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Mille e una guerra

Dalla guerra alle guerre

Dall’analisi della natura dei conflitti armati sorti dalla fine della II GM, risulta una generale crescita di quelli interni rispetto a quelli interstatali, ancora più evidente con la fine dell’ordine bipolare. La guerra si è spesso configurata come un fenomeno autonomo, con caratteristiche autopropulsive e morfogenetiche, il che significa che i fattori che ne sono alla base si rafforzano per azione e reazione reciproca e tendono a generare mutazioni adattive. In alcune aree la guerra è divenuta perenne, a volte assumendo andamento carsico, si è mescolata in maniera ambigua e ambivalente con i processi di pacificazione, come nel caso colombiano, dell’Iran e dell’Afghanistan.

La conflittualità perenne è strettamente collegata alla presenza di reti di sostegno politico transnazionale e di forme particolari di economia. I conflitti perenni facilitano e sono facilitati dalla crescita di un’economia ombra transregionale e dal proliferare delle organizzazioni criminali violente che tendono ad assumere la configurazione di veri e propri ‘sistemi sociali criminali’, in special modo le mafie della droga.

Anche quando la fenomenologia dello scontro sembra avere le sembianze di una guerra tradizionale, l’asimmetria delle forze in campo e la motivazione ufficiale segnalano un’importante trasformazione ideologica e fattuale. Un discorso simile può farsi per la cosiddetta ‘guerra al terrorismo’ in Afghanistan e per quella ‘preventiva’ in Iraq, dove la logica della guerra si è mescolata con l’idea di ‘azioni militari di polizia’ e con il fine di rendere sicura un’area attraverso la politica di allargamento delle zone di ‘pace democratica’ e di libero mercato.

Le attuali trasformazioni della guerra rispecchiano lo scenario complesso e ambivalente in cui si manifestano: pluralità delle forme asimmetria, ibridazione e il connubio tra tecnologia e barbarie, ne sono i tratti distintivi. Quasi tutte le guerre odierne presentano caratteristiche che ne fanno scontri a-lineari. Si sono affermate combinazioni di operazioni di guerra convenzionale, azioni trans-militari e conflittualità non militare, condotte con armi nuove e meno nuove o con armi ‘non-armi’ (tecnologie civili con scopo distruttivo). Azioni altamente lesive dei diritti umani, massacri e genocidi, si sono accompagnati a pratiche basate sull’uso di mass media e new media. La pluralità delle forme conflittuali è tra le espressioni più significative della decostruzione degli assetti della prima modernità, sotto le spinte e controspinte della globalizzazione e della frammentazione.

Gli attori non sono più solo gli stati, ma veri e proprio network pubblici o privati di violenza armata, grazie alla dissoluzione della distinzione tra struttura politica, società civile e struttura tecnico-militare. Sono le funzioni che la violenza bellica esercita a livello economico, socioculturale, oltre che politico che vanno poste al centro dell’analisi. La conflittualità, che vede impegnati signori della guerra, terroristi, leader militari-religiosi, narcotrafficanti e folle deliranti, tende ad essere non assoggettabile ad alcuna regola, determinando un arretramento del processo indicato da Elias come ‘civilizzazione’, caratterizzato da dispositivi inibitori della violenza nelle relazioni sociali.

La situazione sembra suggerire la presenza di un processo di rispecchiamento e omologazione che vede produrre relazioni conflittuali con una tendenza a rispondere sullo stesso tono dell’avversario, innescando spirali di violenza contaminante. Questi dispositivi mimetici della violenza sono stati rilevati dallo storico Van Creveld, che ha osservato, nei conflitti recenti, una progressiva somiglianza tra i contendenti; tesi riproposta anche da Ferguson. Infine, le forme della nuova conflittualità hanno anche un’incredibile portata simbolica, amplificata e spettacolarizzata dai mass media. Realtà e rappresentazione si mescolano, aprendo il fronte della battaglia semantica.

Contesto globale, dinamiche imperiali e privatizzazione

La pluralità delle forme conflittuali contemporanee si colloca in un contesto in cui processi di globalizzazione si accompagnano a fenomeni di disgregazione politica e sociale, con la creazione di poli o blocchi regionali. Ci troviamo in un contesto più articolato e deregolato con significative caratteristiche, quali: l’assetto globalizzato e multicentrico dell’economia, una regionalizzazione del gioco politico-strategico, un accentuarsi di complessità e fluidità data dal moltiplicarsi e diversificarsi degli attori, sia come nodi di global governance che come minacce ad essa, e la presenza di una sola superpotenza egemonica a livello militare, ma sfidata con strategie e tattiche asimmetriche.

È cambiata la natura delle autorità politiche per la progressiva inclusione nei processi di decision making di attori sovranazionali e subnazionali e per i legami trasversali. Dagli anni ’70 l’importanza di organismi non statali è significativamente aumentata, ma la trasformazione che ha generato un crescente disordine è dovuta alla contrapposizione tra sovranità pubbliche e private, che hanno dato vita a diversi livelli di conflittualità.

Si manifestano, poi, mutamenti qualitativi anche con aspetti rivoluzionari. Per esempio, attraverso una trasformazione dei concetti di giuridicità si impone la logica della negoziazione, propria della ratio economica, che sembra tendere a sostituire quella dell’argomentazione, tipica del diritto. Il ‘diritto globale’ si vincola alla territorialità. Nuovi soggetti privati, sono in grado di influenzare la produzione di norme. Lo stato si trova a confrontarsi con poteri trasversali, che creano, attraverso il gioco delle ‘conseguenze non-intenzionali’ effetti perversi e dinamiche difficili da regolare ed arginare. Il diritto globale non è più procedimento, ma processo che articola un insieme di regole-cornice di cui gli attori possono avvalersi secondo la loro razionalità strategica.

Già Simmel e Durkheim avevano notato che l’intensificarsi degli scambi e il moltiplicarsi delle relazioni, oltre che degli attori in gioco, producevano un’accelerazione nei processi di mutamento sociale, introducendo forti e ripetute discontinuità. Oggi, la weberiana fluidità si è completamente realizzata nella ‘modernità liquida’ teorizzata da Bauman.

Crescita del disordine, anarchia e violenza diffusa

La nuove realtà globale è fonte di un’incredibile ampliarsi di opportunità, ma anche di disordine e rischi. All’anarchia tra gli stati, si accompagna il caos, per cui lo spazio globale è volatile, insidioso e aziona dinamiche contraddittorie e paradossali. Secondo Strange si potrebbe parlare di ingovernance.

Da una parte le configurazioni violente delle relazioni sociali e politiche tipiche delle aree di crisi presentano una rilevante forza di propagazione e destabilizzano intere regioni, a causa del fenomeno dei rifugiati, con pesanti ricadute, per i paesi confinanti aree di crisi, in termini di sicurezza, salute e crisi dei servizi. Infine, i circuiti economici illegali tendono a diffondersi ben oltre i contesti di crisi in cui proliferano e le aree sicure vengono contaminate e infiltrate dal caos presente nelle zone di conflitto.

Dall’altra, nuove forme di violenza si sviluppano e diffondono nei grossi centri urbani delle società avanzate, con periferie ingrossate da flussi migratori dove la sopravvivenza è sempre più legata all’illegalità. Enzensberger descrive uno scenario in cui regna la violenza e nel quale si sviluppano ‘guerre molecolari’ mosse dall’incapacità di distinguere tra distruzione ed autodistruzione riproponendo le dinamiche di quelle che Augé ha definito ‘surmodernità’. Hassner parla di una guerra civile globale, definita da una violenza diffusa; Kaplan e Pfaff, con la tesi del neo-barbarismo definiscono la situazione globale frammentata e caotica, in cui la divisione tra gli stati ha lasciato il posto alla divisione fra individui, che sono però più violente, essendo basate su fratture di natura culturale, religiosa ed etnica. L’irrazionalità di queste differenze, rende il ricorso alla violenza una conseguenza naturale, sempre meno imbrigliabile da forme istituzionali.

Infine ricordiamo la teoria dello scontro tra civiltà di Huntington, secondo al quale i conflitti successivi alla guerra fredda si spiegano in termini di divergenze culturali più che ideologiche o economiche, che tendono ad interessare coalizioni di stati omogenei. Huntington individua otto macro-civilizzazioni: Confuciana, Giapponese, Induista, Islamica, Latino Americana, Occidentale, Slavo-ortodossa e Sub sahariana, in lotta fra loro. Ma la contrapposizione più importante è quella tra Occidente e resto del mondo. Il modello di Huntington vede lo scontro violento verificarsi lungo fasce di frizione o faglie, ovvero i punti di contatto dei rispettivi perimetri di diffusione.

Le nuove guerre del sud del mondo: le ipotesi discontinuiste

Con i primi anni ’90 si sono delineate forme emergenti di conflittualità di natura intrastatale e su base etnico-politica o etnico-religiosa, molto più simili a guerre civili che a guerre fra stati sovrani. Con la fine dell’equilibrio bipolare i conflitti civili violenti furono stigmatizzati come fonte di instabilità internazionale e molteplici aspetti di questi hanno costituito una sfida di gestione/composizione e comprensione portando allo sviluppo di un filone di studi incentrato su una radicale spaccatura tra vecchie e nuove forme di conflittualità con un’enfasi sul declino dello stato. I nuovi conflitti sarebbero depoliticizzati e criminali, mossi da motivazioni economiche ed etniche ed esprimerebbero forme estreme di violenza gratuita e fuori controllo. In particolar modo è stato sottolineato il ruolo dell’etnicità quale fattore di notevole peso strategico che ha sostenuto rivendicazioni anche violente di accesso a determinate risorse.

Già a partire dagli anni ’60 le questioni etniche hanno subito una svolta assumendo rilevanza per il conseguimento di scopi individuali e collettivi. Rilevanza manifestata in diversi modi, tra cui: persistenza e radicalizzazione di movimenti etno-separatisti a livello regionale; rivendicazioni di gruppi che proclamano una propria identità etnica, pur senza disporre di un territorio sovrano; l’emergere di etno-nazionalismi; il moltiplicarsi ed acutizzarsi di scontri etnici nei territori di Asia e Africa; la crescente incidenza di aggregazioni etniche negli Stati Uniti. Nel Nord del mondo, ciò ha dato vita alla rivendicazione di una ‘politica di riconoscimento’ contro discriminazione, subordinazione e dominio e per una tutela forte delle culture dei gruppi, mentre nel Sud del mondo i processi di etnicizzazione si sono espressi più frequentemente attraverso una conflittualità bellica. Infine, di fronte a questa complessa fenomenologia si sono moltiplicati i cosiddetti ethnic studies.

Identità etnica e narrazioni culturali

Si deve a Mary Kaldor la formulazione di un paradigma delle forme di conflittualità interstatale tipiche degli anni ’90, con una particolare attenzione alle dimensioni etniche. Secondo il suo modello, basato sulle vicende dei Balcani e della regione transcaucasica, le ‘nuove guerre’ costituirebbero un tipo di conflitto di natura diversa dai conflitti civili del passato, per quanto riguarda scopi, metodi di combattimento, tipologia dei combattenti e mezzi di finanziamento. Gli scopi sarebbero comprensibili in ottica di frustrazione ed esclusione, richiamando ad una ‘politica dell’identità’ etnica per la quale non ha senso l’inclusione senza l’esclusione. Questa segna il passaggio dalla rivendicazione del potere in vista dell’unità nazionale, ad un comunitarismo basato su etichette, che trae la sua forza dall’insicurezza generalizzata, dalla rivitalizzata paura di nemici storici e dall’immaginazione di una minaccia proveniente dagli altri. Se in essa sono presenti idee o progetti di cambiamento politico o sociale, riguardano una rappresentazione ideologica del passato e dipendono da una tradizione e una memoria reinventate nel vuoto di altre forme di legittimazione. La politica incentrata su una particolare identità è essenzialmente esclusiva, basata su dimensioni emozionali e tende alla creazione di minoranze e alla frammentazione. Nasce dalla disintegrazione o erosione delle strutture dello stato moderno, specialmente degli stati centralizzati e autoritari.

La seconda caratteristica di novità riguarda i metodi di combattimento che si ispirano alle tecniche della guerriglia anche se da questa si distaccano nel modo di rapportarsi alla popolazione e al territorio. Vige la logica delle etichette ed il controllo del territorio si attua seminando odio e terrore. Protagonisti sono gruppi armati molto eterogenei, volontari e mercenari stranieri, milizie locali, forze di polizia, compagnie di sicurezza private, bande criminali e seguaci di warlords locali.

Saccheggi, sequestri, traffico di armi, di droga e di persone, sono le attività di routine dei nuovi avventurieri della guerra che si possono trovare in aree instabili e di guerra come Colombia, Cecenia e Uganda. Nelle nuove guerre anche l’economia si trasforma: non più centralizzata e autarchica. La produzione interna è molto scarsa e i gruppi combattenti si autofinanziano per mezzo di traffici illegali con il saccheggio e il mercato nero oppure con sostegni esterni. La gestione dei beni è incentrata sull’appropriazione violenta di ogni risorsa. In questo contesto si confondono motivazioni di privati e gruppi all’arricchimento illecito con la necessità di sostenere i combattenti.

Il modello della Kaldor oscilla tra una dimensione economica e una etnico-identitaria. Restano in ombra importanti processi che fondano la politica dell’identità etnica e agiscono da snodo tra forme di predazione economica, violenza di ‘prossimità’ e particolari metodi di combattimento, come la rivitalizzazione di un senso sacro del sociale, la paura dell’assimilazione e contaminazione e il conseguente impulso alla purificazione. L’odio per il vicino diverso e l’esaltazione della distruzione dell’etnia altra sono spesso parti di un accurato disegno politico, ma possono essere attivati nelle popolazioni solo attraverso un processo di etnicizzazione contrastiva basato su dispositivi emozionali e ideologici di costruzione del nemico.

Oltre il mito dell’irrazionalità della violenza etnica

L’esplosione della violenza riguarda problematiche concrete di potere e controllo delle popolazioni, delle appartenenze e delle risorse. Il processo di etnicizzazione si sviluppa in maniera oppositiva e conflittuale quando è il prodotto di una storia caratterizzata da uno squilibrio nei rapporti di forza e quando il ricorso alla politica dell’identità si configura come dispositivo necessario di mobilitazione e lotta. Un esempio significativo è quello della guerra in Bosnia Erzegovina che ha costituito uno dei principali casi studiati dalla Kaldor. Rumiz critica la tesi del conflitto etnico basato sull’idea dell’irrazionalità di uno scontro i cui scopi e metodi sono invece assolutamente razionali. Doubt ha utilizzato il termine sociocide per indicare la distruzione sistematica e intenzionale di un intero assetto di relazioni sociali. Oggi appare evidente il disegno di ingegneria socio-politica messo in atto da alcune élites di potere che hanno utilizzato le leve dell’identità etnica quale dispositivo per mobilitare le energie sociali necessarie alla sua realizzazione. Difatti le tre componenti conflittuali condividevano lo stesso fine: la divisione etno-nazionalistica del territorio.

In Bosnia Erzegovina ci si è trovati in presenza di un progetto razionale di decostruzione e ricostruzione del potere politico, economico e militare, che prevedeva una gestione privatistica e patrimoniale dello stato e lo stretto controllo delle risorse.

Elias, nelle sue ricerche sul processo di civilizzazione in occidente, ricercando i dispositivi che hanno concorso all’eliminazione o quasi del ricorso alla violenza dai rapporti intersoggettivi, si pone alcune domande quali: come è possibile la violenza? E giunge ad alcune conclusioni: non è la violenza umana che genera i conflitti, ma sono questi che in certe condizioni la scatenano. Di fronte ad una situazione conflittuale gli uomini hanno reagito, per gran parte della loro storia, con la violenza, ma essi non sono né pacifici né aggressivi. È lo stile di vita che conducono a metterli o meno in condizione di agire con violenza. Quando la quotidianità diventa rischiosa e la violenza è frequente ed elevata, divengono naturali aggressione, tortura ed uccisione di altri. La violenza sistematica e lo sradicamento forzato produrrebbero quindi l’odio etnico.

Va però osservato che in ex Jugoslavia, importanti divisioni etniche hanno da sempre caratterizzato la geografia sociale dell’area. Lo stato jugoslavo non riuscì a mettere in pratica una reale politica assimilazionistica e la differenziazione etnica non fu mai espulsa. L’etnia in sé non costituisce un fattore conflittuale, ma, contribuendo a definire i confini sociali e culturali del gruppo, e intervenendo con modelli e regole a indirizzare i comportamenti degli appartenenti, rappresenta una risorsa importante, utilizzabile in chiave politica oppositiva e di scontro violento.

L’identità etnica è un costrutto culturale con cui i gruppi elaborano le definizioni di Noi e Altri, attribuiscono omogeneità interne e diversità esterne, attraverso un continuo processo di produzione e riproduzione socio-culturale di contesti relazionali di maggiore intensità e lealtà privilegiate. La presenza di gruppi etnici esprime uno dei modi in cui si può manifestare la pluralità delle forme di conflittualità.

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria dei conflitti e processi di pace e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Maniscalco Maria Luisa.
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