Teorie e tecniche del colloquio psicologico
Premesse
La tecnica del colloquio si pone tra la psicologia dinamica (che esplora il modo in cui funziona la mente umana) e la clinica (che esplora come si può intervenire sul disagio). La psicodinamica rappresenta perciò qui la teoria alla base della pratica clinica. Nel colloquio, tecnica utilizzata e relazione con il paziente sono inseparabili. La tecnica è intesa come strumento per entrare in relazione con il paziente, e la relazione è a sua volta lo strumento per poter intraprendere un percorso di cambiamento con l’altro. Quest’ultima rappresenta il modo in cui il clinico si pone nei confronti del paziente, modo il quale determina l’esito del colloquio, ed in definitiva sancisce se la tecnica risulterà efficace o meno.
Il modello della comunicazione
Nonostante esistano diverse proposte teoriche, non si è ancora arrivati ad individuare un modello "evoluto" della comunicazione interpersonale che spieghi come l’interazione tra due persone possa cambiare gli attori, tenendo conto di tutti i fattori coinvolti nell’interazione stessa.
Domande salienti
Prima di ogni colloquio è importante porsi alcune domande, tra cui:
- Che obiettivo ha il colloquio?
- La persona è motivata?
- Qual è l’accordo tra il clinico e la persona?
- Che setting ho a disposizione?
Che costrutti servono
Per parlare di teoria e tecniche di colloquio psicologico, è utile conoscere alcuni costrutti fondamentali:
- Motivazione: Non si può condurre un colloquio con una persona non motivata, poiché la motivazione rappresenta la base per il cambiamento
- Aspettativa: Cosa si aspetta il paziente dalla terapia? È un’aspettativa realistica?
- Alleanza: Intesa come alleanza terapeutica tra paziente e clinico
- Transfert: Il quale ha a che fare con le emozioni di paziente e terapeuta
- Controtransfert: Il quale ha sempre a che fare con le emozioni di paziente e terapeuta
- Empatia: La quale ha a che fare con la capacità di sintonizzazione con l’altro
- Sintonizzazione: Il sapersi mettere sullo stesso piano emotivo dell’altra persona
Questi costrutti sono trasversali a tutti gli approcci terapeutici, tranne transfert e controtransfert, i quali sono utilizzati in particolare nella terapia psicodinamica.
Tecnica o accoglimento
La tecnica non ha in sé valenza positiva o negativa, è neutra, e deve essere esaminata all’interno del campo intersoggettivo della relazione. Naturalmente, perché esista la possibilità che risulti efficace, è necessario che il terapeuta la conosca approfonditamente. La tecnica acquista valore positivo o negativo a seconda della specifica relazione tra quel clinico e quel paziente. Un atteggiamento del terapeuta che risulta positivo per un paziente può risultare negativo per un altro, e le rispettive risposte avranno effetti diversi sul terapeuta stesso: è perciò fondamentale essere coscienti del fatto che ad ogni azione corrisponde una reazione, ed essere pronti ad adeguare la tecnica di conseguenza.
Come valutare il colloquio
Nel valutare l’efficacia o meno di un colloquio è necessario valutare lo stesso a tre diversi livelli:
- Esito
- Processo
- Microprocessi
Ad esempio, nel caso di paziente che lamenta una fobia si potrebbe osservare:
- Esito: Il paziente non presenta più la fobia di cui si lamentava all’inizio.
- Processo: Il paziente riesce a parlare più spesso di svariati aspetti relative alle relazioni con gli altri, collegati in qualche modo alla sua fobia ma non riconosciuti direttamente come problematici dalla persona. Questo livello riguarda quindi un cambiamento più strutturale, relativo alla relazione.
- Microprocessi: Si osservano cambiamenti nel linguaggio paraverbale, come la velocità a cui il paziente parla, e altri aspetti non verbali, come ad esempio la diminuzione di comportamenti ansiosi quali il toccarsi le mani o l’evitare il contatto visivo.
Se ci si appoggia solo alla tecnica si perde la relazione.
Tipi di colloquio
In ambito clinico esistono diversi tipi di colloquio, ossia:
- Di consultazione
- Di psicoterapia (ovvero quei colloqui condotti da clinici di orientamenti diversi rispetto a quello psicoanalitico)
- Psicoanalitico (il tipo di colloquio con tradizione più lunga)
- Psichiatrico
Ognuno di essi:
- Ha le sue tecniche
- Ha il suo setting
- Ha le sue regole
- Richiede specifiche competenze
Antonio Alberto Semi: Tecnica del colloquio
Il colloquio
Esistono diverse definizioni di colloquio psicologico, tra cui si ricordano quella di Semi (1985) e quella di Sullivan (1967).
Semi, 1985: “La tecnica (ossia il colloquio) è uno strumento che noi abbiamo elaborato per far sì che le modificazioni (dovute al fatto che due persone sono entrate in contatto) avvengano coscientemente e in modo conoscibile.” Questa definizione è importante perché evidenzia come, in seguito all’interazione con l’altro, si subisca una modificazione.
Sullivan, 1967: “Il colloquio è una situazione in cui la comunicazione avviene: in primo luogo, a voce, in un gruppo di due persone che si incontrano più o meno volontariamente sulla base di un rapporto esperto-cliente con lo scopo di chiarire il modo caratteristico di vivere della persona in esame, paziente o cliente, modo di vivere che egli trova particolarmente molesto o degno di nota e dalla cui chiarificazione egli si attende un beneficio.”
Sullivan specifica che il colloquio avviene in un gruppo di due persone, ovvero evidenzia come non sia la somma di una persona più un’altra, ma una gestalt in cui il tutto è più della somma delle singole parti. Nota poi come a volte il colloquio non sia volontario (ad esempio nel caso di un intervento coatto, o di un paziente che arriva in terapia perché “gli hanno detto di andare a farsi vedere”) – su questo tema è bene aggiungere che anche nella persona motivata c’è comunque sempre una parte inconscia non motivata che oppone resistenza al cambiamento.
L'ambiente
Si distingue in:
- Luogo fisico (stanza e arredamento; corpo del conduttore; appuntamento)
- Setting (esterno)
- Ambiente interno (la relazione)
C’è poi l’aspetto che riguarda l’ambiente istituzionale, ovvero dove si situa il setting (studio privato, pubblico…). Freud affermava che, se si vogliono controllare al meglio le variabili del setting, bisogna eliminare i tocchi e le informazioni personali – questo naturalmente a lungo andare ha preso una piega estrema, al punto in cui alcuni clinici non uscivano più di casa per evitare ogni possibile forma di contatto personale con i propri pazienti. Ecco, questo chiaramente è eccessivo. Il punto di Freud è che il setting può condizionare il paziente.
Ovviamente non esiste un setting completamente privo di informazioni, perché anche la mancanza di arredamento comunica a chi ci entra alcuni aspetti del clinico – l’importante, essenzialmente, è non essere eccessivi nell’arredamento, ed essere consapevoli del proprio stile personale e di quali effetti esso può avere sul proprio interlocutore.
La stanza
Perché il dialogo con il paziente possa avvenire in modo adeguato, occorre che, relativamente all’ambiente, siano rispettate alcune condizioni minime. Tali condizioni esistono per mettere a proprio agio tanto il paziente quanto il terapeuta, il quale rischia altrimenti di non essere in grado di svolgere al meglio la propria funzione. Fondamentale è che il colloquio avvenga in una stanza chiusa. La porta, in questo contesto, rappresenta non solo una barriera fisica, ma altresì una barriera metaforica che permette al paziente di distanziarsi dall’ambiente esterno e passare il tempo della seduta in un luogo sicuro, dal quale nulla entra e nulla esce: in una stanza chiusa si può parlare di ciò di cui non si può parlare all’esterno. Proprio per mantenere la distinzione netta tra dentro e fuori è importante che non si verifichino intrusioni da parte di terzi: per questo è bene che anche i cellulari (sia del terapeuta che del paziente) rimangano spenti, o in modalità silenziosa senza vibrazione. Se il telefono del paziente dovesse suonare, si può naturalmente chiedere gentilmente di spegnerlo. Qualche intrusione va comunque messa in conto, soprattutto se si lavora in un contesto pubblico con molti dipendenti: ogni tanto può capitare che qualcuno apra accidentalmente la porta.
Sempre in tema di intrusioni, può capitare ad esempio che un genitore domandi al terapeuta come poter aiutare il proprio figlio (maggiorenne) in terapia. In casi come questo o simili, a meno che il paziente in questione non presenti problematiche relative all’esame di realtà, è bene non dare suggerimenti, spiegando però la ragione dietro alla nostra scelta. Un esempio di risposta potrebbe essere: “Gentile Signora X, in qualità di terapeuta di Y non posso risponderle, ma se dovesse avere bisogno di un aiuto le posso consigliare qualcuno a cui rivolgersi. Dal momento che è importante che tra me e Y ci sia trasparenza, la invito a parlare con lui/lei di questo nostro scambio di mail/messaggi/altro”. L’importante, in questi casi, è sempre salvaguardare la trasparenza tra noi ed il paziente in questione.
L'arredamento
In breve, basta che non sia eccessivo – ovvero che non sia troppo personalizzato, ma neanche sterile. È inevitabile che una parte dello stile personale del clinico, seppur minima, trapeli dall’arredamento: l’importante è esserne coscienti, e sapere che si tratterà di una variabile in più durante la terapia. In questo senso lo stile giusto, entro i limiti della ragione, non esiste.
Per quanto riguarda la presenza dell’orologio, è bene appenderne uno alla parete dietro alla poltrona del paziente, in modo da poterlo guardare durante la seduta grazie alla visione periferica. Se poi il paziente dovesse richiederlo, se ne può eventualmente appoggiare uno più piccolo sul tavolino accanto a lui – questo comunque è a discrezione del clinico; ad ogni modo, in linea generale, è forse meglio partire senza, ed in caso aggiungerlo in seguito.
Per quanto riguarda le poltrone, la distanza consigliata tra le due è quella della bolla personale, ovvero quanto basta perché la persona che il clinico ha davanti (e anche il clinico stesso) si possa sentire tranquilla. Vale a dire né a 50 centimetri l’una dall’altra, ma neanche a 5 metri. Da ricordare qui che la dimensione della bolla personale può variare tra culture diverse.
L’arredamento che va a comporre il setting varia poi in base all’orientamento del clinico. Ad esempio, il setting psicoanalitico (quello dello studio di Freud a Londra nel 1938, per intenderci) è studiato nello specifico per favorire la regressione, da cui la presenza del divanetto.
L'appuntamento
Il modo in cui si fissano gli appuntamenti dipende dal luogo in cui si lavora: se si pratica in un’istituzione pubblica, in genere il cliente si rivolge alla segreteria, mentre nel privato è il clinico stesso a prendere personalmente accordi con i propri pazienti, ed è importante che lo faccia in modo adeguato, e che ricordi quindi di specificare sempre:
- Giorno della seduta (data e giorno della settimana)
- Ora della seduta
- Luogo della seduta (indirizzo, piano, eventuale citofono, ecc.)
È poi buona norma chiedere un recapito al cliente, in modo da poter comunicare eventuali variazioni di luogo o orario. E se il paziente, nel prendere appuntamento telefonicamente, inizia a parlare a ruota libera dei propri problemi? Si risponde una qualche versione cortese di “ne parliamo quando ci vediamo di persona”, perché la telefonata non è il setting adeguato a condurre un colloquio.
A questo proposito, esistono anche i colloqui online, che però non sostituiscono, almeno in ambito psicodinamico, quelli dal vivo, a meno che la situazione non lo richieda, come in caso di trasferimento temporaneo del paziente all’estero. Se, una volta stabilito un orario fisso per le sedute, dovesse rendersi necessaria una variazione, è buona norma consegnare al paziente un biglietto scritto, oltre che comunicarlo verbalmente, in modo da evitare equivoci, soprattutto in quei casi in cui i cambi di orario sono frequenti.
Setting interno
Con questo termine si indica l’insieme delle caratteristiche personali e disposizionali del terapeuta, ovvero il contenimento psicologico che egli è in grado di offrire al proprio paziente. È simile al concetto di vicinanza emotiva, ed è piuttosto indipendente dal setting fisico – si potrebbe in sostanza fare terapia camminando in piazza (brutta idea, ma è per fare un esempio). Questo non significa però che le regole del setting fisico possano essere abbandonate dopo l’avvio della terapia, perché tali regole esistono sì per tutelare il paziente, ma anche per tutelare il clinico stesso ed evitare che commetta errori: regole cardine come il non lasciar trapelare troppe informazioni personali, o il non dare consigli al paziente in terapia, vanno seguite sempre.
La motivazione del paziente
È essenziale che la motivazione del paziente alla terapia sia intrinseca. In genere, essa è determinata dalla condizione di sofferenza psichica in cui la persona si trova: la persona che sente di avere un problema sarà certamente più motivata a cercare aiuto rispetto a quella a cui tutti dicono di andare a farsi vedere, ma che è fermamente convinta di non avere nulla. Chiaro che se un paziente presenta palesemente problematiche psichiatriche gravi si può parlare di TSO, in cui la motivazione conta poco o niente.
La motivazione del paziente può poi aumentare nel tempo (e anzi, è auspicabile che aumenti), a mano a mano che si scoprono le ragioni dietro al sintomo.
Non si può portare l'altro dove l'altro non vuole andare.
La motivazione del clinico
Così come ogni paziente può avere svariati motivi per voler intraprendere un percorso di terapia, anche il terapeuta può avere più ragioni che lo portano a voler svolgere il proprio mestiere. In base alla natura di tali motivazioni, possono derivare diversi atteggiamenti del clinico:
- Entusiasmo o indifferenza: Il primo è l’atteggiamento del clinico che prova interesse reale per il paziente, perché considera un privilegio il fatto che qualcuno si apra proprio con lui. Il secondo è l’atteggiamento del clinico che dà invece questo fatto per scontato, e rischia quindi di dover fingere quello stesso interesse. In genere, i clinici all’inizio della carriera sono più entusiasti di quelli che lavorano nello stesso ambito già da anni: con l’andare del tempo si tende infatti all’indifferenza, perché è più facile che subentri una sensazione di già visto. Nulla di male in questo, ma è bene saperlo per potersi regolare di conseguenza.
L’avere una buona motivazione rientra in quelli che Semi chiama prerequisiti fondamentali – se ad uno non importa nulla delle altre persone, è improbabile che possa mai essere un buon clinico: il voler conoscere la storia dell’altro presuppone infatti una minima dose di interesse per il prossimo. Oltre alle motivazioni consce, il clinico può essere spinto nella sua pratica anche da motivazioni inconsce. L’aver vissuto esperienze simili ed identificarsi di conseguenza con la sofferenza dell’altro, il volersi sentire utile, il voler sbirciare nella vita delle altre persone, il desiderio di gratificazione, sono tutti esempi di motivazioni inconsce, che come tali non sono sempre delle più nobili.
L'aspettativa
Cosa desidera e cosa si aspetta di ricevere il paziente dalla terapia? In genere, ciò che i pazienti desiderano e/o si aspettano sono:
- Una risposta all’intensità e all’urgenza del proprio disagio
- Un miglioramento, o un altro vantaggio personale
- Essere visti e riconosciuti come esseri umani
- La conferma (o disconferma) di credenze inconsce, che possono o meno essere patologiche. Può essere un esempio di ciò il caso di una persona molto dipendente dagli altri, che è convinta di non farcela da sola e di aver sempre bisogno dell’aiuto di qualcuno: parlare con il terapeuta può rafforzare tale credenza (“Devo andare dallo psicologo: allora ho davvero bisogno di qualcuno!”) oppure indebolirla (“L’andare dal terapeuta di mia spontanea volontà è un atto di indipendenza”).
Lo scopo della terapia
Lo scopo della terapia è quello di attivare un processo di conoscenza rispetto alla realtà psichica del paziente, sulla base di un accordo tra quest’ultimo ed il clinico, ammesso che – e non è scontato – quel clinico possa seguire quella persona.
Le regole del colloquio
Regola I: La regola del linguaggio
Che linguaggio si utilizza durante le sedute? Semi afferma che “Il linguaggio che si utilizza durante un colloquio è quello del paziente, dunque non un linguaggio tecnico-scientifico”. La regola perciò è quella della semplicità, altrimenti il paziente può sì rispondere alle domande che gli vengono poste dal clinico, ma se non capisce cosa quest’ultimo sta chiedendo, c’è il rischio di incomprensioni.
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Appunti Teoria e tecnica del colloquio e dell'intervista
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Riassunto esame tecnica del colloquio psicologico prof. Saliani, libro consigliato Modelli del colloquio, Del Corno…