Riassunti di teoria del linguaggio
I nemici della retorica
La retorica è una disciplina che nasce nella Magna Grecia, nel V/VII secolo a.C., precisamente in(greca). Dopo un periodo di tirannia, in cui i tiranni avevano confiscato delle terre ai patrizi, quest'ultimi per recuperarle, avevano organizzato dei processi in assemblea in cui bisognava difendersi da soli e chi non possedeva una buona proprietà linguistica doveva pagare un retore per farsi scrivere il discorso. Dunque la retorica nasce da un'esigenza sia economica ma soprattutto politica.
La retorica, però, è stata quasi sempre osteggiata e guardata con sospetto da due nemici: un nemico interno alla retorica stessa: la restrizione; un nemico esterno alla retorica: la filosofia.
Nel suo momento di massimo prestigio, il sistema retorico era composto da 5 parti:
- Inventio → è la ricerca degli argomenti e delle prove da utilizzare nel discorso;
- Dispositio → riguarda l'individuazione dell'ordine più efficace nella presentazione degli argomenti;
- Elocutio → si occupa dell'elaborazione linguistica e dunque dei mezzi espressivi;
- Actio → è il momento dell'effettiva messa in atto, recitazione, del discorso (a voce o scritto);
- Memoria → la tecnica utile a imparare a memoria il discorso da pronunciare.
Una morte per esaurimento
Tali sezioni non erano parti separate, ma fasi di un unico processo discorsivo. È proprio la perdita di questa consapevolezza, legata a ragioni storiche e culturali, che ha portato la retorica a subire una restrizione, venendo identificata solamente una delle sue 5 parti, ovvero l'elocutio, con un movimento, che in un saggio intitolato "La retorica ristretta", chiama <<sineddoche generalizzante>>. La restrizione della retorica è una conseguenza della separazione tra l'inventio (gli elementi argomentativi) e l'elocutio (gli argomenti espressivi). Tale separazione è una delle conseguenze di un fenomeno di frammentazione che ha condotto ad una progressiva perdita di unità del sistema retorico. Questa frammentazione ha prodotto il progressivo spostamento dell'inventio dalla retorica alla dialettica. Se ancora nella tradizione classica tutti questi elementi si tenevano insieme, il prevalere di una concezione della retorica come arte del ben parlare, l'ha progressivamente trasformata in teoria del discorso ornato, lasciando alla dialettica solo lo studio degli aspetti logico-argomentativi. Dunque il passaggio dalla retorica alla dialettica porta alla perdita di alcuni aspetti che originariamente le erano centrali, quali l'elemento linguistico e quello emotivo. Nella retorica antica questi due aspetti contribuiscono in modo determinante alla formulazione dell'argomento stesso. È proprio tale unità che si perde quando l'interesse per l'argomentazione diventa esclusivamente dialettico.
L'autarchia della verità
Le ragioni della progressiva decadenza della retorica non vanno ricercate solo al suo interno: ma esiste anche nel pensiero occidentale, un modo di intendere la ragione, il linguaggio e il suo rapporto con la verità che è essenzialmente antiretorico. Vi è appunto la tendenza ad identificare la nozione di verità con quella di evidenza e a considerare il linguaggio come uno strumento per comunicare pensieri. Questa prospettiva conduce ad una concezione della verità che potremmo chiamare autarchica. Una verità che coincide con l'evidenza non ha bisogno d'altro se non di una mente attenta e capace di coglierla: essa è autopersuasiva. Se un discorso è vero, esso risulterà credibile, e se ciò non accade sarà soltanto a causa dei limiti dell'interlocutore.
Alla retorica restano solo due alternative:
- Farsi ancella della filosofia e rassegnarsi ad avere come unico obiettivo quello di comunicare in modo chiaro ed elegante verità trovate altrove e con altri mezzi; in questo caso il discorso retorico è accettato soltanto come mezzo di trasmissione di una verità che si suppone scoperta una volta per tutte;
- Condannarsi e sottomettersi alla filosofia, lasciandosi etichettare come il luogo della seduzione; in questo caso il discorso retorico è visto come luogo in cui la verità viene deformata.
Nessuna delle due alternative prevede che possa esistere una verità retorica, ovvero una verità trovata con mezzi retorici e proprio per questo mai definitiva ma sempre suscettibile di essere ogni volta oggetto di nuovi accordi e riformulazioni.
Gli spacciatori di lusinghe
Platone
Platone è uno dei primi grandi nemici della retorica, e tale rifiuto dipende dal modo di intendere la filosofia e dal suo rapporto con la verità: sosteneva infatti che soltanto la filosofia può aspirare a raggiungere il vero sapere, dunque alla retorica non resta che farsi da parte e accettare il dominio del filosofo. Platone scrive due dialoghi in cui affronta la questione della retorica.
Nel Gorgia → viene condannata la retorica in modo definitivo. Platone rifiuta di considerare la retorica come una techne (ossia come una vera e propria forma di sapere sistematico e per ciò stesso insegnabile), la considera solo come empeirìa (cioè un'abilità pratica che produce solo diletto e piacere) e dunque più esattamente come kolakeia (cioè una forma di lusinga che mira al piacere e non al bene).
Nel Fedro → si assiste a una riabilitazione della retorica, ma essa è solo apparente in quanto la retorica viene ugualmente subordinata alla filosofia. La svalutazione della retorica si fonda sulla convinzione che non abbia alcun rapporto con la verità e che la persuasione sia separata da qualsiasi forma di sapere. Pertanto, Socrate distingue due forme di persuasione:
- Una persuasione che produce credenza senza sapere;
- Una persuasione che produce scienza (epistème).
La retorica è in grado di ottenere soltanto quel tipo di persuasione che fa credere e non quella atta ad insegnare intorno al giusto e all'ingiusto. Dunque essendo la retorica definita in questo modo, i retori vengono identificati solo come <<spacciatori di lusinghe>>. Di conseguenza soltanto la filosofia è in grado di produrre la persuasione che si fonda sul sapere.
Nel Fedro la retorica è caratterizzata come un tipo di discorso differente dalla verità, in quanto interessato all'opinione e al verosimile (eikòs), inteso come ciò che sembra alla moltitudine. Dal momento che questo verosimile nella maggior parte della gente si viene a formare per somiglianza con il vero, e poiché è soltanto il dialettico, e non il retore, a possedere la conoscenza vera, l'unico a potersi definire buon retore sarà il dialettico.
Per Platone l'unica retorica che può essere salvata è quella che:
- Rinuncia alla sua autonomia;
- Si sottomette alla dialettica;
- Si identifica con la dialettica;
- Si rassegna al suo unico ruolo di portavoce.
Da ciò, Egli fa una distinzione tra:
- Retorica cattiva → finalizzata all'inganno (smentita dai sofisti): è la retorica manipolativa;
- Retorica buona → portatrice di persuasione vera (smentita dalla dialettica), ma conduce in realtà all'annullamento della retorica stessa: è la retorica narrativa.
La ragione antiretorica
Vickers
Egli mostra che:
- In epoca medievale la retorica ha subito un processo di frammentazione e di subordinazione alle altre discipline affini;
- Durante l'umanesimo e il rinascimento la retorica ha vissuto una stagione fortunata e di rinascita, la retorica diventa oggetto di studio grazie alle scoperte che vengono fatte dalle opere antiche.
Valla
In aperta polemica con i filosofi scolastici, arriva a sostenere che la dialettica non è altro che una parte della retorica. Per Egli, dunque, retorica e dialettica si presentano come due strumenti cooperanti, come due sorelle sermocinali, legate da una relazione complementare.
- Retorica → volta a dare efficacia al discorso e alla parola sul piano affettivo dei rapporti sociali;
- Dialettica → preoccupata di elaborare principi di coerenza strutturale delle preposizioni e delle dimostrazioni.
I ragionamenti dialettici forniscono una verità nuda e spetta alla retorica ornarla e vestirla. È una buona retorica quando riesce ad ornarla ed è una cattiva retorica quando la camuffa.
Ramo
A lui è tradizionalmente attribuita l'esplicita e programmatica riduzione della retorica alle sole due parti dell'elocutio e dell'actio, riservando unicamente alla dialettica l'inventio e la dispositio. Da ciò in netta contraddizione con l'idea aristotelica*, sostenendo che esista una unicità (dunque un solo) del metodo conoscitivo chiamato Metodo Deduttivo o Scientifico e rifiutando la distinzione tra una logica del contingente (per la scienza) e una logica del necessario (per l'opinione).
*Aristotele distingue due logiche, una per la scienza l'altra per l'opinione: Ramo invece afferma che sebbene le cose conosciute siano le une necessarie e scientifiche, le altre contingenti e opinabili, proprio come la vista è in comune per vedere tutti i colori, così l'arte di conoscere è una sola e medesima dottrina per percepire ogni cosa. In poche parole, Aristotele afferma che per conoscere gli oggetti del mondo bisogna avere diversi metodi tanto quanti sono gli oggetti da conoscere, Ramo al contrario afferma che ne esiste solo uno. Dunque se la logica è soltanto una e coincide con la dialettica, non c'è spazio per un inventio specificatamente retorica.
Si può così affermare che la filosofia moderna ha nutrito nei confronti della retorica un sostanziale disprezzo; ogni strategia retorica è vista come un modo per ingannare e confondere le idee.
La verità abbaglia, non persuade
Cartesio
Non stupisce che un filosofo come Cartesio, che aveva deciso di ritenere pressoché falso tutto ciò che era soltanto verosimile, guardasse con sospetto e disprezzo una disciplina considerata dominio del verosimile. La verità abbaglia, non persuade.
Egli è un po' più drastico nei confronti della retorica, rispetto a Platone che quanto meno lasciava alla retorica uno spiraglio di salvezza; infatti egli afferma che la ricerca della verità è un'impresa esclusivamente individuale e solitaria che mal si adatta agli strumenti dialogici del discorso dialettico-retorico; alla verità ci pensano la filosofia e la scienza, la retorica può essere riconosciuta solo come luogo dove esporre agli altri le ragioni già conosciute, ma la scoperta di queste ragioni è affare esclusivo della filosofia.
La retorica della vittoria
Hobbes
Egli rifiuta di attribuire alla retorica qualsiasi valore euristico. Fa inoltre una distinzione fra due tipi di sapere:
- La logica:
- Sapere matematico, razionale, che produce vera convinzione.
- Mira alla verità;
- Basato su principi veri;
- Utilizza parole nel loro significato letterale;
- La retorica:
- Mira al verosimile;
- Ha un sapere dogmatico, emotivo e commovente;
- Mira alla vittoria;
- Basato sulle opinioni;
- Utilizza metafore;
La retorica come il bel sesso
Locke
Nel suo saggio sull'intelligenza umana, individua tre fini del linguaggio:
- Rendere noti ad altri i propri pensieri o idee;
- Farlo nel modo più facile e svelto possibile;
- Comunicare in tal modo la conoscenza delle cose.
Egli dunque, concepisce il linguaggio esclusivamente come uno strumento di comunicazione di pensieri e conoscenze; non esiste un linguaggio che abbia come obiettivo quello di influenzare, condizionare e modificare (in una parola persuadere) gli atteggiamenti e le opinioni degli interlocutori. La retorica infatti trova posto soltanto tra gli abusi delle parole e, più esattamente, nel settimo tipo di abuso, quello consistente nell'uso figurato delle parole.
"La retorica è come il bel sesso, potente strumento di errore e di inganno, magari piacevole ma pur sempre ingannevole. Quando sono in gioco l'arida verità e la conoscenza delle cose come sono, quando si tratta di informare e di istruire e non di procurare piacere e diletto, essa può soltanto avere un potere di distorsione del giudizio, insinuando idee errate e muovendo le passioni." Secondo Locke il linguaggio deve essere trasparente, come se le parole passassero attraverso un tubo trasparente; riflette su quali sono gli usi poco chiari del linguaggio, gli abusi. Il femminile da un lato lo si considera attraente ma allo stesso tempo è pericoloso. L'arguzia è la capacità tipica del poeta, è quell'intuito che permette di trovare metafore, che stimola la sua creatività, la sua fantasia. L'arguzia e la fantasia secondo Locke sono le meglio accolte nel mondo. Locke chiama la retorica "arte dell'errore". Esagera la gravità del suo attacco e prova allo stesso tempo diffidenza e attrazione di fronte a tale questione.
Dunque Locke ha una concezione negativa della retorica, essa può solo:
- Avere un potere di distorsione del giudizio;
- Insinuare idee errate;
- Muovere le passioni;
- I suoi strumenti sono imperfetti e abusano della lingua.
Locke salva solo due aspetti della retorica:
- L'ordine;
- La chiarezza.
La stessa osservazione potrebbe essere fatta anche per altri grandi nemici della retorica, come Platone, Cartesio e Hobbes, che sono alcuni tra i filosofi più abili nell'uso di raffinate strategie retoriche. Esempi sono la scelta del dialogo o l'uso del mito in Platone, il racconto in prima persona o il ricorso alle analogie in Cartesio, o ancora la metafora dello Stato su cui si fonda l'intera teoria politica di Hobbes.
L'arte di servirsi della debolezza umana
Kant
Secondo la concezione kantiana, una conoscenza, purché sia vera, non ha bisogno di nient'altro che di se stessa e di una mente razionale per poter essere riconosciuta. Dunque la verità autarchica (la conoscenza vera) non ha bisogno della retorica per affermarsi in quanto si riconosce da sola dalla mente umana. Da questa concezione della verità, Kant, distingue due tipi di credenze:
- Convinzione (Uberzeugung) →
- Una credenza valida solo per chi possiede la ragione;
- Ha carattere oggettivo e universale;
- Avere una convinzione per kant significa avere una certezza, un'idea fondata;
- L'unica cosa che rende comunicabile una conoscenza è il fondamento oggettivo. Chi è razionale certe verità non può non accettarle;
- È una credenza accordata oggettivamente da ogni uomo;
- Se una certa credenza ha il carattere di convinzione, essa non può che essere riconosciuta da chiunque sia in possesso di ragione.
- Persuasione (Uberredung) →
- Una credenza soggettiva, privata, che non deve diventare pubblica perché priva di qualsiasi fondamento esterno al soggetto;
- È soltanto una semplice apparenza, poiché il fondamento del giudizio, che è unicamente nel soggetto, viene considerato come oggetto;
- Viene posta su un piano negativo;
- Una credenza religiosa può essere una persuasione, perché solo mia;
- Fa leva sui sentimenti.
Per Kant la retorica è solo apparenza, è pericolosa e corrompe gli animi. È "l'arte di servirsi della debolezza umana ai propri fini".
Kant chiama eloquenza:
- L'arte di persuadere, non semplicemente del dire;
- È una dialettica che si allontana dalla poesia se non quanto è necessario per guadagnare gli animi all'oratore e toglier loro la libertà;
- Vede nella retorica solo la capacità di abbindolare con una bella apparenza;
- È un'arte pericolosa che corrompe gli animi e toglie la verità;
- Perfino quando persuade di cose giuste, la retorica, dal momento che lo fa suscitando sentimenti ed eccitando l'immaginazione, è in ogni caso condannabile.
Dal punto di vista kantiano:
- Un'azione è morale, veramente buona, soltanto quando è compiuta per se stessa, lo è più che per il suo contenuto, per la motivazione che mi spinge a farla, per l'intenzione;
- Noi dobbiamo scegliere azioni buone perché sono buone, non bisogna tenere conto delle ricompense divine;
- Io non devo fare la carità per andare in paradiso, né per pena, ma per un'azione fine a se stessa, senza condizionamenti esterni;
- Dice Kant, non basta fare ciò che è giusto, ma bisogna farlo soltanto perché è giusto;
- Già dobbiamo per forza fare uso del linguaggio, non dobbiamo anche per forza mettere in moto le macchine della persuasione, le quali, potendo anche essere adoperate per abbellire o nascondere il vizio o l'errore, non possono impedire del tutto il segreto sospetto di qualche insidia dell'arte.
Le ragioni che spingono Kant a condannare la retorica, sono in questo caso più di natura morale che epistemologica. Kant, come già Cartesio, Hobbes e Locke, salva soltanto, tra i valori retorici, la chiarezza e ammette l'uso, purché moderato, di esempi, a patto che non siano violate le regole dell'armonia della lingua.
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