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Teoria dell’impresa e del mercato

Istituzioni: organizzazioni e regole. Idee: teorie dietro le politiche.

Le idee sono filtrate dalle istituzioni diventando politiche. Per ogni paese, stato o situazioni

occorrono diverse idee e istituzioni in considerazione dei fattori spazio temporali che li

caratterizzano.

1929: Crisi di istituzioni e di idee.

Cambiamento di idee: Keynes introduce il concetto di spesa pubblica nel calcolo del

prodotto interno lordo:

Y= C + I + (X-M) + G

Dove C sono i consumi che dipendono dal reddito, I gli investimenti che dal costo del

denaro (tasso di interesse), X le esportazioni e M le importazioni.

In Italia dopo la crisi attraverso l’istituzione dell’IRI le banche diventano società pubbliche.

L’IRI era un istituzione creata per acquisire le banche in via di fallimento. Negli anni 30 lo

Stato acquisendo le banche acquisisce una parte rilevante del sistema industriale italiano.

1933-37: “new deal” il piano di riforme economiche e sociali promosse dal presidente

americano Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il

Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli USA a partire dal 1929.

Trasformano le idee keynesiane. Investimenti infrastrutturali, creazione di agenzie come la

TAV (tendency agency valley). Su tali tipi di agenzie si sviluppa negli anni 50 in Italia la

cassa del mezzogiorno.

1944 Conferenza di Bretton Woods per stabilire le regole delle relazioni commerciali e

:

finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Il sistema stabilito era un gold

exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al

dollaro, il quale a sua volta era agganciato all'oro. Gli accordi di Bretton Woods favorirono

un sistema liberista, il quale richiede, innanzitutto, un mercato con il minimo delle barriere.

A differenza del sistema che lo precedette (Gold Standard), la mobilità dei capitali fu

limitata, poiché si era consci dell'enorme peso che essa ebbe nel determinare la crisi del

'29. Con la conferenza di Bretton Woods i tassi di cambio monetari diventano fissi

sebbene siano aggiustabili.

1947: Piano Marshall: piano degli Usa per aiutare l’Europa nella ricostruzione. Tale piano

è figlio delle idee keynesiane adottate in quel periodo. Sulla base della conoscenza che S

= I ovvero che i risparmi sono uguali agli investimenti, gli USA aiutano i paesi europei

fornendo risparmi dall’esterno. Questo perché in Europa a causa della guerra non era

possibile risparmiare internamente. Per far ripartire l’economia occorrono fonti esterne.

1970-71

15/08/71 finisce il gold exchange standard e il sistema di produzione che aveva

caratterizzato l’epoca precedente il fordismo. Mutano i rapporti geopolitici: finiscono gli

imperi e la Cina entra nelle nazioni unite.

Nasce negli anni 70 la globalizzazione finanziaria e la rivoluzione informatica.

1992-93: In Italia crisi della Lira. Il paese a rischio default reagisce con un grande

processo di privatizzazione delle più grandi società pubbliche allo scopo di recuperare

liquidità. Tale processo non è avvenuto attraverso un adeguato studio e ricerca come negli

altri paesi europei. Ad esempio in Gran Bretagna la privatizzazione venne stanziata non

con il semplice scopo di fare cassa ma per cambiare le idee e le istituzioni reagendo ai

cambiamenti spazio temporali.

Le banche nel 1993 tornano a essere private dopo che erano state rese pubbliche sotto il

fascismo dopo la crisi del 1929.

Finisce l’economia mista che ha caratterizzato l’Italia nell’epoca precedente.

1999-2000: Nell’est asiatico crisi da globalizzazione finanziaria. La crisi da globalizzazione

finanziaria deriva da una fuga di capitali all’estero. Alla fine degli anni 90 si assiste negli

Usa ma anche in Italia (titolo Tiscali-Pagine gialle) al boom dei titoli tecnologici creando

così una bolla speculativa. Dall’Est asiatico si spostano capitali verso i mercati statunitensi

ove il rendimento di altri investimenti è molto più alto. Con la differenza che gli investimenti

nei titoli speculativi non creano occupazione e produzione a differenza di altri investimenti

meno redditizi.

2008: Crisi sia congiunturale che strutturale. Una crisi congiunturale è una crisi ciclica

determinata da alcuni fattori specifici non strutturali e facilmente rimovibili. La crisi

strutturale è tipicamente causata da fattori strutturali.

Crisi del debito privato dovuto alla deregolamentazione.

La globalizzazione attuale è finanziaria e produttiva: ovvero la possibilità di spostare

capitali e imprese da una parte all’altra del mondo staccando così il legame tra produzione

e territorio.

Si possono distinguere due crisi dal 2008 a oggi: la crisi dei subprime e dei debiti sovrani.

La deregolamentazione dei mercati finanziari è una delle cause principali della crisi del

2008 poiché ha portato all’allentamento dei sistemi di controllo nel sistema di prestiti di

capitale consentendo di poter effettuare operazioni di trasferimento del rischio prima

inimmaginabili. La deregolamentazione finanziaria è figlia delle idee sulle aspettative

razionali di Robert Lucas che presupponeva nei suoi modelli economici razionalità

illimitata da parte degli operatori, assenza di asimmetrie informative e quindi prezzi dei

titoli che rispecchiano il reale valore economico. In quest’ottica il mercato è colui che

meglio riesce a gestire la creazione di ricchezza e per questo non deve essere controllato

in alcun modo.

Capitalismo anglosassone: Il management prende le decisioni, il capitale viene reperito

sull mercato azionario. I vantaggi sono ritrovabili nella migliore efficienza in quanto il

management sceglie velocemente e avendo specifiche competenze e il mercato funziona

liberamente secondo logiche di efficienza. Limite di tale sistema è la separazione tra

proprietà e management.

Capitalismo renano: Il capitale viene preso dalle banche in cui operano i rappresentanti

dei sindacati. Il vantaggio è la possibilità di prendere decisioni strategiche a lungo termine

invece di quelle tattiche di breve periodo. Lo svantaggio è la composizione del cda delle

banche.

Economia mista: In Italia la differenza con gli altri paesi è di tipo politico. Le due grandi

forze politiche erano la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano che da un

punto di vista dei fondamentali economici non erano liberiste e che seppur

apparentemente diverse erano negli ideali economici molto vicine. Infatti l’IRI sopravvisse

alla II guerra mondiale e ciò portò lo Stato a controllare il 60% del sistema industriale

italiano. Tale modello durò fino al 1992.

La crisi in Italia

La caratteristica del nostro paese è che in altri Stati sono state prese decisioni strategiche

volte a contrastare la crisi non solo nel breve periodo ma nel medio lungo periodo. Le

classi dirigenti (che non include esclusivamente la classe politica ma tutte quelle persone

dotate di potere che attraverso le proprie decisioni possono incidere sulle performance

dello Stato) sono state incapaci di prendere decisioni impopolari che potevano dare buoni

risultati nel medio-lungo termine.

Competitività: del paese viene controllata da un indice in particolare: R = E Pi/Pe. Dove

R è il tasso di cambio reale che è uguale al tasso di cambio nominale per la ragione di

scambio ovvero il rapporto tra prezzi interni e esterni.

Se i tassi di cambio sono fissi la competitività del paese è data dalla capacità di produrre

gli stessi beni e servizi a costi inferiori. In questo caso un eccesso di inflazione incide sulla

competitività del paese.

ANNI ’50: Boom economico. In vent’anni l’Italia diventa un paese ricco. Uno dei motivi di

tale boom italiano è stato l’assenza dell’inflazione.

ANNI ’70: Nei primi anni ’70 finisce il regime di tassi di cambio fissi e diventano variabili. Il

tasso di cambio nominale (E) diventa una variabile importante per agire sul tasso di

cambio reale e quindi sulla competitività del paese. Modificando il tasso di cambio

nominale svalutando la moneta si hanno due conseguenze: si favoriscono le esportazioni

mentre si sfavoriscono le importazioni. Aumentando il costo dei beni importati (l’Italia

importa una grande quantità di energia) aumentano i costi legati ai beni prodotti e quindi i

loro prezzi. L’effetto è l’inflazione.

1972-1973 L’Italia svaluta la Lira, a differenza di altri paesi Europei, sfruttando

l’opportunità data dal regime di tassi variabili. Le decisioni economiche hanno risentito del

ciclo politico per dare risultati elettorali immediati.

Negli anni ’70 c’è la crisi petrolifera, aumenta il costo del petrolio e l’Italia si ritrova ad

affrontare tale situazione con una moneta debole, svalutata. Alla crisi energetica possono

corrispondere due risposte: investire per produrre energia alternativa o consumare meno

energia. L’Italia sceglie questa seconda strada (domeniche a piedi, taglio del consumo dei

termosifoni nei condomini).

La svalutazione della Lira porta a un effetto positivo immediato con l’aumento delle

esportazioni ma ha come effetto successivo l’inflazione che negli anni ’70 supera il 20%.

La competitività acquisita nel breve periodo con l’aumento delle esportazioni si perde nel

medio lungo termine con l’aumento dell’inflazione.

Inoltre negli anni ’70 i lavoratori erano la classe più influente a livello politico e arrivano ad

imporre che il salario (W) fosse legato ai prezzi (P). (Salario Reale = W/P). Così facendo il

costo del lavoro aumenta tramite tale meccanismo (chiamato scala mobile) facendo

aumentare il costo del prodotto e aumentando i prezzi. L’inflazione schizza. Tale

meccanismo finisce con il referendum abrogativo sulla scala mobile del 1985.

Infine negli anni ’70 gli imprenditori italiani non effettuano investimenti produttivi ma

investimenti finanziari. Infatti in questi anni i titoli di stato davano rendimenti molto alti

poiché lo Stato per reperire i fondi doveva offrire un rendimento almeno pari al tasso di

inflazione sui prezzi. Ciò porta l’Italia a non effettuare investimenti produttivi a differenza

degli altri paesi europei che nel medio lungo periodo aumentano la capacità produttiva del

proprio paese.

ANNI ’80: Nel 1979 l’Italia aderisce allo SME il sistema monetario europeo: finiscono i

tassi di cambio flessibili e si adotta il cosidetto “serpente monetario”: le monete hanno

cambi fissi oscilla bili entro certi margini. Non potendo aumentare le esportazioni con la

svalutazione negli anni ’80 si accumula il debito di Stato. Se negli anni ’70 non si fa il

cambiamento strutturale necessario negli anni ’80 non solo si continua a ritardare tale

cambiamento ma si accumula debito pubblico.

ANNI ’90: Ciò porta nel 1992 l’Italia a rischiare il default. Le soluzioni adottate per risolvere

tale crisi sono state essenzialmente: la privatizzazione di massa e uscire dallo SME

svalutando così la moneta del 20% consentendo all’Italia di recuperare competitività nel

breve periodo fino al 1997 quando si decide di essere tra i soci fondatori dell’Euro

ritornando così a un sistema di cambi fissi. Nel 1995 infatti l’Italia ha una crescita del Pil in

linea con la media mondiale questo è spiegabile con un recupero artificiale di competitività

causato dalla svalutazione della lira del 20%.

ANNI 2000: I primi anni sono anni di boom economico mondiale tuttavia mentre gli altri

paesi crescono del 5-6% il nostro Pil aumenta del 2-3%. Nel 2000 e nel 2001 tuttavia la

crescita del Pil italiano è in linea (e nel 2001 supera) la media mondiale. Questo perchè

nel 1999-00 il mondo ha risentito della crisi della globalizzazione finanziaria del sud est-

asiatico e l’Italia in questo periodo sfrutta il vantaggio di avere un mercato finanziario poco

sviluppato (tuttavia avere un mercato finanziario arretrato ha rappresentato un costo per

l’Italia in periodi di crescita).

CRISI 2008: Crisi più importante per l’Italia da 150 anni, l’aspetto che emerge è l’entità e

la durata di tale crisi. Si possono distinguere due crisi dal 2008 a oggi: la crisi dei subprime

e dei debiti sovrani. L’Italia ha un eccesso di debito che rappresenta un problema per il

nostro paese in quanto più il debito è alto e più è rischioso e gli interessi sono alti.

Un secondo problema tipico italiano è la struttura industriale caratterizzata in prevalenza

da piccole e piccolissime imprese. Tali imprese hanno il vantaggio di essere diffuse nel

territorio e di avere una struttura flessibile, tuttavia esse incontrano difficoltà nel vendere i

prodotti all’estero, spostarsi ed essere competitive in altri mercati poiché tali operazioni

sono troppo onerose. Inoltre l’Italia ha incontrato sempre più difficoltà nelle esportazioni

che hanno rappresentato storicamente una variabile fondamentale della ricchezza del

nostro paese. Questo per un duplice motivo: innanzitutto le esportazioni dipendono dalla

ricchezza dei paesi esteri che importano i prodotti e quindi in fase di recessione l’Italia ha

risentito di più di tale situazione; inoltre l’Italia esporta prodotti a alta intensità di lavoro e

per questo risente dell’aumento di competitività di prodotti di altri paesi (Cina) che hanno

un costo del lavoro minore. Per questi motivi l’Italia dovrebbe cercare di investire di più in

prodotti ad alta intensità di capitale e ciò risulta difficile per le piccole imprese che hanno

più difficoltà a reperire capitale per investire in ricerca e sviluppo. Infatti mentre gli

investimenti pubblici in R&S dell’Italia sono in media con gli investimenti degli altri paesi, la

grande differenza è data dagli investimenti del settore privato.

Per risolvere tale situazione in Italia si è cercato di costruire e tenere in vita

artificiosamente grandi imprese nel meridione. Tale idea nasceva dalla teoria dei poli di

sviluppo di perroux: costruire poli di sviluppo nel paese avrebbe trainato la crescita

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

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