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Teoria sociale

Appunti delle lezioni di A. Brighenti

La teoria sociale è una riflessione relativamente sistematica, astratta e generale su come funziona il mondo sociale. Il termine “società” viene da socius (latino) che significa socio (colui che ci sta accanto, l'altro). Comte ha inventato il termine “sociologia”. Alcune domande frequenti sono: chi/cosa siamo? (la società è vista come una cosa/oggetto, quindi come un fenomeno naturale); quando siamo?; dove siamo? (spazi sociali, che non sono geografici ma relazionali).

Il dibattito sulle folle

Le coesistenze sociali più banali sono le folle. I termini folla e massa hanno diverso significato: il primo deriva da fullare (mescolare in latino) e il secondo da masein (impastare in greco). La folla inizia ad essere vista come soggetto nel periodo delle rivoluzioni (francese 1789, americana, rivolta degli schiavi di Haiti). Per Tarde la folla è un fenomeno strano, una riunione di elementi eterogenei, sconosciuti gli uni agli altri, che si genera spontaneamente. Migliaia di uomini affollati insieme vengono a formare un singolo animale che marcia verso il proprio fine con una forza irresistibile. In Canetti la massa è l'antitesi dell'organizzazione: il punto cruciale non è tanto l'organizzazione, quanto l'omogeneità.

Sighele è un giurista e autore trentino ma vive a Brescia perché irredentista (il Trentino era sotto l'impero austriaco ma lui voleva che fosse italiano). Nel 1891 scrive “la folla delinquente” ma secondo lui non sono delinquenti tutte le folle: con questo libro interpreta solo le folle che delinquono. Il titolo si riferisce al libro di Lombroso, che sosteneva la teoria atavistica: i delinquenti sono uomini che non si sono sviluppati del tutto. Secondo Sighele si diventa delinquenti frequentando cattive compagnie. Nel testo fa un parallelo tra la vita quotidiana e la folla: nella prima si ha un procedimento evolutivo (un uomo onesto diventa delinquente occasionale e poi d'abitudine, con processo graduale) mentre nella seconda si ha un procedimento rivoluzionario (un uomo onesto diventa direttamente delinquente per passione). Anche Seneca ha opinione molto brutta della folla e molto simile a quella di Sighele.

Folla in tedesco è “mob” (termine dispregiativo), con altri sinonimi (sempre dispregiativi nei confronti della folla). Ferri (giurista socialista e poi nazista) ne “La delinquenza settaria” (1897) scrive che se un individuo delinque non è colpa sua ma della folla di cui fa parte. Paragona la folla a una setta: l'individuo è esecutore di un delitto pensato da altri, è un automa che compie ciò che un’altra mente ha voluto. La differenza tra l'individuo della folla e della setta è che il primo è vittima di una suggestione (parola chiave) immediata, statica e quindi più incosciente, il secondo è vittima di una suggestione mediata, dinamica e quindi meno incosciente.

Fournial scrive nel 1892 un saggio sulla psicologia delle folle, in cui spiega che essa è come un animale decapitato: si muove ma non ragiona. È un organismo speciale, capace di agire, ma senza intelligenza. Viene citato Lacassagne (che come Lombroso studiava i delinquenti nelle carceri): il ragionamento della folla è occipitale e parietale, non frontale.

Il capo

Le Bon nel 1895 scrive che folla non sa ragionare: l'intelligenza della folla è quella della persona più mediocre che ne fa parte. Le folle non accumulano intelligenza ma mediocrità, abbassano le capacità intellettuali. La folla è capace di atti di sacrificio e di disinteresse molto più elevati di quelli che sono di solito compiuti dall’individuo isolato. Un gruppo di umani è come una mandria di animali, un gregge che non può fare a meno di un capo che li trascini. Secondo lui le folle dominano la scena, sono un elemento inevitabile e la soluzione è creare capi per indirizzarle (da qui Hitler prende le proprie strategie). L'intelligenza di un capo è un ostacolo per lui: dev'essere carismatico, non intelligente, perché l'intelligenza rende comprensivi e smussa l'intensità e la violenza delle convinzioni necessarie agli apostoli.

Tarde: la società è un processo imitativo (si può notare soprattutto nelle folle): i crimini della folla sono responsabilità del capo. Secondo Michels la massa ha bisogno di direzione, un bisogno accompagnato da un culto del capo. Durkheim: spesso il capo è il prodotto della folla più che esserne la causa scatenante. Secondo lui le società sono folle permanenti e organizzate, quindi tutto ciò che si dice delle folle si applica alle società: la folla è una società instabile e caotica. Simmel: siamo parte della massa solo per alcune dimensioni (quelle che tutti hanno in comune). Più la parte di personalità messa nella massa è piccola, più quel gruppo umano sarà controllabile.

Freud: la folla vuole essere governata con forza illimitata; ha un’estrema passione per l’autorità. Ama il capo ma il capo ama solo se stesso. Geiger denomina massa quell'associazione sociale portata da una molteplicità indotta di tipo distruttivo-rivoluzionario (distruttivo non in senso criminale). Si riallaccia alle teorie marxiste: prende in considerazione il proletariato come “massa in azione” al di fuori (contro) dei sistemi sociali esistenti. Moscovici: La massa rappresenta la materia prima di tutte le istituzioni politiche e lo stato primitivo di tutte le civiltà. Tarde non considera un ammasso di persone che non hanno niente in comune (che definisce “calca”) una folla. Inoltre per lui le folle non sono tutte negative: non esistono solo folle dell'odio ma anche dell'amore. Canetti: Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Dal momento che ci abbandoniamo alla massa si è tutti uguali e le differenze non contano più.

Durkheim su rituale e gruppo sociale

Durkheim, a differenza di Le Bon, ha scritto pochi libri. Uno di questi è “Le forme elementari della vita religiosa” (1912), in cui descrive gli aborigeni australiani. Spiega che tutte le istituzioni sociali, anche le più laiche, hanno basi religiose. In “Sur le totémisme” (1901) analizza il totemismo: la società è divisa in gruppi totemici con nome di animale, piante, o altri oggetti inanimati. Il principio essenziale di questo sistema religioso è: l'uomo e l'animale che gli serve da totem sono uniti da una stretta parentela, quindi i membri di uno stesso gruppo totemico non possono sposarsi. L’animale fa parte del clan, quindi membri non possono uccidere quell'animale. Secondo Durkheim obbedire al proprio Dio fa credere che sia dalla propria parte, quindi si può affrontare il mondo con fiducia. Nello stesso modo l'individuo è rafforzato dalla società. In un gruppo di persone con una passione comune, diventiamo capaci di sentimenti e di atti di cui non siamo capaci quando siamo isolati, e quando siamo soli torniamo al nostro livello ordinario. La considerazione che la società ha dell'individuo rialza la considerazione che egli ha di se stesso. Si può parlare di dualismo durkheimiano: esistono due mondi/modalità di esistenza: il mondo in cui si vive in solitudine nelle piccole cose quotidiane (mondo profano); il mondo del gruppo sociale, in cui si entra in rapporto con delle potenze straordinarie che galvanizzano fino alla frenesia (mondo delle cose sacre). La forza religiosa è il sentimento che la collettività ispira ai propri membri, ma proiettato fuori dalle coscienze che lo provano, e oggettivato. Per oggettivarsi, esso si fissa su un oggetto che diviene così sacro.

Durkheim è visto come teorico anti-individualista: posizione olistica (da “holos” = tutto), cioè la totalità è superiore alla somma delle parti. L'olismo impone che le varie parti di un sistema non possano essere studiate indipendentemente le une dalle altre. I fatti sociali (per lui oggetto centrale della sociologia) sono ogni modo di fare capace di esercitare sull'individuo una costrizione esterna. Devono essere trattati come cose (studiati come oggetti naturali). Non sono assolutamente immutabili ma l'individuo da solo non può modificarli. Durkheim definisce il rituale un oggetto (considerato sacro) che diventa simbolo dell'armonia sociale nel gruppo. È indispensabile per la società e la sua funzione è creare un sentimento collettivo. Secondo lui il crimine è ciò che offende gli stati definiti della coscienza collettiva. Ha una visione relativista: non c'è a priori qualcosa di normale e non, ogni società ha una sua devianza. Anche in una società di “santi” ci sarebbe una devianza (criminalità), cioè una diversità morale, e il diritto simboleggia la coscienza collettiva (offesa dai crimini). Egli è realista: gli esseri umani sono tutti diversi, quindi devianza si manifesta sempre. Essa può essere anche positiva perché può rappresentare l'inizio di una nuova moralità.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Andrea Brighenti.
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