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Teoria dell'organizzazione

Che cos'è la sociologia dell'organizzazione

Mary Jo Hatch

Perché studiare la teoria dell'organizzazione

1. Che cos'è la teoria

La teoria è uno strumento che attraverso la sua applicazione offre indicazioni pratiche.

1.1 Definizione di teoria, fenomeni di interesse, concetti e astrazione

Teoria: insieme di concetti le cui relazioni offrono la spiegazione, l’interpretazione o l’apprezzamento di un fenomeno di interesse.

Concetti: elementi di base della teoria. Forniscono categorie mentali che permettono di classificare, organizzare e fissare nella memoria le idee. Si formano per mezzo dell’astrazione. Non sono un’aggregazione di tutte le informazioni, ma sono più sintetici Formando un concetto si ignorano le specificità e ci si concentra solo sulle caratteristiche comuni alle diverse informazioni (= processo di astrazione).

Astrazione: processo che comporta la separazione mentale di un’idea dai suoi casi particolari.

1.2 Chunking e generalizzabilità

L’astrazione consente di processare rapidamente l’informazione, ma anche di accorpare vaste quantità di conoscenze in un solo concetto. Il chunking è un fenomeno cognitivo per il quale gli esseri umani sono in grado di processare mentalmente 7 frammenti informativi alla volta (si può pensare a 7 cani e basta, oppure, concettualizzando, si può pensare a tutti i cani come un chunk unico e pensare ad altri 6 animali). Il chunking consente di manipolare grossi blocchi di conoscenze che vengono riassunte in concetti mediante l’astrazione. Il chunking è significativo per la teorizzazione, perché consente di mettere in relazione masse di conoscenze, e di manipolarle per ottenere nuove conoscenze.

Una teoria acquista generalizzabilità quando i concetti sono massimamente astratti; una teoria di questo tipo si può applicare a tante situazioni e le condizioni limitanti sono poche. La generalizzabilità presenta vantaggi (la teoria può essere applicata a molti casi) e svantaggi (l’applicazione della teoria è meno ovvia e diretta).

1.3 Le sfide della teorizzazione

La teoria non può risolvere problemi; essi possono essere risolti dalle applicazioni della teoria. Gli studiosi di organizzazione sono alla costante ricerca di nuovi approcci per spiegare e comprendere le organizzazioni.

2. Le diverse prospettive

Le teorie correlate formano grandi chunk, le prospettive teoriche derivano da affinità nel modo di definire, teorizzare e studiare i fenomeni. Adottare una prospettiva normativa significa definire una teoria in base alle sue applicazioni pratiche.

La teoria dell’organizzazione è dominata da 3 prospettive principali (accomunate dall’esigenza normativa):

  • Prospettiva moderna. Si focalizza sulla spiegazione causale, che presuppone la definizione di cause e conseguenze del fenomeno di interesse. I metodi usati sono quelli del ragionamento matematico, e quindi si ricorre ai numeri e alla statistica per confermare le inferenze causali, ottenute dall’analisi quantitativa dei dati.
  • Prospettiva simbolica. È interessata all’esperienza soggettiva, e cerca di comprendere. Tende a immedesimarsi nelle situazioni in cui si trovano gli oggetti dello studio, per capire come interpretano i fenomeni che li riguardano. I metodi usati sono quelli qualitativi, che sono in grado di comunicare l’esperienza soggettiva. C’è però il pericolo che i ricercatori generalizzino troppo.
  • Prospettiva postmoderna. Si interessa alle pratiche manageriali, cercando non di offrire spiegazione o comprensione, ma apprezzamento, per stimolare la riflessione e la consapevolezza. I metodi cercano di rivedere le teorie del modernismo in chiave critica (i modernisti si immedesimano troppo senza riflettere). Emergono differenze tra le prospettive ispirate alle scienze (moderna e normativa) e quelle ispirate dagli studi umanistici (simbolica e postmoderna).

2.1 La base filosofica delle prospettive: ontologia ed epistemologia

Le differenze tra le prospettive si possono esprimere in base a ontologia ed epistemologia.

Ontologia: branca della filosofia che studia gli assunti sull’esistenza e le definizioni della realtà (posizione sulla natura del mondo).

Epistemologia: branca della filosofia che studia il processo cognitivo e il contenuto della conoscenza (modo in cui si può conoscere il mondo).

Sono interconnesse perché gli assunti epistemologici definiscono il tipo di conoscenze che verranno usate per affrontare il reale come viene definito dall’ontologia.

Ontologia come oggettivismo contrapposto al soggettivismo

  • I modernisti seguono l’ontologia obiettiva, credono in una realtà incrollabile sottratta all’influenza umana. Le cose esistono indipendentemente dalla nostra conoscenza di esse. La conoscenza è possibile attraverso l’osservazione indipendente, che implica che persone diverse possano fare osservazioni analoghe su uno stesso oggetto.
  • Chi si affida all’ontologia soggettiva, invece, crede che l’ontologia oggettiva non è in grado di portare alla conoscenza di molti fenomeni. I soggettivisti si soffermano su ciò che emerge da pensieri, sentimenti. I fenomeni quindi vanno osservati attraverso pregiudizi che gli oggettivisti accusano di rendere inaffidabili i risultati delle ricerche.

Epistemologia come positivismo contrapposto all’interpretativismo

  • L’epistemologia positivista afferma che la verità sui fenomeni si può scoprire applicando il metodo scientifico (sviluppando ipotesi e proposizioni sulla base della teoria, mettendole alla prova raccogliendo dati). I metodi preferiti sono l’analisi dei dati hard (numeri).
  • L’epistemologia interpretativista afferma che le conoscenze si possono comprendere solo nei contesti che danno significato all’esperienza. Infatti ognuno interpreta ciò che gli accade in base alla situazione in cui si trova, in base ai suoi ricordi e alle sue aspettative. Quindi nello stesso luogo e tempo persone diverse possono leggere e interpretare la stessa realtà in modi diversi. Gli interpretativisti pensano che non sia possibile l’ontologia soggettiva. Infatti essi rifiutano il metodo scientifico e si rivolgono ai metodi interpretativi di arti e studi umanistici. Preferiscono quindi i dati soft (interviste, osservazione).

La svolta (linguistica) postmoderna

I postmodernisti negano che le parole rappresentino cose, mentre affermano che il linguaggio coincide con la realtà (scrivendo, parlando si dà concretezza all’essere e alla realtà). Il mondo non si riflette nel linguaggio, ma è costituito dal linguaggio. L’adozione della prospettiva postmoderna implica che non ci possa essere nessuna identità o realtà al di fuori di quella che viene creata dal linguaggio, perché il linguaggio dà sostanza agli individui e a tutto ciò che li circonda. Questa affermazione definisce una posizione ontologica nichilista; dal punto di vista epistemologico afferma che non si può veramente conoscere nulla.

La posizione dei postmodernisti viene definita svolta linguistica, e ha alcune conseguenze:

  • I discorsi plasmano la realtà e influenzano il modo in cui si usa il linguaggio e ciò di cui si parla.
  • Il linguaggio integra l’oratore, le parole dette e il discorso.
  • Il significato e la realtà sono in continuo divenire, si evolvono insieme al discorso.

Concetti centrali nel postmodernismo sono il potere e la comunicazione, perché chi controlla la comunicazione ha il potere di modificare la realtà.

Sintesi delle 3 prospettive della teoria organizzativa

Prospettiva moderna
  • Ontologia: oggettivismo. La realtà è oggettiva, non è modificabile, esiste indipendentemente dall’individuo.
  • Epistemologia: positivismo. La realtà si conosce attraverso una concettualizzazione e una misurazione (analisi quantitativa), attraverso cui ci si può avvicinare all’esatta conoscenza del mondo oggettivo. La scienza si evolve, passando da uno stato meno avanzato a uno stato più avanzato.
  • Le organizzazioni sono entità reali, operano nel mondo reale.
Prospettiva simbolica
  • Ontologia: soggettivismo. La realtà a cui hanno accesso gli esseri umani non è la realtà oggettiva del mondo, ma è il frutto della mediazione di processi mentali.
  • Epistemologia: interpretativismo. Il mondo è il risultato di azioni umane. Per capire il mondo, quindi, è necessario immergersi in esso e capire il senso che le persone danno alle loro azioni. Le interpretazioni cambiano sempre, quindi la scienza non progredisce da uno stato meno a uno stato più avanzato, ma cambia continuamente.
  • Le organizzazioni sono continuamente ricostruite dai loro membri. Sono costruite socialmente.
Prospettiva postmoderna
  • Ontologia: il mondo è un insieme di testi, la realtà può essere analizzata solo in modo linguistico, perché ogni cosa è rappresentata dal linguaggio.
  • Epistemologia: la conoscenza non è in grado di rappresentare fedelmente la verità, perché non esiste una realtà indipendente, ma solo interpretazioni.
  • Le organizzazioni sono siti in cui si sviluppano rapporti di potere, oppressione, cattiva comunicazione. Sono il prodotto del linguaggio.

Una breve storia della teoria dell'organizzazione

1. Agli albori della teoria dell’organizzazione

Le organizzazioni e i processi organizzativi non sono stati analizzati nel periodo tra il XVIII e il XIX secolo. La domanda di conoscenza aumentava, soprattutto in due ambiti:

  • Interessi normativi dei dirigenti d’azienda che erano interessati a sapere come progettare al meglio le organizzazioni per aumentare la produttività.
  • Interessi accademici di economisti e sociologi, che erano interessati a comprendere il ruolo delle organizzazioni all’interno della società.

Questi interessi si estesero anche agli uffici governativi e del settore pubblico. I fondatori della teoria dell’organizzazione si rivolsero a manager aziendali e amministratori pubblici, con l’obiettivo di proporre soluzioni a problemi organizzativi comuni. La teoria dell’organizzazione, nata da una commistione di interessi normativi e accademici, è una commistione di teoria e pratica.

1.1 Adam Smith

Primo studioso a sviluppare una teoria dell’organizzazione in cui spiega come la divisione del lavoro crea efficienza economica. Nella sua opera Saggio sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni descrisse le tecniche di produzione di una fabbrica di spilli come esempio della sua idea di divisione del lavoro. La divisione del lavoro ha a che fare con la ripartizione dei compiti lavorativi fra gli individui e il conseguente aumento della produttività. È un concetto fondamentale per la struttura sociale. Riteneva che il progresso economico generato dall’industrializzazione avrebbe condotto al progresso sociale (al contrario di Marx che era scettico).

1.2 Karl Marx

Elabora la teoria del capitale. Gli esseri umani devono soddisfare i bisogni di sopravvivenza. Questi bisogni creano un ordine economico quando, al fine di soddisfare esigenze primarie, le persone scoprono che il lavoro collettivo produce efficienza economica (vantaggi). L’efficienza economica crea surplus di tempo e materie prime che possono essere investiti per appagare desideri. Secondo Marx il capitalismo si basa sull’antagonismo tra gli interessi del capitale (i capitalisti, che possiedono fabbriche e mezzi di produzione) e gli interessi della forza-lavoro (i lavoratori): tale antagonismo riguarda le modalità di divisione del surplus (ovvero dei profitti in eccesso), perché ciascuna delle due parti sostiene che il surplus le appartiene. Ma questo conflitto sociale si inasprisce nella ricerca della profittabilità, che assicura la sopravvivenza dell’impresa. Il margine di profitto dipende dall’organizzazione, perché la competizione tra le imprese tende a far abbassare i prezzi di beni e servizi, rendendo necessaria quindi la riduzione dei costi di produzione. Ciò spinge i capitalisti a fare pressione sulla forza lavoro (considerata un costo di produzione) perché lavori in modo più efficiente, e quindi i capitalisti inventano nuove forme di controllo manageriale sull’operato dei lavoratori. La manodopera viene mercificata, e ciò porta allo sfruttamento dei lavoratori e alla loro alienazione (avviene quando gli operai si autosfruttano accettando condizioni di lavoro che favoriscono gli interessi del capitale). L’alienazione e lo sfruttamento sono inevitabili se i lavoratori non si organizzano per resistere al controllo manageriale (es. attraverso i sindacati). Secondo Marx le economie capitalistiche sarebbero restate in vita solo fino a che non si fosse sviluppata una cultura decisa a rovesciarle. Ad oggi l’insorgere di perturbazioni sociali (primavere arabe, Indignados, Occupy Wall Street) indicano che si stanno formando queste nuove sottoculture che richiedono la redistribuzione della ricchezza e una nuova organizzazione della produzione.

1.3 Émile Durkheim

Dopo più di un secolo dall’introduzione del concetto di divisione del lavoro di Adam Smith, scrisse un intero libro su questo tema. Portò tale concetto al di fuori della fabbrica e lo estese alla spiegazione del profondo mutamento strutturale che accompagnò il passaggio dalle società agricole alle società industriali nel corso della rivoluzione industriale. Egli descrisse tale mutamento nei termini di una maggiore specializzazione, gerarchia e interdipendenza dei compiti nella divisione del lavoro. Queste idee di Durkheim hanno fornito i concetti base adottati dai sostenitori della prospettiva moderna (come i metodi quantitativi di ricerca). Propose la distinzione tra organizzazione informale (focalizzata sui bisogni dei lavoratori) e organizzazione formale (focalizzata sulla divisione del lavoro, gerarchie e interdipendenza dei compiti). Questa distinzione porta a una contrapposizione tra aspetti economici e umanistici dell’organizzazione.

1.4 Max Weber

Voleva comprendere come l’industrializzazione incide sulla società. Sosteneva che prima del processo di industrializzazione le società erano organizzate sulla base del potere tradizione o carismatico; con l’industrializzazione invece si afferma il potere razionale-legale.

  • Il potere tradizionale è uno status ereditario che si definisce e mantiene in base alla tradizione (es. proprietà di un padre al figlio);
  • Il potere carismatico è una forma di autorità che viene riconosciuta a quegli individui che, grazie alle loro caratteristiche e personalità, possono esercitare una leadership sugli altri (es. Cristo o Maometto, Gandhi, Churchill, Kennedy o Martin Luther King).
  • Il potere razionale-legale avrebbe sostituito il nepotismo del tradizionale e il culto della personalità del carismatico, selezionando meritocraticamente sulla base di leggi razionali il leader titolare del potere. In questa forma di potere i governanti sarebbero stati vincolati a leggi e regole; inoltre chiunque può aspirare a diventare leader.

Weber si rendeva conto che il potere razionale-legale non si sarebbe potuto realizzare concretamente; inoltre era rischioso. I rischi di tale tipo di potere sono descritti nel libro La teoria dell’organizzazione sociale ed economica, dove ipotizza che la burocrazia può razionalizzare l’ambiente sociale e estendere l’efficienza delle organizzazioni industriali alla società. Weber riconobbe che i risultati della razionalizzazione burocratica dipendono dai valori umani. Distingue tra:

  • Razionalità formale: basata su tecniche di calcolo (es. per misurare l’efficienza)
  • Razionalità sostanziale: finalizzata all’azione, all’utilizzo delle tecniche di calcolo

Secondo Weber entrambe sono indispensabili: adottando solo la razionalità formale si costruirebbe una gabbia di ferro che trasforma ogni essere umano in una parte di un ingranaggio.

1.5 Frederick Winslow Taylor

Si rese conto che per gestire efficacemente gli operai era necessario conoscere gli aspetti tecnici del lavoro e comprenderne le motivazioni psicologiche. Sviluppò l’idea del management scientifico (o taylorismo), che consisteva nell’applicazione di metodi scientifici ai processi lavorativi per migliorare la produzione, ridurre i costi di produzione e aumentare i salari. Questo sistema avrebbe massimizzato i benefici apportati dalle fabbriche alla società, e favorito la cooperazione tra manager e lavoratori. La filosofia taylorista ispirò molti altri, e portò molti ad applicarla per ridurre il numero di movimenti al fine di aumentare la produzione (Frank e Lilion Gilbreth); altri invece considerarono il management scientifico come pericoloso e sovversivo perché avrebbe intaccato la fiducia tra management e lavoratori il taylorismo quindi incontrò oppositori tra i difensori dei diritti dei lavoratori. NB: Le pratiche tayloristiche applicate alle linee di montaggio prendono il nome di fordismo.

1.6 Mary Parker Follett

Sosteneva che i principi che regolano le comunità sociali si possono applicare anche agli enti pubblici e ad altre organizzazioni. Elabora una teoria manageriale basata sul principio dell’autogoverno, secondo cui i membri di un gruppo, interagendo per raggiungere obiettivi comuni, sarebbero riusciti a soddisfare sé stessi e anche a far crescere il gruppo stesso. Le sue idee anticipano i concetti di democrazia industriale. Follett intravede quindi la possibilità di avere organizzazioni autogestite, sottolineando che una società democratica dovrebbe perseguire obiettivi democratici e che il potere dovrebbe essere con e non sopra gli individui.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher filipix95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Marzano Marco.
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