetto è opposto a quello feudale che prevedeva diritti diversi in base alla nascita. Ora il destino di ogni individuo non è più legato alla sua nascita, questo il concetto moderno che si diffonde dopo la rivoluzione. Se le leggi sono fatte razionalmente dagli uomini, possono essere anche concordatamente cambiate e non sono più immutabili (il concetto di mutamento si radica anche sul piano politico). La società moderna quindi ha come proprio carattere fondamentale il mutamento perpetuo.

Cultura - L’illuminismo

L’illuminismo svolse un ruolo fondamentale nella critica dell’ordine feudale in nome della ragione. Nulla è legittimo se non quello che è motivato razionalmente. L’autorità per tradizione e le chiese che vogliono rappresentare Dio, sono prive di fondamento. Il mondo umano è un mondo storico che va verso il progresso che coincide con l’illuminazione crescente che la ragione porta nelle vicende umane. Gli illuministi portano il concetto di osservabilità e descrizione razionale alla base della scienza moderna sia per quanto riguarda gli oggetti naturali che quelli sociali. La filosofia degli illuministi che si basa su un’opinione pubblica borghese, considera il governo come una cosa pubblica cioè di tutti e di nessuno in particolare a cui tutti possono proporre idee e critiche. La ragione è il principio di dialogo e critica, possibilità di parlare della cosa pubblica senza censure da parte di sovrani, di principi divini.

Montesquieu

La sociologia intesa come “discorsi scientifici sulla società” ha inizio con gli illuministi ma il primo ad adottare la parola “sociologia” sarà più tardi Comte nella metà del 1800. Anche se i candidati a ritenersi “primo” sociologo sono molti, si opterebbe in particolar modo per Montesquieu il quale con “Lo spirito delle leggi” (1721) osserva le leggi che governano gli uomini in varie società e prova a mettere in relazione le leggi con i vari contesti storici e naturali in cui le società vivono (clima, costumi, eventi storici). Non prova a stabilire come gli uomini dovrebbero vivere ma osserva come vivono e la relatività delle loro leggi. Osserva e prova a spiegare. Questo è l’atteggiamento di base del pensiero sociologico. Nelle “Lettere persiane” finge di pubblicare alcune lettere che il principe persiano Uzbek invia agli eunuchi e alle mogli del suo serraglio. In un primo momento il lettore è messo a confronto con un mondo che gli appare esotico (il serraglio, gli eunuchi, le tante mogli) ma poi Uzbek, che è in viaggio, arriva in Europa e comincia a descrivere stupito le stranezze di questa società e il lettore quindi si trova a domandarsi perché il mondo in cui vive è così e quello del re così diverso. Ovviamente il re è stupito dei costumi europei almeno quanto il lettore francese è stupito dei suoi. Così il lettore si trova spaesato perché vede la propria nazione con gli occhi di uno straniero e in qualche modo è portato a vederne la relatività. Dapprima incredulo, si trova infine a vedere come esotico il proprio mondo. In base alla prospettiva da cui si guarda, niente è “normale” e tutto può essere “esotico”. La constatazione delle diversità, la relatività delle società e il cercare di capirne il perché è essenziale al pensiero sociologico.

Empirismo

(In Inghilterra e Scozia, sempre nel XVIII secolo): Come per gli illuministi, l’osservazione è il suo credo. Non condivide però il pensiero della possibilità della ragione di venire a capo di tutta la realtà; l’empirismo è più scettico. È però ugualmente critico verso qualsiasi tipo di dogma e cerca di applicare al regno umano i principi scientifici. Tale atteggiamento è evidente nelle opere di autori come Ferguson e Smith. Per Ferguson la conoscenza dei fatti ha la priorità su quella dei princìpi e questo può essere considerato come manifesto del programma di molti sociologi. Nel “Saggio sulla storia della società civile”, afferma che le istituzioni sono sì il risultato delle azioni umane ma non di un disegno individuale. Il mondo sociale, in altre parole, è il prodotto dell’attività degli uomini ma lo è in un modo che non corrisponde al disegno individuale di nessuno bensì al risultato dell’interazione di tutti. Ma se non è sostenuta dal disegno di qualcuno perché la società appare come un insieme regolato? Gli empiristi scozzesi rispondono: è regolata dal mercato. Questo pensiero è particolarmente associato ad Adam Smith.

Adam Smith

Nel 1776 scrive “Trattato sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”. L’idea fondamentale di Smith è che la ricchezza di una nazione dipende dalla sua capacità di produrre che a sua volta dipende dal grado di divisione del lavoro raggiunta. La divisione del lavoro comporta la specializzazione di ognuno in un determinato campo che accresce le capacità produttive ma anche la dipendenza di ognuno rispetto agli altri infatti se si produce solo un tipo di beni, è evidente che per gli altri beni necessari alla sua sussistenza dovrà affidarsi alla produzione di altri e sarà costretto a scambiare parte di ciò che produce con quello che producono altri. A regolare produzione e scambio c’è il mercato, un’istituzione sociale che regola tutto in base a domanda e offerta, con la conseguente definizione del prezzo di ciascun bene. Un bene poco prodotto e quindi scarso avrà un prezzo alto perché la domanda sarà alta; un bene prodotto in grosse quantità sarà relativamente poco richiesto e il prezzo scenderà. La produzione quindi si sposterà verso quel prodotto scarso che muterà quindi prezzo e così via. Questo continuo aggiustamento dei prezzi farà sì che i prezzi siano sempre giusti e la produzione si suddivida sempre tra i vari beni. In base a questa concezione, non ha più senso chiedersi se gli uomini tendano per natura ad aggregarsi o ad essere ostili tra di loro ma importa osservare le condizioni e i modi che provocano la necessità degli scambi. Anche se questa idea del mercato concorrenziale di Smith è in realtà rara, la divisione del lavoro e l’autoregolazione della società sono tra i temi fondamentali della riflessione sociologica.

Sociologia e positivismo

La sociologia nasce sullo sfondo di un mondo che sta mutando. Un primo fattore di mutamento è legato alla diffusione della produzione industriale, essa provoca varie trasformazioni a livello dell’ambiente materiale e sociale come: nuovi luoghi di lavoro (fabbriche), nuovi strumenti di produzione (le macchine), nuovi soggetti sociali (i proprietari di fabbriche e di macchinari da un lato e i lavoratori salariati dall’altro), nuovi materiali, nuove fonti di energia (o vecchie, ma usate con nuova intensità e per nuovi utilizzi), nuovi mezzi di trasporto (la ferrovia), nuovi mezzi di comunicazione (il telegrafo).

A livello politico, gli stessi paesi che attraversano una fase di massima espansione economica conoscono anche nuove forme di conflitti sociali al loro interno. Si assiste a una fase di restaurazione monarchica, le monarchie assolute diventano progressivamente monarchie costituzionali sotto la pressione di nuovi conflitti e più avanti, nel corso del secolo, compariranno anche nuovi Stati. Ci sarà la comparsa di acute lotte di classe, che porranno il problema dell’ordine e dell’armonia all’interno delle società. L’Europa sta attraversando un periodo di pace, non ci sono conflitti nazionali di grande rilievo; tuttavia ci troviamo di fronte a un periodo di sanguinose rivoluzioni interne.

A livello culturale, il XIX secolo è positivista. Il positivismo è un atteggiamento fortemente scientista, prevalentemente laico e orientato al progresso (progresso= la dimostrazione della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche). Il positivismo è erede dell’illuminismo, ma abbandona le sue istanze critiche. L’aggettivo “positivo” ha un duplice significato, da un lato indica la volontà di aderire all’osservazione dei fatti, dall’altro indica il desiderio di superare la dimensione meramente critica propria dell’illuminismo. Quindi il positivismo rappresenta un movimento culturale orientato all’organizzazione sistematica delle conoscenze e alla loro valorizzazione in vista del bene comune.

Comte e Saint-Simon

La parola sociologia viene usata per la prima volta da Auguste Comte. Nella sua opera vengono espresse due questioni dominanti: da un lato l’esigenza di far fronte al mutamento, dall’altro quella di contribuire a restaurare l’ordine compromesso dalla ventata napoleonica e poi rimesso in discussione da ripetuti movimenti rivoluzionari. La carriera intellettuale di Comte iniziò come segretario particolare di Henri de Saint-Simon. La figura di Saint-Simon segna il passaggio dalle istanze emancipative dell’illuminismo a quelle tecnocratiche del positivismo, contribuendo anche a fondare una corrente di pensiero utopico che confluirà nei movimenti di ispirazione socialista. Egli elaborò un programma sociale che mirava ad un “nuovo cristianesimo” e ad una società in cui il governo fosse attribuito ai tecnici un ruolo di primo piano; fu tra i primi intellettuali del tempo a riconoscere che la società che andava prendendo forma sulle rovine del mondo feudale era una società fondata sulla produzione industriale e sul sapere ad esso collegato. Il progresso, dunque, è un processo che deve comportare una radicale riorganizzazione della società. Non si esprime però dettagliatamente sui possibili scenari futuri e verrà chiamato da Marx insieme ad altri del suo tempo “socialisti utopici” perché non fondavano, sull’analisi dei conflitti sociali reali, le loro critiche, che pure hanno influenzato molto i loro successori.

Per quanto riguarda Comte anche se abbracciò alcuni elementi di Saint-Simon, ha un atteggiamento diverso. La sua idea fondamentale è che la conoscenza dell’uomo si sviluppi in tre stadi:

  • Lo stadio teologico, dove la spiegazione dei fenomeni è data da nozioni magiche e religiose.
  • Lo stadio metafisico, dove la spiegazione è ricercata mediante l’uso di concetti astratti, cioè la speculazione filosofica e metafisica.
  • Lo stadio positivo, dove la spiegazione è basata sulla ricerca di fatti, rendendo la conoscenza sapere scientifico.

La successione di questi stadi è vista da Comte come una legge naturale, anche se in realtà è essa stessa una speculazione filosofica. Nel “Corso di filosofia positiva” (1842), Comte delinea i contorni di quella che a suo parere deve essere la sociologia, ossia una fisica sociale cioè una scienza basata sulle scienze naturali che rileva “fatti” e riconosce “leggi”. Distingue inoltre una statica sociale cioè la branca della sociologia che si occupa di come le società si autoregolano, e di una dinamica sociale, che si occupa del mutamento. Nel “Sistema di politica positiva” (1854), egli propone il positivismo come idea politica: «la vera libertà è una sottomissione razionale alle leggi fondamentali della natura». Questa era del positivismo sarà dominata da scienziati e tecnici, che ne costituiranno l’elite (idea ripresa dal pensiero di Saint-Simon). Tuttavia negli ultimi anni della sua vita Comte tornerà sul tema della religione, non considerandola più come uno stadio primitivo della conoscenza umana, ma come un elemento fondamentale dell’integrazione umana. Il problema che si pone è che la scienza da sola non riesce a legittimare adeguatamente il mondo sociale che contribuisce a creare, e la fondazione dei valori ultimi su cui credono gli uomini. Ciò non significa che la società non possa vivere senza religione, né significa assumere posizioni conservatrici. Fondamentalmente Comte si interroga su cosa tiene insieme una società e questo pensiero influenzerà molto il pensiero di Durkheim e Weber.

Alexis de Tocqueville

Il mutamento non è necessariamente progresso. Tocqueville fu in grado di cogliere la molteplicità di significati che i mutamenti sociali e politici della prima metà del XIX secolo potevano assumere. Egli non si è mai definito un sociologo, ma un pensatore, un politico, uno scrittore, rimanendo comunque uno dei grandi personaggi a cui la sociologia è debitrice. Non è un positivista, è un osservatore dei mutamenti che portano contemporaneamente vantaggi e svantaggi. Tocqueville si interessò molto alla novità rappresentata dalla democrazia; essa gli appariva come un processo storico ineluttabile che portava all’uguaglianza delle opportunità, dove è permessa una forte mobilità sociale e in linea di principio chiunque ha la possibilità di arrivare a qualunque rango e posizione lavorativa. Tocqueville percepì in anticipo che gli individui nella modernità diventano sempre più liberi di forgiare autonomamente la propria sorte, all’interno di un sistema di leggi che garantisce in linea di principio l’uguaglianza di tutti. In “La democrazia in America” (1840), riconosce che negli Stati Uniti la democrazia è più sviluppata, ma

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Moro Giuseppe.
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