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Sociologia e conflitti

Capire cosa sia il conflitto è indispensabile per elaborare strategie per una pacifica e costruttiva risoluzione/trasformazione. Non è possibile definire in modo univoco gli studi sul conflitto a causa della pluralità di dimensioni e della necessità di un approccio multidisciplinare. Se ne occupano varie discipline (diritto, relazioni internazionali, storia, sociologia, antropologia, psicologia):

  • Livello macro (studiano la guerra, cioè conflitti armati tra grandi aggregati politico-sociali come Stati o alleanze di Stati)
  • Livello meso (conflitti di livello intermedio: tra classi sociali, movimenti, gruppi)
  • Livello micro (conflitti interpersonali, tra piccoli gruppi, intra-psichici)

Un’altra distinzione riguarda le “arene del conflitto”: se riguarda la sfera economica, politica, culturale, religiosa, dei diritti, di genere, di etnia, ecc.

Tipi di approccio

  • Approcci teorici astratti (es. filosofia)
  • Studi empirici sul campo (sociologia, antropologia, psicologia)

Capitolo I: I pensatori sociali classici

Nel pensiero sociologico delle origini ("padri fondatori") non si riscontrano delle vere e proprie scuole di pensiero, ma si possono ricostruire macro linee di approccio. Ogni autore esamina il conflitto sulla base dei propri interessi conoscitivi, lo spirito del tempo e il proprio coinvolgimento negli eventi conflittuali. La sociologia si afferma come forma particolare di conoscenza in un periodo di grandi aspettative, alimentate da scoperte scientifiche e tecnologiche. Iniziava un processo di reinterpretazione della società alla luce dei problemi sociali emergenti, l’emancipazione e le nuove esigenze.

Auguste Comte (1789-1857)

Teorico della società industriale, fiducioso di una fuoriuscita della società dalle logiche del conflitto e della guerra. Affermava l’incompatibilità della guerra con l’evoluzione delle popolazioni civili e con il progresso scientifico e tecnologico e, quindi, la relativa scomparsa delle sue cause. Una lenta trasformazione culturale e strutturale avrebbe avuto come esito la scomparsa dei conflitti armati.

Le finalità e modalità delle guerre mutano in relazione ai cambiamenti delle condizioni sociali, economiche e politiche. Colloca la sua riflessione sulla guerra nella sua teoria evolutiva dei 3 stadi che hanno caratterizzato la storia dell’umanità:

  • Teologico → Dimensione emotiva, pensiero guidato da idee religiose. È l’ambito che favorisce maggiormente l’attività bellica. Le passioni forti (potenza, terrore, ira) tipiche di questo stadio vi trovano piena manifestazione. Il politeismo ha forti legami con la guerra predatoria e offensiva. La guerra per le popolazioni antiche era l’attività principale (economica e politica) e il politeismo era adatto a un tempo di caos e incertezze.
  • Metafisico → Il passaggio a questo stadio è stato accompagnato dal processo di transizione dalla guerra offensiva a quella difensiva (declino della guerra come attività economica). Il ruolo della religione (avvento del monoteismo): primo grande tentativo dell’umanità di elaborare un sistema razionale e pacifico. In Europa, l’espansione e l’istituzionalizzazione del Cristianesimo ha costituito un elemento fondamentale per l’evoluzione della condotta bellica dalla caduta dell’impero romano a tutto il medioevo. In maniera graduale ma costante la Chiesa riuscì ad imporre il primato spirituale su quello temporale, modificando il comportamento dei credenti per quanto riguarda pratiche quotidiane e guerra. A livello politico la Chiesa cercò di contenere le attività belliche che venivano considerate come una diminuzione dell’influenza religiosa sulla politica (fatta eccezione per le crociate, viste come logica conseguenza per tutelare i pellegrinaggi nei luoghi santi). Durante il medioevo la politica per la salvaguardia delle terre conquistate si organizzò in un sistema di gerarchie: il feudalesimo. L’attività militare prevalente si restrinse alla difesa del proprio territorio. La riforma protestante ha avuto un ruolo importante poiché produsse una mentalità innovatrice anche per quanto riguarda l’approccio alla guerra (Comte parla di “antipatia naturale” del protestantesimo per l’attività bellica, ad eccezione delle guerre intraprese per far trionfare il nuovo spirito filosofico). Erano conflitti civili per la difesa di un principio. Comte colloca in questo periodo l’origine delle guerre rivoluzionarie (in cui si sovrappongono conflitto civile interno e guerra esterna) in quanto la difesa di un principio ritenuto fondamentale per la vita sociale coinvolge attivamente tutti gli uomini per quanto pacifiche possano essere le loro inclinazioni.
  • Positivo → Preponderante attitudine della popolazione alla pace. Comte indica nello “spirito dell’industria” un elemento importante contro la guerra, poiché porta disinteresse per la vita militare. La guerra come attività di gruppo svolge funzioni economiche (procacciare risorse), sociali (educare ad attività regolari), politiche (affermare il potere) che in alcune situazioni sono raggiungibili esclusivamente tramite essa. Necessita, inoltre, di una mentalità adeguata e diffusa in tutta la società. Comte prevedeva che i conflitti tra i popoli dell’Europa occidentale sarebbero scomparsi (si realizza con il processo di unificazione europea).

Karl Marx (1818-1883)

Altro figlio dell’Europa industriale, seppure con altri intenti condivideva l’ottimismo di Comte sul tema della possibile emancipazione dell’uomo che liberato dalla millenaria schiavitù avrebbe portato a dar vita a una pacificata società degli uguali. Marx ha inaugurato un’importante tradizione sociologica di studi sui conflitti (soprattutto rivoluzioni e guerre civili) nella società moderna abbandonando la dimensione esclusivamente filosofica che li aveva caratterizzati per secoli.

La sua teoria della società, del conflitto e della rivoluzione è incardinata in un’antropologia materialistica per la quale l’uomo è un essere che ha bisogno di cibo, vestiario e abitazione, quindi la produzione deve soddisfare questi bisogni di base. Ma la creazione di beni materiali non è illimitata, condizionata da forze produttive (capitale, terra, lavoro).

La sfera economica è la base della società e della politica. I singoli individui, i gruppi e le istituzioni trovano nella struttura economica l’origine profonda del loro essere e della loro organizzazione collettiva (politica e stato sono fenomeni secondari, espressione dei sottostanti rapporti di forza economici e sociali). Tutta la sua riflessione sociologica è incentrata sulla lotta di classe, al centro del divenire storico. Reputa antagonismi e conflitto il vero motore della storia e ne teorizza un macro-modello che riguarda i rapporti di produzione generano conflitti tra gruppi portatori di interessi divergenti suddivisi (polarizzazione) in:

  • Classe dominante (sfruttatori, detengono i mezzi di produzione) → borghesia capitalistica
  • Classe subalterna (sfruttati, la forza lavoro), che prende progressivamente coscienza della propria posizione, dello sfruttamento e della forza storica che rappresenta fino alla rivoluzione. → proletariato

Per Marx il regime capitalistico fa produrre sempre più ma all’aumento di ricchezza aumenta anche la miseria della maggioranza. La borghesia aveva svolto un’importante funzione storica, che però stava passando al proletariato che passando da classe in sé a classe per sé avrebbe avviato un processo rivoluzionario di cambiamento. Convinzione che gli derivava dal contesto in cui viveva (1848 moti di rivoluzione europei).

Nella sua visione la soluzione delle ingiustizie era nella rivoluzione inevitabile (per realizzarsi deve coniugare momento oggettivo e soggettivo) e nell’eliminazione anche violenta di una delle parti.

Emile Durkheim (1858-1917)

Studioso dell’integrazione sociale, si trovò coinvolto negli eventi bellici sia come francese, sia a livello familiare, sia come maestro. Pacifista, odiava la guerra. Forte impegno patriottico a difesa della Francia (a suo parere era difesa della civiltà in generale). Tensione intellettuale alla comprensione delle cause e dell’evoluzione della guerra.

Convinto da sempre che una società può conservare struttura e coerenza solo se i membri si riconoscono in una credenza comune fortemente avvertita, cercò di assicurare al suo paese fede e motivazioni adeguate per respingere l’attacco nemico. Aveva compreso che la guerra sarebbe stata lunga e aspra.

Durkheim riteneva “patologici” (contro natura) l’ostentata volontà di potenza e il gusto di sacrificio (passione distruttiva) manifestati dal popolo e dai governanti tedeschi. La civiltà per lui è la pace secondo natura, mentre non erano normali l’assalto della barbarie e la sconfinata volontà di devastazione. Primo passo del suo impegno: analisi dei documenti diplomatici per ricostruire i tentativi della diplomazia internazionale di bloccare l’escalation conflittuale dopo l’attentato di Sarajevo (28/06/1914), per comprendere dove e perché era fallito il processo di negoziazione multilaterale avviato.

Molteplici cause profonde: condizioni economiche, demografiche, etniche, risvegli nazionalistici, diffuso malessere sociale. Ma fu essenziale l’intervento della precisa volontà della Germania. Prosegue quindi con l’individuazione di un fatto sociale da porre alla base del suo processo esplicativo: la mentalità tedesca (idee, sentimenti, specifica filosofia dello stato). Unità, ordine, disciplina. Stato = entità posta al di sopra della morale, leggi internazionali, società civile. Era quindi legittimato ad adottare i mezzi che reputava più adeguati, come fosse una sorta di divinità. Per la loro intrinseca mancanza di potenza i piccoli stati non sono considerati veri stati. Per giustificarsi hanno attribuito alla nazione tedesca ogni superiorità (razza, cultura) e forgiato vari miti per esprimerla.

Una comunità di questo tipo trova nella guerra una condizione fondamentale per la sua esistenza, con la guerra si stabilisce, con la forza, la verità dei diritti. Realizza unione, comunicazione tra gli individui, li fonde in un corpo unico. (Pace → pericolosa perché porta egoismo e rilassatezza). È lecito terrorizzare le popolazioni, l’unico criterio valido è ottenere la vittoria. Per Durkheim il dovere di tutti è resistere. Gli opuscoli vengono tradotti in 7 lingue per contrastare l’imperialismo tedesco e controbattere efficacemente l’aggressiva e menzognera propaganda tedesca. Comprende le novità del conflitto: aveva esordito come un conflitto ottocentesco, ma poi nuove tattiche e nuove strategie, coinvolgendo attivamente i non combattenti (mobilitazione di massa). L’idea di resistenza assumeva una rilevanza inedita: la vittoria sarebbe stata di chi meglio avrebbe resistito.

Max Weber (1864-1920)

Posizione completamente diversa, passione nazionalistica e fautore convinto di una politica di potenza per la Germania (vocazione tedesca, senso dell’onore, devozione al destino, patriottismo culturale, vena profetica). Fin da giovane era convinto che la Germania avrebbe dovuto necessariamente affrontare il problema cruciale del suo ruolo mondiale e che nessuno avrebbe riconosciuto pacificamente questo ruolo. Necessità di una politica di potenza intelligente e determinata, a un certo punto gli sembrò che solo attraverso il conflitto la Germania avrebbe potuto reclamare e ottenere quella posizione primaria (missione universale, responsabilità storica, dovere di fronte alle generazioni future) che le spettava per le doti del suo popolo, il valore della sua cultura e la forza della sua economia di cui era particolarmente fiero. Era rammaricato di non poter combattere, non era guerrafondaio ma non vedeva altra alternativa degna.

Weber parla di conflitto in termini di lotta (Kampf) → agire sociale orientato all’imposizione della volontà dell’attore contro la volontà e la resistenza della controparte. La collega all’idea di potere e ne individua 3 ambiti diversi:

  • Politico → la posta in gioco qui è forse la più rilevante: potere conteso dai diversi gruppi o partiti.
  • Sociale → la posta può essere il prestigio sociale, l’affermazione di universi valoriali contrastanti, stili di vita, modelli di comportamento, culture differenti o antagoniste.
  • Economico → Può interessare le dinamiche salariali, il credito, le merci, ma non è meno rilevante.

Nel sistema di interazione per Weber il conflitto è un elemento permanente che ne assicura la vitalità, immettendo dinamicità nella società, operando come un filtro selezionatore per il personale politico più adatto, per i ceti più meritevoli di prestigio, per le nazioni più degne di influire sulla politica mondiale → concetto di sopravvivenza dei più adatti.

Componenti del suo pensiero:

  • Darwiniana (lotta biologica)
  • Nietzscheana (ricerca della grandezza)
  • Politeistica (pluralismo dei valori in eterna contesa)
  • Economica (persistente insufficienza di beni materiali e insopprimibile povertà)
  • Marxiana (ogni classe ha il suo interesse in contrasto con quello delle altre classi e anche con l’interesse nazionale)

Georg Simmel (1858-1918)

Fortemente coinvolto nel nazionalismo tedesco, convinto della sostanziale diversità della radice culturale tedesca nella realtà europea. Il popolo tedesco combatte per assicurarsi sopravvivenza fisica, economica, ma soprattutto per tutelare la sua più alta istanza spirituale e ideale. Queste convinzioni rendevano particolarmente crudele il conflitto. Il conflitto per Simmel va considerato una forma di socializzazione: nessun gruppo può essere completamente armonico, mancherebbero in esso struttura e possibilità di sviluppo, i gruppi necessitano di armonia come di disarmonia, associazione e dissociazione. Il conflitto può svolgere importanti funzioni: rafforza l’integrità del gruppo, ne preserva i confini nei confronti dell’ambiente sociale circostante. Possibile nascita di un uomo nuovo: diversa spiritualità, unione che fa ben sperare → afferma che la Germania era di nuovo gravida di grandi possibilità.

Non nasconde a sé e ai suoi connazionali le devastazioni, perdite, distruzioni, impoverimento conseguente anche in caso di vittoria, lascito di odio. Considera però il risvolto positivo della perdita di benessere e ricchezza: occasione importante per cambiare l’andamento della cultura e uscire dal culto del denaro e del valore esclusivamente pecuniario delle cose.

“Filosofia del denaro” (1900) → con l’avvento della modernità l’intera vita dello spirito è stata colonizzata dal denaro che si era trasformato in una divinità. Uno dei mali principali della cultura moderna era l’avanzare della cultura delle cose (materialismo) e l’arretrare della cultura delle persone (vita dello spirito). Con toni che ricordano le posizioni weberiane parla del tempo di pace come periodo di rilassatezza, un’eccedenza di prodotti spesso inutili, una specializzazione insensata e un sovraffollamento, sintomi di una cultura malata. La guerra rappresentava l’esito acuto della crisi a cui però poteva far seguito la guarigione, essa fa vivere solo ciò che ha potere germinativo.

Vilfredo Pareto (1848-1923)

Analizzò gli eventi bellici che si trovò a vivere (guerra di Libia 1911-12 e prima guerra mondiale) in maniera più disincantata, priva di slanci nazionalistici e sentimenti di appartenenza. Residente in Svizzera dal 1900, lucido e ironico, ma comunque appassionato osservatore, avvertì che ci si trovava di fronte a un cambiamento epocale. Anche se fu sempre convinto che il mondo cambiasse molto più nella forma che nella sostanza.

La logica dei sentimenti prevalenti in un dato momento storico (interessi, ideologie danno forma alla ciclicità dei fenomeni sociali) guida le sue riflessioni sui fenomeni bellici. Le cause profonde erano da ricercarsi nella rottura dell’equilibrio politico europeo sotto la pressione degli interessi antagonisti tra le popolazioni. Guerra di Libia illustrata attraverso una ricostruzione delle derivazioni (motivazioni, giustificazioni addotte) che velarono la metamorfosi dei sentimenti pacifisti e internazionalisti.

Assunse la forma di una guerra di conquista con alla base sentimenti e interessi espansionistici coloniali, ma fu razionalizzata con una serie di argomentazioni tese a soddisfare il senso di giustizia, il desiderio di ottenere riparazioni per le presunte offese subite, il risvegliarsi nella popolazione italiana di sentimenti religiosi e patriottici. Tutti questi fattori portarono ad attribuirle il significato di una missione civilizzatrice. (Guerra “giusta”=presentata e comunicata bene, la responsabilità del conflitto deve essere addossata agli altri).

Tre componenti essenziali della situazione di fondo conflittuale di allora:

  • Forza espansionistica di determinate popolazioni e conseguente rivalità tra esse
  • Disparità nelle religioni, cioè nelle visioni del mondo e ideologie
  • Differenza nelle istituzioni politiche

Gli interessi si combinarono con alcune classi di residui (tipologie di sentimenti), ciò avrebbe messo in conflitto:

  • Plutocrazia militare tedesca
  • Burocrazia zarista
  • Plutocrazia demagogica anglo-francese

Interessi e sentimenti formavano un mix esplosivo per cui pangermanesimo e panslavismo non avrebbero potuto convivere. Se si fosse trattato solo di interessi si sarebbe potuto evitare il conflitto e risolvere negoziando. Ma c’era una brama di dominio incontenibile. Pareto fin dall’inizio, contrariamente agli altri, pensava che le risorse materiali di cui erano dotate le parti in conflitto fossero tali a sostenere a lungo lo sforzo bellico, conferendo grande autonomia e possibilità di resistenza ai combattenti.

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BarbaraM92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie dei conflitti e processi di pace e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Rosato Valeria.
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