Il concetto di politica
Per “politica” si intende l’attività volta a stabilire le regole e a prendere le decisioni destinate a rendere possibile la convivenza tra un gruppo di persone: una convivenza possibilmente pacifica all’interno e sicura all’esterno, cioè verso gli altri gruppi. Il nucleo fondamentale della conoscenza politica è il problema del potere. L’ideale di una società bene ordinata è quello in cui le due parti contrapposte dei governanti e dei governati sono meno divaricate: questo ideale è la democrazia. La democrazia è il governo del popolo nel suo insieme o dei cittadini singoli attraverso i loro rappresentanti.
Storia e teoria politica
Elementi di scienza politica
Esiste un’opera ben nota, gli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, alla quale su suole far risalire l’origine degli studi di scienza politica in Italia e dell’insegnamento corrispondente. La politica coinvolge ogni uomo che vive in società. Tanto più in una società democratica in cui ognun è chiamato a partecipare al governo del proprio paese.
Poteri e distinzioni
Fin dall’antichità il tema della politica è connesso a quello delle varie forme di potere dell’uomo. Bobbio propone e discute tre criteri di distinzione: la funzione, il fine, i mezzi del potere. Il criterio dei mezzi è il più adatto per distinguere il potere politico come il potere sommo o sovrano, perché, a differenza del potere economico e del potere ideologico, è caratterizzato dall’uso della forza. La distinzione tra potere politico, potere economico e potere ideologico corrisponde alla delimitazione nel campo delle attività umane che avviene attraverso una lenta trasformazione storica.
Politica e morale
Con la formazione dello stato moderno, si pone il problema del rapporto tra la politica e la morale. Del problema si hanno due soluzioni: la teoria della deroga e la teoria delle due etiche. Bobbio affronta i rapporti di interdipendenza reciproca tra politica e diritto. L’idea del costituzionalismo è lo stato di diritto, che è un potere insieme legittimo e legale.
La natura del potere politico
Generalmente si usa il termine politica per designare la sfera delle azioni che hanno un qualche riferimento diretto o indiretto alla conquista e all’esercizio del potere ultimo in una comunità di individui su un territorio. Non si può prescindere dalla individuazione dei rapporti di potere che in ogni società si stabiliscono fra individui e fra gruppi, inteso il potere come la capacità di un soggetto di influenzare, condizionare, determinare il comportamento di un altro soggetto. Il rapporto fra governanti e governati è un tipico rapporto di potere.
Tipologie di potere
Dal greco kratos, forza, potenza, e archìa, autorità, nascono i nomi delle antiche forme di governo. La tipologia classica tramandata per secoli è quella che si può leggere nella Politica di Aristotele che distingue tre forme tipiche di potere in base alla diversa società in cui si esplica: il potere del padre sui figli, del padrone sugli schiavi, del governante sui governati. Quest’ultimo è il potere politico, il potere cioè che si esercita nella polis. Per distinguere queste tre forme di potere Aristotele adopera il criterio delle persone nell’interesse delle quali si esercita il potere.
Distinzione tra poteri
Nell’età moderna, John Locke dichiara di voler affrontare il problema della distinzione del potere del padre sui figli e del capitano di una galera sui galeotti dal governo civile e sostiene che il primo riposa sulla generazione, il secondo sul diritto di punire e il terzo sul consenso. Questa tripartizione ha permesso di distinguere il buongoverno dal malgoverno: due forme tradizionali, infatti, di malgoverno sono sia il governo paterno o patriarcale in cui il governante si comporta coi sudditi come se fossero suoi figli, sia il governo dispotico. Queste sono forme degenerate di potere politico.
Caratteristiche e funzioni del potere politico
Il rapporto di potere politico è una sola delle forme di rapporti di potere esistente fra gli uomini. Per caratterizzarlo si può ricorrere a tre criteri diversi, la funzione che svolge, i mezzi di cui si serve, il fine cui tende. Illuminanti rispetto alla funzione sono le metafore, di cui le più frequenti s’ispirano a un modello biomorfico, secondo cui la comunità che costituisce la polis viene concepita come un organismo, oppure a un modello tecnomorfo secondo cui il compito del governante è tratto dall’analogia con un mestiere o un’arte.
Modelli di governo
Nel primo modello al governo viene di solito assegnato il ruolo della mente; nel secondo modello, i mestieri o arti più frequentemente presi in considerazione sono il pastore, il nocchiero, l’auriga, il medico, il tessitore. Viene messa in particolare rilievo ancora una volta la funzione di guidare. Sono tutte funzioni che per essere esercitate abbisognano di un potere di comandare e quindi di ottenere obbedienza anche contro i recalcitranti, e di punire coloro che non ubbidiscono. Svolgendo la funzione legislativa, il potere politico indirizza positivamente o negativamente i comportamenti dei membri della comunità; mediante la funzione esecutiva ottiene che questi fini siano raggiunti; esplicando la funzione giudiziaria risolve i conflitti che nascono nella società e che, non risolti, sarebbero causa di disgregazione.
Il fine della politica
Il fine della politica è il bene comune, inteso come bene della comunità distinto dal bene dei singoli individui che la compongono. La distinzione fra bene comune e bene del singolo è fra l’altro quella che sin da Aristotele serve a distinguere le forme di governo buone da quelle corrotte: il buon governante è colui che si preoccupa del bene comune, il cattivo bada al bene proprio, si vale del potere per soddisfare interessi personali. Il concetto di bene comune è tutt’altro che chiaro, a causa della varietà di significati storicamente accertabili e la difficoltà di trovare le procedure adatte per accertarlo di volta in volta.
La politica in relazione al bene comune e alla forza
Le molteplici finalità che le comunità politiche si sono proposte nelle diverse situazioni storiche ha fatto dire a Montesquieu: "Quanto gli stati abbiano in generale lo stesso fine, che è quello di conservarsi, ciascuno è portato a desiderarne uno particolare". Per Hans Kelsen lo stato è un ordinamento coattivo, un insieme di norme che vengono fatte valere contro i trasgressori anche ricorrendo alla forza. Una via d’uscita da questa reale difficoltà consiste nel distinguere il bene comune che può essere lasciato indeterminato, essendo variabile secondo i tempi, i luoghi e i diversi regimi, dal bene che tutti gli individui riuniti in una comunità politica hanno in comune, che è quello scopo non raggiungendo il quale lo stato non esiste o si dissolve. Questo scopo minimo è l’ordine pubblico interno e internazionale.
Decisioni e preferenze
La difficoltà di determinare di volta in volta in che cosa consiste il bene comune dipende dal fatto che le scelte possibili sono molte, e che la scelta di una piuttosto che di un’altra alternativa dipende a sua volta dal rapporto di forza fra i vari gruppi politici e dalle procedure che vengono adottate per prendere le decisioni vincolanti la intera collettività, e che sono appunto le decisioni propriamente politiche. L’unico criterio ragionevole che è quello di cui sono fautori gli utilitaristi, e che consiste nel tener conto delle preferenze individuali e nel partire da esse, va incontro a tutte le difficoltà inerenti al calcolo delle preferenze e al modo di sommarle in cui si dibatte senza apparente via d’uscita la teoria delle decisioni razionali.
Distinzione tra potere politico, economico e ideologico
Il criterio più adeguato per distinguere il potere politico dalle altre forme di potere è quello che si fonda sui mezzi di cui le diverse forme di potere si servono per ottenere gli effetti voluti: il mezzo di cui si serve il potere politico, se pure in ultima istanza, è la forza. Il potere economico si vale del possesso di beni necessari in una situazione di scarsità per indurre i non possidenti a tenere un certo comportamento. Il potere ideologico si vale del possesso di certe forme di sapere inaccessibili ai più, anche soltanto d’informazioni, per esercitare un’influenza sul comportamento altrui.
Importanza del sapere
Da questo deriva l’importanza sociale di coloro che sanno: attraverso le conoscenze che essi diffondono e i valori che essi predicano si compie il processo di socializzazione che promuovendo la coesione di gruppo permette ad una comunità di sopravvivere. In quanto il potere politico è caratterizzato dall’uso della forza, esso è il potere sommo e sovrano, il cui possesso contraddistingue in ogni società organizzata la classe dominante.
La politica come azione sociale
Ogni azione politica è un’azione sociale nel duplice senso di azione interindividuale e di azione di gruppo. Ma non ogni azione sociale è azione politica. La categoria della politica è una delle grandi categorie entro cui si divide l’universo sociale. I greci conoscono la distinzione tra la sfera sociale cui appartiene la politica e la sfera individuale cui appartiene l’etica, tra la vita attiva, che si svolge nella società, e la vita contemplativa, che riguarda l’individuo singolo.
Società e politica
Non si preoccupano della distinzione, all’interno della sfera sociale, dei vari ambiti entro cui soltanto l’ambito politico assume un suo carattere specifico. Aristotele parla delle società parziali e le considera come parti della comunità politica. Il pensiero antico ha di fronte a sé una sola società perfetta, la polis, che abbraccia nel suo seno le società minori. Solo col sorgere del cristianesimo e con l’istituzionalizzazione le societates perfectae diventano due, la chiesa e lo stato. Da questa differenziazione nasce il problema della loro distinzione tra potere spirituale e potere temporale.
La politica moderna e la tolleranza
Diventa communis opinio la distinzione tra la vis directiva (potere di dirigere) che è prerogativa della chiesa, e la vis coactiva (potere di costringere), che è prerogativa del potere politico. Nel contrapporsi alla potestà spirituale, i difensori e i detentori della potestà temporale pretendono di attribuire allo stato il diritto e il potere esclusivo di esercitare la forza fisica, lasciando alla chiesa il diritto e il potere d’insegnare la vera religione.
Liberi pensatori e opinione pubblica
Dalla pluralità delle confessioni religiose viene la richiesta, caratteristica di una società secolarizzata, della tolleranza religiosa, che si risolve nella difesa giuridicamente garantita della libertà di coscienza. La richiesta di libertà religiosa si estende alla libertà di pensiero e di opinione e si afferma con la libertà di stampa. Nell’esercizio di tutte queste libertà si costituisce il ceto moderno dei liberi pensatori, degli scrittori indipendenti, dei formatori di opinione pubblica, dei philosophes, in una parola degli intellettuali, che sostituiscono i sacerdoti delle religioni tradizionali nell’esercizio del potere ideologico, cioè dell’indirizzare le menti.
Forme di stato e potere politico
Quelle forme di stato in cui si ha una soppressione della dialettica tra sfera dove si elaborano le idee e sfera dove viene esercitato il monopolio della forza legittima si chiamano totalitarie. L’età moderna conosce un’altra forma di delimitazione della politica, quella che nasce dalla graduale emancipazione del potere economico rispetto al potere politico.
Imperium e dominium
L’imperium del sovrano (comando propriamente politico i cui destinatari sono soggetti umani) non è mai dissociato totalmente dal dominium (potere sulle cose). Con la formazione della classe mercantile borghese che lotta contro i vincoli feudali per la libertà dello scambio prima all’interno dello stato, poi anche all’esterno, la società civile, come sfera dei rapporti economici che ubbidiscono a leggi naturali oggettive, che dovrebbero imporsi alle leggi poste dal potere politico o si ritiene siano regolate da una razionalità spontanea (giusta la dottrina del mercato e della mano invisibile di Adam Smith e degli economisti classici), pretende di staccarsi dall’abbraccio mortale dello stato
Lo stato minimo
e in quanto sfera autonoma che ha proprie leggi di formazione e di sviluppo, si pone come limite alla sfera di competenza del potere politico, anzi tende a restringerla sempre più alle funzioni meramente protettive dei diritti dei proprietari e repressive dei delitti contro la proprietà. Ne nasce la dottrina secondo cui lo stato che governa meglio è quello che governa meno, oggi detta dello stato minimo. Si afferma il pensiero liberale, secondo cui il sistema politico ha la funzione esclusiva di permettere lo sviluppo naturale del sistema economico, e ne è quindi rigidamente condizionato.
Politica e morale
Il problema dei rapporti tra politica e morale si pone sul piano deontologico, o del dover essere, anziché sul piano ontologico, o dell’essere. Si chiama autonomia della politica il riconoscere che il criterio in base al quale si considera buona o cattiva un’azione rientrante nella categoria della politica quale è stata sinora precisata, è diverso dal criterio in base al quale si giudica buona o cattiva un’azione morale.
Il problema morale
Il problema nella sua forma più acuta è nato con la formazione dei grandi stati territoriali moderni nei quali attraverso la condotta dei detentori del potere la politica si rivela sempre più come il luogo in cui si esplica la volontà di potenza. Il primo scrittore politico che pone con la massima chiarezza il problema è Niccolò Machiavelli. Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli si pone il problema se l’uomo sia stato obbligato a stare ai patti, principio fondamentale della morale. Machiavelli espone chiaramente il suo pensiero là dove afferma che per giudicare della bontà o cattiveria di un’azione politica occorre guardare al fine (in altre parole al risultato dell’azione). Il non stare ai patti diventa per lui una condotta non solo lecita, ma doverosa. Si fa risalire a queste pagine la massima che presiederebbe all’azione politica e la distinguerebbe dall’azione morale: il fine giustifica i mezzi. Il nucleo principale della cosiddetta dottrina della ragion di stato, secondo cui la politica ha le sue ragioni, e quindi le sue giustificazioni, diverse da quelle del singolo individuo che agisce in vita dei propri interessi.
Contrasti morali
La condotta degli uomini di stato troppo spesso clamorosamente contraria alle regole della morale, fa sorgere il tema più discusso della filosofia politica: la spiegazione e la giustificazione di questo contrasto. Si hanno due versioni: la prima è quella che spiega e giustifica il contrasto sulla base della differenza tra regola ed eccezione, per cui le regole morali, siano esse fondate su una rivelazione divina, oppure argomenti razionali o storici, sono, sì, universali, nel senso che valgono per tutti i tempi e per tutti gli uomini, ma non sono assolute, nel senso che ammettono eccezioni, e pertanto in taluni casi possono ammettere una deroga.
Morale e politica
Una risposta di questo genere permette di mantener fede all’idea che non vi siano due morali, una pubblica e una privata, ma la morale sia una sola, salvo casi speciali. Queste circostanze rappresentano lo stato di necessità, assunto come giustificazione di un’azione altrimenti colpevole e punibile tanto per l’individuo privato quanto per l’uomo pubblico. Per stato di necessità si intende quello stato in cui un soggetto non può fare a meno di fare quello che fa, cioè non ha scelta. La necessità non ha legge: non ha legge perché è più forte di qualsiasi legge. La stessa massima “il fine giustifica i mezzi” può essere fatta rientrare nel principio della deroga per ragioni di necessità. Il soggetto agente non ha una scelta e quindi non è libero di agire seguendo il precetto morale che gli imporrebbe una diversa condotta.
Due etiche
La seconda spiegazione è che il divario tra morale e politica non dipende dal rapporto regola-eccezione, ma dalla esistenza di due vere e proprie morali, la cui diversità riposa su due diversi criteri di valutazione della bontà o malvagità delle azioni. Max Weber distingue tra etica della convinzione e etica della responsabilità: colui che agisce in base alla prima ritiene che il suo dovere consista nel rispettare alcuni principi di condotta posti come assolutamente validi indipendentemente dalle conseguenze che ne possono derivare; colui che agisce in base alla seconda ritiene di aver fatto il proprio dovere se riesce a ottenere il risultato che si proponeva. Questo contrasto tra due diverse valutazioni della nostra azione costituisce una ragione fondamentale dei conflitti morali che non dipendono dalla incompatibilità di due norme ma dalla differenza dei due criteri. Orbene, ciò che mette la condotta dell’uomo politico in contrasto con la morale comune, è il suo ispirarsi all’etica dei risultati, anziché a quella dei principi. La bontà di un’azione politica si giudica dal successo, e si giudica buon politico colui che riesce a ottenere l’effetto voluto.
Politica e diritto
Il problema del rapporto tra politica e diritto è un problema molto complesso di interdipendenza reciproca. Quando per diritto s’intende l’insieme delle norme entro cui si svolge la vita di un gruppo organizzato, la politica ha a che fare con il diritto sotto due punti di vista: in quanto l’azione politica si esplica attraverso il diritto, e in quanto il diritto delimita e disciplina l’azione politica. Sotto il primo aspetto l’ordinamento giuridico è il prodotto del potere politico. Dove non c’è potere capace di far valere le norme da esso poste ricorrendo anche in ultima istanza alla forza, non c’è diritto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Teoria politica, prof. Cotta, libro consigliato Elementi di Politica, Bobbio
-
Riassunto esame Filosofia politica, Prof. Vergari Ughetta, libro consigliato "Elementi di Politica" e "Modelli di F…
-
Riassunto esame Filosofia politica, Prof. Vergari Ughetta, libro consigliato Elementi di politica , Norberto bobbio
-
Riassunto esame Teoria Politica, prof. Cotta, libro consigliato Vita Activa, Harendt