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l’inconveniente di utilizzare i decimali e i segni. Per trasformare un punto grezzo in z si utilizza

questa formula: Z = X – Xm / S

Dove X è il punteggio grezzo Xm la media dei punteggi grezzi e S la relativa deviazione standard.

È possibile trasformare i punti z in modo che non abbiano decimali utilizzando ulteriori punti Zy di

solito la scala più usata è la scala T con media 50 e S 10 la formula:

Zy = Z x Sy + Xmy

La correlazione

Una delle possibili relazioni tra due variabili è quella che si verifica nella relazione tra due variabili

nelle situazioni in cui le coppie dei valori associati definiscono un andamento. Quando due variabili

variano insieme ovvero covariano si dice che esse correlano . La covarianza tra due variabili è

espressa con tale formula: Sxy = ∑ (Xi – Xm) (Yi –Ym) / N

L’intensità di covariazione tra due variabili è espressa dal coefficiente di correlazione che può

oscillare tra 0 assenza di correlazione e 1 correlazione massima. Il livello di significatività invece

indica la probabilità di commettere un errore rifiutando l’assenza di correlazione tra due variabili.

Tale significabilità è controllabile con l’indice:

T = r √ N- 2

2 / 1 – r

Se il valore che si trova è superiore al valore critico tabulato di T allora possiamo rifiutare con una

α

probabilità di errore pari ad l’ipotesi nulla di assenza di covariazione. Il controllo di

significatibilità della r è sempre obbligatorio perché tale coefficiente risente della numerosità del

campione. Il quadrato del coefficiente di correlazione si chiama coefficiente di determinazione.

Esistono coefficienti di correlazione per punteggi su scale a intervalli o rapporti ovvero r di Pearson

e coefficienti per punteggi su scale ordinali ovvero r di Spearman.

Regressione lineare

Tra tutte le rette che possono incrociare un diagramma di dispersione esiste una e una sola retta che

più è vicina a mediamente a tutti i punti, tale retta si chiama retta di regressione e la sua formula

matematica è: Y = a + bX

Dove a è l’intercetta e corrisponde alla distanza tra l’origine degli assi ed il punto in cui la retta

incontra l’asse delle ordinate e la b è il coefficiente di regressione indicante l’inclinazione della

retta. È possibile grazie al principio dei quadrati minimi una stima dei parametri a e b della

popolazione partendo dai dati empirici di un campione. La b non è altro che il rapporto tra la

covarianza fra x e y e la varianza di x. Noto b è facile calcolare a inserendolo nella formula della

retta di regressione. Se trasformiamo i dati grezzi in punti z otteniamo il coefficiente di regressione

standardizzato. Se possiamo respingere l’ipotesi che il coefficiente di regressione lineare è uguale a

zero possiamo dire che esiste una relazione tra X e Y in questo caso la X si indica come variabile

criterio e la Y come variabile risposta.

La regressione lineare come strumento di previsione

Determinati gli indici statistici di una retta di regressione è possibile prevedere i valori che

presumibilmente assumerà una delle due variabili sapendo il valore dell’altra. Naturalmente i valori

predetti differiranno da quelli osservati di una quantità chiamata errore residuo. È possibile anche

calcolarci l’errore standard di previsione per valutare il grado di accuratezza con cui si può

prevedere Y sapendo X questo indice è anche utilizzato per determinare intorno al valore predetto

di Y un intervallo di fiducia

Tecniche fattoriali

Per definire come gli item che compongono un test si raggruppano si ricorre a tecniche di

aggregazione dei dati chiamate tecniche fattoriali. Una prima tecnica fattoriale semplice è quella di

crearsi una matrice di correlazione che si ottiene con il calcolo della correlazione tra tutte le coppie

possibili. 3 Costruzione ed uso di test psicologici

La costruzione di un test psicologico

Il primo passo nella costruzione di un test psicologico è rappresentato dalla definizione del costrutto

teorico, infatti un test è sempre immerso in una cornice teorica, quindi potremmo dire che il

costrutto psicologico è carico di teoria. Una buona definizione di un costrutto richiede una

conoscenza nella letteratura sia specifica sia in aree confinanti. Dopo aver definito il costrutto si

passa alla fase di preparazione di una versione preliminare del test, in questa fase in seguito ad una

ricerca mirata e magari ad una discussione focalizzata si cercano di identificare i criteri per generare

degli item il cui contenuto sia idoneo al costrutto di base. Si decide inoltre la tipologia di item più

adatta. La formulazione specifica degli item differisce a seconda del tipo di test anche se bisogna

comunque seguire delle linee guida come evitare ambiguità, evitare generalizzazioni ed evitare di

sovrapporre significati diversi in uno stesso item. A seguito di prove del test su campioni medio

piccoli si cercano di selezionare gli item e di definire la procedura di somministrazione. Infine ci

sarà la somministrazione ad un ampio campione della popolazione, in questa fase è importantissimo

il campionamento sia per quanto riguarda le sue caratteristiche sia per quanto riguarda la sua

numerosità. In quest’ultima fase viene inoltre definita la taratura del test psicologico definendo le

norme del test

La natura del coefficiente di attendibilità

Un test è attendibile se è in grado di fornire valutazioni stabili e coerenti nel tempo. Quindi il

punteggio ottenuto da un soggetto ad un test è composto da una componente vera ed una d’errore.

Se si calcolano le varianze della componente vera e della componente falsa è possibile ricavare la

varianza della componente totale. Per definire il coefficiente di attendibilità si utilizza tale formula:

2 2

Rxx = S v / S t

2 2

Dove Rxx è il coefficiente di attendibilità mentre S v è la varianza delle componenti vere e S t la

varianza totale.

Stima del coefficiente di attendibilità

Per verificare l’attendibilità ci sono due modi il primo è quello di fare due somministrazioni dello

stesso test a distanza di un determinato periodo di test, questo procedimento è chiamato test-retest

anche se presenta numerosi problemi dovuti all’apprendimento; una variante valida di questo

approccio è la tecnica della forma parallela ovvero somministrare alla seconda somministrazione un

test simile ma diverso anche questo strumento però ha dei problemi in termini di errori umani nella

seconda somministrazione cambiamenti reali del soggetto e fasi transitorie. ‘altro metodo è quello

chiamato dello split half e consiste nel dividere il test in due parti item pari e item dispari e poi

correlandoli tra loro per verificare la coerenza interna del test. Un sistema più rapido dello split half

α

è applicare la cosiddetta formula della coerenza interna calcolando di Cronbach che non è altro

che la media di tutti i possibili split half corretti con la formula profetica di Spearman. In tutti e due

casi la correlazione tra i vari risultati è determinata dalla r di Pearson quando però si utilizza il

procedimento per split half è necessario trasformare la r di Peason perché se no sarebbe sottostimata

a solo metà del test tale formula di correzione si chiama formula profetica di Spearman- Brown:

Rxx = nR / 1+(n-1)R

Dove R sta per il coefficiente di correlazione originario ed N sta per il numero di parti in cui viene

diviso il test originale.

Fattori che influenzano l’attendibilità

L’attendibilità aumenta all’aumentare del numero di item sempre che essi siano intercorrelati in

modo analogo ai vecchi item. Quindi l’incremento e il decremento del coefficiente di attendibilità

può essere valutato con la formula profetica di Spearman:

R = nR’ / 1+(n-1)R’

Dove R’ è il coefficiente di attendibilità del test originario e n è il rapporto tra il numero degli item

del nuovo test e quelli del vecchio test; da tale formula può essere derivata un’altra formula per

valutare di quanto deve essere allungato un test per ottenere un determinato coefficiente di

attendibilità: n = R(1-R’) / R’(1-R)

nei manuali il coefficiente di attendibilità ci determina la sicurezza di un test è comunque sempre

meglio ricalcolarsi il coefficiente nei casi specifici del nostro gruppo; un coefficiente di attendibilità

troppo alto potrebbe voler dire che i vari item sono troppo simili tra loro e misurano la stessa

identica cosa un valore ottimale oscilla tra .70 e .85

l’errore standard di misurazione

conoscendo il coefficiente di attendibilità e la deviazione standard dei punteggi di un test è possibile

calcolare l’errore standard di misurazione: = S √1-r

σm

ESM o

L’ESM è una stima della deviazione standard dei punteggi ottenibili da un individuo in un alto

numero di somministrazioni di uno stesso test. Più è alta l’attendibilità e più sarà basso l’errore

standard. L’ESM è inoltre usato per la definizione dell’intervallo di fiducia entro cui oscilla con una

probabilità prefissata di errore il punteggio vero del soggetto:

X +- Z (ESM)

Dove X è il punteggio ottenuto Z indica i punti Z che includono la percentuale dei valori scelta.

La validità

L’attendibilità è una condizione necessaria ma non sufficiente perché un test psicologico possa

essere considerato valido ovvero idoneo a valutare la specifica caratteristica per cui è stato fatto

quindi questa caratteristica psicometrica deve essere stimata indipendentemente dall’attendibilità.

Esistono vari tipi di validità.

Validità di criterio

La validità di criterio esprime il grado di concordanza tra un test psicologico, il predittore, e un’altra

valutazione esterna che non necessariamente deve essere un test, il criterio. Si parla di validità

predittiva se le misure sono fatte a distanza di un lungo periodo al contrario invece si parla di

validità concorrente, queste due validità comunque si focalizzano solo sui risultati dei due test e

quindi il costrutto non viene analizzato se non implicitamente, infatti queste misure sono

estremamente legate all’attendibilità perché sono condizionate appunto dai risultati. La validità di

criterio viene calcolata attraverso la correlazione tra i punteggi del test predittore e del criterio,

tramite un cosiddetto coefficiente di validità di criterio (r ). Il coefficiente di validità al quadrato

xy

corrisponde alla porzione di validità del test criterio spiegata dalle componenti del test predittore.

Non sempre però è possibile correlare due punteggi perché il criterio può anche non essere un test

in questo caso, ovvero quando abbiamo una misura dicotomica su cui correlare utilizzeremo il

cosiddetto coefficiente di correlazione punto-biseriale.

Validità di contenuto

L’insieme degli item che compongono un test deve essere idoneo e rappresentativo del costrutto

teorico che il test esprime questa misura di idoneità è data dalla validità di contenuto. Questa

validità è espressa attraverso una procedura qualitativa messa in atto da un gruppo di esperti in

materia. Il primo passo richiede una dettagliata descrizione della caratteristica psicologica in esame

che ne permetta una conoscenza analitica dei suoi aspetti. Successivamente il gruppo valuta se la

tipologia del test si presta alla caratteristica psicologia. Infine ciascun item deve essere connesso ad

uno specifico aspetto della caratteristica psicologica in modo da poter determinare quindi se gli item

selezionati sono adeguati. Questo tipo di validità non va confusa con la face validity che indica un

giudizio di adeguatezza dei singoli item alla caratteristica psicologica come potrebbe essere dato da

non esperti.la validità di contenuto è un aspetto della validità di costrutto analizzabile anch’essa con

l’analisi fattoriale

Validità di costrutto

Per poter dire che un test R è idoneo a valutare quantitativamente un costrutto psicologico deve

essere possibile verificare tre tipi di validità:

1. validità congruente deve esserci correlazione positiva con altri test paralleli

2. validità convergente deve esserci correlazione positiva con altri test con costrutti psicologici

che si ipotizza siano collegati con il costrutto del nostro test

3. validità divergente deve esserci correlazione negativa con altri test con costrutti psicologici

che si ipotizza non siano correlati con il costrutto del nostro item

una delle tecniche più famose in psicologia per l’analisi della validità di costrutto è l’analisi

fattoriale. Infatti test riferiti ad uno stesso costrutto teorico con questa tecnica dovrebbero

raggrupparsi e al contrario item riferiti a costrutti diversi dovrebbero localizzarsi su costrutti diversi.

Spesso si utilizza integrandola all’analisi fattoriale un’altra tecnica quella del confronto tra le medie

dei punteggi ottenuti nel test da soggetti appartenenti a gruppi contrapposti rispetto al costrutto che

pensiamo di valutare e che ci si aspetta abbiano una modalità di risposta al test diversa. In questo

caso si parla di validità discriminante.

Item analysis

Le caratteristiche del test influenzano direttamente le proprietà psicometriche di un test per questo

vanno presi in considerazione due indici quello di difficoltà e quello di discriminazione che è

importante nella fase di taratura del test psicologico insieme all’attendibiltà e la validità

Indice di difficoltà dell’item

Nei test di massima discriminazione è possibile calcolarsi l’indice di difficoltà; tale indice è dato

dalla seguente formula: Pxj = Fc/ N

Dove Fc indica la frequenza delle risposte esatte nell’item j e N il numero dei soggetti quindi P non

è altro che una media in percentuale di risposte esatte sul totale delle risposte date. Sugli item a

risposta multipla l’indice deve essere corretto sulla base dell’incidenza di risposte esatte casuali.

Pxjc = Kj(Pxj)-1/ Kj-1

Dove Pxj è l’indice di difficoltà se l’item fosse dicotomico e Kj è il numero delle alternative

possibili. Questo metodo è possibile usarlo anche sulle risposte a scelta libera se è possibile

categorizzare le risposte esatte. L’indice varia da 0 a 1 più è basso l’indice e più ci sarà incidenza di

risposte errate e quindi l’item sarà difficile. La presenza di numerosi item troppo vicini a 0 e 1 altera

sia la validità sia l’attendibilità di un test. L’indice di difficoltà di un test dovrebbe essere compreso

tra .50 e .70. nel caso si parli di test non cognitivi nel quale non è possibile stabilire una risposta

esatta di parla di indice di adesione che indica la media in percentuale dei soggetti che scelgono una

specifica risposta all’interno dell’item, il concetto è lo stesso di quello di diffoltà.

Indice di discriminazione dell’item

Se si prende un test e si divide il gruppo che ha eseguito il test in due sottogruppi i migliori e i

peggiori in base al punteggio ottenuto al test è possibile calcolare l’indice di discriminazione per

ogni item. I due sottogruppi possono corrispondere alla totalitàdei soggetti divisa in due parti uguali

oppure si può prendere solo le due code estreme. L’indice di discriminazione è dato dalla seguente

formula: D = Pm – Pp

Dove Pm e Pp sono indici che identificano il rapporto rispettivamente nel gruppo dei migliori e dei

peggiori tra il numero di soggetti che hanno dato una risposta esatta e il numero totale dei soggetti

del sottogruppo. Quindi se un item non è discriminante per i due gruppi l’indice assumerò un valore

di 0 al contrario più l’indice si avvicina a +/- 1 più sarà discriminante. I valori negati vogliono dire

che l’item è risultato più facile al gruppo dei peggiori i valori negativi invece il contrario. In

generale l’obiettivo è raggiungere almeno un indice di discriminazione uguale o superiore a .30

Cap. 4 – TIPI DI INTERVISTA

L’intervista è un incontro vis a vis, non molto differente dal colloquio. Colloquio e intervista si

distinguono per le caratteristiche funzionali dell’interazione tra i protagonisti. Nel caso del

colloquio, i soggetti coinvolti hanno voluto il contatto, cioè hanno una motivazione intrinseca.

L’intervista invece è l’interazione in cui uno dei due soggetti subisce l’incontro, cioè la motivazione

risulta estrinseca. Un altro elemento di distinzione è il polo di centratura, ovvero chi tra i due

interlocutori mantiene il controllo sui tempi, sui modi e sui contenuti dell’interazione. Nel colloquio

il cliente guida l’esplorazione dei fatti e l’enunciazione dei contenuti, mentre nell’intervista è il

conduttore a gestire quanto avviene nell’incontro. L’intervista implica due componenti

fondamentali: l’inchiesta (acquisire elementi oggettivi di conoscenza sulla storia del soggetto, sui

suoi comportamenti e atteggiamenti, ecc.) e la relazione (stabilire un contatto interpersonale tra gli

interlocutori e instaurare una collaborazione finalizzata allo scopo dell’intervista).

L’INTERVISTA ERMENEUTICA

Questo tipo di intervista è definibile anche come “non direttiva”, o “centrata sull’intervistato”, o

“informale”, o “libera” e “non strutturata” (come il colloquio clinico). Viene utilizzata

prevalentemente nella ricerca, ma anche in interventi di counseling; consiste nell’esplorare la vita

quotidiana del soggetto nella sua ordinaria complessità. Deve essere preparata accuratamente ed

analizzata da un équipe interdisciplinare di ricerca, ma soprattutto presuppone un elevato livello di

qualificazione dell’intervistatore. Nella conduzione dell’intervista, bisogna tener conto di particolari

come: i tempi (possono essere previsti più incontri); i modi (inserirsi nel sistema culturale e sociale

dell’interlocutore); il luogo (il più possibile vicino a quello quotidiano dell’intervistato); la

registrazione (deve essere accettata); la trascrizione (deve essere integrale ed eseguita

dall’intervistatore stesso). Le critiche mosse a questo tipo di intervista riguardano il livello di

scientificità. Un tipo di intervista libera, anche se non definibile ermeneutica in senso stretto, viene

utilizzato anche in campi e settori d’azione lavorativi (selezione del personale, definizione del

profilo ecc).

L’INTERVISTA SEMISTRUTTURATA

Questo tipo di intervista comprende alcune domande obbligatorie (non necessariamente formulate

nello stesso ordine), stabilite in base al campo e alle finalità specifiche per cui si attua. In ambito di

ricerca può servire sia nelle fasi preliminari, per delineare con maggiore precisione le ipotesi di

lavoro, sia per una prima verifica della messa a punto di un progetto di intervento. Nel counseling

rappresenta uno degli strumenti più praticati di raccolta dati; in questo ambito si rilevano anche le

maggiori sfumature riguardo al livello di strutturazione, che di solito dipende dalla teoria di

riferimento del counsellor. Le domande possono essere obbligatorie ma libere (cercano di cogliere

tutte le informazioni che l’interlocutore può fornire dopo un’introduzione agli argomenti) oppure

precise; si possono porre anche delle domande stimolo, generalmente a tutti, talvolta anche nello

stesso ordine. L’intervistatore raccoglie come dato non soltanto i contenuti, ma anche le modalità

con cui l’intervistato li esprime, cercando di registrare gli aspetti peculiari del singolo individuo.

Questo tipo di intervista rappresenta una sintesi tra qualità e quantità: una volta individuate le aree

sulle quali indagare e preparati i singoli quesiti, si lascia la persona libera di spaziare e di

raccontarsi nelle risposte.

- L’intervento di orientamento

Con il termine “consulenza orientativa” si intendono diverse situazioni, per le quali non sempre è

necessario l’intervento dello psicologo. In Italia l’intervento è affidato prevalentemente a strutture

pubbliche, che erogano servizi di informazione, di sostegno informativo, e veri e propri interventi

di counseling psicologico individuale. Negli ultimi anni anche i centri di formazione professionale e

le scuole hanno iniziato a occuparsi di questo aspetto. I servizi di informazione mettono a

disposizione dell’utente un insieme corretto di conoscenze, che egli stesso utilizzerà poi nel suo

processo orientativo individuale. Se la persona mostra difficoltà nell’utilizzare le informazioni

ricevute, può chiedere un supporto per l’orientamento (scolastico o professionale); il professionista

dovrà fornire un sostegno orientativo individualizzato, affinché il soggetto possa valutare la propria

prevede un’intervista semistrutturata. Dal Profilo Orientativo

situazione. L’intervento di sostegno

Individuale si evince che l’inchiesta relativa all’utente prevede innanzitutto la raccolta di dati

oggettivi (socio-anagrafici, anamnesi formativa, esperienza lavorativa); successivamente è prevista

l’espressione di dati soggettivi (atteggiamenti relativi alla formazione, vissuti psicologici relativi al

percorso scolastico e all’esperienza lavorativa, ecc). Il soggetto viene poi invitato

all’autoesplorazione del potenziale individuale (in relazione alle competenze ed abilità, alle

caratteristiche personali, al locus of control, alla prospettiva temporale futura, ecc). Infine l’utente

può ipotizzare un progetto formativo o lavorativo impegnandosi nella ricerca di informazioni. Il

compito fondamentale del consulente è accompagnare il soggetto verso la chiarificazione di ciò che

vuole e può realmente fare, individuando i mezzi necessari per centrare l’obiettivo.

- L’utilizzo per la selezione e l’organizzazione

In ambito lavorativo l’intervista semistrutturata è quella più utilizzata, perché permette di perseguire

più obiettivi contemporaneamente, soprattutto quando è utile non solo valutare ma anche

valorizzare le potenzialità del candidato e quindi saggiare le possibilità di accordo tra

organizzazione e persona interessata.

L’INTERVISTA STRUTTURATA

E’ caratterizzata dalla rigida sequenza di un elenco predefinito di domande a cui bisogna dare una

risposta (considerando anche la non-risposta). Si utilizza soprattutto nella ricerca sociologica, in cui

è frequente l’utilizzo di un vero e proprio questionario che viene compilato dall’ intervistatore man

mano che ottiene le risposte dal suo interlocutore. La scelta della strutturazione comporta dei

vantaggi, come la possibilità di estensione delle rilevazione, l’opportunità di quantificare i dati

raccolti e inserirli in categorie predefinite; inoltre si possono affrontare realmente tutti i temi

necessari agli scopi della rilevazione, mentre gli intervistatori hanno un ruolo marginale e quindi

diminuiscono i problemi di distorsione. Tuttavia vi sono anche degli svantaggi: questo tipo di

intervista non consente l’emergere di fattori non ipotizzati nella ricerca.

- L’utilizzo per la selezione e l’organizzazione

Vi sono vari modelli di interviste strutturate in uso per scopi di selezione. Esse prevedono, oltre alla

rigida strutturazione del rapporto tra gli interlocutori, anche la strutturazione delle domande (le

stesse per tutti i candidati, fanno riferimento a specifiche aree di indagine sulla posizione lavorativa

in esame). L’intervista finalizzata (targeted interview) si basa sull’assunto che i comportamenti

passati di un individuo siano predittivi per i suoi comportamenti futuri, e sul presupposto che è

possibile inferire dalla loro analisi il possesso di caratteristiche funzionali per esercitare con

efficacia le attività previste da una specifica professione. L’equipe che progetta ed esegue la

selezione opera in tre fasi. La prima è dedicata alla descrizione della figura professionale,

definendo attraverso la job analysis quali comportamenti costituiscono la prestazione efficace. Nella

seconda fase si procede alla costruzione delle domande, che vengono poi inserite in una procedura

standardizzata. La terza fase prevede il giudizio finale attraverso il confronto tra gli intervistatori,

per la valutazione di somiglianze e differenze tra il repertorio comportamentale richiesto e quello

mostrato dal soggetto. Oltre alla targeted interview vi sono la patterned behaviour description

interview e la situational interview (intervista situazionale).

TECNICHE DELL’INTERVISTA

Per realizzare un’intervista, si considerano anche altri fattori che ne consentono poi una

classificazione: le strutture relazionali e il mezzo oggettivo scelto per formalizzare la

comunicazione. Per quanto riguarda le strutture relazionali, oltre alla classica situazione a due con

un intervistatore ed un intervistato, si possono distinguere condizioni nelle quali vi è un solo

intervistato e più intervistatori (intervista a tandem, sono presenti due intervistatori con compiti

diversi; intervista a panel, con una commissione formata da più membri con ruoli ben precisi).

Nelle interviste in gruppo l’intervistato è di volta in volta uno dei soggetti di un piccolo gruppo di

persone che hanno un qualsiasi vincolo. In quelle di gruppo invece l’intervistatore si rivolge a un

insieme di persone come unico interlocutore. L’intervista collettiva è invece destinata a raccogliere

sondaggi e opinioni all’interno di gruppi che vanno intervistati insieme. Altre interviste si svolgono

in pubblico, alla presenza di persone non interagenti ma che devono essere comunque considerate

nella definizione dell’intervista. Per quanto riguarda le tecniche da utilizzare durante l’intervista, le

più importanti sono il rilancio e il probe.

- Le tecniche del rilancio

Sono tecniche comunicative utilizzate nelle interviste libere o semistrutturate, che servono a fornire

modalità di aggancio con altri argomenti da approfondire e parzialmente introdotti

dall’interlocutore, o a far proseguire l’interazione nei momenti di stasi. La ripresa è funzionale

all’approfondimento di un contenuto nella maggior parte delle situazioni. Il rilancio a specchio è

utile per focalizzare l’attenzione su un argomento che si ritiene significativo o importante, e

consiste nella ripetizione più esatta possibile di una frase appena detta dall’interlocutore. Molto

simile è la ricapitolazione in sintesi, ma si attua quando l’ampiezza dei concetti non ne consente

un’esatta ripetizione, oppure per introdurre un argomento ad essi collegato che si vuole

approfondire.

- Il probing non direttivo

Questa tecnica può essere assimilata al rilancio, ma si caratterizza perché può motivare al colloquio

e stimolare la capacità del soggetto per migliorare la sua efficienza, oltre a mantenere la massima

neutralità. L’aspetto fondamentale di questa tecnica consiste nel saper scegliere la

domanda/frase/atteggiamento più efficace per facilitare l’espressione della persona, e nella fedeltà

con cui il conduttore riflette quanto gli è stato comunicato. Inoltre, questa tecnica è particolarmente

efficace come stimolo per ulteriori informazioni o per centrare meglio l’obiettivo dell’intervista, nel

caso in cui il soggetto non abbia fornito le risposte adeguate.

VALIDITA’ E ATTENDIBILITA’ DELL’INTERVISTA

In letteratura si riscontrano dati contrastanti sulla validità e attendibilità di questi strumenti. Si

possono evincere tre diversi orientamenti. Gli “psicometrici” o “elementaristi”, nettamente

avversatori, sostengono l’inutilità dell’intervista ai fini dell’elaborazione statistica, in quanto

l’intervento dell’intervistatore e del suo giudizio soggettivo non è controllabile matematicamente.

Sul versante opposto vi sono gli studiosi “clinici”, che limitano l’uso della psicometria agli indici

psicofisiologici o attitudinali e quindi considerano l’intervista uno strumento fondamentale per

cogliere l’unicità dell’individuo, risultante di tutte le componenti della personalità nel suo

complesso. Infine, gli “antropologisti” sono a favore della combinazione dei due approcci

precedenti: la conoscenza acquisita con l’intervista andrebbe integrata con i dati psicometrici, utili

per definire meglio gli aspetti specifici del singolo caso. In conclusione, si può dire che la validità e

l'attendibilità di un’intervista dipendono da quanto accuratamente essa viene progettata nelle sue

diverse componenti teoriche e nelle sue possibili tecniche esecutive, cioè dall’abilità dell’operatore

e dalla sua consapevolezza.

L’INTERVISTATORE

L’intervistatore efficace deve possedere determinate abilità. Per alcuni autori è molto importante la

forte capacità di comunicazione e una flessibile capacità d’ascolto; per altri invece è fondamentale il

calore e l’affettività con cui si accetta la persona. In generale, un buon conduttore dovrebbe: avere

uno schema generale di riferimento teorico che dia importanza al soggetto nella sua interezza; avere

una linea guida teorica specifica per l’ideazione e la conduzione del colloquio; avere interiorizzato

la cultura accademica e possedere un’adeguata cultura generale; avere caratteristiche di personalità

confacenti, ossia sotto controllo delle possibili distorsioni; avere abilità acquisite mediante un

training, che garantisca l’apprendimento della teoria delle tecniche con un adeguato addestramento

pratico.

- La competenza comunicativa

Si fa riferimento a due azioni principali: ascoltare e parlare. L’intervistatore deve: da un lato

affinare tutte le capacità del proprio repertorio comunicativo, verbale e non verbale, e dall’altro

migliorare continuamente la propria capacità di registrare tutti i messaggi, cogliendone senso e

significato.

- Le abilità relazionali

Si intendono tutte le azioni che forniscono apporti utili allo scopo, o più in generale agli

interlocutori. Sono 6 le abilità relazionali fondamentali: analisi/diagnosi della situazione;

definizione di un obiettivo; individuazione di strategie operative appropriate; controllo del proprio

comportamento; influenza sul comportamento altrui; verifica del comportamento degli interlocutori.

- Il giudizio dell’intervistatore: effetti sistematici ed influenza del contesto

L’intervistatore deve però consapevole di alcuni limiti del suo operare; spesso infatti si possono

utilizzare unità di misura non precise nella descrizione delle persone. Si può rischiare di incorrere

nei seguenti effetti erronei: effetto alone; errore logico; pregiudizio contagioso; effetto indulgenza.

Inoltre si deve considerare attentamente il contesto in cui si struttura l’intervista, perché ciò

influenza la percezione e la selezione delle informazioni o il valore ad esse attribuito, sia nel corso

dell’interazione, sia nell’elaborazione del giudizio.

I QUESTIONARI

Il questionario è un insieme strutturato di domande e risposte, che possono essere raggruppate in

categorie definite da chi lo costruisce (domande chiuse) oppure liberamente articolate

dall’intervistato (domande aperte). Per quanto riguarda la presentazione del materiale stimolo,

generalmente i questionari sono in forma carta e matita, con un settore riservato alle risposte o con i

fogli di risposta separati. Gli ambiti di applicazione sono molteplici, ma prevalgono gli scopi di

ricerca, in particolare per sondaggi sulle opinioni, sulle abitudini delle persone, sui loro

atteggiamenti verso argomenti sociali, politici o culturali, sugli acquisti, ecc.

- La costruzione

Per prima cosa si deve definire il più chiaramente possibile gli obiettivi, che devono essere realistici

e raggiungibili. Inoltre è fondamentale valutare l’ambito in cui dovrà essere somministrato,

comprendente non solo il campo d’indagine, ma anche il settore d’intervento.

- La formulazione delle domande

Vi sono tre tipi principali di domande: di opinione, di conoscenza, e quelle dette fattuali. Sulle

scelte degli intervistati possono influire il modo in cui vengono presentate le domande, le

alternative di risposta previste, il loro ordine, ecc. il questionario non elimina tutte le distorsioni,

anche se riduce sicuramente quelle dovute all’interazione con l’intervistatore. Nella formulazione

delle domande è quindi fondamentale tenere conto di alcuni aspetti che possono influire sulla

rilevazione: il contesto (in quale tipo di indagine sono inserite, con quale modalità) e l’ordine in

cui sono poste; l’argomento, il tipo, il fraseggio delle domande (deve essere chiaro

nell’esposizione, e non induttivo).

- I formati di risposta

Il questionario si differisce dall’intervista anche perché la forma scritta favorisce l’uso delle

domande chiuse. In particolare, sul piano cognitivo, la domanda chiusa richiede un compito di

riconoscimento, mentre per quella aperta serve un richiamo in memoria di dati e informazioni,

quindi è più complessa e di maggior sforzo.

5 Il colloquio in psicologia clinica

Introduzione

Per colloquio clinico si intende una situazione particolare che permette in assetto

metodologicamente corretto e in un idoneo clima emotivo al paziente di presentarsi e di comunicare

le proprie difficoltà dal clinico che osserverà rileverà e comprenderà quest’ultime. Il colloquio per

antonomasia è il colloquio di consultazione ovvero una situazione di conoscenza della sofferenza

seguito da una valutazione delle risorse del soggetto ed una cura appositamente costruita. Il

colloquio è il primo contatto che stabilisce la prima embrionale alleanza inoltre permette di portare

a conoscenza dell’operatore della teoria ingenua sul proprio malessere.

Richiesta di appuntamento e invio

Già il modo in cui viene richiesto l’appuntamento può fornire delle informazioni cliniche. Una

modalità perentoria oppure una modalità che tende a stabilire subito delle regole fornisce subito

delle supposizioni sulla personalità dell’individuo.

Il paziente che si autoinvita

In questo caso la richiesta di consultare uno psicologo deriva da un’embrionale ragionamento di

tipo diagnostico che il paziente ha fatto su se stesso e sul convincimento di non essere in grado di

farcela da solo. Già pensare di aver bisogno di aiuto allevia il livello di sofferenza ma comunque si

innesca sempre una situazione conflittuale per cui spesso è anche imbarazzante parlare dei propri

problemi. All’interno del colloquio si creano due forze il bisogno di mantenere autostima e la paura

di perdere il rispetto del clinico che influenzano la libera espressione di pensieri e sensazioni.

Se il paziente è alla prima esperienza questa situazione è caratterizzata soprattutto dalla perplessità

infatti il paziente non è mai certo di essersi rivolto alla persona giusta per risolvere il suo problema,

un’altra dinamica è la delusione di marca narcisistica infatti per molti pazienti il dover chiedere

aiuto diventa una ferita che aggiunge malessere al suo malessere, anche altri sensi di colpa sono

frequenti in tale situazione. Un’altra condizione presente è la confusione spesso indotta dall’aver

ricevuto pareri informali sulla propria situazione o anche una propria autodiagnosi che influisce e

può essere concordante o discordante dai pareri informali, infine un altro aspetto è quello

dell’imbarazzo.

Può anche succedere però che il paziente si rivolga ad un altro operatore perché insoddisfatto del

precedente, magari perché la diagnosi proposta è discrepante con la propria autodiagnosi, o magari

l’insoddisfazione deriva dallo scarto tra le aspettative e i risultati raggiunti. Di solito è produttivo in

questi casi indagare i motivi che hanno spinto il paziente a lamentarsi del collega.

Il paziente inviato dai familiari

In questo caso il ragionamento diagnostico è stato fatto dai famigliari, si parla quindi di situazioni

ad elevato rischio conflittuale che può coinvolgere anche l’operatore. Prima di ogni iniziativi è

quindi necessario comprendere il ragionamento clinico operato dai familiari e accertare la posizione

del paziente soprattutto s sostiene di non aver bisogno di cure. A quel punto capire se il soggetto a

ragione a pensare in quel modo oppure se è spaventato dalla situazione e nega le sue difficoltà

oppure se pensa che nessuno possa aiutarlo o se ha qualche motivo magari in seguito ad esperienze

negative di evitare un consulente scelto dai familiari.

Il paziente inviato da un altro clinico

Il caso più frequente è quando un medico si accorge che esistono problemi psicologici che devono

essere affrontati da mani più competenti, accade anche che uno psicologo chieda il parere ad un

altro esperto su un dubbio diagnostico. Naturalmente neanche in questo caso è stato fatto dal

paziente nessun tipo di ragionamento e quindi valgono tutti gli intoppi del paragrafo precedente

inoltre il paziente proprio perché in cura da un altro specialista può sentirsi scaricato o ritenersi così

grave da essere difficilmente trattato o anche ridurre la profondità della consultazione con il nuovo

specialista per tornare velocemente al proprio curante scelto.

Il paziente invitato da agenzie sociali

In questo caso è importantissimo verificare la correttezza dell’indicazione, in genere chi fa l’invito

accetta difficilmente uno sbaglio ma è fondamentale rimanere sulle proprie idee e non affrontare

situazioni che sarebbero meglio assolte da colleghi più competenti.

Conduzione del colloquio

In letteratura si distinguono i contenuti dai processi i primi infatti si riferisco alla quantità e alla

qualità delle informazioni i secondi invece identificano le diverse fasi dell’interazione sviluppata

dai due interlocutoria scopo didattico è bene dividere anche tra variabili legate al cliente e variabili

legate al conduttore.

Variabili relative al paziente

Il contesto in cui ha luogo il colloquio è importantissimo, inoltre anche la gravità della situazione

deve influire sul relativo intervento. La gravità si rileva in base alla intensità e durata degli episodi

psicopatologici. Le situazioni gravi devono essere distinte in acute e croniche perché ciascuno di

esse richiede modalità di conduzioni di colloquio differenti.

Variabili relative all’operatore

Anche le avariabili relative all’operatore sono importanti nel trattamento clinico. Un elemento

fondamentale è l’ansia del clinico che deriva dal dubbio di risolvere il problema del paziente.

Quindi un misto tra ansia di prestazione e preoccupazione per l’incontro di una nuova persona. Tale

ansia provoca dei meccanismi di sicurezza che possono influenzare il trattamento:

• Chiusura rigida in una teoria psicopatologica e quindi si chiede al paziente di rientrare in

alcuni canoni perdendo completamente di flessibilità necessaria invece per una buona

alleanza, in realtà invee è necessario modificare la propria tecnica in base al paziente

• Massiccia identificazione con il proprio ruolo professionale che si identifica in

atteggiamenti di freddezza e distanza oppure anche il contrario assumendo atteggiamenti

troppo amichevoli

• Iperattività nelle domande nelle interpretazioni e nei commenti l’operatore si manifesta

visibilmente ansioso oppure il suo contrario l’ipoattività il paziente è sostanzialmente

lasciato a se stesso e il clinico non reagisce a nessun stimolo da parte del paziente

• Fretta di giungere ad una conclusione che porta ad un’ipotesi tirata via selezionando solo

informazioni che la confermano e scartando quell’altre per evitare una dissonanza.

Inoltre per sviluppare un buon colloquio il tecnico dovrebbe avere delle capacità tecniche minime e

quindi deve capire e saper lavorare con una varia gamma di personalità.

Tecniche di conduzione del colloquio clinico

Lo scopo di queste tecniche è costruire un canale di comunicazione all’interno del quale possono

fluire la maggior parte dei contenuti informativi. Non esiste una tecnica migliore delle altre l’utilità

della tecnica dipende dalla sua efficacia ovvero dalla sua capacità di produrre risultati significativi

con uno specifico paziente. Naturalmente tali tecniche non devono essere sate per difendersi dagli

effetti emotivi del rapporto con il cliente ma solo ad uso manipolatorio.

Domande

Questa è la tecnica maggiormente utilizzata, in genere si raccomanda un certo equilibrio tra

domanda aperta o chiusa. Qualsiasi siano il tipo delle domande esse dovrebbero essere indirizzate

dagli obiettivi che si propone l’operatore. Mantenere una netta distinzione tra domanda aperta e

chiusa non è facile tanto è vero che di solito si arriva ad un compromesso tra le due tecniche con le

domande checklist.

Tecniche di facilitazione

Ovvero tecniche che hanno lo scopo di facilitare la comunicazione in genere anche solo la presenza

attenta del clinico può assolvere tale scopo. Tra le tecniche di incoraggiamento ricordiamo:

1. incoraggiamento continui pure, mi sembra interessante

2. risposte riflesso attraverso le quali l’operatore riafferma gli aspetti cognitivi ed emotivi

espliciti in ciò che ha detto il paziente

3. sintesi possiamo riassumere

esistono poi anche tecniche più direttive come il riportare il paziente a un argomento oppure

favorire il passaggio verso un altro oppure comunicare al paziente di non aver capito.

Queste tecniche se fatte bene migliorano anche la relazione emotiva tra paziente e clinico.

Tecniche di chiarificazione

Con il termine chiarificazione si intende una tecnica a se stante sia il risultato ottenuto con altre

tecniche; la tecnica chiamata appunto chiarificazione consiste nell’esplorare insieme al paziente

tutti gli elementi delle informazioni da lui ricavate che magari sono vaghi o incompleti. Le reazioni

dei pazienti di solito sono positive perché si sentono coinvolti. Possono poi venir usate delle

tecniche che portanmo ad una chiarificazione:

• specificazione ovvero domande chiuse che il paziente può rispondere a monosillabi in modo

da poter raccogliere informazioni dettagliate

• generalizzazione l’opposta alla tecnica precedente

• verifica dei sintomi alcuni pazienti sono vaghi nella descrizione dei propri sintomi ma la

loro conoscenza è indispensabile quindi si passa a presentare al paziente una lista di

comportamenti tipici di un disturbo

• mettere in relazione reciproca soprattutto di fronte a nessi che sembrano illogici indagare

attraverso domande di approfondimento

• parafrasi si ripete ciò che ha appena detto il cliente cercando di essere più chiari e dettagliati.

Tecniche di modificazione del contenuto della comunicazione

Esistono varie tecniche una di queste è l’interpretazione il presupposto di tale tecnica è quello di

saperne di più a proposito del significato della comunicazione. L’interpretazione quindi cerca di

risolvere la natura conflittuale del materiale ipotizzando sottostanti difese inconsce che fanno

presentare quello che è illogico come logico. Le interpretazioni devo essere poche perché il

disvelamento dei contenuti può creare disturbi al soggetto inoltre l’interpretazione può essere vista

come qualcosa di inutile ed attratto perché appunto non immediatamente riconoscibile. Le

interpretazioni comunque possono essere utili per vedere se il paziente è in grado di accogliere su di

se diversi punti di vista inoltre può essere il momento in cui il paziente sperimenta la capacità di un

altro di interessarsi a lui e comprendere aspetti non manifesti. Un’altra tecnica è quella della

ristrutturazione cognitiva il clinico riformula opinioni e sensazioni comunicati dal paziente in modo

da fornirgli una nuova prospettiva, questa tecnica è utile per affrontare pregiudizi e pensieri

irrazionali, in tale tecnica il paziente può intravedere nuove possibilità di ragionamento. Infine

l’ultima tecnica è quella del silenzio esso può essere una tecnica deliberatamente usata per lasciare

spazio al paziente. Un caso particolare è il silenzio del paziente che naturalmente non è una tecnica

bensì una qualità di interazione a cui possiamo accondiscendere o tentare di modificare. La prima o

la seconda scelta deriva dal livello di ansia della persona, un silenzio comunque carico di tensione

va in tutti i modi interrotto anche se cautamente un silenzio tranquillo invece va rispettato in attesa

che il paziente con i suoi tempi ricominci a parlare.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teoria e Pratica dei Test, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Teoria e Pratica dei Test, Mucciarelli, Chattat, Celani consigliato dalla docente Cuzzocrea. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il punto di vista del soggetto, il mondo visto dalla parte della tecnica, la classificazione dei test psicologici, gli ambiti di applicazione dei test.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in terapia della neuro e psicomotricità dell'età evolutiva
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assidua di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e pratica dei test e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Cuzzocrea Francesca.

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